martedì 22 dicembre 2009

25 dicembre 2009 - Natale del Signore

Nella prospettiva umana, luce e vita sono distinte: la luce è quello che mi serve per arrivare alla vita. La conoscenza mi dà il segreto della vita. E, inversamente, la vita che bramo è cieca, senza luce. Invece:
Gv 1,4 ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων - in lui era vita, e la vita era la luce degli uomini.
La luce è la vita che si trova nel Logos incarnato. La luce non è ciò che permette di arrivare alla vita, ma è la stessa vita; e la vita non è quello che a me pare "vita", e non costituisce nessun obiettivo che posso darmi per conto mio al di fuori della luce, ma "vita" è quello che si trova in Cristo, che perciò può dire: "io sono la luce, io sono la vita". Esse dunque si fanno accessibili nel rapporto personale con lui.
Che cosa, per me o per te, in questo momento o in un altro, rappresenti "la vita" è in fondo secondario, nel senso che, semplicemente, non è quello. "Quello" è ombra, immagine, apparenza, segno della vera vita.
Non si deve tuttavia dimenticare che la vita è pur sempre qualcosa "per gli uomini". Se anche inseguo una vita che è solo immagine di quella vera, è però proprio e soltanto a partire da quella immagine che io entro in rapporto con l'"originale". Un rapporto che è duplice. Da un lato nell'immagine c'è qualcosa dell'originale (altrimenti nel Logos non troverei niente di veramente interessante per me); dall'altro la vita eterna si gioca proprio qui: come mi rapporto con quello che a me pare "la mia vita"? ovvero: accetto di perderla o no?

giovedì 17 dicembre 2009

19 dicembre 2009 - IV domenica di Avvento

Ebrei 10,10
In questa volontà siamo santificati attraverso l'offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per tutte.
ἐν ᾧ θελήματι ἡγιασμένοι ἐσμὲν διὰ τῆς προσφορᾶς τοῦ σώματος Ἰησοῦ Χριστοῦ ἐφάπαξ.
Nel passo dell'epistola si cita il salmo 40, vv. 7-9, dove qualcuno afferma di venire per fare la volontà di Dio, che non vuole sacrifici (di animali), ma piuttosto l'obbedienza. L'incarnazione è finalizzata all'offerta del corpo di Cristo sulla croce. Qui si realizza il proposito di Dio: la nostra santificazione. Dal punto di vista del mistero, il proposito divino è del tutto compiuto: siamo perfettamente santi. Dobbiamo però diventare nella realtà effettiva ciò che già siamo nel proposito di Dio; diventare quello che effettivamente possiamo grazie all'offerta di Cristo. Guardando il bambino Gesù, noi dunque vediamo già la sua croce e la nostra vocazione. Insieme al capo, nascono anche le membra: Generatio enim Christi origo est populi christiani, et natalis capitis natalis est corporis ("la nascita di Cristo è l'origine del popolo cristiano, e il natale del capo è anche il natale del suo corpo", S. Leone Magno, Sermone natalizio 6,2).

lunedì 7 dicembre 2009

12 dicembre 2009 - III domenica di Avvento

Filippesi 4,4-5
4 Χαίρετε ἐν Κυρίῳ πάντοτε: πάλιν ἐρῶ, χαίρετε. 5 Τὸ ἐπιεικὲς ὑμῶν γνωσθήτω πᾶσιν ἀνθρώποις. Ὁ Κύριος ἐγγύς.
Gioite nel Signore comunque; lo ripeterò ancora: gioite! La vostra benevola mansuetudine sia nota a tutti. Il Signore è vicino.
Come Giovanni, che nel grembo della madre balza di gioia sentendo la presenza di Gesù (e di Maria), il cristiano gioisce di una prossimità avvertita. E' la gioia del tempo di avvento, liturgico e di ogni giorno, che viviamo nell'attesa di un incontro. Questa vicinanza è al tempo stesso presenza e assenza. Non assenza completa - allora il tempo sarebbe vuoto - né presenza piena - allora non c'è più niente da aspettare e tutto deve accadere ora -. Solo tra questi poli scocca la scintilla miracolosa della speranza cristiana e della gioia che ne scaturisce, la quale esclude ogni aggressiva intolleranza e lascia guardare all'altro con paziente amabilità.

lunedì 30 novembre 2009

5 dicembre 2009 - II domenica di Avvento

Filippesi 1,9-11:

9 Prego che il vostro amore abbondi sempre più in conoscenza e piena percezione, 10 per distinguere quello che davvero fa la differenza, e così siate limpidi e irreprensibili in vista del giorno di Cristo, 11 ripieni del frutto di giustizia che si ha per Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.

trad. CEI: 9 Perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, 10 perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, 11 ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.

9 καὶ τοῦτο προσεύχομαι, ἵνα ἡ ἀγάπη ὑμῶν ἔτι μᾶλλον καὶ μᾶλλον περισσεύῃ ἐν ἐπιγνώσει καὶ πάσῃ αἰσθήσει, 10 εἰς τὸ δοκιμάζειν ὑμᾶς τὰ διαφέροντα, ἵνα ἦτε εἰλικρινεῖς καὶ ἀπρόσκοποι εἰς ἡμέραν Χριστοῦ, 11 πεπληρωμένοι καρπὸν δικαιοσύνης τὸν διὰ Ἰησοῦ Χριστοῦ εἰς δόξαν καὶ ἔπαινον θεοῦ.

Ancora una carità che deve crescere senza limiti. La misura dell'amore è amare senza misura, scrive S. Bernardo. Paolo aggiunge che essa deve essere piena di conoscenza: si deve amare sapendo cogliere pienamente la realtà. Possiamo arrivare al giudizio "stracarichi di frutto" soltanto così, con un "amore oculato", che sa cogliere "ciò che fa la differenza". In ogni situazione c'è sempre un comportamento, una parola, una reazione che fa la differenza. Lo si vede in Gesù, e nei santi, mai scontati, banali, prevedibili. In ogni loro movimento si vede un che di diverso, nuovo, sorprendente: quello che fa la differenza, e che manifesta la bellezza di Dio. Lo Spirito Santo ci guidi a distinguerlo.

venerdì 27 novembre 2009

Amore e Psiche: una lettura

Amore, figlio di Venere, si innamora della bellissima Psiche. I genitori, istruiti da un oracolo, portano la figlia vestita a nozze su una montagna, e la lasciano sola. Un venticello la trasporta in un palazzo meraviglioso. Lì il suo sposo misterioso (Amore) viene la notte a visitarla. Lei però non deve chiedere chi sia e soprattutto non cercare di guardarlo, ma accontentarsi del suo amore. (Il motivo di questo segreto è la gelosia di Venere, che non deve sapere dell'unione.) Istigata dalle sorelle, che le hanno instillato il dubbio, Psiche vuole vedere il marito mentre dorme dopo l'amore. Lo vede bellissimo ma, svegliato da una goccia d’olio bollente caduta dalla lampada, egli si eclissa. Psiche, disperata, sa infine che il problema è la suocera, Venere, in competizione con lei a motivo della bellezza. Cerca di riconciliarsi e, per rivedere Amore, Venere le impone quattro prove in realtà insuperabili: 1. i semi 2. la lana d'oro 3. l'acqua sacra 4. il vaso della bellezza. In caso contrario, sarebbe morta. Psiche supera le prove, diventa immortale e vive per sempre con il suo Amore.

Psiche cerca di vedere, non vista, il misterioso marito mentre dorme. Vedere non visti, conoscere non conosciuti: cercare il potere sull'altro, senza tuttavia darsi in potere, perché si è in fondo diffidenti. Ciò provoca guasti a non finire. Amore si sveglia, se ne accorge, sparisce. Bisogna cercare di cogliere il "segreto" dell'altro non mediante il potere, ma nell'amore.

1.
La prima prova che Psiche deve superare per ritrovare il suo amato Amore è questa: in un unico grande mucchio si trovano confusi semi di molte specie diverse; lei dovrà, entro sera, separarli in mucchi distinti, specie per specie. Psiche si dispera, ma ecco una formica "di quelle piccole e campagnole (formicula illa parvula atque ruricola: ahimè, da ragazzo ero irriso perché dicevo "formicola", e a dire il vero lo dico tuttora) chiama al lavoro le sue compagne, e Psiche supera la prova con l'aiuto del popolo delle formiche.
Il senso è chiaro: per amare occorre saper discernere, distinguere. Un cece non è un fagiolo, un chicco di grano non è una lenticchia. L'amore non è qualsiasi cosa, e amare presuppone la chiarezza. In questo senso l'amore non è affatto cieco, non può permettersi di esserlo.

2.
La seconda prova consiste nel procurarsi lana d'oro dal vello di montoni feroci. Una canna verde, producendo una dolce melodia sotto il soffio di una leggera brezza (musicae suavis nutricula, leni crepitu dulcis aurae divinitus inspirata) suggerisce alla ragazza di aspettare il tramonto e di prendere la lana lasciata sui cespugli.
Possiamo vedere in questi montoni la forza cieca dell'istintività. Dunque, amore è superamento dell'istinto (cieco).

3.
Per superare la terza prova Psiche deve riempire un'ampolla con l'acqua di una sorgente che sgorga ad altissima quota su una vetta impervia, che andrà ad alimentare i fiumi del mondo dei morti. Un'aquila si incarica di riempire l'ampolla, che consegna alla ragazza.
Per amare occorre sollevarsi, volare. Al di sopra di cosa? Della morte, o meglio della paura della morte, intesa come paura di perdere la vita nel donarsi. Lo dicono le stesse pietre alla povera ragazza: "Va' via! che fai? Pensaci bene! Che credi di fare? Attenta! Scappa! Morirai!" (et "discede" et "quid facis? vide" et "quid agis? cave" et "fuge" et "peribis"). Non sono forse le paure di chi ama?

4.
La quarta (e ultima) prova per Psiche consiste nel discendere negli inferi per chiedere alla dea Proserpina di riempire un vasetto con un po' della sua bellezza, quindi riportarlo a Venere. Una torre parlante istruisce la ragazza che riesce a procurarsi la preziosa essenza. Al ritorno però, nonostante la raccomandazione della torre che le aveva intimato di non aprire il vasetto per nessun motivo, Psiche, non resistendo alla tentazione di prendere un po' di bellezza, apre il vasetto (e la perfida Venere contava proprio su questo). Dentro c'era il sonno degli inferi. Psiche sta per morire, quando arriva Amore e la salva appena in tempo.
L'ultima vittoria da superare è quella su se stessi, imparare a dire no a se stessi, ovvero il dominio di sé. Psiche non supera questa prova, ed è salvata solo grazie all'altro. E anche questo significa che chi ama non si auto-salva, dipende dalla salvezza che l'altro porta.

Concludo concentrandomi sull'elemento sessualità. Si va affermando sempre più un sesso dia-bolico (separato e separatore). L'emozione della sessualità è separata dalla ragione, non si integra in nessun quadro razionale, non presuppone nessuna riflessione (prova dei semi). E' poi separata dal limite, nel senso che non conosce niente che la possa o la debba limitare (prova delle pecore). E' separata dall'affettività e dall'amore, che si caratterizza essenzialmente come gratuità ovvero superamento della paura di morire (prova dell'acqua). E' separata dalla responsabilità, nel senso che la persona non risponde di niente per quanto concerne il suo agire sessuale, non se ne addossa alcuna conseguenza (mentalità contraccettiva, che è molto di più del semplice problema profilattico) (prova dell'essenza).
In una parola, questa sessualità dia-bolica è separata da tutto ciò di cui essa dovrebbe essere sim-bolo, ciò che essa segnala. Staccata, assolutizzata e fatta fine a se stessa, l'emozione sessuale non è più assimilata lentamente, digerita, assunta in una sintesi personale, ma consumata rapidamente. Il consumo rapido però produce la ricerca dell'emozione sempre più forte che, se contrastata, porta alla schizo-frenia e alla perdita dell'autonomia personale.
In questo quadro si inserisce la tendenza chiaramente osservabile a sostituire le esperienze reali con quelle artificiali, sia nel senso di confezionate e manipolate, sia nel senso di virtuali, cioè legate al mondo della rete. Una sessualità dia-bolica nel migliore dei casi inaridisce la persona, impedendole di diventare quello che potrebbe; nel peggiore la distrugge.

mercoledì 25 novembre 2009

29 novembre 2009 - I domenica di Avvento

1Tessalonicesi 3,12-13:

12 E il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore gli uni verso gli altri e verso tutti, come anche noi verso di voi, 13 per rendere i vostri cuori saldamente irreprensibili nella santità davanti a Dio e Padre nostro, alla parusia del Signor nostro Gesù Cristo con tutti i suoi santi. Amen.

12 ὑμᾶς δὲ ὁ κύριος πλεονάσαι καὶ περισσεύσαι τῇ ἀγάπῃ εἰς ἀλλήλους καὶ εἰς πάντας, καθάπερ καὶ ἡμεῖς εἰς ὑμᾶς, 13 εἰς τὸ στηρίξαι ὑμῶν τὰς καρδίας ἀμέμπτους ἐν ἁγιωσύνῃ ἔμπροσθεν τοῦ θεοῦ καὶ πατρὸς ἡμῶν ἐν τῇ παρουσίᾳ τοῦ κυρίου ἡμῶν Ἰησοῦ μετὰ πάντων τῶν ἁγίων αὐτοῦ.

L'unica strada per renderci capaci di presentarci con fiducia al cospetto del Signore e dei Santi è il tendere alla sovrabbondanza dell'amore. Le strade infatti sono due: l'amore cresce o diminuisce, diviene più ardente o si raffredda, sempre più vivo o si avvia alla morte. Perché gli spiriti sono due e conducono a opposti esiti, mai accontentandosi, ciascuno per proprio conto, dei risultati ottenuti. Perciò chi non mira a crescere nella carità, a una carità "fuori misura" e non calcolata, chi vuole contentarsi della carità che ha - così è sufficiente -, è sulla via del vedersi tolto anche quello che ha.

domenica 25 ottobre 2009

(5*1/2)-(4*1/4)+(2*3/4)=0

Compensazione e detrazione, di Erich Fried

Dunque:
Tu hai avuto, dici, cinque mezzi amori
e quattro di minore importanza, che tu
consideri come un quarto di amore?
Sì, e poi si aggiungono
due grandi amori…
grandi, non del tutto grandi, pensi,
e li chiami tre quarti di amore

Questo sarebbe dunque
dici
lo stesso
che cinque
veri grandi amori

Sì, tutto insieme fa cinque,
ma come, se gli amori da un quarto
e quelli da tre quarti sono da compensare
con i mezzi amori?
Essi si annullano a vicenda
e allora tu non hai
in tutta la tua vita
avuto nemmeno un vero grande amore.

Auf- und Abrechnung

Also:
Fünf halbe Lieben hast du, sagst du, gehabt
und vier geringere, die du
nur als Viertellieben betrachtest?
Ja, und dazu kommen
zwei große Lieben
große, nicht ganz große, meinst du
und nennst sie Dreiviertellieben

Das sei also
sagst du
dasselbe
wie fünf
ganz große Lieben

Ja, alles zusammen gibt fünf
Aber wie, wenn die Viertellieben
und Dreiviertellieben gegen die halben Lieben
aufzurechnen sind?
Das hebt sich dann auf
und dann hast du
in deinem ganzen Leben
nicht eine einzige wirkliche Liebe gehabt

lunedì 31 agosto 2009

Grandezze

In tempi di febbre da Superenalotto, smania di farsi notare ad ogni costo e megalomanie varie, ho riletto con gusto questo celebre aneddoto, narrato da Plutarco, su Alessandro Magno e Diogene (Vita di Alessandro, 14): 
Εἰς δὲ τὸν Ἰσθμὸν τῶν Ἑλλήνων συλλεγέντων καὶ ψηφισαμένων ἐπὶ Πέρσας μετ'Ἀλεξάνδρου στρατεύειν, ἡγεμὼν ἀνηγορεύθη. Πολλῶν δὲ καὶ πολιτικῶν ἀνδρῶν καὶ φιλοσόφων ἀπηντηκότων αὐτῷ καὶ συνηδομένων, ἤλπιζε καὶ Διογένην τὸν Σινωπέα ταὐτὸ ποιήσειν, διατρίβοντα περὶ Κόρινθον. Ὡς δ'ἐκεῖνος ἐλάχιστον Ἀλεξάνδρου λόγον ἔχων ἐν τῷ Κρανείῳ σχολὴν ἦγεν, αὐτὸς ἐπορεύετο πρὸς αὐτόν· ἔτυχε δὲ κατακείμενος ἐν ἡλίῳ. Καὶ μικρὸν μὲν ἀνεκάθισεν, ἀνθρώπων τοσούτων ἐπερχομένων, καὶ διέβλεψεν εἰς τὸν Ἀλέξανδρον. Ὡς δ´ἐκεῖνος ἀσπασάμενος καὶ προσειπὼν αὐτὸν ἠρώτησεν, εἴ τινος τυγχάνει δεόμενος, «Μικρὸν» εἶπεν «ἀπὸ τοῦ ἡλίου μετάστηθι». Πρὸς τοῦτο λέγεται τὸν Ἀλέξανδρον οὕτω διατεθῆναι καὶ θαυμάσαι καταφρονηθέντα τὴν ὑπεροψίαν καὶ τὸ μέγεθος τοῦ ἀνδρός, ὥστε τῶν περὶ αὐτὸν ὡς ἀπῄεσαν διαγελώντων καὶ σκωπτόντων, «Ἀλλὰ μὴν ἐγὼ» εἶπεν «εἰ μὴ Ἀλέξανδρος ἤμην, Διογένης ἂν ἤμην».
I Greci si erano riunito all'istmo (di Corinto) e, insieme ad Alessandro, avevano decretato di far guerra ai Persiani, nominando comandante lo stesso Alessandro. Poiché molti uomini politici e filosofi andavano da lui a felicitarsi, sperava che anche Diogene di Sinope, che allora viveva a Corinto, avrebbe fatto lo stesso. Visto però che egli se ne curava poco e continuava a far scuola al Craneo (un ginnasio), volle andare lui stesso dal filosofo. Se ne stava al sole. Vista arrivare tal massa di gente, si sollevò alquanto, e intravide Alessandro. Quando il generale, che nel frattempo lo aveva salutato, rivolgendosi a lui chiese se avesse bisogno di qualcosa, rispose: "sì... spostati un pochino dal sole". Si dice che di fronte a ciò Alessandro restasse molto colpito ammirando, pur disprezzato, l'orgoglio e la grandezza dell'uomo, al punto che, quando alcuni del suo seguito, allontanandosi, lo deridevano e lo prendevano in giro, disse: "per me, se non fossi Alessandro, sarei Diogene". 

venerdì 17 luglio 2009

Semplici o doppi?

In un articolo odierno scrive G. Zagrebelsky:
Gesù di Nazareth impartisce ai discepoli due comandamenti, all'apparenza contraddittori: "Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno" (Mt 5, 36) e "siate avveduti (phronimòi) come serpenti" (Mt 10, 16). Da un lato, dunque, rispecchiare la verità, né più né meno; dall'altro, usare la lingua biforcuta del "più astuto tra tutti gli animali" (Gn 3, 1). Come si scioglie la contraddizione? In un modo molto interessante per la nostra questione. Il primo comandamento vale nei rapporti tra leali appartenenti alla stessa cerchia, in quel caso i credenti nella medesima parola di Dio ("avete inteso che fu detto ..., ma io vi dico"). Il secondo vale quando le pecore (i discepoli) sono inviati in mezzo ai lupi, gli uomini dai quali devono "guardarsi" con accortezza.
Ritengo questa esegesi del tutto erronea.
1. Basta leggere l'intero versetto: "Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe". Aggiunge immediatamente "semplici come colombe": si concilia questo con l'essere "doppi"? Notare che "semplice" significa appunto "non mescolato, puro, senza malizia, non doppio".
2. Phronimos non significa affatto "doppio" e menzognero, mai. Significa "intelligente, saggio, accorto, avveduto, furbo", che è ben diverso. Hai esempi di questa "astuzia in Mt 7,24 (l'uomo che costruisce sulla roccia) e nella parabola delle 10 vergini (Mt 25, 1 e avanti), 5 delle quali sono appunto "prudenti". L'unico esempio che potrebbe dare qualche appiglio (solo apparente) all'esegesi in questione è Lc 16,8: il fattore infedele che furbescamente si mette in salvo è un esempio di astuzia. Questo passo è l'unico dove phronimos è legato a un comportamento fraudolento. Ma è evidente che Gesù non sta dicendo di fare come i "figli di questo mondo" nell'ingannare, ma nell'essere ben svegli.
3. "Guardarsi con accortezza" dai lupi non equivale, evidentemente, a dire falsità.
4. Non esiste nel resto del Vangelo nessuna traccia di questa doppia moralità, né Gesù l'ha mai praticata.

sabato 6 giugno 2009

Ego sum Via

"E' meglio zoppicare sulla via che camminare speditamente fuori da essa" (Melius est enim in via claudicare, quam praeter viam fortiter ambulare), aveva affermato S. Agostino concludendo un suo sermone su "io sono la Via" (Discorso 141,4). S. Tommaso commenta: "Infatti chi zoppica sulla via, anche se avanza poco, si avvicina pur sempre alla meta; chi invece cammina fuori della via, quanto più rapidamente corre, tanto più si allontana dalla meta" (Nam qui in via claudicat, etiam si parum proficiscatur, appropinquat ad terminum; qui vero extra viam ambulat, quanto fortius currit, tanto magis a termino elongatur, Commento al Vangelo di Giovanni XIV,2 - IX settimana del tempo ordinario, sabato, ufficio delle letture).

sabato 23 maggio 2009

30 maggio 2009 - Pentecoste, messa vigiliare

Gioele 3,1-5.
Il brano di Gioele apre la seconda parte del libro, centrata sull'annunzio del grande "giorno del Signore" (cc. 3-4), caratterizzato in primo luogo da una effusione dello Spirito di Dio su tutto Israele, la cui estensione è illustrata mediante il ricorso a tre coppie di termini. Lo Spirito sarà effuso senza distinzione di sesso (figli e figlie), età (anziani e giovani) e condizione sociale (schiavi e schiave). Tutti saranno profeti, in grado di decifrare correttamente l'azione di Dio nella storia. Ciò è indispensabile, proprio perché il giorno del Signore imminente distruggerà il vecchio ordine per stabilirne uno nuovo. L'evento carismatico è accompagnato da segni cosmici, espressione di uno sconvolgimento che riguarda la totalità della vita dell'uomo (cielo e terra). I grandi corpi celesti, che rappresentano per eccellenza la stabilità del quadro entro il quale la vita umana si svolge, saranno sconvolti. Il mondo propriamente umano, la terra, vedrà i segni classici di una guerra: sangue, fuoco e fumo. Il giorno del Signore sarà infatti il momento nel quale Dio si farà vicino al mondo umano in modo grandioso e manifesto, con una presenza che diverrà salvezza per gli uni e distruzione per gli altri. La salvezza è per il resto che invocherà il Dio di Israele, cioè gli israeliti chiamati alla salvezza. 
Il testo è citato da Pietro nel discorso di Pentecoste (At 2,16-21), quando la profezia di Gioele si adempie. Alcuni piccoli aggiustamenti operati da Luca suggeriscono il modo in cui egli applica il testo profetico all'esperienza dei discepoli. 
Sottolinea che si tratta dei giorni "ultimi" (v. 17), mentre Gioele dice genericamente "dopo questo" (v. 1). Aggiungendo la specificazione "miei/mie" a "servi/serve" (v. 18), introduce una distinzione tra gli israeliti e i discepoli (i "miei servi"), per sottolineare l'universalità dell'effusione; ripete nuovamente che questi servi "profeteranno" (Gioele lo dice una sola volta), intendendo mettere in risalto quanto accade ai discepoli il mattino di Pentecoste. Smorza il tono apocalittico, sottolineando il fatto che il giorno del Signore avviene con segni sulla terra (v. 19; cf. At 2,22.43; 4,16 etc.) e sopprimendo la menzione del giorno "terribile" (v. 20). Conclude la citazione sull'efficacia dell'invocazione del nome del Signore (tema caro a Luca, cf. At 2,38; 3,6.16 etc.), eliminando l'accenno ai "superstiti" e a Sion: l'universalismo è ancora accentuato. 
La discesa dello Spirito di Dio è passaggio dal vecchio al nuovo mondo. Nella ferialità della vita ecclesiale si vive già il "giorno del Signore", il tempo della realtà definitiva, anticipato nel dono dello Spirito. Grazie ad esso, la comunità di coloro che invocano il nome di Gesù come Signore diviene, "senza distinzione fra Giudeo e Greco" (Rm 10,12-13, dove Paolo cita il testo di Gioele 3,5) popolo di profeti. Attraverso la chiesa Cristo continua la sua missione profetica. Definitivamente abolita ogni discriminazione, ogni battezzato riceve la capacità di intuire in modo vivo e profondo la verità che salva e di testimoniarla, con le azioni ma anche con le parole, come Dio chiama ciascuno (cf. Lumen Gentium 35). 

giovedì 21 maggio 2009

Frankenstein, Prometeo moderno

Frankenstein, o il Prometeo moderno: il romanzo scritto dall'inglese Mary Shelley nel 1818 continua a mostrarsi fecondo. Ne ha tratto ispirazione Stefano Massini, che ha scritto e diretto l'omonimo allestimento andato in scena al teatro Fabbricone in prima assoluta dal 5 al 17 maggio 2009. Il compito di un adattamento teatrale si presentava assai complicato ed è stato ben svolto, prima di tutto grazie all'abbondante uso di proiezioni che hanno creato atmosfere suggestive e conferito centralità alla creatura del dottor Victor von Frankenstein, e al suo volto. La lettura di Massini si propone di privilegiare proprio tale punto di vista, consentendo una originale presa di visione della problematica vicenda dello scienziato illuminista proteso verso l'impossibile meta della vittoria sulla morte. "Riprovàte!", ripete ossessivamente il giovane Victor ai medici che gli annunziano l'inutilità di ulteriori sforzi nella cura della madre oramai morente: un grido che rappresenta il motore psicologico dell'intero dramma. Nessuna rassegnazione di fronte alla morte. Oramai non è più consentito dire: "abbiamo fatto il possibile". La famosa visione del profeta Ezechiele, che vede ossa aride tornare a sostenere corpi viventi, non sarà più l'emblema dell'esclusiva capacità divina di salvare un uomo oramai consegnato irrimediabilmente alla dissoluzione, e diviene manifesto della prometeica volontà di lottare vittoriosamente con la morte. Davvero essa è madre della creatura animata dalle scariche elettriche dello scienziato. La fuga dalla morte, il tentativo di porsi in qualche modo al di sopra di essa, è motore di tanta parte dell'attività umana, se non di tutta. Il parto messo in scena all'inizio, nel quale Victor viene alla luce, è parto di una vita che nasce per la morte, esso stesso risposta alla morte da parte del padre, desideroso di un "erede": continuare la propria vita nel figlio è la prima, naturale risposta alla consapevolezza di essere in vita solo per il momento. La morte è madre della vita di tutti. E se la vita è vista come un libro che si sfoglia più o meno lentamente, l'uomo sta sempre di fronte alla domanda: "e la pagina dopo?". In questo sfogliare, mosso dalla febbre dell'oltre e dal miraggio di una conoscenza che finalmente metta al sicuro, ci si fa però sempre più consapevoli che esistere non è ancora vivere. Possiamo prolungare la vita; ma possiamo darci la vita? Perciò la creatura rimprovera il suo creatore, in una trasparente metafora che chiama in causa Dio stesso e lo trascina davanti al tribunale dell'umana infelicità: "solo se fossi stato stupido avrei potuto dirti "grazie!". Evidente l'attualità di simili problematiche, quotidianamente evocate nelle cronache medico-scientifiche dalle magnifiche sorti e progressive. Su questo attira la nostra attenzione la vicenda andata in scena. Semmai, si può dire dello spettacolo che è un po' come la creatura, risultato delle membra sparse di uomini e storie diverse: prospettive diverse, spunti molteplici, suggesioni abbondanti, non trovano composizione in un quadro e una proposta unitaria di lettura. All'uscita lo spettatore si sente un po', come la creatura, smembrato e ricomposto in una sintesi tutt'altro che armoniosa.

mercoledì 20 maggio 2009

Terra e cielo

Un pensiero di S. Agostino, dall'ufficio delle letture della festa dell'Ascensione (Sermo 263/A, De Ascensione Domini, 1):

Cur non etiam nos ita laboramus in terris, ut per fidem, spem, caritatem, qua illi conectimur, iam cum illo requiescamus in caelis? Ille, cum ibi est, etiam nobiscum est; et nos, cum hic sumus, etiam cum illo sumus. Illud ipse et divinitate et potestate et dilectione; hoc autem nos, etsi divinitate non possumus sicut ipse, dilectione tamen possumus, sed in ipsum.

Perché anche noi, qui in terra, non ci adoperiamo a far sì che, per mezzo della fede, della speranza e della carità che ci uniscono a lui, già riposiamo con lui nei cieli? Cristo, pur essendo nei cieli, è anche con noi; e noi, pur stando qui in terra, siamo anche con lui. Egli lo può fare per la divinità, la potenza e l'amore; noi, anche se non possiamo farlo per la divinità come lui, tuttavia lo possiamo con l'amore, però in lui.

Esiste un legame tra noi sulla terra e Cristo in cielo, per il quale egli è sulla terra e noi in cielo. Dalla parte sua il legame è dato da: divinità, potere e amore; dalla nostra da: fede, speranza e amore.

sabato 16 maggio 2009

Servi o cavalieri

Wer dient, sagt: "Ich bin nicht für mein Behagen da, sondern für einen Menschen oder für eine Sache oder für eine Aufgabe". Und nun scheiden sich die Wege: Knechtsdienst oder Ritterdienst. Der Knecht dient, weil er Lohn will oder weil er gezwungen wird. Der Ritterliche dient, weil es einer großen Sache gilt, unabhängig von Vorteil und Zweck. Daß die Sache siege, das ist sein Wille. Er dient nicht gezwungen, sondern aus freier Hingabe.

Chi serve dice: "Non sono qui per il mio piacere, ma per una persona, per una cosa, per un compito". E ora le strade si dividono: servizio da servo o da cavaliere. Il servo serve per essere ricompensato o perché costretto. Il cavaliere perché c'è in gioco una grande causa, indipendentemente da vantaggio e interesse. Che la causa vinca, questo è il suo volere. Non serve costretto, ma per libera dedizione.

(Romano Guardini, Briefe über Selbstbildung - Lettere sull'autoformazione)

venerdì 8 maggio 2009

17 maggio 2009 - VI domenica di pasqua

Atti 10,25-27.34-35.44-48.
La lettura racconta un crocevia importante nel cammino del Vangelo: il momento in cui i pagani entrano nella Chiesa. L'incontro tra Pietro e Cornelio è preceduto da una laboriosa preparazione, della quale Dio si incarica sia presso Cornelio (10,1-8) che presso Pietro (10,9-23), rappresentanti dei due poli dai quali dovrà scoccare la nuova scintilla: i discepoli, portatori del Vangelo, e i pagani, di fronte ad esso ben disposti. Qui c'è già un messaggio: l'abbattimento della barriera che Dio ha costruito, la separazione d'Israele rispetto agli altri popoli, non può venire da altri che da Dio stesso. Non si tratta della personale iniziativa di nessuno, Pietro, Paolo o altri. Non è infatti un'abolizione ma un superamento; non implica la semplice distruzione dell'ordinamento precedente ma il suo compimento. Dio ha operato una scelta, una elezione: ha scelto Israele. Il fatto che "la salvezza venga dai giudei" (Gv 4,22) rimane perenne. Come mai Dio non si è rivolto direttamente a tutti i popoli? A prima vista sembrerebbe più logico: se destinatario della salvezza è ogni uomo, perché scegliere un popolo? 
L'universalismo cristiano può sembrarci oggi scontato. Pare banale dire che di fronte a Dio siamo tutti uguali, che lui "non fa preferenza di persone" (v. 34) e accoglie indistintamente tutti. A questa impressione si risponde anche facendo notare che proprio questo è un contributo cristiano passato, attraverso tante mediazioni, nel sentire comune. Inoltre, la nostra apertura alla famiglia umana è di solito più teorica che reale: quando si tratta di passare dal piano delle affermazioni astratte a quello della realtà concreta, l'apertura universale si scontra con una serie di chiusure e resistenze che rendono assai meno ovvio l'atteggiamento di Pietro e dei suoi. 
Ma la risposta più essenziale è un'altra. Una simile impressione di ovvietà nasce dall'ignoranza dell'"economia" divina, ovvero del modo di procedere di Dio in vista della salvezza: essa prevede sempre la diversità e la complementarietà dei ruoli. Paradigmatica in questo è la differenza sessuale. 
In un certo senso Dio non crea tutti uguali, tutti indistintamente interscambiabili. Questo non significa affatto che tutti non abbiano uguale dignità, che non siano ugualmente oggetto dell'amore di Dio. Ma imparzialità di Dio non è insignificanza dei cammini umani. Si ha spesso in mente una uguaglianza che livella. Dio vuole invece che nessuno possa salvarsi da solo, possa dirsi autosufficiente. Per questo esiste la differenza. A proposito del nostro problema possiamo dire: Israele ha bisogno, e lo avrà sempre, dei pagani; e i pagani hanno bisogno, e sempre lo avranno, d'Israele. Io mi salvo non da solo, ma attraverso l'altro. Imparzialità significa che tutti siamo uomini - "sono uomo come te", dice non a caso Pietro a Cornelio (v. 26), - e che Dio per tutti vuole la salvezza (cf. 1Tim 2,4); non significa per niente indistinzione e confusione. Sotto l'insistenza sull'uguaglianza tra gli uomini si cela spesso il completo disconoscimento delle differenze, causa ed effetto della massificazione e dell'individualismo (le due cose sembrano contrarie ma sono in realtà contigue: nella massa si è soli). La Chiesa stessa non è gruppo indistinto, dove tutti sono e fanno tutto, ma corpo ordinato e differenziato, dove tutti hanno pari dignità, ciascuno mantenendo la propria identità e differenza di fronte a Dio e agli altri. Questa è la vera uguaglianza. 
La pagina è dunque tutt'altro che scontata. Pietro, con la prima comunità giudeocristiana, ci mostra la sfida che la Chiesa continuamente è chiamata a raccogliere, tenendo dietro, a volte faticosamente, allo Spirito che nella storia irrompe a ricordarci l'amore di Dio per tutti e per ciascuno: trovare la salvezza nella comunione.

lunedì 4 maggio 2009

Il mondo futuro

Πρὸς οὖν τὸν ἐξ ἀναστάσεως βίον καταρτίζων ἡμᾶς ὁ Κύριος, τὴν εὐαγγελικὴν πᾶσαν ἐκτίθεται πολιτείαν, τὸ ἀόργητον, τὸ ἀνεξίκακον, τὸ φιληδονίας ἀῥῥύπωτον, τὸ ἀφιλάργυρον τοῦ τρόπου νομοθετῶν· ὥστε ἅπερ ὁ αἰὼν ἐκεῖνος κατὰ τὴν φύσιν κέκτηται, ταῦτα προλαβόντας ἡμᾶς ἐκ προαιρέσεως κατορθοῦν. Εἰ τοίνυν τις ὁριζόμενος εἴποι τὸ Εύαγγέλιον εἶναι τοῦ ἐξ ἀναστάσεως βίου προδιατύπωσιν, οὐκ ἄν μοι δοκῇ τοῦ προσήκοντος ἁμαρτεῖν.

Rendendoci atti a quella vita che nasce dalla risurrezione, il Signore ci propone tutto uno stile di vita evangelico, prescrivendo che non ci adiriamo, che siamo pazienti nelle avversità e puri dall'attaccamento ai piaceri e al denaro. In tal modo ciò che quel mondo possiede per natura, lo realizziamo in anticipo già qui con la nostra scelta. Se si volesse dare una sintesi, non mi sembrerebbe sbagliato dire: il Vangelo è prefigurazione della vita che scaturisce dalla risurrezione. (S. Basilio, Lo Spirito Santo 15,35)

Singolare che l'ultima frase ("Se si volesse...") sia stata eliminata nella lettura del breviario (IV settimana di pasqua, lunedi, ufficio delle letture): rappresenta infatti la sintesi - peraltro efficace - di quanto è stato detto. Προδιατύπωσις è predisposizione e prefigurazione. Chi vive il Vangelo si predispone al mondo futuro, e lo rappresenta già ora in modo articolato. 

venerdì 1 maggio 2009

10 maggio 2009 - V domenica di pasqua

Atti 9,26-31.
La lettura racconta i primi passi del cammino di Paolo dopo il battesimo, e l'ambiente nel quale egli li muove, la chiesa. La comunità cristiana è infatti sin dal primo momento del suo ingresso a Damasco la culla nella quale cresce il nuovo nato alla fede. 
La prima chiesa viene presentata come una comunità che vive un forte senso della presenza di Dio: timore di Dio e consolazione dello Spirito (v. 31, CEI: "conforto") dicono la percezione viva della presenza e dell'azione di Dio nella vita e nella crescita ecclesiale (cf. 2,43). Ma questo non si traduce affatto in un fanatismo esaltato: si tratta di una comunità che non cerca lo scontro, che non va in cerca del martirio, che persegue la pace. Tanto poco fatta di esaltati che inizialmente non ci si fida, si teme un inganno, tanto terribile era l'immagine di Saulo presso i discepoli. Paolo sperimenta in questa fase una doppia difficoltà: con i vecchi fratelli, che già subito a Damasco avevano tentato di ucciderlo e ora a Gerusalemme fanno altrettanto; e con i nuovi, che ancora non si fidano di lui. L'inserimento nella nuova realtà non è per niente facile. Ma lo Spirito del Risorto ancora una volta agisce, dando forza e coraggio a Barnaba, detto non per caso "figlio della consolazione" (4,36, CEI: "dell'esortazione"). Egli sa vedere in profondità, superare la paura e dare fiducia. La situazione si sblocca: Paolo si muove liberamente a Gerusalemme, ricominciando subito a fare quello che aveva fatto a Damasco, cioè parlare con "parresia" (vv. 27 e 28, CEI: "predicare con coraggio", "apertamente") nel nome di Gesù. Si manifesta subito la sua vocazione di grande evangelizzatore, la spinta irresistibile all'annunzio. Tuttavia anche questa vocazione, come molte altre, deve conoscere la fase della prova: per alcuni anni - non sappiamo di preciso quanti - egli dovrà stare nel silenzio, a Tarso. Di questi anni non sappiamo niente, ma certamente in questo nascondimento Paolo ripensa la sua esperienza e approfondisce la conoscenza del mistero di Cristo. Qui verrà a prenderlo, sbloccando ancora una volta la situazione, il figlio della consolazione, Barnaba (cf. 11,25), per condurlo ad Antiochia. La grande avventura missionaria dell'apostolo delle genti oramai può cominciare.
Una comunità, un discepolo. Il brano ci presenta in fondo l'interazione tra questi due aspetti: il cammino personale, non senza problemi, di Paolo, nel contesto di un cammino comunitario. Nemmeno il grande apostolo nasce e cresce senza la chiesa, senza Anania, Barnaba, e gli altri. A sua volta la comunità troverà in questo zelante fariseo "catturato da Cristo" (Fil 3,12) una delle sue colonne più poderose. 
Per ciascun battezzato luogo naturale per la crescita e la fruttificazione della fede battesimale è la comunità dei credenti, con le sue dinamiche umane e le sue difficoltà. Essa resta il luogo "del timore e della consolazione", nel quale Dio si mostra vivo e presente, e grazie al quale i semi della vocazione possono - con il libero e meditato sì personale - fruttificare in modo sovrabbondante.

venerdì 24 aprile 2009

3 maggio 2009 - IV domenica di pasqua

Atti 4,8-12.
"Salvezza" è un concetto aperto, concerne cioè molteplici livelli di significato. Per chi ha sete, salvezza è trovare acqua; per chi ha freddo una coperta; per chi è solo un amico; per chi è minacciato riuscire incolume; per chi ha un dubbio trovare un consiglio illuminante; per chi è in battaglia vincere; per chi è ammalato guarire; nell'errore è giungere alla verità; nell'odio approdare alla pace; nel peccato trovare perdono. C'è "salvezza" ogni volta che la vita sfugge alla morte e trionfa di essa. "Vita" e "morte" sono del resto anch'essi concetti aperti, spaziando dal livello più elementare e materiale a quello più alto e spirituale, dalla semplice buona salute alla vita buona, piena ed eterna.
Ogni uomo ha a che fare con una vita ben rappresentata dal mendicante storpio, della cui guarigione si chiede conto a Pietro e Giovanni: una situazione di debolezza, di infermità (v. 9). Possediamo una vita malferma, minacciata, gracile, limitata. Ognuno cerca di renderla forte e robusta, di trovare appunto salvezza e, come un costruttore, costruisce scegliendo, come pietre, certe cose, e scartandone specularmente altre. Ognuno è impegnato a fare discernimento, a trovare i giusti materiali. Sarà ovviamente particolarmente importante trovare solidi e robusti materiali per il fondamento. 
Quel Pietro che aveva tremato di fronte a una giovane del popolo (cf. Lc 22,56-57) è, insieme allo storpio guarito, un esempio assai eloquente del sorprendente risanamento operato dallo Spirito del Risorto ("colmato di Spirito Santo", v. 8), perché adesso proclama con coraggio di fronte ai capi e ai sapienti di Israele che il piano di Dio ("bisogna", CEI: "è stabilito", v. 12) è questo: la salvezza sta solamente in Gesù. "In nessun altro c'è salvezza" (v. 12) non significa tanto che tutto il resto non serve a niente, quanto piuttosto che tutto il resto deve il suo potere salvifico - nella misura in cui lo ha - alla salvezza operata da Cristo morto e risorto. Questa è il fondamento delle altre salvezze, e queste dipendono da quella. Perché solo questa è la "testa d'angolo" (v. 11) e non ce n'è altra. I mezzi della salvezza sono molti, il fondamento unico.
Il mistero pasquale arriva a tutti (cf. Gaudium et Spes 22; Ad Gentes 7). Si può anche non saperlo, nondimeno se ne beneficia, come si gode di molti influssi salutari senza saperlo, per esempio mediante il cibo. Chi lo sa, ed è il caso dei cristiani, è perciò stesso investito della missione di Gesù: "recare beneficio" (v. 9, cf. 10,38). Vero "benefattore" è chi, come Gesù e nel suo Spirito, in modi molteplici serve la vita (cf. Lc 22,25) risanandola. Servizio non piccolo né secondario è la definitiva chiarificazione del segreto della salvezza: la pasqua del Signore. Sta qui il fondamento più solido sul quale possiamo edificare la nostra vita.

venerdì 17 aprile 2009

26 aprile 2009 - III domenica di pasqua

Atti 3,13-15.17-19.
La lettura è parte del discorso (3,11-26) che Pietro tiene al popolo per spiegare il miracolo della guarigione dello storpio alla porta Bella del tempio (3,1-10). L'apostolo vuole rispondere alla implicita domanda (si fa esplicita solo in 4,7): "in virtù di quale potere lo storpio è stato risanato?". La risposta si trova al v. 16, omesso nella pericope liturgica: per la fede in Gesù. Perché questo Gesù è nella gloria di Dio, lo stesso Dio che gli israeliti adorano. Naturalmente a questo punto si deve rilevare una contraddizione stridente: voi adorate un Dio che ha in onore quel Gesù che avete invece rifiutato e ucciso. A lui, guida verso la vita nuova, di cui vi è prova vivente lo storpio risanato, avete preferito un assassino, un portatore di morte. Ma Dio si è servito della vostra ignoranza per realizzare il suo progetto. Voi infatti non vi siete resi conto di quanto avete fatto. Adesso però che tutto questo è chiaro, la contraddizione va risolta e l'ignoranza superata. Riconoscete Gesù come il santo e giusto, servo-figlio di Dio e Messia, e ristrutturate la vostra vita intorno alla nuova immagine di Dio che emerge dalla sua vicenda pasquale e dalla sua parola. 
E' evidente che questo invito è rivolto anche a noi. Fare il peccato è sempre scegliere morte al posto di vita. E persino nella nostra accoglienza della luce si annida sempre ancora un po' di tenebra: se continuiamo a camminare ancora un po' ce ne accorgiamo. Dobbiamo sapere che siamo sempre in qualche misura nell'ignoranza, e quindi oggetto di misericordia: "Padre, perdonali, perché non sanno quel che fanno" (Lc 23,34), riguarda tutti. Proprio questo apre uno spazio per la salvezza, perché se il nostro rifiuto fosse pienamente consapevole, allora la conversione sarebbe impossibile, e la perdizione definitiva, come è per i "prìncipi di questo mondo" (1Cor 2,8). Anch'essi si sono dimostrati infatti ignoranti, non hanno capito fino in fondo che cosa stava succedendo nella passione del Signore. Se l'avessero capito "non avrebbero crocifisso il Signore della gloria", perché in questo modo hanno operato la loro stessa detronizzazione. 
Come si vede, anche la loro ignoranza, come la nostra, è stata usata da Dio per perseguire il suo progetto di vita. Il male, prodotto dall'uomo o dagli spiriti maligni, non ha mai l'ultima parola. Esso viene inserito da Dio sempre in un più vasto quadro, che alla fine corrisponde al disegno concepito da nessun altro che da Dio. Il male, anche se si crede dominatore, è in realtà sempre dominato. Anche se si vuole ultimo, rimane penultimo. Questa è la grande meraviglia dell'azione di Dio, e rimane sua assoluta prerogativa. Noi non possiamo né dobbiamo fare altrettanto. Da parte nostra si tratta di accogliere e seguire la luce non appena e nella misura in cui si manifesta; e di sapere che siamo sempre un po' nell'ignoranza, quindi oggetto di misericordia e invitati a conversione. Il che diventa anche norma nei confronti del prossimo che sbaglia e non capisce: la longanimità che Dio dimostra con me la devo a mia volta usare con l'altro.

domenica 12 aprile 2009

19 aprile 2009, II domenica di pasqua

Atti 4,32-35.
Al centro letterario e teologico del quadro disegnato da Luca c'è la risurrezione del Signore. Essa è il motore di tutto il movimento prodotto nella comunità, attraverso due "cinghie di trasmissione": la testimonianza degli apostoli, resa con grande potenza, con parole e segni (cf. 2,43; 5,12); e la fede dei credenti, che di quella testimonianza è l'accoglienza. Tutto ciò infonde nella vita comunitaria un potente dinamismo di comunione, per il quale i credenti formano uno solo cuore e una sola anima. Si tratta evidentemente di una unità che ha molteplici espressioni. Il nostro passo ne evidenzia però una: la comunione nei beni materiali. In un quadro probabilmente un po' idealizzato, al bisogno di ciascuno corrisponde la capacità economica di ciascuno, per cui si verifica un fatto davvero clamoroso: la scomparsa dell'indigenza. Elemento che media tra bisogno e abbondanza sono gli apostoli, per la precisione i loro piedi, dove chi ha qualcosa lo depone perché sia distribuito secondo il bisogno. Dopo quella dell'annuncio, si presenta qui una seconda funzione del collegio apostolico: il governo.
La comunione descritta rappresenta la realizzazione, ma anche il superamento, di tanta predicazione dell'Antico Testamento che mirava a inculcare nel popolo di Dio il dovere della giustizia sociale e della cura dei poveri. Luca riecheggia inoltre alcune affermazioni della cultura ellenica, che metteva in risalto la piena comunione esistente tra gli amici. In tal modo viene messo in evidenza il fatto che la prassi della comunità cristiana, originata dalla risurrezione, corrisponde alle attese profonde sia di Israele che del mondo pagano, e al tempo stesso le supera. Perciò in effetti la comunità esercita un forte ascendente sul mondo circostante (se così si deve intendere la "grazia" di cui si parla al v. 33, CEI: "favore" - ma potrebbe essere anche la gratuità di Dio che trova espressione nella comunione ecclesiale): un tal modo di vivere è testimonianza assolutamente eloquente di autentica fraternità, e incontra immediatamente la simpatia di qualunque uomo, indipendentemente dalla sua cultura, lingua, religione, etc. 
La risurrezione del Signore segna la nascita di un popolo nuovo, il cui segno caratteristico è l'unità, la comunione. La Chiesa è una, perché in essa ciò che ciascuno è ed ha è a servizio della comunione. Questo è precisamente l'effetto della risurrezione: l'abbattimento di ogni barriera, di qualunque diaframma per il quale io mi metto a parte rispetto all'altro, e ritengo di poter provvedere alla mia vita al di fuori della comunione. Finché esiste qualcosa di esclusivamente mio, nel senso che è sottratto al bene comune, vissuto al di fuori di una prospettiva di fraternità, sono ancora nella morte; nella mia esperienza la risurrezione non si è ancora imposta pienamente. La vittoria sulla morte si attua e si traduce nella vittoria sull'illusione di poter perseguire la vita per conto proprio, senza il fratello. Il quadro seguente, l'episodio di Anania e Saffira (5,1-11), mostrerà fino a che punto sia letale questa illusione, il tentativo di tenere insieme vita e morte, vino nuovo in otri vecchi (cf. Lc 5,37-38).
Il giudizio è severo. Nessuno si sottragga alla concreta verifica del modo in cui dispone dei propri beni materiali: la luce nuova della risurrezione deve risplendere anche qui, e ben visibilmente.

giovedì 9 aprile 2009

Amore & morte

L'amore può morire, anzi deve. Perché ha da servirsi della morte per trionfare di essa.

sabato 28 marzo 2009

5 aprile 2009, domenica delle Palme

Come riflessione sulla Domenica delle Palme propongo questa parafrasi/sintesi della seconda lettura nell'ufficio delle letture, dal Discorso 9 (sulle Palme) di S. Andrea, vescovo a Creta dal 700 al 740 ca.:
Venite, andiamo incontro a Cristo, che si avvia liberamente verso la sua passione. Imitiamo coloro che gli andarono incontro, e facciamo di noi stessi, delle nostre vite, un mantello da stendere sulla sua strada. Questo non significa affatto essere calpestati e umiliati. Egli è mansueto, mite, umile: di fronte a questa sua umiltà noi ci inchiniamo. Riceviamo così in noi stessi colui che nessun luogo può contenere. Proprio nella comunione alla sua umiltà siamo sollevati fino al cielo. Sottomettiamo a lui non qualche cosa ma noi stessi, l'intimo. Ogni parte del nostro essere diventi come un ramo di palma che, insieme ai bambini della città santa, agitiamo festosi gridando: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».

lunedì 23 febbraio 2009

L'Anticristo

L'Anticristo mira a gestire ogni uomo sotto ogni aspetto, a creare una situazione in cui - dietro lo schermo del progresso - non si abbia più il controllo di niente, nemmeno delle cose più elementari, e si dipenda sempre più integralmente da una organizzazione impersonale.
A tal fine impiega - e piega - il potere politico, economico, ideologico.
E' dotato di straordinarie capacità tecnologiche e scientifiche.
Promette salvezza subito: attendere è indegno dell'uomo.
Persegue i propri obiettivi prospettando all'umanità la soluzione dei suoi problemi: è un filantropo. Ma filantropo di massa: non guarda al singolo, non ha riguardo per la persona, gli interessa solo la massa. Perciò non ha nemmeno rispetto per la vita. 
Cerca la pace, se necessario imponendola.
E' di larghe vedute, e quindi esige che si abbandoni ogni rigidità dogmatica. Perciò non tollera chi rifiuta di sistemare il proprio dio in una delle nicchie del Pantheon comune.
Cerca di sovvertire ogni tradizione, sempre troppo impastata di credenze arcaiche che inducono inutili contrapposizioni.
Incoraggia ogni uomo a sentirsi dio: dipendere da qualcun altro è rimanere nella vecchia minorità spirituale.
Fa amabilmente notare che il Cristo - come un canale che porta acqua - è solo via, mezzo, tramite di qualcosa d'altro. E ciò che conta è l'acqua, non il canale. I canali sono tanti, l'acqua è una. E la porta proprio lui: l'Anticristo.

mercoledì 18 febbraio 2009

Esistenza

Esistiamo per quel tanto che basta a rendersi conto di non esistere quasi.

lunedì 16 febbraio 2009

Passioni /2

Prima di continuare: teniamo presente che stiamo parlando di "passione" in senso negativo, come "vizio" o, biblicamente, come "idolatria". La passione si costruisce e si alimenta attraverso il pensiero passionale (loghismos, cogitatio), che possiamo definire come "rappresentazione (fantasia) di cose o persone ricercate come strumento di autosufficienza". Se infatti gli oggetti delle passioni sono vari, ciò che c'è sotto è una cosa sola: la volontà di trovare la vita in se stessi, l'ebbrezza del riuscire da soli, ossia la superbia. Ora, tale ebbrezza è possibile solo quando siamo sufficientemente gratificati, ossia quando godiamo senza soffrire. Un oggetto diventa quindi passionale quando serve a procurarsi un piacere e a fuggire un dolore. Possiamo anche dire: a perseguire la riuscita e evitare il fallimento. 
Nel pensiero passionale si distingue l'assalto, il semplice presentarsi della fantasia, che non dipende da noi e non è in sé colpevole, e il consenso, la sua accoglienza favorevole, il trovarci gusto (che c'è anche quando si tratta di un pensiero sgradevole) e dargli spazio. Questo processo termina nell'azione (comunque configurata, può essere anche puramente interiore), nella concreta attuazione della ricerca del piacere e/o della fuga dal dolore.
Con la ripetizione di questo processo si produce nella persona uno stato di tensione abituale verso qualcosa che appare strumento di riuscita o salvezza dal fallimento, appunto la passione.
Ogni pensiero passionale contiene però un'energia che viene in ultima istanza dal Maligno. Perciò compiacersene e accettarlo significa aprire le porte al cavallo di Troia, colmo di soldati nemici. Quando il nostro pensiero si mescola con la fantasia dell'assalto demoniaco trovandolo "gustoso", la nostra energia spirituale si mescola con quella degli spiriti maligni e si lascia intossicare dal suo veleno. La metafora del mangiare un frutto avvelenato calza benissimo (cf. Gen 3,6). Il cuore vive in uno stato contro natura, in un'atmosfera irrespirabile, sta male, si trova "arso di empietà dalla salsedine dei pensieri degli spiriti maligni" (Esichio, A Teodulo 50). Servendosi della nostra fantasia, cioè di rappresentazioni illusorie, Satana, illusionista per eccellenza, ci induce a farci esecutori della sua volontà, che è sempre volta in sostanza alla nostra morte; e ci introduce in un processo che di per sé tende - salvo forze in contrario - a porre tutta quanta la vita umana sotto l'influenza del Maligno e assimilarsi progressivamente a lui. La caratteristica dello spirito è sempre, infatti, la dinamicità: lo spirito, buono o cattiva che sia, non resta mai fermo, non "si accontenta" mai, ma tenderà a conquistare sempre più spazio fino a impadronirsi del tutto.

domenica 8 febbraio 2009

Passioni /1

"Passione" è qualcosa rispetto a cui sono passivo, che subisco; ciò che esercita su di me un influsso a cui non riesco a sottrarmi. Ora, il fatto di avere questa caratteristica è già di per sé il marchio di fabbrica del male. Perché ciò che è buono fa sempre appello alla mia libertà e mobilita le mie risorse. Ciò che è male cerca invece semplicemente di trascinarmi. Dio non saprebbe che farsene di trascinarmi, al demonio invece va benissimo. La passione dunque è sempre distruttiva. Essa si determina in base al suo oggetto (che in sé non è un male), e può manifestarsi negli eccessi opposti, che alla fine però sono comunque frutto di un rapporto scorretto con il suo oggetto, e dunque della stessa passione, p. es. avarizia e prodigalità. Quali sono gli oggetti delle passioni?
1. l'ego (superbia)
2. i beni materiali (avarizia)
3. il piacere sessuale (lussuria)
4. i beni altrui (invidia)
5. il cibo (gola)
6. la giustizia (ira)
7. la tranquillità (accidia).
Devo pertanto discernere, distinguere bene quello che mi asservisce e mi domina da quello che vivo in piena libertà. La libertà è solo apparente se non sono padrone di me stesso. L'autopossesso è uno dei frutti dello Spirito (enkrateia, continentia: Sir 18,29; Gal 5,23; 2Pt 1,6): non sono dominato da niente che annulli la mia libertà. Questa distinzione segnerà anche il confine tra quello che mi costruisce e quello che mi distrugge.

mercoledì 4 febbraio 2009

Discernimento degli spiriti

Ecco alcune parti della seconda lettura dell'ufficio delle letture di oggi, mercoledi della IV settimana del tempo ordinario. Se andiamo a leggerla sul breviario, ci troveremo qualcosa in più e qualcosa in meno, fatto dovuto ai tagli che la liturgia è solita ahimè fare. Inoltre si vedranno in alcuni punti sensibili differenze nella traduzione. Mi duole dirlo ma, ahimè bis, non è buona la traduzione che leggiamo sul breviario (almeno in questo caso).

Dai «Capitoli sulla perfezione spirituale» di Diadoco di Fotice

26. I lottatori devono cercare di conservare l'animo (dianoia) libero da interno turbamento, perché la mente (vous), discernendo i pensieri che le si affacciano, possa conservare nel santuario della memoria (mneme) quelli che sono buoni e mandati da Dio, e scacciare invece quelli che sono cattivi e suggeriti dal demonio. Anche il mare quando è perfettamente calmo permette ai pescatori una visibilità che arriva fino al fondo, di modo che i pesci non sfuggono al loro sguardo. Ma quando è sconvolto dai venti, nasconde con le onde torbide ciò che nella calma mostra chiaramente; e così rimangono infruttuosi tutti gli accorgimenti che usano i pescatori per catturare i pesci. Cosa che accade appunto alla mente contemplativa (nous theoretikos) quando - specialmente a motivo di un'ira ingiusta - la profondità (bythos) dell'anima (psyche) è sconvolta.

28. Soltanto allo Spirito Santo appartiene il compito di purificare la mente (nous): infatti se non entra quel forte per sopraffare il ladro, la preda non gli potrà essere tolta. E' necessario quindi che noi con la pace dell'anima (psyche) permettiamo allo Spirito Santo di riposare [in noi], ossia che teniamo sempre accesa in noi stessi la lucerna della conoscenza (gnosis), poiché mentre essa risplende nei magazzini dell'anima (psyche), non soltanto quegli attacchi amari e tenebrosi dei demoni vengono scoperti dalla mente (nous), ma vengono estenuati, perché colpiti da quella luce santa e gloriosa.
Per questo l'Apostolo raccomanda: «Non spegnete lo Spirito» (1 Ts 5,19), cioè non rattristate lo Spirito Santo facendo o pensando male, perché non siate privati di quel vittorioso splendore. In realtà non si spegne quel lume eterno e vivificante che è lo Spirito Santo, ma la sua tristezza, ossia il suo allontanamento, lascia la mente (nous) cupa e priva della luce della conoscenza.

venerdì 30 gennaio 2009

Così è (se vi pare)

Probabilmente anche quegli studenti delle superiori che hanno assistito allo spettacolo per “arruffianarsi con la professoressa” non si saranno poi così annoiati: la messa in scena di “Così è (se vi pare)” (Fabbricone, 21-25 gennaio 2009, regista Massimo Castri) – Pirandello non è autore lieve – è stata piacevole e molto scorrevole, il che è già un buon risultato. Il testo è troppo noto perché se ne debba qui richiamare la trama. La rappresentazione accenna a una struttura concentrica. Nell’anello esterno troviamo una festa di carnevale, cornice all’intera vicenda. Si tratta della vita “normale”, nella cui apparente solidità già la scenografia segnala alcune crepe. Nove porte e due specchi (deformanti) lasciano presagire un labirinto di cammini che si incrociano e di immagini differentemente riflesse che mai arriveranno a ricomporsi. Felicemente allusiva, la metafora del carnevale, nel presentare il tema, tipicamente pirandelliano, della maschera. Un terzetto costituito da marito, moglie e suocera viene a gettare nella costernazione questa gioconda borghesia, scompigliata dalla violazione delle convenzioni sociali. Siamo qui al secondo cerchio, ovvero le dinamiche esistenti in questa strana famiglia, ansiosamente indagate nell’intento di una riconduzione entro i limiti della “razionalità borghese”. Non vi è qui traccia dell’interpretazione – altrove suggerita da Castri – che vuole tali movimenti un camuffamento del tabù dell’incesto. Si rimane piuttosto fedeli alla linea maestra tracciata da Pirandello stesso: un “buco nero” che fatalmente risucchia ogni tentativo di lettura univoca. E proprio quello che dovrebbe essere l’intervento risolutivo, ossia la comparsa in scena della moglie, diventa suggello definitivo del fallimento, con quel decisivo "io sono colei che mi si crede" che, paradossalmente, segna il punto di arrivo e al tempo stesso il punto in cui tutto ricomincia da capo, e tutto come prima. Come se niente fosse accaduto e niente di diverso potesse nemmeno accadere. E’ il cerchio più interno e profondo di una discesa agl’inferi senza redenzione, che ricomincia daccapo, dal punto in cui era partita, come sembra suggerire anche la disposizione circolare degli attori intorno a colei che rappresenta la “Verità”, e la ripetizione della scena. Fino a quel momento il dramma si è mantenuto tutto sommato nei limiti del realismo; adesso però entra in scena un personaggio del tutto inverosimile, l’incarnazione di qualcosa che non c’è, o che è almeno del tutto cangiante e inafferrabile. In questo senso lo scioglimento dei nodi abilmente confezionati da Pirandello assomiglia molto alla comparsa del deus ex machina: qualcosa che ordinariamente è invisibile si lascia vedere; per poi tornare nel buio, non per questo meno reale e potente. Come un fantasma, apparenza che ciascuno vede e nessuno afferra. Questa è la verità. Se per voi va bene.

lunedì 26 gennaio 2009

I vizi capitali

Qualche giorno fa cercavo in rete un rapidissimo compendio sui vizi capitali. Insoddisfatto dei risultati, me lo sono fatto da me, eccolo:
1. Superbia. In senso ampio non è un vizio ma la radice di ogni vizio, in quanto è volontà di rendersi autonomi da Dio, cercando la vita senza (o contro) di lui.
In senso stretto è il desiderio sregolato di affermare la propria eccellenza e la superiorità del proprio ego. Ciò porta anche al desiderio esagerato di apprezzamento, lode, etc., cosa che nella tradizione orientale è un vizio a sé: la vanagloria.
2. Avarizia. Far consistere la propria vita nei beni materiali e, in generale, avere con essi un rapporto sbagliato (nota: anche la prodigalità rientra in questo vizio).
3. Lussuria (o fornicazione). Desiderio e ricerca del piacere sessuale fine a se stesso. Il suo imperativo è "tu devi possedere l'altro".
4. Invidia. Cattivo rapporto con i beni altrui (di ogni tipo), in forza del quale essi diventano motivo di ostilità nei confronti di chi li possiede.
5. Gola. Incapacità di dominio e distacco nei confronti del cibo, nella sua quantità e/o qualità.
6. Ira. Esagerata propensione ad aggredire chi viola (quella che secondo noi è) la giustizia.
7. Accidia. Inerzia, apatia, indifferenza nei confronti delle cose di Dio e delle questioni fondamentali dell'esistenza.

mercoledì 21 gennaio 2009

Le donne dell'Odissea

"Quando si diventa vecchi si commentano i grandi libri. Gli stessi che da giovani abbiamo provato a sviscerare. Non essendoci riusciti, ci abbiamo riprovato. Li abbiamo lasciati stare. Li abbiamo dimenticati. E ora sono qui di nuovo. Ce li siamo meritati con anni e anni di oblio. Ne contempliamo la magnificenza. Parliamo con loro. Adesso, pensiamo, dovremmo poter ricominciare a vivere per comprendere uno solo di questi libri" (E. Canetti, Die Fliegenpein Aufzeichnungen, 1992 [La tortura delle mosche]). E dunque riprendiamo in mano l'Odissea. Le sue donne.

1. Le Sirene
Le Sirene non sono donne, ma mezze donne: metà donne e metà uccello (o serpente, o pesce). Per tal motivo non le si può legare alla seduzione femminile, alla lusinga sensuale; ma piuttosto alla fascinazione del sapere, della conoscenza, dell'andare verso l'ignoto, del fare esperienza di tutto. Il loro canto ammaliatore:

Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,
ferma la nave, la nostra voce a sentire.
Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose...

Tuttavia, nella misura in cui sono anche donne, associano la donna a questa enigmatica dimensione di alterità. Odisseo non si tira indietro; ma sarà un'altra donna, Circe, a metterlo in guardia, suggerendogli il modo per ascoltare la loro fascinazione senza esserne distrutto:

Alle Sirene prima verrai, che gli uomini
stregano tutti, chi le avvicina.
Chi ignaro approda e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la sposa e i piccoli figli,
tornato a casa, festosi l'attorniano,
ma le Sirene col canto armonioso lo stregano,
sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri
umani marcenti; sull'ossa le carni si disfano.

Naturalmente non si tratta dell'allettamento della conoscenza in senso teoretico, mentale, il che non potrebbe essere rappresentato da questi esseri. Si tratta dell'in(de)finita espansione della consapevolezza dell'io, offerta non come risultato di una qualsivoglia ascesi o meta di cammino lungo e faticoso, ma come cosa nella quale ci si imbatte, come occasione da non perdere: frutto che è sufficiente cogliere, voce che basta seguire, fascino da assecondare. Ora, questo è sempre distruttivo, perché induce a privilegiare indebitamente la voce della sirena, sottraendo ogni attenzione ed energia al resto. E quella ebbrezza di sentirsi vivo, diverso, senza confini, si conclude nel rimanere stregati fino al punto di perdere le elementari nozioni di autodifesa. C'è chi, come i compagni, si tura gli orecchi e tira dritto. C'è chi ascolta e si schianta senza nemmeno porsi il problema. E c'è chi, come Odisseo, cerca di salvare capra e cavoli, ascoltare la voce senza distruggersi. Questo è possibile grazie alla sua agilità mentale: docilità nei confronti di rivelazioni che gli vengono da altri e considerazione del ruolo della società (i compagni lo tengono ben legato). Odisseo non varca quella fatale soglia del non sentire più se non la voce della sirena. Perché allora, egli lo sa, le sue ossa andrebbero a confondersi tra quelle dei molti altri venuti prima di lui.

2. Circe
La maga figlia del Sole e dell’Oceanina Perse è un personaggio difficile. Di solito la si presenta come l'ammaliatrice, la seduttrice che intrappola Odisseo (per un intero anno). Bisogna distinguere bene il suo atteggiamento nei confronti dei compagni (che è anche il suo iniziale atteggiamento verso Odisseo) da quello che poi tiene nei confronti di Odisseo. Nel primo caso è certo l'incantatrice; nel secondo no.
Circe non seduce propriamente le proprie vittime (che sembrano essere tutti uomini), non si concede e nemmeno si promette. Solo attira nella sua casa col canto, offre ospitalità; e poi mette al suo servizio, toglie dignità, fa animali, svilisce. E' la donna che non incontra nessuno, perché ancora prima, forte del proprio potere, sprezzante, lo ha demolito, confinato tra i mediocri, tanto più beffarda quanto più consapevole dell'ammirazione che suscita.
All'arrivo di Odisseo si comporta come sempre. Ma lui, istruito da Hermes, resiste al processo di degradazione: non si lascia misurare come mediocre, resiste, anzi l'assale, la minaccia. Il cambiamento in lei è repentino: piange, si offre. Da questo momento deporrà ogni intento ingannatorio, ogni lusinga. Odisseo ancora non si fida, le chiede un giuramento che prontamente lei gli fa. Libera i compagni dall'incantesimo, diventa la fidata guida e consigliera di Odisseo. Non è più la maga, ma la donna. E ama al punto da non tentare alcun inganno nemmeno per trattenere Odisseo. Sì, lo trattiene un anno, ma poi lo lascia libero. Anche da questo punto di vista appare di una consapevolezza superiore: sa che non può interrompere il viaggio verso Itaca. Alla fine resta sola, come quando si prendeva gioco dei suoi ospiti; ma oramai umanizzata, donna, non più dedita a demolire a priori l'uomo (maschio).

3. Calipso
La ninfa Calipso, figlia del titano Atlante, rappresenta la classica donna che si impossessa dell'uomo e pretende che stia chiuso nel suo (della donna) mondo. Non per nulla il suo nome significa "occultatrice" (da kalyptein, nascondere): e infatti con lei sulla scena Odisseo è sparito, finito ai margini della storia e del mondo.

Ei nell'isola intanto, ove Calipso
In cave grotte ripugnante il tiene,
Giorni oziosi e travagliosi mena.

Tutto è bloccato, tantevvero che occorre addirittura un consiglio degli dei, un intervento di Atena, un ordine di Zeus e un'ambasceria di Hermes, per rimettere in moto la situazione. Sull'isola di Ogigia non succede mai niente, il tempo è fermo, il povero Odisseo tutti i giorni va sullo scoglio più lontano a sospirare… Ma lei, niente: imperterrita, se lo tiene ben stretto per sette lunghi anni, giusto il tempo per farlo considerare oramai morto dai più. Si lamenta con Hermes che gli impone di lasciarlo libero, accusando gli dei di invidia: reazione da vera oca (che differenza rispetto a Circe!). E come argomento per dissuadere Odisseo dal proposito di intraprendere nuovamente la via del ritorno, non trova di meglio che ricordargli che lei è attraente quanto Penelope, anzi di più perché, essendo immortale, non invecchia.

Pur non cedere a lei né di statura
Mi vanto, né di volto; umana donna
Mal può con una dea, né le s'addice,
Di persona giostrare, o di sembianza.

Una delle donne che pensano e trattano gli uomini come se fossero in grado di apprezzare unicamente il loro corpo. Non per nulla è figlia di uno tutto muscoli e niente cervello.

4. Nausicaa
La principessa figlia di Alcinoo e Arete è un'adolescente. Si tratta di un personaggio chiaro, lineare, primaverile. Rappresenta l'amore sognato. Il suo rapporto con Odisseo non va oltre questo stadio, è sbilanciato, vissuto più che altro dalla sua parte: lui non sembra considerarla più di tanto, per più versi la situazione non lo permette.
Di fronte allo sconosciuto che compare sulla spiaggia all'improvviso, nudo e sporco, Nausicaa sembra guidata da un misterioso istinto:

Terribile apparve loro, era tutto imbrattato di salsedine. E fuggirono via, chi qua chi là, sulle spiagge dove più sporgevano dentro il mare. Sola restava la figlia di Alcinoo: Atena le mise in cuore ardimento e tolse dalle membra la paura. Rimase ferma di fronte a lui, si tratteneva.

Solo dopo che Odisseo ha ripreso il suo nobile aspetto Nausicaa acquista consapevolezza, e lo dice alle compagne:

Lo contemplava la fanciulla con meraviglia. E allora diceva fra le ancelle «Ascoltatemi, ancelle, voglio dire una cosa. Non senza il volere degli dei tutti che abitano l'Olimpo, quest'uomo arriva tra i Feaci divini. Prima, a dir il vero, mi sembrava fosse volgare; ora invece assomiglia agli dei che abitano l'ampio cielo. Oh, se potesse chiamarsi mio sposo un uomo così, e abitare quivi e qui gli piacesse rimanere con noi!

Curioso, poi il suo eccesso di zelo per la propria reputazione. Impone a Odisseo di non seguirla al suo rientro in città, altrimenti qualcuno potrebbe pensare male:

Chi è costui che segue Nausicaa? questo forestiero, bello e grande di statura? E dove lo trovò? Certo sarà il suo sposo. Forse è uno che si smarrì e lei lo raccolse premurosa dalla sua nave, uno degli uomini di lontano paese, poiché qui vicino non c'è nessuno. Oppure alle sue preghiere giunse un dio - oh, l'ha molto invocato - scendendo dal cielo ed essa se lo terrà per sempre. Meglio ancora se è andata lei a trovarsi un marito da un'altra parte. Certo questi qui nel paese li disprezza, i Feaci che la vogliono sposa, e sono in molti, e nobili.

Nausicaa è ancora molto centrata su se stessa, sulla sua immagine. Ma soprattutto - e questo mi sembra un tratto di fine psicologia da parte di Omero - proietta nella maldicenza altrui quello che essa stessa desidera, e trova il modo per fare una nascosta dichiarazione di amore e ammirazione, nonché per dire che in molti la chiedono. Il padre stesso riconoscerà più tardi che la sua preoccupazione è stata esagerata. Ma non era solo quello, no…
Tenerissimo e struggente il suo saluto allo straniero che per un istante l'ha fatta sognare e che oramai sta per partire:

E quando le ancelle lo ebbero lavato e unto di olio, gli misero indosso una tunica e un bel manto. Egli usciva dal bagno, andava in mezzo agli uomini bevitori di vino. E Nausicaa, la fanciulla che aveva dagli dei il dono della bellezza, si fermò presso lo stipite della porta, sul limitare della sala, e gli rivolgeva parole alate «Addio, forestiero! E anche quando sarai nella tua terra, ricordati di me. Io sono la prima a cui tu devi la salvezza.»

Ogni commento non può che appesantire questo insuperabile, delicato saluto, questo rimanere sulla soglia, nostalgia dell'amore che poteva essere e non è stato, sognato e svanito.

5. Penelope
Eccoci alla moglie di Odisseo, "la saggia Penelope". (Personalmente me la raffiguro in modo definitivo con il bel volto di Irene Papas.) Ella rappresenta il legame con il passato e il futuro di Odisseo, il legame con la terra dei padri e il figlio Telemaco. E se è esagerato dire che tutto il poema ha il suo fine nel ritorno a lei, sicuramente essa fa parte in modo integrante di questo telos (scopo) che è motore del viaggio di Odisseo. Risalta la differenza con i rapporti con Circe e Calipso, che sono entrambi "assoluti", cioè sciolti da ogni contesto, senza passato, senza futuro, senza relazioni "complementari", e quindi mutili e incompiuti. Per entrambe le cose Penelope lotta duramente: contro chi manda in rovina la casa (e i beni) e insidia il figlio. In questo la saggia Penelope è davvero affine, complice, sorella dell'astuto, scaltro, intelligente, abile, ingegnoso Odisseo: entrambi sono alle prese con difficoltà che li sovrastano e che riescono a superare grazie alla loro intelligenza e operosità (anche se senza il soccorso degli dei queste rimarrebbero insufficienti): la famosa tela di Penelope mai arriva al suo completamento.
Penelope è la donna che si è legata in modo profondo e duraturo con il suo sposo, in un legame di unicità per il quale le ripugna legarsi ad un altro; per questo è disposta a pagare l'alto prezzo della solitudine, e questa è l'altra sua grande lotta. In un certo senso si trova al polo opposto rispetto a Nausicaa: quanto quella si affacciava ingenuamente all'esperienza dell'amore, questa ne vive tutto lo spessore concreto e ne porta la pesantezza. Totalmente mortale, donna "normale" e non dea, proprio con il suo "rimetterci la vita" conferisce preziosità al suo amore, come né Circe né Calipso potevano fare.
Entrambi recando i segni del tempo e delle battaglie attraversate, Odisseo e Penelope insieme andranno sereni incontro alla vecchiaia, appoggiandosi l'uno all'altra, raccontandosi ancora tutto come in quella lunga notte che li vede per la prima volta insieme dopo vent'anni. Rimane quell'incognita ultima avventura di Odisseo quando, ancora una volta in viaggio, ancora una volta in mare, lo coglierà il sonno della morte.

domenica 18 gennaio 2009

Ascolto

Possiamo rettamente dire: "ascoltaci, Signore", solo se diciamo anche - e prima ancora -: "ti ascoltiamo, Signore".

martedì 13 gennaio 2009

Beethoven, An die Freude - Inno alla gioia

Beethoven ha usato il testo di un'ode di Schiller, con non piccoli adattamenti. Intanto ha composto un testo introduttivo, che veramente non è un granché, che recita:
O Freunde, nicht diese Töne!
Sondern laßt uns angenehmere
anstimmen, und freudenvollere!
Freude!
Amici, non questi suoni!
Intoniamone piuttosto altri,
più gradevoli e gioiosi!
Gioia!
L'esortazione a "cambiare musica" si riferisce alla musica che precede immediatamente, da qualcuno - piuttosto propenso a drammatizzare - chiamata "fanfara dell'orrore" e al recitativo (strumentale), i quali creano una tensione che domanda di essere risolta. Come nelle opere, negli oratori, etc… la tensione creata dal recitativo viene risolta nell'aria seguente, qui viene risolta nel dispiegarsi delle strofe dell'inno alla gioia.

Ed ecco la prima strofa:
Freude, schöner Götterfunken,
Tochter aus Elysium,
Wir betreten feuertrunken,
Himmlische, dein Heiligtum!
Deine Zauber binden wieder,
Was die Mode streng geteilt;
Alle Menschen werden Brüder,
Wo dein sanfter Flügel weilt.
Gioia, bella scintilla degli dei,
Figlia dell'Elisio,
noi penetriamo, ebbri di fuoco,
divina, nel tuo santuario.
I tuoi incanti riuniscono
quel che gli usi rigidamente divisero;
tutti gli uomini diventano fratelli
dove dimora la tua dolce ala.
Per ora non diciamo che cosa sia questa "gioia", che non è solo l'allegria dell'osteria (anche). Essa è qualcosa di divino ("figlia dell'Elisio") che affratella gli uomini, indipendentemente dalle loro culture, usanze, etc…: un'idea che Beethoven mette a più riprese in evidenza nel corso della composizione.

A questo punto Beethoven omette una strofa del testo di Schiller (la sposta in fondo) e passa alla 4 e 5 strofa, che formano insieme la seconda strofa del "rifacimento" beethoveniano:
Wem der große Wurf gelungen,
Eines Freundes Freund zu sein,
Wer ein holdes Weib errungen,
Mische seinen Jubel ein!
Ja - wer auch nur eine Seele
Sein nennt auf dem Erdenrund!
Und wer's nie gekonnt, der stehle
Weinend sich aus diesem Bund.
Chi riuscì nel gran colpo
d’esser amico di un amico,
chi conquistò una dolce donna,
condivida con noi l'esultanza!
Sì, chi abbia sia pure un’anima sola
che gli appartenga sulla terra!
E chi non vi riuscì mai, si allontani,
piangendo, da questa confraternita.
L'attenzione è qui posta sui rapporti interpersonali, amicizia e amore di coppia. Chi non è in grado di mantenere e apprezzare questi rapporti non può far parte della compagnia dei cultori della gioia.
A questo punto Beethoven omette una strofa (la sesta) del testo di Schiller. Leggiamola:
Was den großen Ring bewohnet,
Huldige der Sympathie!
Zu den Sternen leitet sie,
Wo der Unbekannte thronet.
Quello che abita il gran cerchio (del mondo)
inneggia alla simpatia!
Essa porta alle stelle,
dove troneggia lo Sconosciuto.
Una bella strofa, che è stata scartata da Beethoven probabilmente perché centrata su un concetto (la simpatia) che è filosofico e di non immediata comprensione per tutti. Ora, Beethoven vuole parlare proprio a tutti, intende lanciare un messaggio universale.

Eccoci alla terza strofa della composizione beethoveniana:
Freude trinken alle Wesen
An den Brüsten der Natur.
Alle Guten, alle Bösen
Folgen ihrer Rosenspur.
Küsse gab sie uns und Reben,
Einen Freund, geprüft im Tod;
Wollust ward dem Wurm gegeben,
Und der Cherub steht vor Gott.
Tutti gli esseri bevono gioia
dal seno della natura;
buoni e cattivi, tutti
seguono il suo sentiero di rose.
Baci ci diede, e viti,
ed un amico fedele sino alla morte;
la voluttà fu data al verme,
ma il Cherubino sta al cospetto di Dio.
Nella prima parte si parla della natura, che dispensa gioia a tutti gli esseri. Gioia è poi il vino e, ancora, l'amicizia (vera). Questa è la parte assegnata all'uomo; non la voluttà, che è del verme, né lo stare davanti a Dio, che è degli Angeli. Alle parole "Und der Cherub steht vor Gott" la musica vive un picco di tensione e rimane poi sospesa in aria. 

A questo punto, contrasto fortissimo, si sente il fagotto da solo, che introduce una marcetta militare ("marcia turca") sempre sul tema musicale dell'inno alla gioia. Una parte molto orecchiabile, veramente godibile e di immediato richiamo per tutti: il genere era molto popolare nella Vienna del tempo. La marcia si replica in sottofondo e Beethoven introduce il tema dell'"eroe" con le parole cantate dal tenore:
Froh, wie seine Sonnen fliegen
Durch des Himmels prächt'gen Plan,
Laufet Brüder, eure Bahn,
Freudig, wie ein Held zum Siegen.
E' gioioso come volano i suoi astri
attraverso la splendida distesa del cielo;
correte, fratelli, la vostra via,
lieti, come un eroe alla vittoria.
L'eroe è l'uomo che si solleva al di sopra della massa, dotato di capacità che lo rendono idoneo a svolgere una missione particolare nei confronti dell'umanità tutta. La sezione "eroica" è completata da un potentissimo intermezzo fugato, in cui la cifra beethoveniana risplende in piena luce ("musica da tempesta"), il cui tema riprende le prime note dell'inno alla gioia.

Segue una ripresa molto squillante e sonora della prima strofa ("Freude, schöner Götterfunken") che sfocia nel secondo grande polo concettuale della composizione: il tema della fraternità universale basata sull'intuizione di un padre comune, Dio. La musica cambia completamente, si fa più statica e intensa, religiosa:
Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!
Brüder - überm Sternenzelt
Muß ein lieber Vater wohnen.
Ihr stürzt nieder, Millionen?
Ahnest Du den Schöpfer, Welt?
Such' ihn überm Sternenzelt!
Über Sternen muß er wohnen.
Abbracciatevi, milioni!
Questo bacio al mondo intero!
Fratelli, oltre il manto delle stelle
deve abitare un Padre amoroso.
Cadete in ginocchio, milioni?
Mondo, intuisci il Creatore?
Cercalo oltre il manto delle stelle,
oltre le stelle deve abitare.
Questa strofa Beethoven la ottiene variando la disposizione originale di Schiller, dove "Seid umschlungen…" è la 3.a strofa e "Ihr stürzt nieder…" la 9.a. L'intento è chiaro: unificare questi testi in modo da creare un polo ben riconoscibile, in un'atmosfera coerente. E' anche da notare come la musica si faccia estatica e "siderale" quando il testo accenna alle stelle.
Dopo aver sviluppato questo tema, con un procedimento musicale ereditato dalla grande tradizione contrappuntistica barocca, Beethoven fa risuonare simultaneamente i due temi della gioia e della fraternità universale, proprio per sottolineare l'inscindibile nesso fra questi due elementi.
Un'ampia ripresa del tema della gioia, dove si intreccia il testo della prima e dell'ultima strofa, avvia la composizione verso la perorazione finale e la rutilante conclusione sulle parole "schöner Götterfunken".

"Gioia" è il motore dell'universo, lo slancio verso la vita e l'ordine del cosmo. Ecco due strofe di Schiller, escluse da Beethoven:
Freude heißt die starke Feder
In der ewigen Natur.
Freude, Freude treibt die Räder
In der großen Weltenuhr.
Blumen lockt sie aus den Keimen,
Sonnen aus dem Firmament,
Sphären rollt sie in den Räumen,
Die des Sehers Rohr nicht kennt.
"Gioia" si chiama la forte molla
che sta nella natura eterna.
Gioia, gioia aziona le ruote
nel grande meccanismo del mondo.
Essa attrae fuori i fiori dalle gemme,
gli astri dal firmamento,
conduce le stelle nello spazio,
che il canocchiale dell'osservatore non vede.
Beethoven sottolinea l'aspetto più propriamente umano: "gioia" è la risonanza nell'uomo della positività della vita in tutti i suoi aspetti, legata alla consapevolezza di una fraternità che lega ogni uomo all'altro in virtù di un comune Padre.
Grandioso capolavoro. Molti lo conoscono, pochi si preoccupano di capirlo.

venerdì 9 gennaio 2009

Perché ti agiti?

Circola in rete un bel testo di d. Dolindo Ruotolo, "atto di abbandono". Credo che sia un messaggio molto importante oggi; non avendo il testo originale e volendo trasporlo in linguaggio più attuale, invece di riprodurlo ho voluto parafrasarlo liberamente:

Perché ti agiti? Lascia a me la cura delle tue cose e troverai pace. Sappi che un atto di vero abbandono scioglie ogni nodo. 
Chiudi placidamente gli occhi dell'anima, distogli il pensiero dal tuo problema e lasciati portare da me.
Chiudi gli occhi e riposa nella fiducia, ci penso io: le situazioni più chiuse si apriranno.
Chiudi gli occhi e lasciami fare.
Làsciati andare, rilàssati e rimani con me.
Credi alla mia bontà e trova riposo in questo.
Se davvero ti affidi a me, smetti di arrovellarti e disperarti. 
Smetti di agitarti, dammi fiducia! 
Smetti di rimuginare, ragionare e sragionare: ti fai solo del male.
Smetti di voler risolvere a ogni costo con le tue risorse ciò che ti affligge. 
Smetti di pesare e soppesare tutto, di prevedere e prevenire tutto. 
Smetti! Che pena mi fai quando ti agiti!
Quando ti affidi a me, io posso agire; quando vuoi fare da te, ti lascio fare. 
Quando vuoi tutto valutare e scrutare, mi crei intralcio e non posso agire.
Quando pretendi che io segua le tue visuali, che sia solo un esecutore dei tuoi progetti già fatti... questo non è abbandono, questo mi blocca.
Fuggi il pensiero del futuro come una tentazione.
Per te è arduo vedere le trappole del Maligno: quando ti abbandoni a me le eviti tutte in un colpo.
Pensi che potrei lasciar cadere nel vuoto chi si butta nelle mie braccia? 
Pensi che potrei disinteressarmi di quanto mi viene affidato?
No, quello che mi affidi è come se fosse mio. 
Abbandona a me quanto hai di più prezioso.
Dimostrami coi fatti che credi nella mia onnipotenza e nel mio amore; e io provvederò a tutto.
La tua vita è al sicuro solo se la metti nelle mie mani: allora, vuoi tenerla per te?

giovedì 8 gennaio 2009

Una riflessione per i "single"

Recita il Talmud: "Nessun uomo può dormire solo in casa; chiunque dorme solo in casa sarà preso dai demoni". In effetti, credo che sia una condizione innaturale. Perciò chi è in tale situazione deve predisporsi a entrare nella notte con la preghiera. Il che, del resto, vale per tutti.

lunedì 5 gennaio 2009

Al presepe!

Nondum idonei sumus convivio Patris nostri, agnoscamus praesepe Domini nostri Iesu Christi ("non siamo ancora idonei al banchetto del Padre nostro: riconosciamo il presepe del Signore nostro Gesù Cristo"). Così Agostino termina uno dei suo sermoni natalizi (194,4.4, ufficio delle letture della feria del 5 gennaio). C'è un'allusione a Isaia 1,3: Cognovit bos possessorem suum, et asinus praesepe domini sui; Israel autem me non cognovit, et populus meus non intellexit ("il bue conosce il suo padrone e l'asino la mangiatoia del suo signore, ma Israele non mi ha conosciuto, il mio popolo non ha capito"). Siamo a buon punto se siamo al livello del bue e dell'asino, ossia comprendiamo dove sta il cibo: nella mangiatoia di Betlemme. E' questa la via per arrivare al banchetto della definitiva sazietà, che al momento è fuori portata. Puntare direttamente a quel banchetto è ignorante arroganza umana e impossibile scalata al cielo. Contro ogni gnosi, ogni volontà di salvezza attraverso l'elaborazione di proprie sofisticate vie, la fede cristiana ci riconduce sempre ai segni concreti che Dio offre a ogni uomo. Segni piccoli per i piccoli, per chi - come i Magi e i pastori - sa mettersi in cammino per cercare un bambino nella mangiatoia.

domenica 4 gennaio 2009

11 gennaio 2009, Battesimo del Signore

Isaia 55,1-11.
La profezia del Secondo Isaia volge oramai verso la sua conclusione, e il profeta, come un venditore ambulante, invita tutti quanti ad approfittare della sua offerta, incredibilmente vantaggiosa. Chi accoglie la parola profetica accoglie già da subito, fidandosi della promessa in essa proclamata, la speranza certa della liberazione dall'esilio. 
Chi saprà ascoltare, potrà finalmente rispondere alla domanda angosciata di Israele in esilio: l'alleanza è oramai finita? Dio si sente ancora il Dio di Israele? La disfatta della dinastia davidica significa che Dio non ritiene più di dover restare fedele alle sue promesse? La risposta del profeta è chiara, e anche inedita: Dio stabilisce una nuova alleanza, nella quale gli atti di amore gratuito dei quali Davide è stato oggetto saranno per tutto il popolo, e i favori assicurati a uno estesi a tutti. L'esilio dunque, invece di essere una battuta d'arresto o addirittura la fine del progetto di Dio, rappresenta un suo ulteriore progresso. 
Chi è sapiente sappia riconoscere che di fronte a Dio l'unico atteggiamento corretto è quello del povero che sa ricevere tutto gratis, sfuggendo alla multiforme e sempreverde illusione di un proprio "diritto" ai beni della salvezza.
All'uomo è richiesto di cercare Dio e invocarlo (v. 6); di abbandonare modi di fare e progetti (vie e pensieri) vecchi, nei quali non c'è pace (cf. 48,22) e ritornare al Signore grande nella misericordia (v. 7). Questo richiede che si prenda atto di una distanza immensa, paragonabile a quella tra cielo e terra, tra i modi di fare e di pensare di Dio e quelli dell'uomo.
La distanza sta precisamente in questo: che laddove l'uomo ritiene di essere oramai finito, lontano da Dio e abbandonato a se stesso, Dio gli annunzia – e gli domanda di credere – la propria vicinanza che salva (cf. 50,8). In tal modo si fa anche chiaro che cosa ci sia richiesto: attendere sempre di nuovo la salvezza da Dio, sempre ricominciare a sperarla e a chiederla; abbandonare ogni modo di pensare e di agire che a qualsiasi titolo renda impossibile la fiducia nella misericordia divina e l'accoglienza di ciò che essa, gratuitamente e per puro dono, mette a disposizione. Nel battesimo tutto ci è già stato donato, ma appunto perché tale dono possa dispiegarsi appieno nella nostra esistenza la chiamata battesimale ci chiede continuamente di «avere fame e sete», di «comprare senza denaro», e sempre di smettere di «spendere per ciò che non nutre» (cf. 55,1-2). Siamo nei pensieri terrestri ogni volta che non crediamo più possibile la liberazione; che diamo per definitivo il potere del male sulla (nostra) vita; che crediamo – e pretendiamo – di guadagnarci da noi la salvezza, di pagarla e doverla a noi stessi e ai nostri sforzi, invece che alla gratuità e al perdono di Dio. Siamo nelle vie terrestri ogni volta che agiamo di conseguenza. E qui si dispiega la vasta gamma dei comportamenti di morte, tutto quanto va contro l'esistenza battesimale.

giovedì 1 gennaio 2009

Pronti... attenti... via!

Parte questa nuova tappa, prosecuzione del cammino iniziato cinque anni fa con "Lo Zabaione"; cammino a zig-zag, certo, però non privo di una sua meta. Quale? Ma lo sapremo alla fine!