lunedì 30 novembre 2015

Pier Paolo Pasolini, Porcile

Desolato e desolante, Porcile racconta il malessere di Julian, nel quale si ravvisa agevolmente lo stesso Pasolini, impigliato nella duplice rete del mondo esteriore e interiore. Il primo è rappresentato dai Klotz, i suoi genitori, ricchi borghesi, dei quali è figlio «né ubbidiente né disubbidiente», e dalla sua ragazza, Ida, con la quale non riesce a trovare un rapporto definito e sereno. In questo mondo Julian è un disadattato, che cerca rifugio altrove, appunto nel porcile della fattoria di cui è proprietaria la famiglia. Qui egli è solito rifugiarsi segretamente per misteriosi appuntamenti non meglio identificati (il testo rimane ambiguo e non occorre definire, anzi è bene mantenere il mistero). Qui, in questa cifra del mondo interiore, ritrova se stesso, o almeno ci prova. L'esito di questo tentativo sarà infatti tragico: i porci lo divoreranno interamente, senza lasciar di lui "nemmeno un capello", e del suo tormentato passaggio in questo mondo non resterà traccia alcuna. L'intero dramma si trova posto sotto il segno della voracità: voracità della borghesia capitalista e del consumismo edonista, che in nome del profitto scende a patti con chiunque (l'ex nazista Herditze diviene socio del padre, traendo infine profitto dalla scomparsa di Julian); ma anche voracità dell'istinto, portatore a un tempo di vita e morte. Non sarà un caso se in molte culture il simbolo suino è ambivalente, rappresentando da un lato abbondanza di vita e prosperità (il porcellino salvadanaio), dall'altro bassezza istintuale e voracità insaziabile. L'ambiguità stringe Julian in una morsa che lo annienta. Mangiare ed essere mangiati: chi rifiuta di mangiare l'altro, di sfruttarlo per ingrassare se stesso, chi prova a cercar vita altrove, si trova non tanto ad essere mangiato dall'altro (a questo si potrebbe forse porre rimedio), quanto piuttosto - peggio - fagocitato da se stesso. Un grido di dolore, quello di Pasolini, tanto più profetico quanto più il mondo occidentale odierno è riuscito a coniugare "felicemente" sotto il segno dell'assolutizzazione delle libertà individuali, quanto negli anni Settanta appariva ancora discorde: capitalismo e protesta, poetere e fantasia, realtà e alternativa. Adempiuta perfettamente la parabola del "rivoluzionario conformista", a un tempo divoratore e divorato, l'uomo contemporaneo s'immagina d'essere alternativo nel momento stesso in cui si adegua scrupolosamente ai dettami delle varie mode e del politicamente corretto. Rimane nel dramma un appello, sussurrato a mezza voce, a cercare scampo in quella cultura umanistica dalla quale oggi invece la stessa scuola italiana, diligente discepola della maestra Europa, sembra ahimè prendere sempre più le distanze (e si noti bene: il mito greco già presentava in Erisìttone la figura del divoratore divorato). Oramai soltanto i sogni hanno ancora la missione di "renderci ansiosi della verità". A patto che la si voglia ancora cercare.
Porcile, di Pier Paolo Pasolini, regia di Valerio Binasco, nuova coproduzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con la collaborazione di Spoleto58 Festival dei 2Mondi, Teatro Metastasio, Prato, 5-15 novembre 2015.

domenica 29 novembre 2015

II domenica di avvento, ufficio delle letture

Dal Commento sul profeta Isaia di Eusebio, vescovo di Cesarea (PG 24,366-367)

Lettura quanto mai maltrattata dai curatori di LO: non ci sono solo i soliti tagli e le solite traduzioni piamente fantasiose, ma anche due trasposizioni di testo. Prima di tutto riportiamo il testo greco nella sua forma originale, eccetto i tagli maggiori, segnalati da (...). Siamo nel libro II:

16. (...) φωνὴ βοῶντος ἐν τῇ ἐρήμῳ Ἑτοιμάσατε τὴν ὁδὸν κυρίου, ⸤τοῦτ’ ἔστι τὸ εὐαγγελικὸν κήρυγμα <ἢ> ἡ καινὴ παράκλησις αὕτη ἡ πᾶσιν ἀνθρώποις γνωσθήσεσθαι τὸ σωτήριον τοῦ θεοῦ ἐπιζητοῦσα.⸥
⸢σαφῶς παρίστη μὴ ἐν τῇ Ἰερουσαλὴμ γενήσεσθαι τὰ θεσπιζόμενα, ἀλλ’ ἐπὶ τῆς ἐρήμου, λέγω δὲ τὸ ὀφθήσεσθαι τὴν δόξαν κυρίου καὶ τὸ πάσῃ σαρκὶ γνωσθήσεσθαι τὸ σωτήριον τοῦ θεοῦ. καὶ ταῦτα μὲν ἐπληροῦτο πρὸς ἱστορίαν καὶ λέξιν ἐπὶ τοῦ βαπτιστοῦ Ἰωάννου κηρύσσοντος τὴν σωτήριον θεοφάνειαν ἐν τῇ ἐρήμῳ τοῦ Ἰορδάνου, ἐν ᾗ καὶ τὸ σωτήριον ὤφθη τοῦ θεοῦ. αὐτὸς ὁ Χριστός, ἥ τε δόξα αὐτοῦ τοῖς πᾶσιν ἐγνώσθη, ὅτε βαπτισθέντος αὐτοῦ «ἠνεῴχθησαν οἱ οὐρανοί», καὶ ‹τὸ πνεῦμα τὸ ἅγιον ἐν εἴδει περιστερᾶς καταβὰν› «ἔμεινεν ἐπ’ αὐτόν», «φωνή» τε ἠνέχθη πατρικὴ τῷ υἱῷ μαρτυροῦσα· «οὗτός ἐστιν ὁ υἱός μου ὁ ἀγαπητός, αὐτοῦ ἀκούετε».⸣
(...)
⸢ὡς γὰρ μέλλοντος ἐπιδημεῖν τῇ ἐρήμῳ καὶ τῇ ἐξ αἰῶνος ἀβάτῳ τοῦ θεοῦ ταῦτα ἐλέγετο. ἦν δὲ τὰ ἔθνη πάντα ἔρημα θεοῦ γνώσεως καὶ ἄβατα πᾶσι τοῖς τοῦ θεοῦ δικαίοις τε καὶ προφήταις ἀνδράσι. διόπερ ἡ φωνὴ παρακελεύεται ὁδὸν εὐτρεπίζειν τῷ τοῦ θεοῦ λόγῳ καὶ τὴν ἄβατον καὶ τραχεῖαν ὁμαλὴν ποιεῖν, ἵνα ἐπιβῇ ἐπιδημήσας ὁ θεὸς ἡμῶν⸣ μετὰ προσθήκης τῆς ἡμῶν· εὐθείας γάρ φησι ποιεῖτε τὰς τρίβους τοῦ θεοῦ ἡμῶν·
(...)
17. ⸢Σφόδρα καὶ ταῦτα τῇ τῶν προλεχθέντων ἕπεται διανοίᾳ εὐκαίρως καὶ τῶν εὐαγγελιστῶν μνήμην ποιούμενα καὶ παρουσίαν θεοῦ ἀνθρώποις εὐαγγελιζόμενα, μετὰ τὰ περὶ ‹τῆς ἐν τῇ ἐρήμῳ βοώσης φωνῆς›. εἵπετο γὰρ τῇ περὶ Ἰωάννου τοῦ βαπτιστοῦ προφητείᾳ ὁ περὶ τῶν εὐαγγελιστῶν τοῦ σωτῆρος λόγος, ἥ τε τῆς θεοφανείας αὐτοῦ δήλωσις.⸣ κατὰ δὲ τοὺς λοιποὺς ἑρμηνευτὰς ἀντὶ τοῦ· ὁ εὐαγγελιζόμενος, ἡ εὐαγγελιζομένη εἴρηται· λέγει γοῦν ὁ Σύμμαχος· ἐπ’ ὄρος ὑψηλὸν ἀνάβηθι σεαυτῇ <ἡ> εὐαγγελιζομένη Σιών, καὶ ἔπαρον ὑψηλῶς τὴν φωνήν σου <ἡ> εὐαγγελιζομένη Ἰερουσαλήμ, ἔπαρον, μὴ φοβοῦ. καὶ διὰ τούτων δὲ θέα ὡς ἔμψυχον καὶ ζῶσαν τὴν Σιὼν καὶ τὴν Ἰερουσαλὴμ οἶδεν ὁ λόγος· ἀναβῆναι γοῦν αὐτὴν ἑαυτῆς ἐπὶ ὑψηλὸν ὄρος καὶ τὴν φωνὴν αὐτῆς ὑψῶσαι ἐν τῷ εὐαγγελίζεσθαι τὴν τοῦ θεοῦ παρουσίαν παρεκελεύετο. ⸢τίς οὖν ἐστιν αὕτη Σιὼν ἐπ’ ὄρος ὑψηλὸν ἕτερον παρ’ αὐτὴν ἀνιοῦσα; καὶ αὕτη γὰρ ὄρος ἦν, ὡς δηλοῖ ἡ φάσκουσα γραφή· «ὄρος Σιὼν τοῦτο, ὃ κατεσκήνωσας ἐν αὐτῷ», καὶ ὁ Ἀπόστολος· «προσεληλύθατε Σιὼν ὄρει», ἢ πάντως που ἡ διὰ τῶν ἔμπροσθεν ‹καρδία Ἰερουσαλὴμ› ὠνομασμένη. καὶ μήποτε νῦν ὁ χορὸς ὁ ἀποστολικὸς ὁ ἐκ τοῦ προτέρου λαοῦ ἐκ περιτομῆς ἐξειλεγμένος τοῦτον σημαίνεται τὸν τρόπον; αὕτη γάρ ἐστι Σιὼν καὶ Ἰερουσαλὴμ ἡ «τὸ σωτήριον τοῦ θεοῦ» παραδεδεγμένη, ἐπηρτημένη τις οὖσα καὶ αὕτη καὶ τῷ ὄρει τοῦ θεοῦ τῷ μονογενεῖ αὐτοῦ λόγῳ παρεικασμένη, ᾗ προστάττει εὐαγγελίζεσθαι ἀνελθούσῃ ἐπ’ ὄρος ὑψηλὸν τὸν σωτήριον λόγον. καὶ δὴ ὁ εὐαγγελικὸς χορὸς καὶ αἱ ἅγιαι καὶ ἐπηρτημέναι τῷ τῆς ἀρετῆς φρονήματι ψυχαὶ Σιὼν καὶ Ἰερουσαλὴμ ὀνομαζόμεναι ἐπὶ τὸ ὄρος τὸ ὑψηλὸν τῆς θεότητος τοῦ μονογενοῦς τοῦ θεοῦ κελεύονται ἀνιέναι κἀκεῖθεν ἄνωθεν ἀφ’ ὑψηλοῦ εὐαγγελίζεσθαι καὶ κηρύττειν ἅπασιν ἀνθρώποις τοῦ Χριστοῦ τοῦ θεοῦ τὴν ἐπὶ γῆς παρουσίαν.⸣ (Ed. J. Ziegler, GCS 1975)

Ecco la mia traduzione del testo nella sua disposizione originale; il testo tra parentesi quadre è quello spostato.

Voce di uno che grida nel deserto: "Preparate la strada del Signore" (Is 40,3)[, cioè l'annunzio evangelico, quella nuova paraclesi che brama di far nota a tutti gli uomini la salvezza di Dio (1)]. Espone chiaramente che quanto dice l'oracolo - cioè che si sarebbe veduta la gloria del Signore e la salvezza di Dio si sarebbe fatta conoscere ad ogni carne - non si verificherà a Gerusalemme, ma nel deserto. Ciò si è realizzato storicamente e letteralmente in Giovanni il Battista, quando predicò la salutare teofania nel deserto del Giordano, dove appunto si manifestò anche la salvezza di Dio. Proprio Cristo, la sua gloria, fu nota a tutti quando, dopo il suo battesimo, "si aprirono i cieli", "lo Spirito Santo, scendendo in forma di colomba, si posò su di lui" (Mt 3,16; Mc 1,10-11; Lc 3,22; Gv 1,32), e risuonò la voce del Padre che al Figlio rendeva questa testimonianza: "questi è il mio Figlio diletto: ascoltatelo" (Mt 17,5; Mc 9,7; Lc 9,35).
(...)
Si diceva questo, in quanto Dio stava per venire in quel deserto che da sempre gli era inaccessibile. Tutti i popoli erano "deserto" quanto a conoscenza di Dio, inaccessibili a tutti i giusti e i profeti di Dio. Perciò la voce esorta a preparare la strada al Verbo di Dio, ad appianare la strada, perché, al suo arrivo, il nostro Dio potesse camminarci [con il nostro contributo, omette LO]; dice infatti: "fate diritte le strade del nostro Dio".
[qui LO inserisce il testo (1)]
(...)
[Molto opportunamente a quelli di prima seguono anche questi pensieri, e dopo la menzione della voce che grida nel deserto si fa riferimento agli evangelizzatori, e si annunzia la venuta di Dio fra gli uomini. Infatti alla profezia di Giovanni il Battista doveva seguire il discorso sui predicatori del Salvatore e l'annunzio della sua teofania. (2)]
(...)
"Sali per te su un alto monte, o Sion che evangelizzi, alza in alto la tua voce, o Gerusalemme che evangelizzi, alzala, non temere!" (Is 40,9).
[qui LO inserisce il testo (2)]
(...)
Chi è dunque questa Sion che deve salire su un altro alto monte vicino? Anch'essa infatti era un monte, come mostra la Scrittura dicendo: "il monte Sion, dove hai preso dimora" (Sal 73,2), e l'apostolo: "vi siete accostati al monte Sion" (Eb 12,22) [, chiamata precedentemente "cuore di Gerusalemme, omette LO]. Ma in questo modo non si indica forse il coro apostolico, raccolto dal primo popolo, quello della circoncisione? Questa infatti è la Sion e la Gerusalemme che ha accolto "la salvezza di Dio", essendo essa stessa come innalzata e comparata al monte di Dio che è il Verbo unigenito: ad essa ordina di annunziare, salita sull'alto monte, la buona notizia della salvezza.
Il coro evangelico e le anime sante, elevate dall'animo virtuoso, chiamati "Sion" e "Gerusalemme", sono invitati a salire sull'alto monte della divinità dell'Unigenito, e da lì, dalla sommità, a evangelizzare e annunziare a tutti la venuta del Cristo di Dio sulla terra.
Siccome poi era verosimile che molti si sarebbero ribellati, aggiunge: "alzate la voce, non temete". Ordina di annunziare per prime alle città di Giuda, cioè alle sinagoghe dei giudei, che è arrivato il Dio annunziato dai profeti, proprio quel Signore che essi da tempo attendevano.

LO riporta il commento di Eusebio ai vv. 3 e 9 del c. 40 di Isaia (anche se, in verità, il testo spostato [2] si riferisce ai vv. 7-8). Nel commento al v. 3 domina il tema "paraclesi nel deserto"; nel commento al v. 9 il confronto tra i tre monti: Sion, l'Unigenito, gli apostoli. Si noti, per quanto riguarda questo secondo versetto, che Eusebio commenta il testo d'Isaia nella traduzione non dei LXX ma di Simmaco (e altri), com'egli stesso scrive: «Secondo gli altri interpreti invece di "colui che evangelizza" si deve leggere "che evangelizzi". Dice dunque Simmaco: "Sali etc."».
Complessivamente, Eusebio segnala tre tempi: Isaia, Cristo, oggi. Sono i tempi di ogni buona esegesi: significato storico, adempimento cristologico, attualizzazione. Quest'ultimo elemento è tuttavia presente soprattutto nelle parti tagliate.
Nel ciclo annuale del breviario è questa l'unica lettura di Eusebio, a parte una lettura dalla Storia Ecclesiastica sulla pace costantiniana, annessa alla memoria facoltativa di papa Silvestro al 31 dicembre.

lunedì 23 novembre 2015

I domenica di avvento, ufficio delle letture

Dalle Catechesi di S. Cirillo di Gerusalemme, vescovo (15,1-3; PG 33, 870-874)

1. Noi annunziamo la venuta di Cristo. Non però una sola, ma anche la seconda, molto più bella della prima. La prima, infatti, doveva mostrare la pazienza, mentre l'altra porta la corona della regalità. Per lo più, infatti, tutto è duplice nel Signore nostro Gesù Cristo. Duplice è la generazione, una da Dio, prima del tempo, e l'altra da una vergine nella pienezza del tempo. Due sono anche le discese. Una nascosta, come sul vello (Gdc 6,37-40), la seconda, futura, manifesta. Nella prima venuta fu avvolto in fasce in una mangiatoia, nella seconda vestirà la luce come un manto (Sal 104,2). Nella prima accettò la croce disprezzando il disonore (Eb 12,2), nell'altra avanzerà pieno di gloria, scortato da schiere di angeli. Non rimaniamo dunque soltanto alla prima venuta, ma attendiamo anche la seconda. E se nella prima abbiamo acclamato: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21,9), anche nella seconda acclameremo allo stesso modo. Andando incontro al Signore insieme agli angeli e adorandolo canteremo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore». Il Salvatore viene non per essere di nuovo giudicato, ma giudicare coloro che lo hanno giudicato. Egli che taceva quando subiva la condanna, ricorda a quegli ingiusti gli scherni che gli inflissero sulla croce: «hai agito così, e io ho taciuto» (Sal 50,21). Allora venne per un disegno provvidente per istruire gli uomini con la persuasione, ma alla fine tutti, lo vogliano o no, dovranno necessariamente sottomettersi al suo dominio regale.
2. Il profeta Malachia parla delle due venute: «E subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate…» (Ml 3,1). Ecco la prima venuta. E poi riguardo alla seconda dice: «… e l'angelo dell'alleanza, che voi desiderate. Ecco, viene il Signore onnipotente: chi sopporterà il giorno del suo arrivo? Chi resisterà al suo apparire? Egli verrà come fuoco di fonditore e come lisciva di lavandai. Siederà per fondere e purificare» (Ml 3,1-3).
(…)
Anche Paolo si riferisce a queste due venute scrivendo a Tito: «È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2, 11-13). Vedi come parla della prima venuta, per la quale ringrazia, e della seconda, che aspettiamo? Perciò adesso vi sono affidati gli articoli della fede che abbiamo appena annunziato: credere in colui che "è salito al cielo e siede alla destra del Padre; verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine".
3. Viene dunque il Signore nostro Gesù Cristo dai cieli. Viene per la fine di questo mondo, nella gloria dell'ultimo giorno. C'è infatti la fine di questo mondo: questo mondo creato sarà ricreato.

1. Χριστοῦ παρουσίαν καταγγέλλομεν οὐ μίαν μόνον, ἀλλὰ καὶ δευτέραν τῆς προτέρας πολὺ καλλίονα. ἡ μὲν γὰρ ὑπομονῆς εἶχεν ἐπίδειξιν, ἡ δὲ θείας βασιλείας φέρει τὸ διάδημα. ὡς γὰρ ἐπὶ τὸ πλεῖστον πάντα διπλᾶ παρὰ τῷ κυρίῳ ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστῷ. Διπλῆ γέννησις, μία ἐκ θεοῦ πρὸ τῶν αἰώνων, καὶ μία ἐκ παρθένου ἐπὶ συντελείᾳ τῶν αἰώνων. Διπλαῖ αἱ κάθοδοι, μία ἡ ἀσυμφανής, ἡ ὡς ἐπὶ πόκον, καὶ δευτέρα ἡ ἐπιφανής, ἡ μέλλουσα. Ἐν τῇ προτέρᾳ παρουσίᾳ ἐσπαργανώθη ἐν τῇ φάτνῃ, ἐν τῇ δευτέρᾳ ἀναβάλλεται φῶς ὡς ἱμάτιον. ἐν τῇ προτέρᾳ ὑπέμεινε σταυρόν, αἰσχύνης καταφρονήσας, ἐν τῇ δευτέρα ἔρχεται ὑπὸ στρατιᾶς ἀγγέλων δορυφορούμενος, δοξαζόμενος. Οὐχ ἱστάμεθα τοίνυν ἐπὶ τῇ πρώτῃ παρουσίᾳ μόνον, ἀλλὰ καὶ τὴν δευτέραν προσδοκῶμεν. Καὶ ἐν τῇ προτέρᾳ μὲν εἰπόντες εὐλογημένος ὁ ἐρχόμενος ἐν ὀνόματι κυρίου, καὶ ἐν τῇ δευτέρᾳ ἐροῦμεν πάλιν τὸ αὐτό, ἵνα μετὰ ἀγγέλων συναντήσαντες τῷ δεσπότῃ προσκυνοῦντες εἴπωμεν εὐλογημένος ὁ ἐρχόμενος ἐν ὀνόματι κυρίου. Ἔρχεται ὁ σωτὴρ οὐ δικασθῆναι πάλιν, ἀλλὰ δικάσαι τοὺς δικάσαντας. Ὁ πρότερον ἐν τῷ κρίνεσθαι σιωπήσας ὑπομιμνήσκων λέγει τοῖς παρανόμοις τοῖς τὰ τολμηρὰ ἐπὶ τοῦ σταυροῦ πεποιηκόσιν· ταῦτα ἐποίησας καὶ ἐσίγησα. Δι' οἰκονομίαν τότε ἦλθε, σὺν πειθοῖ διδάσκων ἀνθρώπους, τότε δὲ καὶ ἀνάγκῃ βασιλευθήσονται κἂν μὴ θέλωσιν.
2. Καὶ περὶ τῶν δύο τούτων παρουσιῶν λέγει Μαλαχίας ὁ προφήτης· καὶ ἐξαίφνης ἥξει εἰς τὸν ναὸν αὐτοῦ κύριος, ὃν ὑμεῖς ζητεῖτε. Ἰδοὺ μία παρουσία. καὶ πάλιν περὶ τῆς δευτέρας παρουσίας φησίν· καὶ ὁ ἄγγελος τῆς διαθήκης, ὃν ὑμεῖς ζητεῖτε. ἰδοὺ ἔρχεται κύριος παντοκράτωρ. Καὶ τίς ὑπομενεῖ ἡμέραν εἰσόδου αὐτοῦ; ἢ τίς ὑποστήσεται ἐν τῇ ὀπτασίᾳ αὐτοῦ; διότι αὐτὸς εἰσπορεύεται ὡς πῦρ χωνευτηρίου καὶ ὡς πόα πλυνόντων. Καὶ καθιεῖται χωνεύων καὶ καθαρίζων. [καὶ ἑξῆς εὐθὺς ὁ σωτήρ φησιν αὐτός· καὶ προσάξω πρὸς ὑμᾶς ἐν κρίσει, καὶ ἔσομαι μάρτυς ταχὺς ἐπὶ τοὺς φαρμακοὺς καὶ ἐπὶ τὰς μοιχαλίδας καὶ ἐπὶ τοὺς ὀμνύοντας τῷ ὀνόματί μου ἐπὶ ψεύδει, καὶ τὰ ἑξῆς. Διὰ τοῦτο προασφαλιζόμενος ἡμᾶς ὁ Παῦλός φησιν· εἴ τις ἐποικοδομεῖ ἐπὶ τὸν θεμέλιον τοῦτον χρυσὸν καὶ ἄργυρον καὶ λίθους τιμίους, ξύλα, χόρτον, καλάμην, ἑκάστου τὸ ἔργον φανερὸν γενήσεται· ἡ γὰρ ἡμέρα δηλώσει, ὅτι ἐν πυρὶ ἀποκαλύπτεται.] Ἤδη καὶ ὁ Παῦλος τὰς δύο παρουσίας ταύτας σημαίνει γράφων πρὸς Τίτον καὶ λέγων· ἐπεφάνη ἡ χάρις τοῦ θεοῦ τοῦ σωτῆρος πᾶσιν ἀνθρώποις, παιδεύουσα ἡμᾶς, ἵνα ἀρνησάμενοι τὴν ἀσέβειαν καὶ τὰς κοσμικὰς ἐπιθυμίας σωφρόνως καὶ εὐσεβῶς καὶ δικαίως ζήσωμεν ἐν τῷ νῦν αἰῶνι, προσδεχόμενοι τὴν μακαρίαν ἐλπίδα καὶ ἐπιφάνειαν τῆς δόξης τοῦ μεγάλου θεοῦ καὶ σωτῆρος ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ. Βλέπεις ὅπως εἶπε πρώτην μὲν ἐφ' ᾗ εὐχαριστεῖ, δευτέραν δὲ ἣν προσδοκῶμεν; διὰ τοῦτο καὶ τὰ τῆς πίστεως τῆς ἐπαγγελλομένης ὑφ' ἡμῶν νῦν οὕτως παρεδόθη, πιστεύειν εἰς τὸν καὶ ἀνελθόντα εἰς τοὺς οὐρανοὺς καὶ καθίσαντα ἐκ δεξιῶν τοῦ πατρός, καὶ ἐρχόμενον ἐν δόξῃ κρῖναι ζῶντας καὶ νεκρούς, οὗ τῆς βασιλείας οὐκ ἔσται τέλος.
3. Ἔρχεται τοίνυν ὁ κύριος ἡμῶν Ἰησοῦς Χριστὸς ἐξ οὐρανῶν. Ἔρχεται δὲ περὶ τὴν συντέλειαν τοῦ κόσμου τούτου μετὰ δόξης ἐν τῇ ἐσχάτῃ ἡμέρᾳ. Γίνεται γὰρ τοῦ κόσμου τούτου συντέλεια, καὶ ὁ γενητὸς οὗτος κόσμος πάλιν ἀνακαινοποιεῖται.

La traduzione è mia, visto che quella che si legge sul breviario (LO = Liturgia delle Ore) mi lascia – una volta di più – perplesso. Notiamo l'erroneità della traduzione, laddove recita: "Una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso, come la pioggia sul vello". Il greco dice semplicemente "come sul vello". Parlando di "pioggia" l'immagine non funziona più, in quanto mentre la rugiada è inavvertita, e si nota solo dai suoi effetti, della pioggia ci si accorge benissimo. Ora, il fulcro dell'immagine è proprio il fatto che la fecondazione del grembo di Maria rimane nascosta e misteriosa, rendendosi visibile solo nei suoi effetti. Come si dice nei primi vespri della solennità di Maria Ss. Madre di Dio (2.a antifona): "Hai compiuto le Scritture, quando in modo unico sei nato dalla Vergine; come rugiada sul vello sei disceso a salvare l'uomo. Lode a te, nostro Dio!".
Altro punto è la "dolce fermezza", che nel greco è semplicemente "persuasione". La prima venuta è cioè caratterizzata dal fatto che Dio si rivolge alla libertà dell'uomo. Ma che c'entra la "dolce fermezza", che nel testo non c'è, ed è fuori dal processo logico?
Anche nella citazione di Malachia è ingiustificato cambiare "verrà" in "è", in quanto sopprime proprio l'idea per la quale il testo è citato, ovvero quella della venuta. Qui come altrove i traduttori hanno seguito la traduzione CEI, ma la cosa genera - qui come altrove -  incongruenze.
Non è pensabile un cristianesimo senza giudizio. Ricordo i nn. 41-48 della Spe Salvi di Benedetto XVI: il giudizio di Dio è "luogo di speranza"! Se non ci fosse, dovremmo o rinunziarvi (in tal caso ciò che è storto mai si raddrizzerà), oppure surrogarlo, sostituirlo col nostro giudizio, la nostra giustizia umana (raddrizziamo noi ciò che è storto) e allora si apre la via ai totalitarismi di vario tipo. Il giudizio è già iniziato con la risurrezione di Cristo, e consiste nell'incontro con lui.

Ecco qua la traduzione LO:

1. Noi annunziamo che Cristo verrà. Infatti non è unica la sua venuta, ma ve n'è una seconda, la quale sarà molto più gloriosa della precedente. La prima, infatti, ebbe il sigillo della sofferenza, l'altra porterà una corona di divina regalità. Si può affermare che quasi sempre nel nostro Signore Gesù Cristo ogni evento è duplice. Duplice è la generazione, una da Dio Padre, prima del tempo, e l'altra, la nascita umana, da una vergine nella pienezza dei tempi.
Due sono anche le sue discese nella storia. Una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso, come la pioggia sul vello. Una seconda volta verrà nel futuro in splendore e chiarezza davanti agli occhi di tutti.
Nella sua prima venuta fu avvolto in fasce e posto in una stalla, nella seconda si vestirà di luce come di un manto. Nella prima accettò la croce senza rifiutare il disonore, nell'altra avanzerà scortato dalle schiere degli angeli e sarà pieno di gloria.
Perciò non limitiamoci a meditare solo la prima venuta, ma viviamo in attesa della seconda. E poiché nella prima abbiamo acclamato: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9), la stessa lode proclameremo nella seconda. Così andando incontro al Signore insieme agli angeli e adorandolo canteremo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9).
Il Salvatore verrà non per essere di nuovo giudicato, ma per farsi giudice di coloro che lo condannarono. Egli, che tacque quando subiva la condanna, ricorderà il loro operato a quei malvagi, che gli fecero subire il tormento della croce, e dirà a ciascuno di essi: «Tu hai agito così, io non ho aperto bocca» (cfr. Sal 38, 10).
Allora in un disegno di amore misericordioso venne per istruire gli uomini con dolce fermezza, ma alla fine tutti, lo vogliano o no, dovranno sottomettersi per forza al suo dominio regale.
2. Il profeta Malachia preannunzia le due venute del Signore: «E subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate» (Ml 3, 1). Ecco la prima venuta. E poi riguardo alla seconda egli dice: «Ecco l'angelo dell'alleanza, che voi sospirate, ecco viene... Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare» (Ml 3, 1-3).
Anche Paolo parla di queste due venute scrivendo a Tito in questi termini: «E' apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2, 11-13). Vedi come ha parlato della prima venuta ringraziandone Dio? Della seconda invece fa capire che è quella che aspettiamo.
Questa è dunque la fede che noi proclamiamo: credere in Cristo che è salito al cielo e siede alla destra Padre. Egli verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti. E il suo regno non avrà fine.
3. Verrà dunque, verrà il Signore nostro Gesù Cristo dai cieli; verrà nella gloria alla fine del mondo creato, nell'ultimo giorno. Vi sarà allora la fine di questo mondo, e la nascita di un mondo nuovo.

domenica 22 novembre 2015

Ruminare i salmi: siamo alla conclusione

Caro amico, cara amica,
iniziato tre anni fa, il percorso di 'Ruminar salmi' finisce. Il ciclo liturgico è completato, e questo è sufficiente. E' stato un bell'arricchimento per me e, spero, anche per te. Chi vuole, continuerà da solo. Ecco tre testi utili per approfondire:
* Una monaca cistercense, La Parola ruminata, Ed. Paoline, 2000
* Franco Mosconi, Ruminare la Scrittura. Introduzione alla Lectio divina, Ed. Il Margine 2010.
* Clodovis Boff, Come fare meditazione. Il metodo della «ruminazione», Ed. Paoline 2010.

Grazie per questo tratto percorso insieme e auguri per il tuo cammino! Ti lascio con questo testo di S. Agostino (Esposizione sul Salmo 141,1):

«"Un tesoro desiderabile è riposto nella bocca del sapiente; lo stolto viceversa se lo inghiotte" (Pr 21,20). Esortiamo pertanto la vostra Carità a nascondere - ci si permetta la parola - nel ventre della memoria le cose ascoltate: meditatele ancora e col pensiero in certo qual modo ruminatele. Questo infatti è il senso della massima: Un tesoro desiderabile è riposto nella bocca del sapiente; lo stolto viceversa se lo inghiotte. Avrebbe potuto dire più succintamente: il sapiente rumina, lo stolto no. Questo ruminare poi, a volerlo dire con chiarezza e con termini latini, che significa? Il sapiente ripensa alle cose ascoltate, lo stolto se ne scorda. Né per altro motivo nella Legge vengon chiamati mondi gli animali che ruminano e immondi quelli che non ruminano, se è vero che in se stesso ogni essere creato da Dio è mondo. Dinanzi a Dio creatore il porco è mondo alla stessa maniera dell'agnello. Tutte le cose create erano infatti assai buone e, come dice l'Apostolo, ogni creatura di Dio è buona, e ancora: Tutto è puro per chi è puro. In se stessi dunque e per natura porco e agnello sono mondi; come simboli invece l'agnello rappresenta qualcosa di puro, il porco al contrario qualcosa di impuro. L'agnello rappresenta l'innocenza del saggio che medita, il porco il sudiciume dello stolto che dimentica.»

Thesaurus desiderabilis requiescit in ore sapientis; vir autem stultus glutit illum. Unde admonemus Caritatem vestram ut ea quae audiendo tamquam ventre memoriae conditis, rursus revolvendo et cogitando quodammodo ruminetis. Hoc est enim: Thesaurus desiderabilis requiescit in ore sapientis; vir autem stultus glutit illum: breviter dixit: Sapiens ruminat, stultus non ruminat. Hoc autem aperte et latine quid est? Sapiens cogitat ea quae audierit; stultus autem audita oblivioni tradit. Neque enim propter aliud in Lege, munda ea dicta sunt animalia quae ruminant, immunda quae non ruminant: nam creatura Dei omnis munda est. Artifici Deo tam mundus est porcus quam agnus. Creavit enim omnia bona valde: et: Omnis creatura Dei bona est, dicit Apostolus; et: Omnia munda mundis. Cum ergo in natura utrumque sit mundum; significatione tamen agnus significat aliquid mundum, porcus significat aliquid immundum: agnus significat innocentiam sapientiae ruminantis; porcus significat immunditiam stultitiae obliviscentis.

La versione CEI del versetto che Agostino commenta, recita: "Tesori preziosi e profumi sono nella dimora del saggio, ma l'uomo stolto dilapida tutto". Il testo è piuttosto diverso! Nondimeno si può mantenere il senso: ricordando e tenendo in sé quanto ha ascoltato, il sapiente ha in casa i tesori e i profumi della Parola di Dio; mentre lo stolto, nella dissipazione, ne dilapida le ricchezze.
Chi ha orecchi, ascolti... e rumini!

giovedì 12 novembre 2015

Non dirlo. Il Vangelo di Marco secondo Veronesi

Scelta doppiamente coraggiosa, quella di Sandro Veronesi. Mettere e tenere su uno spettacolo di pressoché due ore interamente consistente in un monologo non è cosa da poco, né di poco rischio. Peggio che mai se la storia è il Vangelo, da tempo retrocesso dalla serie A della cultura come roba da preti e catechismo, sottocultura per vecchiette più o meno arzille. Al più, tratto fuori dal cilindro come materia su cui esercitare e sfoggiare la propria superiore dialettica, ennesima prova - se necessaria - della ben nota superiorità dell'uomo moderno, che lo salvaguarda dai vecchi e rassicuranti dogmi dei quali (ahimè) il premoderno invece aveva disperato bisogno. "Non dirlo" supera a pieni voti tutte queste prove. Veronesi si dimostra abile e avvincente narratore, rispettando il testo evangelico senza stravolgerlo né strumentalizzarlo. Sia chiaro: non siamo di fronte a un discorso pio, ma a un tentativo, pienamente laico, di cogliere e accogliere il Vangelo per quel che è agli occhi di chiunque non voglia farsi guidare da ignoranza e pregiudizio: un grande, grandissimo, geniale e fondamentale testo. Non varrebbe la pena sottolinearlo se la realtà non fosse quella che è: abbondano ignoranza, pressappochismo, faciloneria, presunzione. Nello spettacolo non c'è nulla che offenda il credente, nulla che un ateo (di larghe vedute…) non possa accogliere; non come assenso di fede (questa è altra questione) ma come stimolo potente alla riflessione e riserva inesauribile di suggestioni: è questa la cultura o no? Lo spettacolo mostra che è possibile ascoltare e raccontare la vicenda di Gesù (qui secondo Marco) con serenità e apertura, senza entrare in diatribe e alterchi, lasciando a ciascuno il compito di farne ciò che crede. Qualche lieve inesattezza e qualche valutazione discutibile (p. es. l'esclusione di un sonno degli apostoli per tristezza, quando è noto che esso rappresenta un rifugio per chi non vuol prendere atto della realtà) non pregiudicano in alcun modo la felice sorpresa di trovarsi di fronte a un bene prezioso: l'onestà. Semmai si può contestare la scelta di non parlare dell'eucarestia in quanto questa sarebbe "questione di fede". Per il racconto dell'ultima cena vale né più né meno quanto vale per il resto, ovvero la distinzione del duplice livello: messaggio e adesione di fede al messaggio. Quel racconto è, a prescindere dall'assenso credente, degno di essere raccontato, ancor più di altri e per più ragioni; se non altro per quella geniale intuizione di Gesù di legare la propria presenza nei secoli a due simboli così ricchi come il pane e il vino. Appropriata, infine, la scelta di legare il messaggio di Marco ai suoi destinatari: per portare la Buona Notizia a Pierino, si deve conoscere la Buona Notizia e Pierino. Pierino Romano.
3/4 novembre 2015 - Fabbricone (17/20 dicembre 2015 e 21/24 marzo 2016). Monologo di Sandro Veronesi, tratto dall’omonimo libro pubblicato da Bompiani. Produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana.

lunedì 9 novembre 2015

Cristo Re dell'universo, anno B: Salmo 93,2

Ruminare i Salmi - Salmo 93 (Vulgata / liturgia 92),2:

CEI Stabile è il tuo trono da sempre,
dall’eternità tu sei.
TILC Tu sei eterno, o Signore,
saldo è il tuo trono, da sempre.
NV Firmata sedes tua ex tunc,
a saeculo tu es.
V Parata sedes tua ex tunc,
a saeculo tu es.

Apocalisse 1,8 Dice il Signore Dio: «Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!».
Giovanni 18,37 «Io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Cassiodoro: Con queste parole, il salmo allude all'umanità e alla divinità unite nella persona di Cristo, che siede re a un tempo alla destra del Padre e nei cuori dei fedeli.
'Parata sedes tua, Deus, ex tunc; a saeculo tu es'. Ipse est quartus locus quem supra diximus a potestate. Sive illam sedem vult intelligi qua sedet ad dexteram Patris, sive istam quam habet in mente fidelium, sicut legitur: 'Super quem requiescit Spiritus meus, nisi super humilem, et quietum, et trementem verba mea?' (Is LXVI,2). 
'Parata' significat praedestinationem, quia totum in illa veritate consistit quidquid in administratione mundi evenire contigerit. 
'Ex tunc' significat Christi incarnationem, quae fuit ex Maria Virgine, quando apostolos suos et caeteros fideles plenitudine [plenitudinem] suae maiestatis edocuit. 
'A saeculo' deitatem significat, qua coaeternus regnans cum Patre, nescit esse sub tempore.
Per haec enim verba, una quidem persona, sed duae significantur naturae Domini Christi. Unde necessarium est hanc regulam per loca congrua (sicut patrum firmat auctoritas) saepius commonere. Atque utinam sic dementium haereticorum conquiescat improbitas, ut hoc magis importune quam necessarie repetere videamur. (Expositio in Psalterium, In ps. XCII)

Nessun potere umano può gestire o manipolare la Verità eterna, né arrestare il suo avvento.


venerdì 6 novembre 2015

XXXIII domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 16,5

Ruminare i Salmi - Salmo 16 (Vulgata / liturgia 15),5:

CEI Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
TILC Sei tu, Signore, la mia eredità,
il calice che mi dà gioia;
il mio destino è nelle tue mani.
NV Dominus pars haereditatis meae et calicis mei:
tu es qui detines sortem meam.
V Dominus pars haereditatis meae et calicis mei:
tu es qui restitues haereditatem meam mihi.

Ebrei 10,12-14 Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.
Marco 13,28-29 Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

Baldovino di Ford: Giacobbe chiede al figlio Giuseppe di non essere sepolto in Egitto ma nella terra dei padri (cf. Gn 47,29-30). In tal modo mostra che l'eredità non dev'essere cercata in Egitto, cioè nel mondo, ma nella terra promessa, cioè in Dio. Se Esaù rappresenta gli amanti del mondo, che perdono l'eredità per un breve godimento, Giacobbe rappresenta chi ama Dio ed entra nel suo riposo.
Et de Iacob: Elegit nobis haereditatem suam, speciem Iacob quem dilexit (Psal. XLVI). Nobis, inquit, elegit; quia nobis prodest quod elegit, sed suam haereditatem elegit. Quam haereditatem, nisi speciem Iacob, quam dilexit? Haec est autem species Iacob, forma scilicet fidei et iustitiae, quam exhibuit Iacob omnibus proponendam, et omnibus imitandam: qui habitare consensit in Aegypto ad tempus ubi nec mortuus remanere voluit, sed transferri ad terram, quam in promissione acceperat (Gen. XLVII): praemonstrans haereditatem non esse quaerendam in Aegypto, hoc est in mundo, nec in hac vita; sed cum dederit Deus dilectis suis somnum (Psal. CXXVI). Haereditas autem Israel non alia est, nisi illa de qua Propheta dicit: Portio mea, Domine (Psal. CXVIII). Et iterum: Dominus pars haereditatis meae (Psal. XV). Esau autem, et qui in ipso figurantur amatores mundi, propter edulium vilissimae voluptatis, et propter unam escam, semel scilicet, et cito finiendam, ius haereditarium contemnunt et perdunt. De qualibus scriptum est: Pro nihilo habuerunt terram desiderabilem (Psal. CV). At Iacob edulium contempsit, et ius primitivorum prudenter acquisivit, unde et benedictionem haereditavit. Haec enim haereditas dilectione Dei acquiritur. Extra hanc haereditatem requies frustra quaeritur. Propterea quaerenti eam dicitur: In Israel haereditare, hoc est, stude, satage, ut haerediteris in Israel, non in Aegypto, non inter gentes quae ignorant Deum, sed in populo Israel. Sola ergo haereditas Israel requiem quaerentibus est quaerenda, et perseveranter. Nam qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit (Matth. X). (Tractatus V. De requie quam sibi et nobis Christus quaesivit et paravit)
Guerrico d'Igny: I poveri in ispirito possiedono già da subito, pur in vasi di terra, il pegno dell'eredità futura in quel Regno, il cui Re già portano nel cuore. Altri litighino per le eredità, il Signore è mia parte: meravigliosa eredità dei poveri!
Recte itaque Dominus beatitudinem praedicans pauperum, non ait, ipsorum erit, sed, est regnum coelorum: non solum propter ius firmissimum, sed etiam propter pignus certissimum usumque felicissimum; non solum quia paratum est eis ab origine mundi, sed etiam quia iam in quamdam ipsius possessionem coeperunt introduci, iam habentes thesaurum coelestem in vasis fictilibus, iam portantes Deum in corporibus suis et cordibus. Quam beata gens, cuius est Dominus Deus eius! Quam vicini sunt Dei regno qui regem ipsum, cui servire regnare est, iam possident, et gestant in corde suo! Funes, inquit, ceciderunt mihi in praeclaris; etenim haereditas mea praeclara est mihi. Litigent alii de dividenda haereditate huius mundi: Dominus pars haereditatis meae et calicis mei (Psal. XV,6-5). Pugnent inter se quis eorum fiat miserior, nihil omnium quae ambiunt, illis invideo: ego enim et anima mea delectabimur in Domino. O praeclara haereditas pauperum! O beata possessio nihil habentium! Quoniam non solum omnem sufficientiam nobis subministras, sed etiam ad omnem gloriam abundas, ad omnem laetitiam redundas, tanquam in sinu reposita supereffluens mensura. Prorsus tecum sunt divitiae et gloria, opes superbae et iustitia. (In solemnitate omnium sanctorum, sermo de pauperibus spiritu 6)

La fiduciosa beatitudine dei poveri è anticipazione e segno della venuta vittoriosa di Cristo e del suo Regno.