lunedì 30 novembre 2015

Pier Paolo Pasolini, Porcile

Desolato e desolante, Porcile racconta il malessere di Julian, nel quale si ravvisa agevolmente lo stesso Pasolini, impigliato nella duplice rete del mondo esteriore e interiore. Il primo è rappresentato dai Klotz, i suoi genitori, ricchi borghesi, dei quali è figlio «né ubbidiente né disubbidiente», e dalla sua ragazza, Ida, con la quale non riesce a trovare un rapporto definito e sereno. In questo mondo Julian è un disadattato, che cerca rifugio altrove, appunto nel porcile della fattoria di cui è proprietaria la famiglia. Qui egli è solito rifugiarsi segretamente per misteriosi appuntamenti non meglio identificati (il testo rimane ambiguo e non occorre definire, anzi è bene mantenere il mistero). Qui, in questa cifra del mondo interiore, ritrova se stesso, o almeno ci prova. L'esito di questo tentativo sarà infatti tragico: i porci lo divoreranno interamente, senza lasciar di lui "nemmeno un capello", e del suo tormentato passaggio in questo mondo non resterà traccia alcuna. L'intero dramma si trova posto sotto il segno della voracità: voracità della borghesia capitalista e del consumismo edonista, che in nome del profitto scende a patti con chiunque (l'ex nazista Herditze diviene socio del padre, traendo infine profitto dalla scomparsa di Julian); ma anche voracità dell'istinto, portatore a un tempo di vita e morte. Non sarà un caso se in molte culture il simbolo suino è ambivalente, rappresentando da un lato abbondanza di vita e prosperità (il porcellino salvadanaio), dall'altro bassezza istintuale e voracità insaziabile. L'ambiguità stringe Julian in una morsa che lo annienta. Mangiare ed essere mangiati: chi rifiuta di mangiare l'altro, di sfruttarlo per ingrassare se stesso, chi prova a cercar vita altrove, si trova non tanto ad essere mangiato dall'altro (a questo si potrebbe forse porre rimedio), quanto piuttosto - peggio - fagocitato da se stesso. Un grido di dolore, quello di Pasolini, tanto più profetico quanto più il mondo occidentale odierno è riuscito a coniugare "felicemente" sotto il segno dell'assolutizzazione delle libertà individuali, quanto negli anni Settanta appariva ancora discorde: capitalismo e protesta, poetere e fantasia, realtà e alternativa. Adempiuta perfettamente la parabola del "rivoluzionario conformista", a un tempo divoratore e divorato, l'uomo contemporaneo s'immagina d'essere alternativo nel momento stesso in cui si adegua scrupolosamente ai dettami delle varie mode e del politicamente corretto. Rimane nel dramma un appello, sussurrato a mezza voce, a cercare scampo in quella cultura umanistica dalla quale oggi invece la stessa scuola italiana, diligente discepola della maestra Europa, sembra ahimè prendere sempre più le distanze (e si noti bene: il mito greco già presentava in Erisìttone la figura del divoratore divorato). Oramai soltanto i sogni hanno ancora la missione di "renderci ansiosi della verità". A patto che la si voglia ancora cercare.
Porcile, di Pier Paolo Pasolini, regia di Valerio Binasco, nuova coproduzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con la collaborazione di Spoleto58 Festival dei 2Mondi, Teatro Metastasio, Prato, 5-15 novembre 2015.

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