mercoledì 24 febbraio 2010

28 febbraio 2010 - II domenica di quaresima

Filippesi 3,17-21 

Fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.
La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.
 
17 Συμμιμηταί μου γίνεσθε, ἀδελφοί, καὶ σκοπεῖτε τοὺς οὕτω περιπατοῦντας καθὼς ἔχετε τύπον ἡμᾶς. 18 πολλοὶ γὰρ περιπατοῦσιν οὓς πολλάκις ἔλεγον ὑμῖν, νῦν δὲ καὶ κλαίων λέγω, τοὺς ἐχθροὺς τοῦ σταυροῦ τοῦ Χριστοῦ, 19 ὧν τὸ τέλος ἀπώλεια, ὧν ὁ θεὸς ἡ κοιλία καὶ ἡ δόξα ἐν τῇ αἰσχύνῃ αὐτῶν, οἱ τὰ ἐπίγεια φρονοῦντες. 20 ἡμῶν γὰρ τὸ πολίτευμα ἐν οὐρανοῖς ὑπάρχει, ἐξ οὗ καὶ σωτῆρα ἀπεκδεχόμεθα κύριον Ἰησοῦν Χριστόν, 21 ὃς μετασχηματίσει τὸ σῶμα τῆς ταπεινώσεως ἡμῶν σύμμορφον τῷ σώματι τῆς δόξης αὐτοῦ κατὰ τὴν ἐνέργειαν τοῦ δύνασθαι αὐτὸν καὶ ὑποτάξαι αὐτῷ τὰ πάντα.

La lettura ci presenta un dittico: da un lato i nemici della croce, dall'altro i suoi amici. Ogni gruppo ha un fine, un Dio, una gloria, una "cittadinanza", secondo questo schema:
rovina - salvezza
ventre - Gesù Cristo
vergogna - la croce e il Risorto
terra - cielo.
Quando parla di "nemici della croce" Paolo ha presente alcuni giudaizzanti che si presentano come degli "arrivati" e che trovano - e insegnano - la salvezza non nella croce ma nelle pratiche della legge giudaica (il "ventre" indica le osservanze alimentari). Al di là del caso specifico, è importante per noi capire il nocciolo: si è nemici della croce ogni volta che la riteniamo di fatto irrilevante per la salvezza. Perché essa o è tutto, o non significa niente. Ma se non significa niente, allora siamo obbligati a trovare "nel ventre" e in terra il nostro dio, e veniamo consegnati alla rovina. Poiché il Dio che scegliamo, e del quale ci sentiamo forti, ci trasforma a sua immagine.

martedì 23 febbraio 2010

La via del cuore

Segnalo che è in libreria un mio libretto (EDB, 78 pagine, 6,90 euro): La Via del cuore.
Scopo è «presentare la struttura portante dell'esperienza cristiana» e la sua essenzialità: vivere nello Spirito a partire dal cuore, inteso come «intimo centro vertice della persona, nascosto punto di contatto tra Dio e uomo e organo di comunione spirituale». Nell'attuale Babele comunicativa e in in'epoca di incontri e scontri tra culture e religioni, il cristiano deve abitare il mistero di Cristo e di lì mettersi in dialogo col mondo. Solo in questo modo gli apostoli poterono farsi comprendere da tutti gli stranieri presenti in Gerusalemme, il mattino di Pentecoste.
La riflessione si muove tra l'introspezione psicologica e la riflessione spirituale vera e propria, invitando il lettore a compiere un viaggio interiore per giungere all'essenziale dell'esperienza cristiana.

Sommario:

Introduzione.

I. Caduta. 1. Psiche e cuore. 2. Il cuore in Dio. 3. Il cuore nel mondo. 4. Un vuoto da colmare. 5. Autogiustificazione. 6. Disintegrazione. 7. Amore alienato. 8. Ansia. 9. Una situazione indecifrabile. 10. Un circuito chiuso.

II. Spirito. 1. Spirito. 2. Scegliere gli spiriti. 3. Lo Spirito del Vangelo. 4. Fede. 5. Sacramenti. 6. Tornare al cuore.

III. Guerra. 1. La guerra degli spiriti. 2. Otto spiriti cattivi. 3. Fortezza. 4. Sobrietà. 5. Preghiera. 6. Atti di affidamento. 7. Preghiera del cuore. 8. Quattro preghiere del cuore. 9. Preghiera e povertà. 10. Preghiera e aridità.

IV. Vittoria. 1. Come Dio. 2. Amori. 3. Amicizia. 4. Un solo corpo. 5. Virtù. 6. Il sistema e la grazia. 7. Un gesto di gratuità. 8. Amore ritrovato. 9. Voi siete dèi. 10. Incarnazione. 11. Il canto nuovo.

giovedì 18 febbraio 2010

21 febbraio 2010 - I domenica di quaresima

Rm 10,9-10

Se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.

9 ὅτι ἐὰν ὁμολογήσῃς ἐν τῷ στόματί σου κύριον Ἰησοῦν, καὶ πιστεύσῃς ἐν τῇ καρδίᾳ σου ὅτι ὁ θεὸς αὐτὸν ἤγειρεν ἐκ νεκρῶν, σωθήσῃ: 10 καρδίᾳ γὰρ πιστεύεται εἰς δικαιοσύνην, στόματι δὲ ὁμολογεῖται εἰς σωτηρίαν.

Paolo ci parla della fede: fede dentro, nel cuore, e fede fuori, sulla bocca. Con la prima si aderisce intimamente al fatto della risurrezione di Gesù; con la seconda si proclama la sua signoria. La prima ci rende giusti di fronte a Dio, ci "giustifica"; la seconda ci salva. Qui, per tutti, si decide la salvezza.
Una volta di più, si vede quanto sia decisiva per l'apostolo la risurrezione. Solo colui che intimamente "prende partito" per essa è nel giusto atteggiamento di fronte a Dio. Senza tale "adeguamento" del cuore non c'è vera giustizia.
La bocca poi esprime il cuore, e significa la dimensione relazionale, ugualmente essenziale. La fede tutta interiore deve esteriorizzarsi in questo ambito come proclamazione della signoria universale del Cristo risorto.

martedì 16 febbraio 2010

Mercoledì 17 Febbraio 2010 - S. Ceneri

2Cor 5,20 - 6,2

Noi dunque, in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio. Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: «Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso». Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

5,20 ὑπὲρ Χριστοῦ οὖν πρεσβεύομεν ὡς τοῦ θεοῦ παρακαλοῦντος δι'ἡμῶν: δεόμεθα ὑπὲρ Χριστοῦ, καταλλάγητε τῷ θεῷ. 21 τὸν μὴ γνόντα ἁμαρτίαν ὑπὲρ ἡμῶν ἁμαρτίαν ἐποίησεν, ἵνα ἡμεῖς γενώμεθα δικαιοσύνη θεοῦ ἐν αὐτῷ. 6,1 Συνεργοῦντες δὲ καὶ παρακαλοῦμεν μὴ εἰς κενὸν τὴν χάριν τοῦ θεοῦ δέξασθαι ὑμᾶς 2 λέγει γάρ, Καιρῷ δεκτῷ ἐπήκουσά σου καὶ ἐν ἡμέρᾳ σωτηρίας ἐβοήθησά σοι: ἰδοὺ νῦν καιρὸς εὐπρόσδεκτος, ἰδοὺ νῦν ἡμέρα σωτηρίας.

Ciascuno è in qualche misura dissonante rispetto a Dio, in contrasto con lui. Siamo nel momento buono per metterci in armonia!
Il punto su cui si decide la nostra posizione rispetto a Dio è il nostro atteggiamento rispetto a un atto di gratuità avvenuto tra noi: un innocente (uno che era in piena armonia) si è lasciato trattare da colpevole; e ciò a nostro vantaggio, per noi colpevoli, per noi dissonanti.
Il problema è che non abbiamo degna coscienza di questo, né sappiamo fino a che punto dobbiamo tutto a questo atto di grazia: in una certa misura, tutti accogliamo invano la gratuità, la "disperdiamo". Adesso però siamo incoraggiati a accoglierla di più e meglio. E' il cammino quaresimale.

venerdì 12 febbraio 2010

Zio Vanja

Zio Vanja, di Anton Cechov (adattamento di Gabriele Vacis e Federico Perrone, regia di Gabriele Vacis, teatro Metastasio, 3-7 febbraio 2010) è un testo denso, nel quale mille temi si intrecciano a tessere una trama tanto fitta quanto è a prima vista insignificante quel che sulla scena accade. Vien da domandarsi il perché del titolo, ovverosia il fuoco posto su Vanja quando, a ben vedere, altri personaggi godono delle medesime attenzioni. La risposta, non scontata né univoca, offre una possibile pista di lettura per una vicenda tanto poliedrica.
In un primo tempo (e questo appartiene all'antefatto), Vanja ha vissuto l'ideale, rappresentato dal servizio al professor Serebrjakov al quale, insieme alla nipote Sonia, ha dedicato tempo e fatiche.
In un secondo momento egli vive la disillusione: ciò per cui ha speso la parte migliore della sua vita si è rivelato inganno. Perché mai l'idolo è caduto? Lo scorrere del tempo e la presa di coscienza dell'incontrastato dominio della morte (tema assai sottolineato, anche grazie a qualche trovata scenografica) smaschera l'idolo, rivelandolo appunto come falsità. Intento a pascersi delle proprie convinzioni, la vita gli è scivolata via tra le mani. Ma adesso queste vogliono stringere qualcosa. Vanja tenta di aggrapparsi alla bellezza di Elena, la giovane moglie del professore. Perché una religione occorre, e anche la bellezza dei corpi può diventarlo. Ma la donna non è interessata a lui. Anche qui fallisce. L'anestesia si fa più urgente. Aleggia il demone del bere.
Questo precarissimo equilibrio salta in aria - e siamo alla terza fase - quando il professore avanza una proposta che porrebbe fine al mondo di Vanja: vendere la tenuta. Ciò scatena la sua rabbia furibonda, fino al tentativo (fallito) di uccidere il professore, e successivamente al progetto del suicidio. Il demone della distruzione ha ghermito anche lui.
Un tale trambusto induce il professore e la moglie a lasciare la tenuta in campagna per tornare in città. La vita di Vanja e degli altri torna a quei ritmi, noiosi ma rassicuranti, ai quali proprio l'arrivo della coppia cittadina l'aveva strappata. Ma ora, e siamo all'ultimo atto, si apre uno spiraglio. Grazie a Sonia, la nipote innamorata del brillante dottor Astrov ma da lui respinta per la ben più appariscente Elena: non potrebbe infine essere lei – che insieme alla governante evoca in qualche modo i semplici del Vangelo – la figura decisiva? Perché Vanja è per l'appunto zio Vanja, zio di Sonia. È lei a squarciare il cielo tenebroso che sino allora ha gravato sugli altri. In un colloquio con lo zio – e non si dovrebbe sottovalutare questa scena – riesce a intravedere che tutto, anche quanto sembra solo assurdità, noia e fatica, visto dal suo punto di arrivo, ovvero dal cielo, rivelerà un senso. E qui Vanja deve decidere, e con lui lo spettatore: se il ritorno ai vecchi ritmi segni semplicemente il ricorso a una nuova anestesia, o lo scorrere quieto dei giorni verso una speranza che finalmente traluce.

lunedì 8 febbraio 2010

VIII domenica del tempo ordinario, anno C

1Cor 15,54-58

54 ὅταν δὲ τὸ φθαρτὸν τοῦτο ἐνδύσηται ἀφθαρσίαν καὶ τὸ θνητὸν τοῦτο ἐνδύσηται ἀθανασίαν, τότε γενήσεται ὁ λόγος ὁ γεγραμμένος, Κατεπόθη ὁ θάνατος εἰς νῖκος.
55 ποῦ σου, θάνατε, τὸ νῖκος; ποῦ σου, θάνατε, τὸ κέντρον;
56 τὸ δὲ κέντρον τοῦ θανάτου ἡ ἁμαρτία, ἡ δὲ δύναμις τῆς ἁμαρτίας ὁ νόμος:
57 τῷ δὲ θεῷ χάρις τῷ διδόντι ἡμῖν τὸ νῖκος διὰ τοῦ κυρίου ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ.
58 Ὥστε, ἀδελφοί μου ἀγαπητοί, ἑδραῖοι γίνεσθε, ἀμετακίνητοι, περισσεύοντες ἐν τῷ ἔργῳ τοῦ κυρίου πάντοτε, εἰδότες ὅτι ὁ κόπος ὑμῶν οὐκ ἔστιν κενὸς ἐν κυρίῳ.

54 Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria.
55 Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?
56 Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge.
57 Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!
58 Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Il piano di Dio prevede che la forza della risurrezione si imponga progressivamente su tutto (i vv. 23-28 sono caratterizzati proprio dall'insistenza sul "tutto"). L'ultima realtà trasformata da questa forza sarà la morte: allora anche il corpo sarà nella vita. Il fatto che il corpo venga assalito e disfatto dalla morte è un male che sarà tolto solo alla fine. Nel frattempo, la morte non è più un male assoluto, perché è già sconfitta e non può veramente separarmi da Dio, ma resta comunque "un certo male". La morte non è diventata un bene, in sé non può esserlo. Non ci può essere, in questo senso, alcuna riconciliazione con la morte: è e resta un nemico. Essa è l'anticreazione, rimane un male, che però non colpisce più la sostanza, in quanto riesce a danneggiarmi solo "perifericamente", a impadronirsi del mio centro, a meno che non sia io stesso a consegnarglielo. In questa situazione di morte sconfitta ma non ancora "inghiottita" (v. 54), è il mio peccato che le conferisce potere su di me, le dà forza sulla mia "anima", mentre l'affidamento a Cristo gliela sottrae. Devo attraversare le acque della morte (anche nella sua accezione più ampia) nella fede: allora riesco a attraversare questo mare senza affogarci (ricordiamo l'evento paradigmatico del passaggio del Mar Rosso). Certo, i santi hanno un "buon rapporto" con la morte, hanno sconfitto la paura. Rimane il fatto che essa esercita su di essi un certo potere, aggredendo e sfigurando il loro corpo. Anche in essi la vita non è ancora arrivata a vincere totalmente, come è invece successo in Gesù (e Maria), che non ha conosciuto la corruzione, il disfacimento della morte. Tutti siamo chiamati ad arrivare a questo traguardo.
Questo annunzio ha fatto, fa e farà problema: l'umanità è sempre stata convinta che l'anima sopravviva alla morte, ma è difficile pensare al corpo come destinato alla vita eterna. Il cristianesimo non predica affatto la rassegnazione alla morte, né cerca di razionalizzarla, di convincerci che in fondo è giusto morire, di farci trovare delle "buone ragioni" per morire. Questo fa la sapienza mondana. Le religioni e le filosofie razionalizzano questo dramma e insegnano a viverlo 'imperturbabilmente'; professano la resa alla morte, prendendo atto della sua invincibilità. Così la resa alla morte plasma la nostra vita e il nostro pensiero: è bene, è giusto, è saggio cedere alla morte! Siamo talmente abituati al dominio della morte, che risulta inconcepibile che la nostra persona intera sia in grado di superare la morte. Paolo non predica alcuna arrendevolezza alla morte: noi dobbiamo vincerla. Si misura qui la distanza esistente tra il Vangelo e le dottrine umane.

Una nota conclusiva.
Qualche nobile spirito obietterà che questo non è disinteresse; che l'individuo continua a guardare alla "propria salvezza"; che altre dottrine (p. es. lo stoicismo nell'antichità e il marxismo nell'epoca moderna) hanno insegnato una morale più alta, nella quale l'individuo si sacrifica senza chiedere alcuna contropartita (pensiamo ad esempio a Che Guevara): "Voi cristiani fate il bene per avere una ricompensa. E' veramente disinteressato chi, pur non credendo nella vita eterna, rischia ugualmente la vita per motivi ideali. Già il fatto di fare il bene è premio a se stesso".
Mi pare che S. Paolo insegni che in questo campo non c'è da perseguire alcuna "gratuità" né filantropia. L'impegno morale da solo non salva, e dunque non costituisce alcuna soddisfacente soluzione.
Giacché che cosa potrebbe essere questo "dare la vita senza contropartita"? Può veramente darsi questo, o non si cerca comunque una "ricompensa", per esempio nella forma della gloria, del sentirsi qualcuno, dell'autocompiacimento, dell'aderenza a un io ideale - Paolo direbbe "la propria giustizia" - e in questo caso non è niente, "se non ho la carità non sono niente" (1Cor 13,2). Se poi si tratta di vera gratuità, allora l'uomo che si espone alla morte per amore, almeno oscuramente presente l'eterno.
Risulta chiaro infine quanto sia essenziale fondare le esigenze della vita cristiana sull'annunzio della vita eterna. Fare diversamente sarebbe ridurre di fatto il Vangelo a dottrina umana. Perciò sono da respingere tutte quelle teologie che di fatto tolgono alla risurrezione - di Cristo e nostra - il suo realismo. L'esito sarebbe un cristianesimo che è teoria sapiente per cervelloni pieni di sé.

domenica 7 febbraio 2010

VII domenica del tempo ordinario, anno C

A motivo del sopraggiungere della quaresima, la lettura del c. 15 di 1Cor si interrompe. Ho voluto tuttavia completare la riflessione sui brani proposti dalla liturgia festiva.  

1Cor 15,45-49
45 οὕτως καὶ γέγραπται, Ἐγένετο ὁ πρῶτος ἄνθρωπος Ἀδὰμ εἰς ψυχὴν ζῶσαν: ὁ ἔσχατος Ἀδὰμ εἰς πνεῦμα ζῳοποιοῦν.
46 ἀλλ' οὐ πρῶτον τὸ πνευματικὸν ἀλλὰ τὸ ψυχικόν, ἔπειτα τὸ πνευματικόν.
47 ὁ πρῶτος ἄνθρωπος ἐκ γῆς χοϊκός, ὁ δεύτερος ἄνθρωπος ἐξ οὐρανοῦ.
48 οἷος ὁ χοϊκός, τοιοῦτοι καὶ οἱ χοϊκοί, καὶ οἷος ὁ ἐπουράνιος, τοιοῦτοι καὶ οἱ ἐπουράνιοι:
49 καὶ καθὼς ἐφορέσαμεν τὴν εἰκόνα τοῦ χοϊκοῦ, φορέσομεν καὶ τὴν εἰκόνα τοῦ ἐπουρανίου.

44 Se c'è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale. Sta scritto infatti che
45 il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita.
46 Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.
47 Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo.
48 Come è l'uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l'uomo celeste, così anche i celesti.
49 E come eravamo simili all'uomo terreno, così saremo simili all'uomo celeste.

Per rispondere alla seconda obiezione - com'è la carne dei risorti? - Paolo si serve di un altro paragone, ancora vegetale: la semina. Tra seme e pianta c'è al tempo stesso continuità e discontinuità: un conto è ciò che si semina, un altro ciò che ne nasce; tuttavia tra seme e pianta esiste un preciso rapporto. Lo stesso vale per il corpo "seminato" nella terra. Esiste il corpo "psichico" (CEI: "animale"), cioè avente come principio vitale la semplice anima (psiche) umana, e dunque soggetto alla morte. Viene chiamato da Paolo anche corpo "terrestre", "fatto di argilla" (CEI: "fatto di terra", "terreno"), con esplicito richiamo al testo genesiaco della creazione dell'uomo dall'argilla. L'uomo psichico, l'uomo di argilla, è questo il seme seminato. Ciò che risorge è il corpo "pneumatico", ossia animato da un nuovo principio vitale, il Pneuma, lo Spirito che ha risuscitato Cristo, e che lo anima di vita immortale. Come sarà questa carne? Paolo osserva che già al presente esistono tanti tipi di carne, come esistono tipi diversi di luce e di corpi (celesti) luminosi. Non è perciò assurdo pensare che, come esistono carni e luci diverse, esista un nuovo tipo di carne trasfigurata e luminosa: la carne dei risorti.

giovedì 4 febbraio 2010

14 febbraio 2010 - VI domenica del tempo ordinario

1Cor 15,16-19
16 Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;
17 ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.
19 Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.

16 εἰ γὰρ νεκροὶ οὐκ ἐγείρονται, οὐδὲ Χριστὸς ἐγήγερται:
17 εἰ δὲ Χριστὸς οὐκ ἐγήγερται, ματαία ἡ πίστις ὑμῶν, ἔτι ἐστὲ ἐν ταῖς ἁμαρτίαις ὑμῶν.
19 εἰ ἐν τῇ ζωῇ ταύτῃ ἐν Χριστῷ ἠλπικότες ἐσμὲν μόνον, ἐλεεινότεροι πάντων ἀνθρώπων ἐσμέν.

Su questo articolo del Credo - la risurrezione - si decide se la nostra fede è vuota. La sostanza della fede cristiana sta infatti proprio in questo: nella vittoria totale sulla morte. Vivere da cristiani significa acquisire progressivamente la vita del Risorto. Niente deve andare perduto. Se non è questo, il cristianesimo è una dottrina tra le altre, una filosofia tra le tante.
Se la morte mantiene il suo dominio, allora il mistero pasquale risulta un guscio vuoto, privo di contenuto. Se ciò con cui la morte ci uccide è il peccato (v. 56), il perdurare del dominio della morte può significare solo che la croce non ci ha salvato ed è irrilevante, perché il peccato non ci è stato perdonato e noi "siamo ancora nei nostri peccati" (v. 17).
Su questo articolo del Credo si decide - seconda conseguenza - se la fatica cristiana è vuota (v. 58). Se infatti la morte vince, si deve cercare di scappare il più lontano possibile da essa. Se rimane la più forte, allora devo cercare quello che mi mette in salvo, che mi dà vita qui e ora, subito: "mangiamo e beviamo, perché domani moriremo" (v. 32). Se la morte trionfa, devo solo cercare di aggrapparmi - come posso è più che posso - alla vita. Ma in questo modo è chiaro che si demolisce del tutto la vita cristiana. Essa infatti è caratterizzata dalla speranza (v. 19), diventa incomprensibile e insostenibile se non si guarda oltre il presente e l'attuale situazione, nella quale la morte ha ancora una sua supremazia, che verrebbe in tale prospettiva a essere definitiva. Qui si deve fare bene attenzione: si demolisce la speranza cristiana quando si pone la salvezza
* del tutto nel futuro e per niente nel presente (perché in tal caso il futuro diventa fuori portata e quindi irrilevante);
* del tutto nel presente e per niente nel futuro (perché il presente non è ancora il luogo dell'annientamento totale della morte, e non può essere solo questa la salvezza).
Per Paolo una vita cristiana che non sia proiettata sulla salvezza totale, che si accontenti solo della parziale salvezza che qui e ora si può sperimentare, è mal fondata, non regge. L'impegno che essa richiede ("fatica") non è sostenibile con motivazioni di ordine puramente ideale o morale, comunque umane: "se abbiamo sperato in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (v. 19). Tale fatica, infatti, comporta - invece di fuggirla - di affrontare la morte, e a doppio titolo.
In primo luogo perché il cristiano porta in sé la morte di Cristo, muore al peccato (cf. Rom 6,2-14), mette a morte le sue membra terrestri (cf. Col 3,5), deve cioè uccidere una parte di sé (o almeno qualcosa che sembra tale), ossia tutto quello che è difforme da Cristo. La condizione infatti perché si manifesti in lui l'energia della risurrezione è appunto che agisca in lui la morte del Signore.
In secondo luogo, perché egli mette se stesso al servizio del Cristo nel mondo, e questo lo porta a rischiare la vita; e qui Paolo cita la sua esperienza: "Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe?" (v. 32). Se non esiste resurrezione, perché dovrei affrontare la morte, espormi a essa?
No, conclude Paolo, la fatica cristiana non è impegno vano e infondato.
Stiamo saldi nella fede apostolica e abbondiamo nell'impegno: esso produce effettivamente vita, salvezza piena per l'anima e per il corpo.

mercoledì 3 febbraio 2010

La "mistica a rovescio" di Platonov, parassita dell'amore

Platònov, questo il nome del protagonista, maestro elementare della provincia russa, dongiovanni da sempre e sino alla fine, ovvero agli spari esplosi da una delle sue deluse amanti. Difficile ritenere casuale l'assonanza con il nome di Platone, tanto più che nel dramma si fa cenno al famoso "amore platonico", nell'uso comune l'amore non sensuale che trova il suo appagamento nella pura unione degli spiriti (il che di autenticamente platonico non ha poi molto). L'amore platonico è per l'appunto quel che è del tutto assente dalla vicenda di Platonov, ovviamente impegnato a sedurre, con successo, i vari personaggi femminili. Egli ama, ama molto, ama tutte, dando davvero l'impressione di essere, come lui stesso dice, uno scarafaggio che vaga nella stanza senza trovare mai il proprio posto. Il fatto è che, semplicemente, quel posto non c'è. Non c'è alcun "dopo" che dia senso e direzione al "prima". Non c'è bisogno di sottolineare la modernità di una simile prospettiva (o meglio mancanza). "Uomo nuovo", "vita nuova", concetti familiari al cristianesimo ma anche all'entusiasmo degli amanti di ogni tempo, non riescono ad esercitare su di lui nessuna durevole attrattiva. Certo, proprio questo le sue donne, tutte convinte del potere trasformante dell'amore, gli propongono. E sarà proprio il gusto inebriante di sentirsi sacerdotesse di tale amore catartico a far perdere loro il senso della realtà? Esse sentono che la vita è tale soltanto quando qualcuno ha bisogno di loro – veramente. Ma lui è un parassita dell'amore, ne succhia la linfa e ne sfrutta il fascino, per poi gettarlo non appena il succo sia spremuto. Primo nemico di se stesso, è un "mistico alla rovescia", immolandosi senza riserve per una causa che porta a distruzione le sue spasimanti e lui stesso, in una "divina indifferenza" che probabilmente ha a che fare con l'anima russa e la sua sete di assolutezza, forse suggerita dagli spazi immensi di quella terra. L'approdo non può essere che il nichilismo. "Vita nuova" e "vita vecchia" divengono irrilevanti e indifferenti. Più niente vale, niente è da proteggere. Il brillante conversatore che affascina le sue vittime non ha in fondo da dire assolutamente niente, se non forse proprio questo: il niente. La vicenda è di certo attuale, e non c'è bisogno di dire perché. La regia ha teso ad attualizzarla, trasponendola nel momento seguito alla dissoluzione dell'Unione Sovietica. Non che questo sia andato molto oltre l'adattamento dei costumi. Ma in fondo non occorreva altro, perché il dramma era già tutto lì, ed è di ogni tempo, anche se vestito di altri costumi. Il tema è difficile, rischia di scadere nei luoghi comuni, primo fra tutti quello della donna ingenua vittima del seduttore. Ma Don Giovanni è sempre là. Con altri costumi, talvolta anche di un altro sesso, forse meno mistico e più pragmatico; ma sempre emblema dell'amore alienato, che distrugge e si distrugge; sempre condannato a galleggiare nel vuoto di infinite relazioni che vieppiù serrano nella solitudine.
Platonov, di Anton Cechov; regia di Nanni Garella, con Alessandro Haber. Teatro Metastasio, Prato, 20 - 24 gennaio 2010.

lunedì 1 febbraio 2010

7 febbraio 2010 - V domenica del tempo ordinario

1Cor 15,3-5

3 παρέδωκα γὰρ ὑμῖν ἐν πρώτοις, ὃ καὶ παρέλαβον, ὅτι Χριστὸς ἀπέθανεν ὑπὲρ τῶν ἁμαρτιῶν ἡμῶν κατὰ τὰς γραφάς, 4 καὶ ὅτι ἐτάφη, καὶ ὅτι ἐγήγερται τῇ ἡμέρᾳ τῇ τρίτῃ κατὰ τὰς γραφάς, 5 καὶ ὅτι ὤφθη Κηφᾷ, εἶτα τοῖς δώδεκα.
A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, e cioè che Cristo:
- morì per i nostri peccati secondo le Scritture
- fu sepolto
- è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
- apparve a Cefa e quindi ai Dodici.

I nuclei generatori del capitolo 15 della 1 Corinzi, che sono poi altrettanti problemi che si ponevano nella comunità di Corinto, sono due. Alcuni affermavano che:
1. non esiste risurrezione dei morti (v. 12)
2. ammesso che esista, come e con quale corpo i morti risorgono? (v. 35).
La lettura si occupa del primo problema. Paolo ricorda l'unanime insegnamento apostolico, tramandato nella Chiesa: Cristo è morto e risorto. Questa Buona Notizia (Vangelo) non è manipolabile a piacimento.
Non è possibile sapere di preciso quali dottrine gli oppositori professassero. Forse non negavano direttamente la risurrezione di Cristo, ma quella degli altri uomini morti, pensando che il caso di Cristo fosse a sé, diverso (=la vicenda di Gesù non fa testo); oppure intendevano la risurrezione di Gesù come "spirituale" (=non la si deve intendere alla lettera). Dall'andamento dell'argomentazione paolina sembra più probabile la prima ipotesi. Paolo infatti recupera l'unità tra la risurrezione di Cristo e la nostra, stabilisce un rapporto fondato sulla misteriosa solidarietà che lega il genere umano: ciò che Cristo ha vissuto non riguarda lui solo, ha conseguenze su tutti.

Paolo riflette comunque anche sul problema della "realtà" del corpo risorto, perché se i risorti hanno un corpo "angelico" e se la loro sorte è quella di Cristo, anche il Cristo risorto è da considerare un angelo. Molto presto si diffuse tale idea, ossia che il Cristo risorto non avesse un corpo e fosse un "demone", ovvero un essere spirituale divino (il "demonio" in senso nostro non c'entra, possiamo appunto dire un "angelo"). Lo testimonia questo passo della lettera di S. Ignazio di Antiochia agli smirnesi, scritta intorno al 100. Notiamo come egli sottolinei il realismo dell'incarnazione, della morte e della risurrezione. Le tre cose sono legate, e tale legame ha qualcosa da dire anche a chi, oggi, accoglie volentieri il realismo dell'incarnazione e della morte ma nega - con argomentazioni più o meno sofisticate - quello della risurrezione, che non sarebbe da intendere sulla base di una "mentalità realista, fisicista, metafisica, aristotelico-scolastica". In tal caso si deve fare la stessa operazione nei confronti dell'incarnazione e della morte. Ignazio, e prima di lui Paolo, sottolinea che la vittoria sulla morte del Cristo è una vera e totale vittoria, e che solo per questo anche il cristiano può sconfiggere la morte. "Ciascuno, però nel suo ordine (ἐν τῷ ἰδίῳ τάγματι). Primizia è Cristo" (15,23). Converrà guardarsi anche oggi dalle varie necrofile e necrofore "belve in forma umana".

2,1. Ταῦτα γὰρ πάντα ἔπαθεν δι’ἡμᾶς, ἵνα σωθῶμεν· καὶ ἀληθῶς ἔπαθεν, ὡς καὶ ἀληθῶς ἀνέστησεν ἑαυτόν, οὐχ ὥσπερ ἄπιστοί τινες λέγουσιν, τὸ δοκεῖν αὐτὸν πεπονθέναι, αὐτοὶ τὸ δοκεῖν ὄντες· καὶ καθὼς φρονοῦσιν, καὶ συμβήσεται αὐτοῖς, οὖσιν ἀσωμάτοις καὶ δαιμονικοῖς.

2,1. Tutto questo soffrì il Signore perché fossimo salvi. E soffrì realmente come realmente risuscitò se stesso, non come dicono alcuni increduli - ma sono essi a essere "apparenza" - che soffrì "in apparenza". Come pensano, avverrà loro di essere incorporei e simili ai demoni.

3,1. Ἐγὼ γὰρ καὶ μετὰ τὴν ἀνάστασιν ἐν σαρκὶ αὐτὸν οἶδα καὶ πιστεύω ὄντα. 2. καὶ ὅτε πρὸς τοὺς περὶ Πέτρον ἦλθεν, ἔφη αὐτοῖς· Λάβετε, ψηλαφήσατέ με καὶ ἴδετε, ὅτι οὐκ εἰμὶ δαιμόνιον ἀσώματον. καὶ εὐθὺς αὐτοῦ ἥψαντο καὶ ἐπίστευσαν, κραθέντες τῇ σαρκὶ αὐτοῦ καὶ τῷ πνεύματι. διὰ τοῦτο καὶ θανάτου κατεφρόνησαν, ηὑρέθησαν δὲ ὑπὲρ θάνατον. 3. μετὰ δὲ τὴν ἀνάστασιν συνέφαγεν αὐτοῖς καὶ συνέπιεν ὡς σαρκικός, καίπερ πνευματικῶς ἡνωμένος τῷ πατρί.
3,1. So e credo che dopo la risurrezione egli era nella carne. 2. Quando andò da quelli che erano con Pietro disse: "Prendete, toccatemi e vedete che non sono un demone senza corpo". E subito lo toccarono e credettero, al contatto della sua carne e del suo sangue. Per questo disprezzarono la morte e le furono superiori. 3. Dopo la risurrezione mangiò e bevve con loro come nella carne, sebbene spiritualmente unito al Padre.

4,1. Ταῦτα δὲ παραινῶ ὑμῖν, ἀγαπητοί, εἰδὼς ὅτι καὶ ὑμεῖς οὕτως ἔχετε. προφυλάσσω δὲ ὑμᾶς ἀπὸ τῶν θηρίων τῶν ἀνθρωπομόρφων, οὓς οὐ μόνον δεῖ ὑμᾶς μὴ παραδέχεσθαι, ἀλλ’εἰ δυνατὸν μηδὲ συναντᾶν, μόνον δὲ προεύχεσθε ὑπὲρ αὐτῶν, ἐὰν πως μεταμοήσωσιν, ὅπερ δύσκολον, τούτου δὲ ἔχει ἐξουσίαν Ἰησοῦς Χριστός, τὸ ἀληθινὸν ἡμῶν ζῆν. 2. εἰ γὰρ τὸ δοκεῖν ταῦτα ἐπράχθη ὑπὸ του κυρίου ἡμῶν, κἀγὼ τὸ δοκεῖν δέδεμαι. τί δὲ καὶ ἑαυτὸν ἔκδοτον δέδωκα τῷ θανάτῳ, πρὸς πῦρ, πρὸς μάχαιραν, πρὸς θηρία; ἀλλ’ἐγγυς μαχαίρας ἐγγὺς θεοῦ· μόνον ἐν τῷ ὀνόματι Ἰησοῦ Χριστοῦ εἰς τὸ συμπαθεῖν αὐτῷ πάντα ὑπομένω, αὐτοῦ με ἐνδυναμοῦντος τοῦ τελείου ἀνθρώπου.
4,1. Questo vi raccomando, carissimi, sapendo che così l'avete nell'animo. Vi metto in guardia da queste belve in forma umana, che non solo non bisogna ricevere, ma se possibile neanche incontrare; (occorre) soltanto pregare per loro che si ravvedano, cosa difficile. Gesù Cristo, nostra vera vita, ne ha la potenza. Se è un'apparenza quanto è stato fatto dal Signore, anch'io sono in apparenza incatenato. Allora perché mi sono offerto alla morte? Per il fuoco, per la spada, per le belve? Ma vicino alla spada si è vicino a Dio, vicino alle belve vicino a Dio, solo nel nome di Gesù Cristo. Per patire con lui tutto sopporto, ed è lui me ne dà la forza, che si è fatto uomo perfetto.

5,1. Ὅν τινες ἀγνοοῦντες ἀρνοῦνται, μᾶλλον δὲ ἠρνήθησαν ὑπ’αὐτοῦ, ὄντες συνήγοροι του θανάτου μᾶλλον ἢ τῆς ἀληθείας· οὒς οὐκ ἔπεισαν αἱ προφητεῖαι οὐδὲ ὁ νόμος Μωύσεως, ἀλλ’ οὐδὲ μέχρι νῦν τὸ εὐαγγέλιον, οὐδὲ τὰ ἡμέτερα τῶν κατ’ἄνδρα παθήματα. 2. καὶ γὰρ περὶ ἡμῶν τὸ αὐτὸ φρονοῦσιν. τί γάρ με ὠφελεῖ τις, εἰ ἐμὲ ἐπαινεῖ, τὸν δὲ κύριόν μου βλασφημεῖ, μὴ ὁμολογῶν αὐτὸν σαρκοφόρον; ὁ δὲ τοῦτο λέγων τελείως αὐτὸν ἀπήρνηται, ὢν νεκροφόρος. 3. τὰ δὲ ὀνόματα αὐτῶν, ὄντα ἄπιστα, οὐκ ἔδοξέν μοι ἐγγράψαι. οὗ μετανοήσωσιν εἰς τὸ πάθος, ὅ ἐστιν ἡμῶν ἀνάστασις.
5,1. Alcuni non conoscendolo lo rinnegano e più che mai sono da lui rinnegati. Difensori della morte più che della verità, non li hanno convinti né i profeti né la legge di Mosè, e ora né il vangelo né le nostre sofferenze personali. 2. Di noi la pensano allo stesso modo. Cosa mi importa se uno mi loda, e poi bestemmia il mio Signore, dicendo che non si è incarnato? Chi dice così lo rinnega completamente: è un necroforo. 3. Non mi è parso opportuno scrivere neanche i loro nomi di increduli. Non li ricordo sino a quando non si convertono alla passione, che è la nostra risurrezione.