lunedì 29 marzo 2010

4 aprile 2010 - Pasqua

Col 3,1-4

1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; 2 rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

1 Εἰ οὖν συνηγέρθητε τῷ Χριστῷ,
τὰ ἄνω ζητεῖτε, οὗ ὁ Χριστός ἐστιν ἐν δεξιᾷ τοῦ θεοῦ καθήμενος:
2 τὰ ἄνω φρονεῖτε, μὴ τὰ ἐπὶ τῆς γῆς:
3 ἀπεθάνετε γάρ, καὶ ἡ ζωὴ ὑμῶν κέκρυπται σὺν τῷ Χριστῷ ἐν τῷ θεῷ.
4 ὅταν ὁ Χριστὸς φανερωθῇ, ἡ ζωὴ ὑμῶν, τότε καὶ ὑμεῖς σὺν αὐτῷ φανερωθήσεσθε ἐν δόξῃ.

Proclamare che "Cristo è risorto" significa credere che egli è il Signore, "sta alla destra di Dio". Significa anche credere che, in questa "posizione", egli - mediante il suo Spirito - costituisce l'anima di ognuno che crede nella sua risurrezione, di chi trova in essa qualcosa di bello per sé: egli "è la nostra vita", la vita nascosta al fondo del nostro essere. Ma allora il trono di Dio, il "cielo", è il nostro cuore. Perciò, credere alla risurrezione, significa credere che il mio cuore è abitato e animato dal Risorto:
"L'opera della salvezza di Cristo è già interamente realizzata nel cuore di ogni battezzato. Nel mio cuore sta la vittoria della croce. Il che si può anche dire: sta lo Spirito Santo, che è il dono che scaturisce dalla croce e apre ad ogni altro dono. Ma il cuore è ancora nascosto. La vita cristiana non sarà allora che questo: che il cuore si manifesti, che a partire da esso la gloria del Risorto, il suo Spirito, progressivamente si irradi in tutta la persona, psiche e corpo (cf. Rm 6,4). Si tratta allora di scendere in noi fino al cuore, fino a trovare la fonte di acqua viva che il Signore vi ha posto (lo Spirito, dice Gv 7,38-39), e lasciare che irrighi tutto il nostro essere: "l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori" (Rm 5,5)! Si tratta di imparare a vivere a quel livello del nostro essere che è già “nei cieli” (cf. Ef 2,6), in modo che gradatamente tutto entri in questa dimensione. Si tratta di scendere laddove abita la luce, in modo che tutta la nostra vita da quella sia riempita; d'imparare ad abitare laddove la nostra vita è definitivamente al sicuro, finché la nostra condotta non sia più determinata dalla paura del male (cf. Gv 10,28). Si tratta di vivere secondo quello Spirito che in profondità è già la nostra vita (cf. Gal 5,25)." (La via del cuore, p. 34)
Ciò presuppone e richiede una morte: "voi siete morti". Perché la mia vita non sta più laddove l'uomo vecchio aveva la sua dimora di elezione, la "terra" - lì non ci sono più -, ovvero in quella dimensione dove tutto verifico e domino o, se preferiamo, dove al centro c'è il mio ego. Senza tale morte il mio "pensare/sentire le cose del cielo" è solo evasione e illusione. Grazie a questa morte la mia vita assume la forma del "cercare" e del "pensare/sentire" (phronein) il cielo. Il che non significa per niente disinteresse per la vita terrena (il Risorto stesso non vi è assente né indifferente, ma attivamente impegnato, e per il cristiano non potrebbe essere diversamente). Significa invece vivere "cercando" il cielo, protesi oltre, verso la dimensione ove la signoria del Cristo è completa; e "pensando" il cielo; avvertendo, come Giovanni il Battista che esulta nel grembo della madre, la presenza della novità che si fa sempre più prossima.

giovedì 25 marzo 2010

1 aprile 2010 - Giovedi Santo, In Coena Domini

1Cor 11,23-26
23 Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, per voi; fate questo in mia anàmnesi". 25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in mia anàmnesi". 26 Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

23 Ἐγὼ γὰρ παρέλαβον ἀπὸ τοῦ κυρίου, ὃ καὶ παρέδωκα ὑμῖν, ὅτι ὁ κύριος Ἰησοῦς ἐν τῇ νυκτὶ ἧ παρεδίδετο ἔλαβεν ἄρτον 24 καὶ εὐχαριστήσας ἔκλασεν καὶ εἶπεν, Τοῦτό μού ἐστιν τὸ σῶμα τὸ ὑπὲρ ὑμῶν: τοῦτο ποιεῖτε εἰς τὴν ἐμὴν ἀνάμνησιν. 25 ὡσαύτως καὶ τὸ ποτήριον μετὰ τὸ δειπνῆσαι, λέγων, Τοῦτο τὸ ποτήριον ἡ καινὴ διαθήκη ἐστὶν ἐν τῷ ἐμῷ αἵματι: τοῦτο ποιεῖτε, ὁσάκις ἐὰν πίνητε, εἰς τὴν ἐμὴν ἀνάμνησιν. 26 ὁσάκις γὰρ ἐὰν ἐσθίητε τὸν ἄρτον τοῦτον καὶ τὸ ποτήριον πίνητε, τὸν θάνατον τοῦ κυρίου καταγγέλλετε, ἄχρις οὗ ἔλθῃ.

Al centro - della lettura e della vita della Chiesa - sta la consegna di Gesù alla morte, e il fatto che, in questa consegna, il suo corpo diviene "per noi" (v. 24) e il suo sangue suggella la nuova alleanza. Tutto questo (consegna, pane/corpo, vino/sangue) nella Chiesa è oggetto della tradizione (passiva e attiva: si riceve e si trasmette) e della continua memoria attualizzante (memoriale, anàmnesi) nella liturgia. Nella Messa esprimiamo solennemente, professiamo, la fede che la salvezza scaturisce per noi da quella consegna; e che il Consegnato è anche colui che in mezzo a noi deve tornare. Passato, presente e futuro sono definitivamente segnati dal gesto d'amore del Cristo, e ad ogni Eucaristia sempre più profondamente ad esso consegnati, affidàti alle mani trafitte del Crocifisso Risorto.

"Altro indicatore significativo [della presenza dell'ansia] è il rapporto con quella essenziale categoria mondana che è il tempo. Se ogni idolatria genera ansia, uno dei principali fattori ansiogeni (ossia idoli) è infatti senz'altro il tempo. Come passato, mi richiama l'inesorabile trascorrere di tutto, il costante passaggio di tutto il mio mondo, e di me stesso, nella morte. Come futuro, suscita la paura dell'ignoto: il futuro è per definizione incontrollabile e imprevedibile. Come presente, mi stringe nella morsa del tempo mancante, che fugge e inspiegabilmente si dilegua in mille rivoli, senza che mai si possa abitare in pienezza il presente. L'angoscia di fronte a quanto richiama l'invecchiamento, la pianificazione del futuro o, all'opposto, la sua rimozione nel disperato tentativo di agguantare l'attimo fuggente riempiendolo il più possibile di "esperienze", non sono che variazioni su un’unico tema: l'ansia di fronte al tempo." (La via del cuore, p. 24).

Perciò - detto tra noi - far prevalere sulle ragioni della partecipazione alla Messa festiva quelle del tempo mancante, significa fare una professione di fede alla rovescia, proclamando che si vive ancora nel "vecchio eone", in un tempo non redento.

lunedì 15 marzo 2010

28 marzo 2010 - Domenica delle Palme

Lc 23,34:
Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno.
Πάτερ, ἄφες αὐτοῖς, οὐ γὰρ οἴδασιν τί ποιοῦσιν.
Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt.

A meditare la frase di Gesù e la sua croce, ecco un passo dei Moralia in Iob (Commento al libro di Giobbe, libro XIII, cc. 21-23) di S. Gregorio Magno. Il passo si legge nell'ufficio delle letture del venerdi della III settimana di quaresima (la traduzione è riveduta). Il papa sta commentando il capitolo 16 ai vv. 16-18:

[versione CEI 2008]
16 La mia faccia è rossa per il pianto e un'ombra mortale mi vela le palpebre,
17 benché non ci sia violenza nelle mie mani e sia pura la mia preghiera.
18 O terra, non coprire il mio sangue né un luogo segreto trattenga il mio grido!

[Nova Vulgata]
16 Facies mea rubuit a fletu, et palpebrae meae caligaverunt;
17 attamen absque iniquitate manus meae, cum haberem mundas preces.
18 Terra, ne operias sanguinem meum, neque inveniat in te locum latendi clamor meus.

Per capire il v. 18 si tenga presente che il sangue versato e non coperto reclamava l'intervento di Dio (cfr. Gn 4,10; 37,26; Is 26,21; Ez 24,7).

XXI

... Il beato Giobbe, figura della santa Chiesa, a volte parla con la voce del corpo (=la chiesa), a volte invece del capo (=Cristo). E mentre parla delle membra di lei, si eleva improvvisamente alle parole del capo. Perciò anche qui si soggiunge:

XXII
"Questo soffro, eppure non c'è violenza nelle mie mani e pura è stata la mia preghiera" (Gb 16, 17).
Sollevò le sue mani senza colpa colui che "non commise peccato, né si trovò inganno sulla sua bocca" (1Pt 2,22), e tuttavia sopportò la sofferenza della croce per la nostra redenzione. Egli solo fra tutti levò pura la sua preghiera a Dio, perché anche nello stesso dolore della passione pregò per i persecutori, dicendo: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Che cosa si può dire, che cosa immaginare di più puro nella preghiera, del fatto che si doni la propria intercessione misericordiosa proprio a quelli dai quali viene inflitta la sofferenza? Avvenne perciò che il sangue del nostro Redentore, versato con crudeltà dai suoi persecutori, fu poi da essi bevuto con fede, e annunziarono Cristo quale Figlio di Dio. Di questo sangue ben a proposito si soggiunge:

XXIII
«O terra, non coprire il mio sangue, e il mio grido non rimanga nascosto in te» (Gb 16,18).
All'uomo, dopo che aveva peccato, fu detto: "Sei terra e in terra ritornerai" (Gn 3,19). E la terra non ha tenuto nascosto il sangue del nostro Redentore, perché ciascun peccatore, bevendo il riscatto della sua redenzione, lo fa oggetto della sua fede e della sua lode, e per quanto può lo annunzia ad altri. La terra non coprì il suo sangue, anche perché la santa Chiesa ha predicato ormai il mistero della sua redenzione in tutte le parti del mondo.
E' da notare, poi, quanto si soggiunge: «E il mio grido non rimanga nascosto in te». Il grido del nostro Redentore è lo stesso sangue della redenzione che viene bevuto. Perciò anche Paolo parla del «sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Eb 12,24). E del sangue di Abele era stato detto: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo» (Gn 4,10). Ma il sangue di Gesù parla meglio di quello di Abele, perché il sangue di Abele domandava la morte del fratricida, mentre il sangue del Signore ottenne la vita ai persecutori.
Perché il mistero della passione del Signore non sia vanificato in noi, dobbiamo dunque imitare ciò che beviamo e annunziare agli altri ciò che veneriamo. Il suo grido rimane nascosto in noi se la lingua tace quanto il cuore crede. Ma perché il suo grido non resti nascosto in noi, è necessario che ciascuno, secondo le sue possibilità, dia testimonianza ai fratelli del mistero della sua nuova vita.

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CAPUT XXI
V. 16b: "et palpebrae meae caligaverunt."
Palpebrae enim recte appellati sunt qui ad praevidenda pedum itinera vigilant. Sed cum occulta Dei iudicia nec praepositi vigilantes intelligunt, palpebrae sanctae Ecclesiae caligant. Sed ut saepe iam me dixisse memini, beatus Iob sanctae Ecclesiae typum tenens, modo voce corporis, modo autem voce capitis utitur; et dum de membris eius loquitur, repente ad verba capitis levatur. Unde hic quoque subiungitur:

CAPUT XXII
V. 17: "Haec passus sum absque iniquitate manus meae, cum haberem mundas ad Deum preces."
Absque iniquitate enim manus suae pertulit, qui "peccatum non fecit, nec inventus est dolus in ore eius" (1Pt 2,22), et tamen dolorem crucis pro nostra redemptione toleravit. Qui solus prae omnibus mundas ad Deum preces habuit, quia et in ipso dolore passionis pro persecutoribus oravit, dicens: "Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt" (Lc 23,34). Quid enim dici, quid cogitari in prece mundius potest quam cum et illis misericordia intercessionis tribuitur a quibus toleratur dolor? Unde factum est ut Redemptoris nostri sanguinem, quem persecutores saevientes fuderant, postmodum credentes biberent, eumque esse Dei Filium praedicarent. De quo videlicet sanguine apte subiungitur:

CAPUT XXIII
V. 18: "Terra, ne operias sanguinem meum, neque inveniat in te latendi locum clamor meus."
Peccanti homini dictum est: "Terra es, et in terram ibis" (Gn 3,19). Quae scilicet terra Redemptoris nostri sanguinem non abscondit, quia unusquisque peccator redemptionis suae pretium sumens, confitetur ac laudat, et quibus valet proximis innotescit. Terra etiam sanguinem eius non operuit, quia sancta Ecclesia redemptionis suae mysterium in cunctis iam mundi partibus praedicavit. Notandum quod subditur: "Neque inveniat in te latendi locum clamor meus". Ipse enim sanguis redemptionis qui sumitur clamor nostri Redemptoris est. Unde etiam Paulus dicit: "Et sanguinis aspersionem melius loquentem quam Abel" (Hb 12,24). De sanguine Abel dictum fuerat: "Vox sanguinis fratris tui clamat ad me de terra" (Gn 4,10). Sed sanguis Iesu melius loquitur quam Abel, quia sanguis Abel mortem fratricidae fratris petiit, sanguis autem Domini vitam persecutoribus impetravit. Ut ergo in nobis sacramentum dominicae passionis non sit otiosum, debemus imitari quod sumimus, et praedicare caeteris quod veneramur. Locum enim latendi clamor eius in nobis invenit, si hoc quod mens credidit lingua tacet. Sed ne in nobis clamor eius lateat, restat ut unusquisque iuxta modulum suum vivificationis suae mysterium proximis innotescat. Libet mentis oculos ad dominicae passionis horam reducere, cum Iudaei persequentes saevirent, discipuli timentes fugerent. Qui enim carne mori videbatur nequaquam Deus esse credebatur.

mercoledì 10 marzo 2010

21 marzo 2010 - V domenica di quaresima

Filippesi 3,8-11

Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero sterco, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

8 ἀλλὰ μενοῦνγε καὶ ἡγοῦμαι πάντα ζημίαν εἶναι διὰ τὸ ὑπερέχον τῆς γνώσεως Χριστοῦ Ἰησοῦ τοῦ κυρίου μου, δι'ὃν τὰ πάντα ἐζημιώθην, καὶ ἡγοῦμαι σκύβαλα ἵνα Χριστὸν κερδήσω 9 καὶ εὑρεθῶ ἐν αὐτῷ, μὴ ἔχων ἐμὴν δικαιοσύνην τὴν ἐκ νόμου ἀλλὰ τὴν διὰ πίστεως Χριστοῦ, τὴν ἐκ θεοῦ δικαιοσύνην ἐπὶ τῇ πίστει, 10 τοῦ γνῶναι αὐτὸν καὶ τὴν δύναμιν τῆς ἀναστάσεως αὐτοῦ καὶ [τὴν] κοινωνίαν [τῶν] παθημάτων αὐτοῦ, συμμορφιζόμενος τῷ θανάτῳ αὐτοῦ, 11 εἴ πως καταντήσω εἰς τὴν ἐξανάστασιν τὴν ἐκ νεκρῶν.

Il seguente passo di S. Basilio mi pare un ottimo commento al testo paolino (che vi è citato). Il brano è proposto nell'ufficio delle letture del lunedi della III settimana di quaresima. Ho rivisto la traduzione che, secondo me, lascia come al solito non poco a desiderare.

Il sapiente non si glori della sua sapienza, né il forte della sua forza, né il ricco delle sue ricchezze (cf. Ger 9,22-23). Ma allora qual è la vera gloria, e in che cosa è grande l'uomo? Dice la Scrittura: in questo si glori colui che si gloria: se conosce e capisce che io sono il Signore (Ger 9,24; cf. Sap 15,3).
L'altezza dell'uomo, la sua gloria e la sua grandezza consistono nel conoscere ciò che è veramente grande, nell'attaccarsi ad esso e nel cercare gloria dal Signore della gloria. Dice infatti l'Apostolo: «Chi si vanta si vanti nel Signore», affermando che Cristo è stato costituito da Dio «per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché come sta scritto: 'Chi si vanta si vanti nel Signore'» (1 Cor 1,31). Il perfetto e pieno vanto in Dio si ha quando uno non si esalta per la sua giustizia, ma sa di essere privo della vera giustizia e comprende di essere stato giustificato per la sola fede in Cristo. E Paolo si fa vanto di disprezzare la propria giustizia, e cerca "quella che viene da Dio per mezzo di Gesù Cristo cioè la giustizia nella fede; perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti" (Fil 3,9-11).
Qui cade ogni altera superbia: niente ti è rimasto di cui poter andar superbo, o uomo! La tua gloria e la tua speranza sono oramai nel mettere a morte quello che è tuo, e cercare la vita futura in Cristo. Ne abbiamo già le primizie e ci troviamo in essa, vivendo ormai del tutto nella gratuita grazia di Dio.
E' Dio "che suscita in noi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni" (Fil 2,13).
E' ancora Dio che, per mezzo del suo Spirito, ci rivela la sua sapienza, predestinata alla nostra gloria.
E' Dio che ci dà forza e vigore nelle fatiche. «Ho faticato più di tutti loro» dice Paolo: «non io però, ma la grazia di Dio che è con me» (1 Cor 15,10).
E' Dio che scampa dai pericoli al di là di ogni speranza umana: «Abbiamo ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora» (2 Cor 1,10).
(S. Basilio, Omelia 20, Sull'umiltà, c. 3)

Μὴ καυχάσθω ὁ σοφὸς ἐν τῇ σοφίᾳ αὐτοῦ, καὶ μὴ καυχάσθω ὁ ἰσχυρὸς ἐν τῇ ἰσχύϊ αὐτοῦ, καὶ μὴ καυχάσθω ὁ πλούσιος ἐν τῷ πλούτῳ αὐτοῦ.
[3.] Ἀλλὰ τί τὸ καύχημα τὸ ἀληθές; καὶ ἐν τίνι μέγας ὁ ἄνθρωπος; Ἐν τούτῳ, φησὶ, καυχάσθω ὁ καυχώμενος, ἐν τῷ συνιεῖν καὶ γινώσκειν, ὅτι ἐγὼ Κύριος. Τοῦτο ὕψος ἀνθρώπου, τοῦτο δόξα καὶ μεγαλειότης, ἀληθῶς γνῶναι τὸ μέγα, καὶ τούτῳ προσφύεσθαι, καὶ δόξαν τὴν παρὰ τοῦ Κυρίου τῆς δόξης ἐπιζητεῖν. Λέγει δὲ ὁ Ἀπόστολος· Ὁ καυχώμενος, ἐν Κυρίῳ καυχάσθω, λέγων ὅτι Χριστὸς ἡμῖν ἐγενήθη σοφία ἀπὸ Θεοῦ, δικαιοσύνη τε καὶ ἁγιασμὸς καὶ ἀπολύτρωσις· ἵνα καθὼς γέγραπται, Ὁ καυχώμενος, ἐν Κυρίῳ καυχάσθω. Αὕτη γὰρ δὴ ἡ τελεία καὶ ὁλόκληρος καύχησις ἐν Θεῷ, ὅτε μήτε ἐπὶ δικαιοσύνῃ τις ἐπαίρεται τῇ ἑαυτοῦ, ἀλλ´ ἔγνω μὲν ἐνδεῆ ὄντα ἑαυτὸν δικαιοσύνης ἀληθοῦς, πίστει δὲ μόνῃ τῇ εἰς Χριστὸν δεδικαιωμένον. Καὶ καυχᾶται Παῦλος ἐπὶ τῷ καταφρονῆσαι τῆς ἑαυτοῦ δικαιοσύνης, ζητεῖν δὲ τὴν διὰ Χριστοῦ, τὴν ἐκ Θεοῦ δικαιοσύνην ἐπὶ τῇ πίστει, τοῦ γνῶναι αὐτὸν καὶ τὴν δύναμιν τῆς ἀναστάσεως αὐτοῦ, καὶ τὴν κοινωνίαν τῶν παθημάτων αὐτοῦ, συμμορφιζόμενος τῷ θανάτῳ αὐτοῦ, εἴ πως καταντήσει εἰς τὴν ἐξανάστασιν τὴν ἐκ νεκρῶν. Ἐνταῦθα πέπτωκε πᾶν ὕψος ὑπερηφανίας. Οὐδὲν ὑπολέλειπταί σοι πρὸς ἀλαζονείαν, ὦ ἄνθρωπε, ᾧ τὸ καύχημα καὶ ἡ ἐλπὶς ἐν τῷ νεκρῶσαι μὲν πάντα τὰ σεαυτοῦ, ζητῆσαι δὲ τὴν ἐν Χριστῷ ζωὴν τὴν μέλλουσαν· ἧς ἀπαρχὰς ἔχοντες, ἤδη ἐν τούτοις ἐσμὲν, τὸ ὅλον ἐν χάριτι ζῶντες καὶ δωρεᾷ Θεοῦ. Καὶ Θεὸς μέν ἐστιν, Ὁ ἐνεργῶν ἐν ἡμῖν καὶ τὸ θέλειν καὶ τὸ ἐνεργεῖν ὑπὲρ τῆς εὐδοκίας· Θεὸς δὲ τὴν ἑαυτοῦ σοφίαν τὴν προωρισμένην εἰς δόξαν ἡμῶν ἀποκαλύπτει διὰ τοῦ ἰδίου Πνεύματος. Θεὸς δὲ τὴν ἐν πόνοις δίδωσι δύναμιν. Περισσότερον πάντων ἐκοπίασα, φησὶ Παῦλος· οὐκ ἐγὼ δὲ, ἀλλ´ ἡ χάρις τοῦ Θεοῦ ἡ σὺν ἐμοί. Θεὸς δὲ ἐξαιρεῖται κινδύνων παρὰ πᾶσαν ἀνθρωπίνην ἐλπίδα. Αὐτοὶ, φησὶν, ἐν ἑαυτοῖς τὸ ἀπόκριμα τοῦ θανάτου ἐσχήκαμεν, ἵνα μὴ πεποιθότες ὦμεν ἐφ´ ἑαυτοῖς, ἀλλ´ ἐπὶ τῷ Θεῷ τῷ ἐγείροντι τοὺς νεκρούς· ὃς ἐκ τηλικούτου θανάτου ἐῤῥύσατο ἡμᾶς, καὶ ῥύεται, εἰς ὃν ἠλπίκαμεν, ὅτι καὶ ἔτι ῥύσεται.

martedì 9 marzo 2010

14 marzo 2010 - IV domenica di quaresima (Laetare)

2Cor 5,17-18

Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.

17 ὥστε εἴ τις ἐν Χριστῷ, καινὴ κτίσις: τὰ ἀρχαῖα παρῆλθεν, ἰδοὺ γέγονεν καινά. 18 τὰ δὲ πάντα ἐκ τοῦ θεοῦ τοῦ καταλλάξαντος ἡμᾶς ἑαυτῷ διὰ Χριστοῦ καὶ δόντος ἡμῖν τὴν διακονίαν τῆς καταλλαγῆς.

"Mentre l'amore psichico risponde in modo prevedibile, scontato e ripetitivo, in quanto obbedisce ad automatismi, l'amore nello Spirito, epifania di Dio nel mondo, segna l'irruzione della novità e della sorpresa" (La via del cuore, 68). Solo il Cristo sa vedermi bello anche mentre sono rivestito di bruttezze. L'amore psichico (nel senso paolino: mondano) reagisce al visibile, l'amore del Cristo vede l'invisibile e, guardandomi proprio così, mi ricrea. Ciò significa prima di tutto: mi perdona e mi riconcilia a sé. Posso divenire nuovo solo se il perdono di Dio mi rigenera: allora torno alla sorgente, torno vergine. L'apostolo è a servizio di questa riconciliazione davvero sorprendente. Talmente sorprendente che, per crederci, occorre un miracolo: la fede.

mercoledì 3 marzo 2010

7 marzo 2010 - III domenica di quaresima

1Cor 10,1-6.10-12
Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono.
...
Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.

1 Οὐ θέλω γὰρ ὑμᾶς ἀγνοεῖν, ἀδελφοί, ὅτι οἱ πατέρες ἡμῶν πάντες ὑπὸ τὴν νεφέλην ἦσαν καὶ πάντες διὰ τῆς θαλάσσης διῆλθον, 2 καὶ πάντες εἰς τὸν Μωϋσῆν ἐβαπτίσθησαν ἐν τῇ νεφέλῃ καὶ ἐν τῇ θαλάσσῃ, 3 καὶ πάντες τὸ αὐτὸ πνευματικὸν βρῶμα ἔφαγον, 4 καὶ πάντες τὸ αὐτὸ πνευματικὸν ἔπιον πόμα: ἔπινον γὰρ ἐκ πνευματικῆς ἀκολουθούσης πέτρας: ἡ πέτρα δὲ ἦν ὁ Χριστός. 5 ἀλλ' οὐκ ἐν τοῖς πλείοσιν αὐτῶν εὐδόκησεν ὁ θεός, κατεστρώθησαν γὰρ ἐν τῇ ἐρήμῳ. 6 ταῦτα δὲ τύποι ἡμῶν ἐγενήθησαν, εἰς τὸ μὴ εἶναι ἡμᾶς ἐπιθυμητὰς κακῶν, καθὼς κἀκεῖνοι ἐπεθύμησαν.
...
10 μηδὲ γογγύζετε, καθάπερ τινὲς αὐτῶν ἐγόγγυσαν, καὶ ἀπώλοντο ὑπὸ τοῦ ὀλοθρευτοῦ. 11 ταῦτα δὲ τυπικῶς συνέβαινεν ἐκείνοις, ἐγράφη δὲ πρὸς νουθεσίαν ἡμῶν, εἰς οὓς τὰ τέλη τῶν αἰώνων κατήντηκεν. 12 ὥστε ὁ δοκῶν ἑστάναι βλεπέτω μὴ πέσῃ.

L'idea centrale sta al v. 12: nessuno deve sentirsi arrivato, al sicuro dal rischio di non arrivare alla meta. In questo siamo facilmente fuorviati da una aspirazione fortemente radicata in noi: il desiderio di sicurezza, di potersi dire: "questo bene, il mio bene (qualunque esso sia) non posso più perderlo, mi è definitivamente garantito". Questo corrisponde al desiderio di autosufficienza, caratteristico della "carne", ossia dell'uomo senza Dio. Tale aspirazione può anche tradursi sul piano della vita spirituale. Paolo parla dei sacramenti (battesimo e Eucaristia, rispettivamente corrispondenti nell'Esodo a nube/mare e cibo/bevanda): essi non ci sono dati per fermarsi prima del tempo, ma per camminare; non per alimentare la nostra falsa sicurezza, ma la vera. Perché esiste pure una vera sicurezza, anche nel cammino presente (tutti i mali sono contraffazioni del bene). La buona sicurezza è data dal far centro e conto su Dio, e si manifesta come mancanza di ansia. Ma niente affatto come mancanza di cautela e concentrazione. Poiché la massima attenzione è necessaria proprio per questo: per vigilare che il nostro punto di appoggio sia proprio Dio, e non qualcos'altro (nemmeno i sacramenti come tali). Se ciò si dà per scontato e l'attenzione cala, inevitabilmente torneremo a riporre la nostra fiducia "nella carne" (Fil 3,3-4). E la caduta è imminente.