sabato 30 aprile 2016

Ascensione del Signore, ufficio delle letture

Per l'Ascensione LO propone i nn. 1 (completo) e 2 (parziale) di un sermone di Agostino (263/A). Riporto la conclusione del n. 2, omessa da LO, che completa l'argomentazione (traduzione NBA). Il n. 3 vuole poi rispondere a una obiezione dei Manichei, tesa a mostrare come Gesù non poteva essere asceso con il corpo. Il n. 4 è una digressione sul significato del numero 40.

Dai Discorsi di sant'Agostino, vescovo (sull'Ascensione del Signore, ed. A. Mai 98,1-2; PLS 2,494-495)

Ascensione del Signore (Discorso 263/A).
1. Oggi il Signore nostro Gesù Cristo è asceso al cielo: salga con lui anche il nostro cuore. Ascoltiamo le parole dell'Apostolo: "Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, dov'è Cristo, assiso alla destra di Dio: aspirate alle cose di lassù e non a quelle della terra" (Col 3,1-2). Come infatti egli è asceso al cielo ma non si è allontanato da noi, così anche noi siamo già lassù con lui, benché ancora non si sia realizzato nel nostro corpo quanto ci è stato promesso. Egli è stato già esaltato sopra i cieli; tuttavia sulla terra soffre ogni pena a cui noi, sue membra, siamo soggetti. Di ciò ha dato la prova quando gridò dall'alto: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" (At 9,4); "Ebbi fame e mi avete dato da mangiare" (Mt 25,35). Perché anche noi, qui in terra, non ci adoperiamo a far sì che, per mezzo della fede, della speranza e della carità che ci uniscono a lui, già riposiamo con lui nei cieli? Cristo, pur essendo nei cieli, è anche con noi; e noi, pur stando qui in terra, siamo anche con lui. Egli lo può fare per la divinità, la potenza e l'amore che ha; noi, anche se non possiamo farlo per la divinità come lui, tuttavia lo possiamo con l'amore, però in lui. Egli non abbandonò il cielo quando ne discese per venire a noi né si è allontanato da noi quando salì di nuovo al cielo. Che egli fosse in cielo mentre era anche qui sulla terra lo afferma lui stesso: "Nessuno - disse - è asceso al cielo se non chi è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo che è in cielo" (Gv 3,13). [Non disse: "Il Figlio dell'uomo che sarà in cielo", ma: "Il Figlio dell'uomo che è in cielo".
2. Che Cristo rimanga con noi anche quando è in cielo, ce lo ha promesso prima di salirvi, dicendo: "Ecco, io sono con voi sino alla fine dei secoli" (Mt 28,20). I nostri nomi sono lassù, perché egli ha detto: "Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti in cielo" (Lc 10,20); anche se ancora con i nostri corpi e le nostre fatiche pestiamo la terra e siamo pestati dalla terra. Ci radunerà di qui integralmente colui che possiede le primizie del nostro spirito (cf. Rm 8,23). Ma quando, dopo la risurrezione del nostro corpo, avremo cominciato a vivere nella gloria di Cristo, il nostro corpo non dimorerà più in mezzo a queste realtà mortali né su queste si riverserà il nostro affetto. Non dobbiamo pensare che per noi sia preclusa la perfetta dimora celeste degli angeli, per il fatto che Cristo ha detto: "Nessuno è asceso al cielo se non chi è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo che è in cielo" (Gv 3,13). Dicendo così sembra che solo a se stesso attribuisca questa possibilità, e che nessuno di noi la possa avere.] Ma ha parlato così a motivo dell'unità [che c'è tra noi e lui], perché egli è nostro capo e noi sue membra. Certo, nessuno se non lui [ascenderà in cielo], perché anche noi siamo lui, nel senso che egli è Figlio dell'uomo per noi e noi siamo figli di Dio per lui. Così dice infatti l'Apostolo: "Come il corpo è uno solo ed ha molte membra, ma tutte le sue membra, pur essendo molte, non sono che un corpo solo, così anche Cristo" (1Cor 12,12). Non ha detto: "Così Cristo", ma: "così anche Cristo". Cristo dunque è formato da varie membra, pur essendo un corpo solo. Discese dunque dal cielo per misericordia e vi ascese lui solo; noi siamo ascesi in lui per grazia. Per questo soltanto Cristo è disceso e soltanto Cristo è asceso; non nel senso che la dignità del capo si diluisca nel corpo, ma che l'unità del corpo non viene separata dal capo. [Non dice: "alle discendenze [di Abramo]", come se si trattasse di molte, ma come di una sola: "e alla tua discendenza" che è Cristo (Gal 3,16). Chiama Cristo discendenza di Abramo; e tuttavia lo stesso Apostolo disse: "Voi siete discendenza di Abramo" (Gal 3,29). Se dunque si parla non delle discendenze [di Abramo] come se si trattasse di molte, ma come di una sola; se questa discendenza di Abramo è Cristo; se anche noi siamo discendenza di Abramo: quando Cristo ascende in cielo, noi non veniamo separati da lui. Colui che è disceso dal cielo non ci rifiuta il cielo, ma in un certo qual senso grida: Siate mie membra se volete salire in cielo. Nel frattempo dunque rafforziamoci in questa fede, bramiamo questo con ogni desiderio. Pensiamo, ora qui in terra, che siamo già contati in cielo. Allora deporremo la carne mortale, ora deponiamo la vecchiezza del cuore. Facilmente il corpo sarà elevato nell'alto dei cieli se il peso dei peccati non opprime lo spirito.]

De Ascensione Domini.
1. Hodie Dominus noster Iesus Christus ascendit in caelum; ascendat cum illo cor nostrum. Audiamus Apostolum dicentem: Si consurrexistis cum Christo, quae sursum sunt sapite, ubi Christus est in dextera Dei sedens; quae sursum sunt quaerite, non quae super terram (Col 3,1-2). Sicut enim ille ascendit, nec recessit a nobis, sic et nos cum illo ibi iam sumus, quamvis nondum in corpore nostro factum sit quod promittitur nobis. Ille iam exaltatus est super caelos; patitur tamen in terris quicquid laborum nos tamquam eius membra sentimus. Cui rei testimonium perhibuit desuper clamans: Saule, Saule, quid me persequeris? (Act 9,4) Et: Esurivi, et dedistis mihi manducare (Mt 25,35). Cur non etiam nos ita laboramus in terris, ut per fidem, spem, caritatem, qua illi connectimur, iam cum illo requiescamus in caelis? Ille cum ibi est, etiam nobiscum est; et nos cum hic sumus, etiam cum illo sumus. Illud ipse et divinitate et potestate et dilectione; hoc autem nos, etsi divinitate non possumus sicut ipse, dilectione tamen possumus, sed in ipsum. Ille de caelo non recessit, cum ad nos inde descendit; nec a nobis recessit, cum in caelum rursus ascendit. Nam quia ibi erat cum hic esset, ita ipse testatur: Nemo, inquit, ascendit in caelum, nisi qui de caelo descendit, Filius hominis qui est in caelo (Io 3,13). [Non dixit: Filius hominis qui erit in caelo, sed: Filius hominis qui est in caelo.
2. Quod vero nobiscum est etiam cum ibi est, ante quam ascenderet hoc promisit dicens: Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem saeculi (Mt 28,20). Nos autem nominibus ibi sumus, quoniam ipse dixit: Gaudete, quia nomina vestra scripta sunt in caelo (Lc 10,20); quamvis a corporibus et laboribus conteramus terram, et conteramur a terra. Sed cum post resurrectionem corporis esse in eius gloria coeperimus, nec ista mortalia nostrum incolet corpus, nec in ista inclinabitur noster affectus; totus hinc colligit, qui primitias nostri spiritus tenet (cf. Rm 8,23). Neque enim propterea nobis desperanda est perfecta et angelica caelestis habitatio, quia dixit: Nemo ascendit in caelum, nisi qui de caelo descendit, Filius hominis qui est in caelo (Io 3,13); de solo enim se ipso videtur dixisse, quasi hoc nemo nostrum possit accipere;] sed dictum est propter unitatem, quia caput nostrum est, et nos corpus eius. Hoc ergo nemo nisi ipse, quia et nos ipse secundum id quod ipse filius hominis propter nos, et nos Dei filii propter ipsum. Ita quippe Apostolus dicit: Sicut enim corpus unum est, et membra habet multa; omnia autem corporis membra cum sint multa, unum est corpus, ita et Christus (1Cor 12,12). Non ait: ita Christus; sed ait: ita et Christus. Christus ergo membra multa, unum corpus. Descendit itaque de caelo per misericordiam, nec ascendit nisi ipse, cum et nos in ipso per gratiam. Ac per hoc non nisi Christus descendit, nec nisi Christus ascendit; non quod capitis dignitas confundatur in corpore, sed quod corporis unitas non separetur a capite. [Non enim dicit ex seminibus tamquam in multis, sed tamquam in uno, in semine tuo quod est Christus (Gal 3,16). Proinde Christum dicit semen Abrahae; et tamen idem ipse Apostolus: Vos ergo, inquit, Abrahae semen estis (Gal 3,29). Si ergo non in seminibus tamquam in multis, sed tamquam in uno: et hoc semen Abrahae, quod est Christus: et hoc semen Abrahae, quod sumus nos; cum ascendit in caelum, nos ab illo non separamur. Qui descendit de caelo, non nobis invidet caelum, sed quodammodo clamat: Mea membra estote, si ascendere vultis in caelum. Et hoc ipso interim roboremur, in hoc votis omnibus aestuemus; hoc meditemur in terris, quod computamur in caelis. Tunc exuturi carnem mortalitatis, nunc exuamus animi vetustatem: facile corpus levabitur in alta caelorum, si non premant spiritum sarcinae peccatorum.]

Il Cristo totale (Christus totus), capo e membra, trionfa in cielo e lotta in terra (cf. In Io. ev. tr. 21,8; En. in ps. 3,1,9; 55,3; Ep. 187,40; si veda anche la lettura agostiniana per la I domenica di quaresima qui). Se la nostra fatica terrena è vissuta in unione con Cristo mediante fede, speranza e carità, in essa è già possibile fare una certa anticipata esperienza del riposo ultimo. In virtù dell'unione con lui, la nostra vita sulla terra consente già una qualche esperienza del cielo, che pertanto viene a orientare e motivare il cammino terreno.

venerdì 22 aprile 2016

VI domenica di pasqua, ufficio delle letture

Il commento di Cirillo Alessandrino alla 2Cor è andato perso, come altre sue opere esegetiche. Ce ne sono arrivati soltanto alcuni frammenti attraverso le "catene", ovvero quei testi nei quali per ogni passo di un dato libro biblico si riportavano commenti di diversi autori. Per la VI domenica del tempo pasquale ci è proposto uno di questi frammenti, dove Cirillo commenta 2Cor 5,16-18:
«Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.» 
«Alla maniera umana»: così la versione CEI traduce κατὰ σάρκα, letteralmente «secondo la carne», in maniera carnale. Gran parte del discorso ruota attorno a questo, e Cirillo spiega come per «carne» intenda la debolezza e la corruzione della condizione umana. «Corruzione» in quanto la vita umana è sottoposta al potere della morte. Probabilmente egli ha presente Gal 6,8, dove Paolo lega carne e corruzione: «chi semina per la (o: nella) sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo (o: nello) Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna». LO cerca di spiegare a suo modo il concetto di carne, introducendo di sana pianta espressioni assenti nel testo:
LO: ... può dire con ragione di non conoscere alcuno secondo la carne, di sentirsi, cioè, fin d'ora partecipe della condizione del Cristo glorioso. ... Quando diciamo che nessuno è più nella carne intendiamo riferirci a quella condizione connaturale alla creatura umana che comprende, fra l'altro, la particolare caducità propria dei corpi.
Non sembrano espressioni felici: per i Padri la caducità non è inerente alla natura umana come tale, ma solo alla natura decaduta, ferita dal peccato.
Comunque sia, è interessante l'applicazione del discorso di Paolo (e Cirillo) alla questione del Gesù storico. Una volta che, per ipotesi, si fosse ricostruito con esattezza tutto il Gesù storico, fatti e detti, per filo e per segno, saremmo ancora a una conoscenza secondo la carne, salvificamente irrilevante: solo nella fede brilla a noi la luce trasformante del Logos e il potere della morte viene calpestato.

Dal Commento sulla Seconda Lettera ai Corinzi di san Cirillo di Alessandria, vescovo (5,5-6; PG 74,942-943)

{v. 5,15a} Coloro che hanno la caparra dello Spirito (cf. 2Cor 5,5) e sono ricchi della speranza della risurrezione, già afferrano le realtà attese come presenti e dicono: «sicché noi da ora non conosciamo più nessuno secondo la carne» (2Cor 5,16a); tutti siamo infatti spirituali e non nella corruzione della carne. [Penso che in queste espressioni chiami «carne» la corruzione della carne.] Poiché su noi è brillato l'Unigenito, veniamo trasformati a immagine del Logos onnivivificante. Come infatti sotto il regno del peccato eravamo incatenati nella morte, subentrata la giustizia in Cristo abbiamo scosso via la corruzione. Pertanto nessuno è nella carne, cioè nella debolezza della carne. Sulla base di altre espressioni, si può giustamente pensare alla corruzione.
{v. 5,16b} [Dopo aver affermato di non aver conosciuto nessuno secondo la carne, con un occhio ai pensieri fuori luogo di alcuni, aggiunge:] «e se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16b). Avrebbe ugualmente potuto dire: «il Verbo si è fatto carne e ha dimorato tra noi» (Gv 1,14), secondo la carne ha subito la morte per la vita di tutti, e così lo abbiamo conosciuto. Tuttavia, ora non lo conosciamo più così. Certo, è ancora nella carne - dopo tre giorni è tornato in vita - ma si trova presso il Padre nei cieli e dunque lo pensiamo al di sopra della carne. Morto una volta «non muore più, la morte non lo signoreggia oltre. In quanto è morto, è morto al peccato una volta per tutte; in quanto vive, vive per Dio» (Rm 6,8-9).
{v. 5,17} Se dunque egli con ciò è stato il principe della nostra vita (cf. At 3,15), dobbiamo necessariamente pensare che anche noi, che abbiamo seguito le sue orme, non siamo più nella carne, ma al di sopra della carne. Molto giustamente il beato Paolo aggiunge quindi: «Sicché se uno è in Cristo è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17). [E' vecchio il detto «terra sei e terra tornerai» (Gn 3,19); e anche quell'altro che si legge nel libro di Mosé: «Fin dalla giovinezza la mente dell'uomo è ben dedita al male» (Gn 8,21). E' vecchio inoltre quanto sta nella legge: dichiara tutto quanto sorpassato.] Siamo infatti giustificati dalla fede in Cristo ed è cessato l'effetto della maledizione. Riprese vita per noi colui che ha calpestato la forza della morte, e abbiamo conosciuto colui che veramente e per natura è Dio, al quale prestiamo culto in ispirito e verità (cf. Gv 4,23-24), per la mediazione del Figlio, che dal Padre nell'alto riversa le benedizioni sul mondo.
{v. 5,18} Perciò il beato Paolo aggiunge assai sapientemente: «Tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati a sé mediante Cristo» (2Cor 5,18a). E davvero non senza la volontà del Padre si realizzò il mistero dell'economia con la carne e il conseguente rinnovamento. [A ciò il mistagogo aggiunge che lo stesso Padre ci ha riconciliati a sé mediante Cristo, resi nemici i greci dall'errore politeista e i giudei dalla volontà di rimanere fermi alle ombre veterotestamentarie, senza accedere alla via del vero culto.] Mediante lui, infatti, abbiamo l'accesso, e «nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6), secondo quanto egli stesso afferma. Dunque «tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati a sé mediante Cristo, e ci ha conferito il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18).

Οἱ τὸν ἀῤῥαβῶνα τοῦ Πνεύματος ἔχοντες, καὶ τὴν τῆς ἀναστάσεως ἐλπίδα πεπλουτηκότες, τῶν ἔσεσθαι προσδοκωμένων ὡς ἐνεστηκότων ἤδη ἐπιδραττόμενοί φασιν Ὥστε ἡμεῖς ἀπὸ τοῦ νῦν οὐδένα οἴδαμεν κατὰ σάρκα, πάντες γάρ ἐσμεν πνευματικοὶ καὶ οὐκ ἐν φθορᾷ σαρκικῇ· [σάρκα γὰρ ἐν τούτοις, καθάπερ ἐγῷμαι, τὴν τῆς σαρκὸς ὀνομάζει φθοράν·] ἐπιλάμψαντος γὰρ ἡμῖν τοῦ Μονογενοῦς, μετεστοιχειώμεθα πρὸς τὸν τὰ πάντα ζωοποιοῦντα Λόγον. ὥσπερ γὰρ τοῖς τοῦ θανάτου δεσμοῖς ὑπεκείμεθα βασιλευούσης τῆς ἁμαρτίας, οὕτω τῆς ἐν Χριστῷ δικαιοσύνης εἰσκεκριμένης, ἀπεσεισάμεθα τὴν φθοράν· οὐδεὶς οὖν ἄρα ἐστὶν ἐν σαρκὶ, τουτέστιν ἐν ἀσθενείᾳ σαρκικῇ. καὶ πρός γε τῶν ἄλλων ἡ φθορὰ νοοῖτ’ ἂν εἰκότως·
[ἐπειδὴ δὲ ἔφη οὐδένα ἐγνωκέναι κατὰ σάρκα, προσεπάγει τὰς τινῶν ὑφορώμενος ἐκτόπους ἐννοίας]
Εἰ γὰρ καὶ ἐγνώκαμεν κατὰ σάρκα Χριστὸν ἀλλὰ νῦν οὐκ ἔτι γινώσκομεν. ὅμοιον ὡς εἴπερ ἕλοιτο λέγειν, γέγονε “σὰρξ ὁ Λόγος καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν”, καὶ τὸν ὑπὲρ τῆς ἁπάντων ζωῆς ὑπέστη θάνατον κατὰ σάρκα, καὶ οὕτως αὐτὸν ἐγνώκαμεν· πλὴν ἀπὸ τοῦ νῦν οὐκ ἔτι γινώσκομεν· εἰ γὰρ καὶ ἔστιν ἐν σαρκὶ, τριήμερος γὰρ ἀνεβίω καὶ ἔστι πρὸς τὸν ἐν τοῖς οὐρανοῖς Πατέρα, ἀλλ’ οὖν ὑπὲρ σάρκα νοεῖται· ἅπαξ γὰρ ἀποθανὼν “οὐκ ἔτι ἀποθνήσκει, θάνατος αὐτοῦ οὐκ ἔτι κυριεύει· ὃ γὰρ ἀπέθανεν, τῇ ἁμαρτίᾳ ἀπέθανεν ἐφάπαξ· ὃ δὲ ζῇ, ζῇ τῷ Θεῷ”. οὐκοῦν εἰ γέγονεν ἐν τούτοις ὁ τῆς ζωῆς ἡμῶν ἀρχηγὸς, πᾶσά πως ἀνάγκη καὶ ἡμᾶς αὐτοὺς τοῖς ἴχνεσιν αὐτοῦ κατακολουθήσαντας, οὐκ ἐν σαρκὶ μᾶλλον, ἀλλ’ ὑπὲρ σάρκα νοεῖσθαι. ὀρθῶς οὖν λίαν ὁ θεσπέσιος Παῦλος Ὥστε εἴ τις ἐν Χριστῷ καινὴ κτίσις φησὶ τὰ ἀρχαῖα παρῆλθεν, ἰδοὺ, γέγονε καινά·
[ἀρχαῖον μὲν γὰρ τό “Γῆ εἶ καὶ εἰς γῆν ἀπελεύσῃ·” καὶ μὴν καὶ ἐκεῖνο τὸ ἐν βίβλῳ Μωσέως “Ἐπιμελῶς γὰρ ἔγκειται ἡ διάνοια τοῦ ἀνθρώπου ἐπὶ τὰ πονηρὰ ἐκ νεότητος·” ἀρχαῖα δὲ πρὸς τούτοις καὶ τὰ ἐν νόμῳ· ταυτὶ δὴ πάντα παρελάσαι φησίν·]
δεδικαιώμεθα γὰρ διὰ πίστεως τῆς ἐν Χριστῷ, καὶ πέπαυται τῆς ἀρᾶς ἡ δύναμις· ἀνεβίω γὰρ ὑπὲρ ἡμῶν ὁ τοῦ θανάτου πατήσας τὸ κράτος, καὶ τὸν φύσει τε καὶ ἀληθῶς ὄντα Θεὸν ἐγνώκαμεν, τὴν ἐν πνεύματί τε καὶ ἀληθείᾳ πληροῦντες λατρείαν, μεσιτεύοντος τοῦ Υἱοῦ καὶ τὰς ἄνωθεν καὶ παρὰ Πατρὸς εὐλογίας τῷ κόσμῳ διδόντος· ὅθεν τοι καὶ μάλα σοφῶς ὁ θεσπέσιος Παῦλος Τὰ δὲ πάντα φησὶν ἐκ τοῦ Θεοῦ τοῦ καταλλάξαντος ἡμᾶς ἑαυτῷ διὰ Χριστοῦ. καὶ γάρ ἐστιν ἀληθῶς οὐκ ἀβούλητον τῷ Πατρὶ τῆς μετὰ σαρκὸς οἰκονομίας τὸ μυστήριον καὶ ἡ δι’ αὐτοῦ καινουργία.
[προσεπάγει δὲ τούτοις ὁ μυσταγωγὸς ὅτι αὐτὸς ὁ Πατὴρ ἡμᾶς ἑαυτῷ κατήλλαξεν διὰ Χριστοῦ, ἐκπεπολεμωμένους αὐτῷ διὰ τῆς εἰς πολύθεον πλάνης ἕλληνας, καὶ ἰουδαίους διά γε τοῦ βούλεσθαι ταῖς κατὰ νόμον προσπεπῆχθαι σκιαῖς, καὶ τὸν τῆς ἀληθοῦς λατρείας οὐ προσίεσθαι λόγον·]
δι’ αὐτοῦ γὰρ τὴν προσαγωγὴν ἐσχήκαμεν, καί “Οὐδεὶς ἔρχεται πρὸς τὸν Πατέρα, καθά φησιν αὐτὸς, εἰ μὴ δι’” αὐτοῦ. οὐκοῦν τὰ πάντα ἐκ τοῦ Θεοῦ τοῦ καταλλάξαντος ἡμᾶς διὰ Χριστοῦ καὶ δόντος ἡμῖν τὴν διακονίαν τῆς καταλλαγῆς.

giovedì 21 aprile 2016

Enrico IV

"Pazzia", parola vecchia, generica e maltrattata: tutto quanto esce dalle proprie visuali non è stato - ed è tuttora - etichettato come tale? Gesù stesso, e gli apostoli, non sono stati ritenuti pazzi? Più modernamente e tecnicamente diciamo: "malattia mentale". Rimane il fatto che pone da sempre grandi sfide. Non soltanto quelle legate alla possibilità di una terapia (questioni già ardue e spesso insolute - il personaggio del dottore "alienista" non fa qui gran figura), ma anche quelle che riguardano non soltanto i pazzi e chi li voglia curare, ma gli uomini tutti indistintamente. Se ogni anomalia reca implicita la domanda sulla regola, la pazzia pone la questione della normalità, la quale implica a sua volta almeno tre problemi enormi: la questione della mente (quando funziona bene?); la questione della realtà e della sua percezione (qual è la realtà?); la questione dell'identità (chi sono io? chi sei tu?). Sono le questioni intorno alle quali ruota questo dramma di grande fascino che è Enrico IV di Pirandello, andato in scena a Prato al Teatro Metastasio dal 14 al 17 aprile, per la regia e l'interpretazione di Franco Branciaroli. Classica l'opera, classica la rappresentazione e l'interpretazione, nel chiaro e riuscito intento di dar voce al fine dialettico Luigi Pirandello, che riesce a costruire una sottile trama, nella quale alla fine l'incauto spettatore si trova inestricabilmente impigliato. E così chi al principio si sentiva forte di sé e del proprio senso della realtà, si fa - almeno per un attimo - pensoso e addirittura incerto: tali solide certezze - prima fra tutte l'immagine mentale che ciascuno di noi ha di sé - davvero son fondate? O forse nel punto di vista del pazzo non si aprono scenari degni di considerazione, se non addirittura prossimi al sovraumano, al divino? Non dimentichiamo la "divina mania", l'invasamento nel quale in tante culture la divinità parla(va). Se poi non è così chiaro quale sia la realtà e la vita, non si potrebbe preferire, come il nostro Enrico, la follia? Almeno il pazzo ha - può avere -, come lui, qualche lucidità (forse l'unica possibile?), che lo porta ad identificare la propria pazzia come tale, e quindi a non calarsi completamente in essa. Non è ancor più pazzo chi invece prende se stesso e la propria vita con quella infinita serietà e drammaticità che affoga e affonda interamente in essa, precludendo così ogni possibilità di metter fuori la testa? Questioni non oziose, che hanno lasciato grandi impronte in filosofie e religioni. La meditazione buddista non ha l'obiettivo di decostruire l'ego, questa impalcatura illusoria che rinchiude nella infernale dialettica del desiderio e del dolore? E la stessa rivelazione cristiana non ci parla di Trinità, ossia di tre persone che sono uno? Misteri, sui quali l'arte vera, strappandoci alla balda superficialità dell'ego gestore e manipolatore (rappresentata dal Barone Tito Belcredi, che infine muore), fa bene a renderci pensosi. E un po' pazzi.

lunedì 18 aprile 2016

V domenica di pasqua, ufficio delle letture

Il sermone 53 di Massimo di Torino (così numerato in CCL, mentre in PL 57 è il n. 57) è centrato sul v. 24 del salmo 118 (117 nella Vulgata, e nella liturgia), salmo pasquale per eccellenza: Haec dies, quam fecit Dominus: exsultemus et laetemur in ea («questo è il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso»). Il giorno fatto dal Signore è la domenica della risurrezione. LO omette interamente il n. 3, che parla del sole, e questo non disturba. Al n. 2 è tagliata l'obiezione che dà origine a un lungo sviluppo: questo 'giorno' è terreno e pertanto non può riguardare gli inferi né il cielo. Con tre citazioni (Gv 1,9; Is 9,2; Sal 89,30) Massimo mostra invece come tutte e tre le dimensioni - cielo, terra, sotterra - siano illuminate da questa luce senza tramonto, e si sofferma in particolare a sviluppare l'idea di Cristo come «giorno del cielo». LO taglia le tre citazioni, nonché la successiva, di Sal 19,3 («il giorno al giorno nel trasmette la parola»), il che rende poco intelligibile il discorso sul Figlio che riceve luce dal Padre. LO conserva invece la citazione di Siracide 24,6a, che nella Vulgata (mantenuta nella Nova Vulgata) suona: Ego feci in caelis, ut oriretur lumen indeficiens (="Io [la sapienza] feci sorgere in cielo una luce indefettibile"). Il testo non si trova nel testo greco del Siracide, e Massimo lo cita in forma leggermente diversa, senza che cambi il senso: Ego feci, ut oriretur in coelo lumen indeficiens; con implicita identificazione tra la Sapienza e Cristo.

Dai Discorsi di san Massimo di Torino, vescovo (53,1-2.4; CCL 23,214-216)

1. [Non senza ragione, fratelli, oggi si legge questo salmo, nel quale il profeta dice che dobbiamo esultare e rallegrarci: il santo Davide invita tutte le creature a partecipare alla festa di questo giorno (cf. Sal 118,24). Oggi infatti la risurrezione di Cristo apre il Tartaro, grazie ai neofiti della Chiesa si rinnova la terra, per l'opera dello Spirito Santo il cielo si dischiude, il Tartaro, aperto, rende i morti, la terra, rinnovata, germina risorti, il cielo aperto accoglie quanti vi salgono. Per questo il buon malfattore sale in paradiso (cf. Lc 23,43), i corpi dei santi entrano nella città santa (cf. Mt 27,51-53), i morti tornano tra i vivi. Insomma tutto, per impulso della risurrezione del Cristo, si muove verso l'alto. Il Tartaro rende ai viventi quanti deteneva, la terra manda in cielo i sepolti, il cielo presenta al Signore quelli che accoglie. Con una medesima azione la passione del Salvatore trae dal profondo, innalza dalla terra e colloca nelle altezze. La risurrezione di Cristo è infatti vita per i morti, perdono per i peccatori, gloria per i santi. Tutte le creature dunque sono invitate dal santo Davide alla festa della risurrezione di Cristo, quando dice che bisogna esultare, ed allietarsi in questo giorno fatto dal Signore (cf. Sal 118,24).
2. (...) La luce di Cristo è giorno senza notte, giorno senza fine. Ovunque risplende, ovunque irradia, da nessuna parte si oscura. Che questo giorno sia Cristo stesso, lo dice l'Apostolo: «La notte è inoltrata, il giorno è vicino» (Rm 13,12). «La notte - dice - è inoltrata», non «viene in seguito», perché tu intenda che, al sopraggiungere della luce di Cristo, le tenebre del diavolo son messe in fuga e non segue il buio del peccato: da splendore perenne sono vinte le vecchie oscurità, e chiuso è il varco a ulteriori colpe.[La Scrittura attesta che questo giorno, Cristo, illumina cielo, terra e inferi. Che rifulga sulla terra, lo dice Giovanni: «Era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene nel mondo» (Gv 1,9). Che rifulga negli inferi, lo dice il profeta: «Per coloro che giacevano nella regione dell'ombra di morte è sorta una luce» (Is 9,2). Che codesto giorno permanga nei cieli, lo attesta David, dicendo: "Stabilirò per sempre il suo seme, e il suo trono come il giorno del cielo" (Sal 89,30). Chi è il giorno del cielo se non il Cristo Signore, del quale si dice per mezzo del Salmo: «Il giorno al giorno ne trasmette la parola» (Sal 19,3)?] Egli è il giorno-Figlio, al quale il giorno-Padre comunica il segreto della sua divinità. Egli è il giorno che per bocca di Salomone dice: «io feci sorgere in cielo un giorno indefettibile» (Sir 24,6). Come la notte non segue assolutamente il giorno del cielo, così alla giustizia donata da Cristo non segue tenebra di peccato. Sempre infatti il giorno del cielo splende, brilla e rifulge, senza che nessuna oscurità possa soffocarlo; cosí anche la luce di Cristo risplende, irradia e sfolgora, senza che nessun peccato la possa sopraffare, per cui l'evangelista Giovanni dice: «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,5).
(...)
4. Dunque, o fratelli, in questo santo giorno tutti dobbiamo esultare. Nessuno si sottragga alla comune letizia per la consapevolezza dei propri peccati, nessuno si distolga dalla preghiera comune per il peso delle colpe. Per quanto peccatore, non deve disperare in questo giorno, c'è infatti un precedente importante: se un malfattore ha meritato il paradiso, un cristiano non meriterebbe il perdono? [Se a quello il Signore perdonò sulla croce, molto piú perdonerà a questo risorgendo; se l'umiliazione della passione tanto perdonò a chi si riconosceva peccatore, quanto concederà la gloria della risurrezione a chi supplica? Lo sapete bene: si è meglio disposti a concedere favori nella gioia della vittoria che nella prigionia della servitù.]

1. [Non immerito, fratres, hodierna die psalmus hic legitur , in quo propheta exsultandum praecipit et laetandum; omnes enim creaturas ad huius diei festivitatem David sanctus invitat; nam in hac die] per resurrectionem Christi aperitur tartarum, per neophytos ecclesiae innovatur terra, coelum per sanctum Spiritum reseratur; apertum enim tartarum reddit mortuos, innovata terra germinat resurgentes, coelum reseratum suscipit ascendentes. Denique ascendit latro in paradisum, sanctorum corpora ingrediuntur in sanctam civitatem, ad vivos mortui revertuntur; et profectu quodam in resurrectione Christi ad altiora cuncta elementa se tollunt. Tartarum quos habet reddit ad superos, terra quos sepelit mittit ad coelum, coelum quos suscipit repraesentat ad Dominum; et una eademque operatione Salvatoris passio elevat de imis, suscitat de terrenis, collocat in excelsis. Resurrectio enim Christi defunctis est vita, peccatoribus venia, sanctis est gloria. Omnem ergo creaturam ad festivitatem resurrectionis Christi David sanctus invitat: ait enim exsultandum in hac die quam fecit Dominus et laetandum (cf. Ps 118,24).
2. [Sed dicit aliquis: «Si in die gratulandum est, his utique gratulandum est quos dies ipsa complectitur; caelum autem et tartarus extra huius mundi diem sunt constituta. Quomodo igitur possunt ea elementa ad festivitatem huius diei vocari, cuius diei ambitu non tenentur?» Sed hic dies quem fecit Dominus penetrat omnia, universa continet, caelum, terram tartarumque conplectitur. Lux enim Christi non parietibus obstruitur, non elementis dividitur, non tenebris obscuratur.]
Lux, inquam, Christi dies est sine nocte, dies sine fine; ubique splendet, ubique radiat, ubique non deficit. Quod autem iste dies Christus sit, Apostolus dicit: Nox praecessit, dies autem appropinquavit (Rm 13,12). Praecessit, inquit, nox, non sequitur: ut intelligas, superveniente Christi lumine, diaboli tenebras effugari, et peccatorum obscura non subsequi; et iugi splendore praeteritas caligines depelli, subrepentia delicta prohiberi.
[Nam quia hic dies Christus caelum, terram, tartarumque collustret Scriptura testatur. Quod enim super terram fulgeat, dicit Ioannes: Erat lux vera quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum (Io 1,9). Quod in inferno luceat, ait propheta: Qui sedebant in regione umbrae mortis, lux orta est illis (Is 9,2). Quod in caelis dies iste permaneat, refert David dicens: Ponam in saeculum saeculi semen eius, et sedem eius sicut dies coeli (Ps 89,30). Quis autem est dies coeli nisi Christus Dominus, de quo dicitur per prophetam: Dies diei eructat Verbum (Ps 19,3)?]
Ipse est enim dies Filius, cui Pater dies divinitatis suae eructat arcanum. Ipse, inquam, est dies qui ait per Salomonem: Ego feci, ut oriretur in coelo lumen indeficiens (Sir 24,6). Sicut ergo diem caeli nox omnino non sequitur, ita et Christi iustitiam peccatorum tenebrae non sequuntur. Semper enim dies caeli splendet, lucet et fulget, neque aliqua potest obscuritate concludi; ita et lumen Christi semper micat, radiat, coruscat, nec aliqua potest delictorum caligine comprehendi, unde ait evangelista Ioannes: Et lux in tenebris lucet, et tenebrae eam non comprehenderunt (Io 1,5).
(...)
4. Igitur, fratres, omnes in hac die sancta exsultare debemus. Nullus se a communi laetitia peccatorum conscientia subtrahat, nullus a publicis votis delictorum sarcina revocetur. Quamvis enim peccator, in hac die de indulgentia non debet desperare; est enim praerogativa non parva. Si enim latro paradisum meruit, cur non mereatur veniam christianus? [Et si illi Dominus cum crucifigitur miseretur, multo magis huic miserebitur, cum resurgit; et si passionis humilitas tantum praestitit confitenti, resurrectionis gloria quantum tribuet deprecanti? Largior enim ad praestandum solet esse, sicut ipsi scitis, laeta victoria quam addicta captivitas.]

Per riferirsi agli inferi, Massimo parla di «Tartaro»: nella mitologia greco-latina si trattava originariamente di una regione particolare del mondo infero, molto bassa, nella quale erano relegati non uomini ma esseri mitici come i Titani o i Ciclopi. Col tempo, questo nome è passato a indicare semplicemente il mondo dei morti (Ade), l’aldilà sotterraneo. La traduzione LO parla di inferno, il che non è molto felice, in quanto rischia di indurre una confusione tra il semplice mondo dei morti e il luogo proprio dei dannati. Inoltre LO traduce in modo a mio vedere erroneo, laddove dice: «L'inferno restituisce al paradiso quanti teneva prigionieri». In latino: Tartarum quos habet reddit ad superos. Superi significa quelli che stanno sulla terra, i viventi, contrapposto a inferi, quelli che stanno sotterra, i morti, come si vede bene dal triplice movimento che Massimo evidenzia: da sotto terra si sale sulla terra, dalla terra al cielo, dal cielo a Dio. E così, prosegue LO, «in virtù dell'unica ed identica passione del Signore l'anima risale dagli abissi, viene liberata dalla terra e collocata nei cieli». Il traduttore introduce l'anima, che non c'è nel testo, intendendo, a quanto pare, il tutto come un processo riguardante il singolo, il che non è certo ne pensiero di Massimo, che sta invece dipingendo un quadro cosmico. Non mi piace nemmeno la moralizzazione che LO opera qui: «Dice: 'avanzata'; non dice che debba ancora venire, per farti comprendere che quando Cristo ti illumina con la sua luce, devi allontanare da te le tenebre del diavolo, troncare l'oscura catena del peccato, dissipare con questa luce le caligini di un tempo e soffocare in te gli stimoli delittuosi». Dove, se si va a vedere il testo latino (o la traduzione), si trova che Massimo sta parlando all'indicativo (esprime una realtà) e non all'imperativo (dice quello che si deve fare). Infine, ingenua la traduzione di latro con «ladro» («se il ladro ha ottenuto il paradiso...»); meglio allora «ladrone», come LO all'inizio, che è quasi termine tecnico..., altrimenti: malfattore, delinquente.

venerdì 15 aprile 2016

Medea

Medea, di Seneca, regia di Paolo Magelli, Fabbricone, Prato, 5-10 aprile 2016.

Bello spettacolo, questa Medea di Magelli, e di grandissima attualità per questo tempo segnato da disgregazione familiare e troppo frequenti cronache di (ex) coniugi e figli uccisi, tempo di figli voluti ad ogni costo e figli rifiutati; di rapporti difficili tra maschile e femminile, tra popoli diversi, vicini e lontani, di mare che a un tempo unisce e separa, dà morte e dà vita. Mito inquietante e poliedrico, che ci trascina nelle molte facce dell'animo umano, di noi stessi; come tutti i miti che la mitologia classica ci ha consegnato, ma forse più di altri, come mostra la quantità di confronti, commenti e riletture che ha avuto. A dire il vero, la rilettura di Seneca risulta in ombra, o anche francamente sbeffeggiata. Non c'era da aspettarsi, da questo punto di vista, molto di diverso. Seneca è fondamentalmente un filosofo, e particolarmente un filosofo morale, ovvero uno che si pone la domanda sul bene e il male. Oggi si è portati quasi fatalmente a vedere la morale come elemento sovrastrutturale, fittizio, inautentico, magari creato dal potere a propria legittimazione. Di Seneca rimane l'impianto narrativo, certo suggestivo, esaltato dalla felice scenografia e dalla forza della musica. Altre letture vengono sovrapposte - o proposte, il mito è inesauribile - mediante tocchi di autori quali W. Reich e H. Müller, onde far emergere Medea dalla polvere dei libri e delle valutazioni morali. Suggestiva la scena conclusiva, dove il coro ricopre la protagonista con le ceneri del giudizio moralistico (a proposito di coro, i cui componenti nell'elenco dei personaggi sono detti "corifei": ma il corifeo non è il capo del coro? E i componenti non sono i "coreuti"?). Lo spettacolo, retto su una magistrale interpretazione di Valentina Banci, si vuole epifania di altre letture: una lettura politica (Medea ribelle al potere), suggerita anche dalla scelta di alcuni costumi primonovecenteschi (il periodo, caro a Magelli, dell'incubazione dei poteri totalitari) e soprattutto una lettura psicologica. La cosa non fa meraviglia, se è vero che la psicologia ha sostituito la riflessione morale e si presenta sempre di più - sotto mentite spoglie - con i caratteri della (nuova) religione: non si dimentichi che il mito nasce in connessione con la dimensione religiosa. Elemento importante appare il rapporto irrisolto tra Helios e Ecate, ovvero Sole (dalla cui stirpe Medea discende) e Luna (con la quale come maga ha un legame particolare), tra dimensione diurna e notturna. Qui sta il conflitto che infine esplode nella paradossale ma irrecusabile contiguità tra amore e odio. L'amore che produce morte è il più sconvolgente esempio di eterogenesi dei fini e l'amore che si tramuta in odio pone il più arduo dei problemi (morali). Viene in mente un'altra storia nella quale amore e morte sono legati, ma in tutt'altro rapporto: quella del Cristo crocifisso e risorto, che libera l'amore umano da ogni veleno di morte e asservimento alla pulsione distruttiva. E meno male che Gesù c'è.

venerdì 8 aprile 2016

IV domenica di pasqua, ufficio delle letture

Per questa domenica LO ci propone il commento di Gregorio Magno a Gv 10,11-16 (Homiliae in Evangelia 14). La prima parte dell'omelia, omessa, parla dei pastori e dei mercenari, mentre la seconda, con tagli segnalati dalle parentesi quadre, delle pecore. La traduzione italiana è di Ovidio Lari, EP 1968, che proprio in quell'anno fu nominato vescovo di Aosta.

Dalle Omelie sui Vangeli di san Gregorio Magno, papa (Om. 14,3-6; PL 76,1129-1130)

3. (...) [Ma il Signore, dopo aver denunciato le colpe del falso pastore, ci presenta ancora il modello, quasi lo stampo nel quale noi dobbiamo formarci; dice infatti:] «Io sono il buon Pastore». Poi aggiunge: «Io conosco - cioè amo - le mie pecore, e le mie pecore conoscono me». E' come se dicesse: le anime che mi amano, mi obbediscono, perché chi non ama la verità non la conosce ancora.

4. Ora che avete udito, fratelli carissimi, il pericolo in cui siamo noi pastori d'anime, pensate a scoprire nelle parole del Signore anche i pericoli che correte voi. Domandatevi se siete le sue pecore, domandatevi se lo conoscete, domandatevi se possedete la luce della verità. Dico possedere la luce della verità, non solo per fede, ma anche per amore; non solo credendo, ma anche operando. Infatti, lo stesso Giovanni evangelista, che ci ha lasciato la pagina del Vangelo odierno, ci assicura che «colui il quale dice di conoscere Dio, e poi non osserva i suoi comandamenti, è un bugiardo» (1Gv 2,4). Per questo, nel Vangelo, il Signore aggiunge: «Come il Padre conosce me, così io conosco il Padre, e per le mie pecore do la mia vita».
E' come se dicesse: da questo si dimostra chiaramente che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre: dal fatto che offro la mia vita per le mie pecore. In altre parole: dall'amore con cui mi offro alla morte per le mie pecore, si può arguire quanto sia grande il mio amore per il Padre.
[Ma siccome il Signore era venuto per redimere tutti, non solo gli Ebrei, ma anche i gentili, il Vangelo prosegue: «Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche quelle bisogna che io guidi; e daranno ascolto alla mia voce, sicché si avrà un solo gregge e un solo pastore».
Quando il Signore diceva di voler guidare e chiamare anche altre pecore, prevedeva la nostra redenzione: noi, infatti, proveniamo dal paganesimo. Questo, fratelli miei, vedete che si avvera ogni giorno; questo vedete già avverato dopo che i pagani sono riconciliati con Dio.
Dio ha fatto di due greggi un gregge solo quando ha riunito nella sua fede il popolo ebreo e quello pagano. Ascoltiamo come lo afferma san Paolo: «Egli è la nostra pace, colui che ha uniti i due in un sol popolo» (Ef 2,14).
Quando Dio chiama da ogni nazione i semplici alla, vita eterna, conduce le pecore al suo gregge.]

5. Sempre parlando delle sue pecore il Redentore divino dice: «Le mie pecore ascoltano la mia voce ; e io le conosco, ed esse mi seguono. Anzi, io dò loro la vita eterna» (Gv 10,27).
Sempre sullo stesso tema poco avanti aveva detto: «Io sono la porta. Chi per me passerà, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascoli» (Gv 10,9). Entrerà alla fede; uscirà, cioè passerà dalla fede oscura alla visione chiara; troverà i pascoli nel convito eterno.
Le sue pecore troveranno i pascoli perché chiunque segue Gesù con cuore semplice, è nutrito con il cibo dei campi eterni. E quali sono i pascoli di queste pecore, se non le gioie spirituali del paradiso nel quale la primavera è eterna? Pascolo degli eletti è il volto sempre presente di Dio che, contemplato senza intermissione, sazia l'anima con un cibo che non viene mai meno.
[Nei pascoli celesti godono di eterna sazietà tutti coloro che sono sfuggiti ai lacci dei piaceri mondani. Là i cori degli angeli cantano inni, là è l'accolta dei cittadini celesti, là si celebra la dolce solennità di coloro che tornano dalla triste fatica di questo pellegrinaggio terrestre, là i cori dei profeti che videro lontano, là lo stuolo degli apostoli assisi a giudicare, là un esercito innumerevole di martiri vittoriosi. E questo stuolo tanto più sarà lieto quanto più nella presente vita fu afflitto.
Là sarà premiata la costanza dei confessori che si vedranno così consolati; là gli uomini fedeli che non si lasciarono ritrarre dalla loro fortezza virile per le blandizie del mondo presente; là quelle sante donne che insieme con il mondo vinsero pure la loro naturale debolezza; là i fanciulli che sulla terra vissero in modo assai superiore alla loro età; là i vecchi che quantunque indeboliti dagli anni non tralasciarono di agire fortemente.]

6. Cerchiamo, dunque, fratelli carissimi, questi pascoli nei quali ci sarà dato di godere in compagnia di tanti concittadini nostri. La stessa gioia di quei beati ci sia di invito.
[Se da qualche parte si facesse un mercato; se il popolo accorresse perché è stata data notizia della dedicazione di una chiesa, sono certo che ci affretteremmo per ritrovarci insieme e ciascuno si studierebbe di essere presente e si riterrebbe colpito da grave disgrazia se non potesse partecipare alla gioia comune.
Ecco, tra i cittadini del cielo si fa festa. Tutti si trovano insieme e ognuno gode della gioia dell'altro. Noi, tuttavia, tiepidi amanti della gioia eterna, non ci accendiamo di desiderio, non cerchiamo di essere presenti a una festa così bella. Siamo senza gioia e stiamo contenti!]
Accendiamo, dunque, gli animi nostri, fratelli carissimi; si riaccenda la fede in quel che abbiamo creduto, arda il nostro desiderio per le cose celesti. Amare così il cielo, è già andarci.
Nessuna avversità ci distolga dalla gioia della nostra festa spirituale. Quando uno desidera andare in un luogo che si è scelto, non c'è asprezza di cammino che gli faccia mutare proposito. Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perché è un viaggiatore sciocco quello che dimentica la meta a cui tende per aver trovato lungo il cammino un prato fiorito.
[L'anima nostra aspiri con tutte le sue forze alla patria celeste, niente cerchi in questo mondo che - lo sappiamo bene - dovremo lasciare ben presto. Se saremo veramente pecore del Pastore celeste, non ci fermeremo a strappare qualche gioia che offre la via, e saremo alla fine saziati nei pascoli eterni.]

Habita ad populum in basilica beati Petri apostoli, Dominica secunda post Pascha.

3. (...) [Sed quia Redemptor noster culpas ficti pastoris innotuit iterum formam cui debeamus imprimi ostendit, dicens:] Ego sum Pastor bonus. Atque subiungit: Et cognosco oves meas, hoc est diligo, et cognoscunt me meae. Ac si patenter dicat: Diligentes obsequuntur. Qui enim veritatem non diligit, adhuc minime cognovit.

4. Quia ergo audistis, fratres charissimi, periculum nostrum, pensate in verbis dominicis etiam periculum vestrum. Videte si oves eius estis, videte si eum cognoscitis, videte si lumen veritatis scitis. Scitis autem dico, non per fidem, sed per amorem. Scitis dico, non ex credulitate, sed ex operatione. Nam idem ipse qui hoc loquitur Ioannes evangelista testatur, dicens: Qui dicit se nosse Deum, et mandata eius non custodit, mendax est (1Io 2,4). Unde et in hoc loco Dominus protinus subdit: Sicut novit me Pater, et ego agnosco Patrem, et animam meam pono pro ovibus meis. Ac si aperte dicat: In hoc constat quia et ego agnosco Patrem, et cognoscor a Patre, quia animam meam pono pro ovibus meis; id est, ea charitate qua pro ovibus morior quantum Patrem diligam ostendo.
[Quia vero non solum Iudaeam, sed etiam gentilitatem redimere venerat, adiungit: Et alias oves habeo quae non sunt ex hoc ovili, et illas oportet me adducere, et vocem meam audient, et fiet unum ovile et unus pastor. Redemptionem nostram, qui ex gentili populo venimus, Dominus aspexerat cum se adducere et alias oves dicebat. Hoc quotidie fieri, fratres, aspicitis, hoc reconciliatis gentibus factum hodie videtis. Quasi enim ex duobus gregibus unum ovile efficit, quia Iudaicum et gentilem populum in sua fide coniungit, Paulo attestante, qui ait: Ipse est pax nostra, qui fecit utraque unum (Eph 2,14). Dum enim ad aeternam vitam ex utraque natione simplices eligit, ad ovile proprium oves deducit.]

5. De quibus profecto ovibus rursum dicit: Oves meae vocem meam audiunt, et ego cognosco eas, et sequuntur me, et ego vitam aeternam do eis (Io 10,27). De quibus et paulo superius dicit: Per me si quis introierit, salvabitur, et ingredietur, et egredietur, et pascua inveniet (Io 10,9). Ingredietur quippe ad fidem, egredietur vero a fide ad speciem, a credulitate ad contemplationem, pascua autem inveniet in aeterna refectione. Oves ergo eius pascua inveniunt, quia quisquis illum corde simplici sequitur, aeternae viriditatis pabulo nutritur. Quae autem sunt istarum ovium pascua, nisi interna gaudia semper virentis paradisi? Pascua namque electorum sunt vultus praesens Dei, qui dum sine defectu conspicitur, sine fine mens vitae cibo satiatur.
[In istis pascuis de aeternitatis satietate laetati sunt qui iam laqueos voluptuosae temporalitatis evaserunt. Ibi hymnidici angelorum chori, ibi societas supernorum civium. Ibi dulcis solemnitas a peregrinationis huius tristi labore redeuntium. Ibi providi prophetarum chori, ibi iudex apostolorum numerus, ibi innumerabilium martyrum victor exercitus, tanto illic laetior, quanto hic durius afflictus; ibi confessorum constantia, praemii sui perceptione consolata; ibi fideles viri quos a virilitatis suae robore voluptas saeculi emollire non potuit; ibi sanctae mulieres quae cum saeculo et sexum vicerunt; ibi pueri qui hic annos suos moribus transcenderunt; ibi senes quos hic et aetas debiles reddidit, et virtus operis non reliquit.]

6. Quaeramus ergo, fratres charissimi, haec pascua, in quibus cum tantorum civium solemnitate gaudeamus. Ipsa nos laetantium festivitas invitet.
[Certe sicubi populus nundinas celebraret, si ad alicuius Ecclesiae dedicationem denuntiata solemnitate concurreret, festinaremus omnes simul inveniri, et interesse unusquisque satageret, gravi se damno afflictum crederet si solemnitatem communis laetitiae non videret. Ecce in coelestibus electorum civium laetitia agitur, vicissim de se omnes in suo conventu gratulantur, et tamen nos, ab amore aeternitatis tepidi, nullo desiderio ardemus, interesse tantae solemnitati non quaerimus, privamur gaudiis, et laeti sumus.]
Accendamus ergo animum, fratres, recalescat fides in id quod credidit, inardescant ad superna nostra desideria, et sic amare iam ire est. Ab internae solemnitatis gaudio nulla nos adversitas revocet, quia et si quis ad locum propositum ire desiderat, eius desiderium quaelibet viae asperitas non immutat. Nulla nos prosperitas blandiens seducat, quia stultus viator est, qui in itinere amoena prata conspiciens, obliviscitur ire quo tendebat.
[Toto ergo desiderio ad supernam patriam animus anhelet, nil in hoc mundo appetat, quod constat quia citius relinquat, ut si coelestis Pastoris veraciter oves sumus, quia in viae delectatione non figimur aeternis pascuis in perventione satiemur.]

Mi duole osservare che la traduzione LO, spesso molto libera, non raramente più parafrasi che traduzione, è in un punto cruciale francamente sbagliata o per lo meno fuorviante. Scrive Gregorio: Et cognosco oves meas, hoc est diligo, et cognoscunt me meae. Ac si patenter dicat: Diligentes obsequuntur. Qui enim veritatem non diligit, adhuc minime cognovit. Così traduce Lari: '«Io conosco - cioè amo - le mie pecore, e le mie pecore conoscono me». E' come se dicesse: le anime che mi amano, mi obbediscono, perché chi non ama la verità non la conosce ancora'. Così LO: '«conosco le mie pecore», cioè le amo, «e le mie pecore conoscono me». Come a dire apertamente: corrispondono all'amore di chi le ama. La conoscenza precede sempre l'amore della verità'. Il lettore del breviario è indotto a pensare che Gregorio intenda insistere sul (primato del)la conoscenza, che appunto 'precede sempre l'amore'. Mentre qui il papa, è l'idea centrale, insiste sul fatto che la conoscenza (la fede) non basta, occorre l'amore. Si obbedisce al pastore, si ascolta la sua voce e la si riconosce, lo si segue effettivamente soltanto se si è nell'amore. Si conosce la verità soltanto amandola. Il fatto che la conoscenza preceda l'amore è cosa che qui non interessa minimamente.
Anche questo "corrispondono all'amore di chi le ama" lo trovo più che altro buono a confondere le idee, nel probabile tentativo di chiarire un pensiero già di per sé chiarissimo, che è: le pecore mi seguono (effettivamente) amandomi. Una semplice traduzione sarebbe stata sicuramente preferibile a questi tentativi di "miglioramento" del testo.