venerdì 30 gennaio 2009

Così è (se vi pare)

Probabilmente anche quegli studenti delle superiori che hanno assistito allo spettacolo per “arruffianarsi con la professoressa” non si saranno poi così annoiati: la messa in scena di “Così è (se vi pare)” (Fabbricone, 21-25 gennaio 2009, regista Massimo Castri) – Pirandello non è autore lieve – è stata piacevole e molto scorrevole, il che è già un buon risultato. Il testo è troppo noto perché se ne debba qui richiamare la trama. La rappresentazione accenna a una struttura concentrica. Nell’anello esterno troviamo una festa di carnevale, cornice all’intera vicenda. Si tratta della vita “normale”, nella cui apparente solidità già la scenografia segnala alcune crepe. Nove porte e due specchi (deformanti) lasciano presagire un labirinto di cammini che si incrociano e di immagini differentemente riflesse che mai arriveranno a ricomporsi. Felicemente allusiva, la metafora del carnevale, nel presentare il tema, tipicamente pirandelliano, della maschera. Un terzetto costituito da marito, moglie e suocera viene a gettare nella costernazione questa gioconda borghesia, scompigliata dalla violazione delle convenzioni sociali. Siamo qui al secondo cerchio, ovvero le dinamiche esistenti in questa strana famiglia, ansiosamente indagate nell’intento di una riconduzione entro i limiti della “razionalità borghese”. Non vi è qui traccia dell’interpretazione – altrove suggerita da Castri – che vuole tali movimenti un camuffamento del tabù dell’incesto. Si rimane piuttosto fedeli alla linea maestra tracciata da Pirandello stesso: un “buco nero” che fatalmente risucchia ogni tentativo di lettura univoca. E proprio quello che dovrebbe essere l’intervento risolutivo, ossia la comparsa in scena della moglie, diventa suggello definitivo del fallimento, con quel decisivo "io sono colei che mi si crede" che, paradossalmente, segna il punto di arrivo e al tempo stesso il punto in cui tutto ricomincia da capo, e tutto come prima. Come se niente fosse accaduto e niente di diverso potesse nemmeno accadere. E’ il cerchio più interno e profondo di una discesa agl’inferi senza redenzione, che ricomincia daccapo, dal punto in cui era partita, come sembra suggerire anche la disposizione circolare degli attori intorno a colei che rappresenta la “Verità”, e la ripetizione della scena. Fino a quel momento il dramma si è mantenuto tutto sommato nei limiti del realismo; adesso però entra in scena un personaggio del tutto inverosimile, l’incarnazione di qualcosa che non c’è, o che è almeno del tutto cangiante e inafferrabile. In questo senso lo scioglimento dei nodi abilmente confezionati da Pirandello assomiglia molto alla comparsa del deus ex machina: qualcosa che ordinariamente è invisibile si lascia vedere; per poi tornare nel buio, non per questo meno reale e potente. Come un fantasma, apparenza che ciascuno vede e nessuno afferra. Questa è la verità. Se per voi va bene.

lunedì 26 gennaio 2009

I vizi capitali

Qualche giorno fa cercavo in rete un rapidissimo compendio sui vizi capitali. Insoddisfatto dei risultati, me lo sono fatto da me, eccolo:
1. Superbia. In senso ampio non è un vizio ma la radice di ogni vizio, in quanto è volontà di rendersi autonomi da Dio, cercando la vita senza (o contro) di lui.
In senso stretto è il desiderio sregolato di affermare la propria eccellenza e la superiorità del proprio ego. Ciò porta anche al desiderio esagerato di apprezzamento, lode, etc., cosa che nella tradizione orientale è un vizio a sé: la vanagloria.
2. Avarizia. Far consistere la propria vita nei beni materiali e, in generale, avere con essi un rapporto sbagliato (nota: anche la prodigalità rientra in questo vizio).
3. Lussuria (o fornicazione). Desiderio e ricerca del piacere sessuale fine a se stesso. Il suo imperativo è "tu devi possedere l'altro".
4. Invidia. Cattivo rapporto con i beni altrui (di ogni tipo), in forza del quale essi diventano motivo di ostilità nei confronti di chi li possiede.
5. Gola. Incapacità di dominio e distacco nei confronti del cibo, nella sua quantità e/o qualità.
6. Ira. Esagerata propensione ad aggredire chi viola (quella che secondo noi è) la giustizia.
7. Accidia. Inerzia, apatia, indifferenza nei confronti delle cose di Dio e delle questioni fondamentali dell'esistenza.

mercoledì 21 gennaio 2009

Le donne dell'Odissea

"Quando si diventa vecchi si commentano i grandi libri. Gli stessi che da giovani abbiamo provato a sviscerare. Non essendoci riusciti, ci abbiamo riprovato. Li abbiamo lasciati stare. Li abbiamo dimenticati. E ora sono qui di nuovo. Ce li siamo meritati con anni e anni di oblio. Ne contempliamo la magnificenza. Parliamo con loro. Adesso, pensiamo, dovremmo poter ricominciare a vivere per comprendere uno solo di questi libri" (E. Canetti, Die Fliegenpein Aufzeichnungen, 1992 [La tortura delle mosche]). E dunque riprendiamo in mano l'Odissea. Le sue donne.

1. Le Sirene
Le Sirene non sono donne, ma mezze donne: metà donne e metà uccello (o serpente, o pesce). Per tal motivo non le si può legare alla seduzione femminile, alla lusinga sensuale; ma piuttosto alla fascinazione del sapere, della conoscenza, dell'andare verso l'ignoto, del fare esperienza di tutto. Il loro canto ammaliatore:

Qui, presto, vieni, o glorioso Odisseo, grande vanto degli Achei,
ferma la nave, la nostra voce a sentire.
Nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera,
se prima non sente, suono di miele, dal labbro nostro la voce;
poi pieno di gioia riparte, e conoscendo più cose...

Tuttavia, nella misura in cui sono anche donne, associano la donna a questa enigmatica dimensione di alterità. Odisseo non si tira indietro; ma sarà un'altra donna, Circe, a metterlo in guardia, suggerendogli il modo per ascoltare la loro fascinazione senza esserne distrutto:

Alle Sirene prima verrai, che gli uomini
stregano tutti, chi le avvicina.
Chi ignaro approda e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la sposa e i piccoli figli,
tornato a casa, festosi l'attorniano,
ma le Sirene col canto armonioso lo stregano,
sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri
umani marcenti; sull'ossa le carni si disfano.

Naturalmente non si tratta dell'allettamento della conoscenza in senso teoretico, mentale, il che non potrebbe essere rappresentato da questi esseri. Si tratta dell'in(de)finita espansione della consapevolezza dell'io, offerta non come risultato di una qualsivoglia ascesi o meta di cammino lungo e faticoso, ma come cosa nella quale ci si imbatte, come occasione da non perdere: frutto che è sufficiente cogliere, voce che basta seguire, fascino da assecondare. Ora, questo è sempre distruttivo, perché induce a privilegiare indebitamente la voce della sirena, sottraendo ogni attenzione ed energia al resto. E quella ebbrezza di sentirsi vivo, diverso, senza confini, si conclude nel rimanere stregati fino al punto di perdere le elementari nozioni di autodifesa. C'è chi, come i compagni, si tura gli orecchi e tira dritto. C'è chi ascolta e si schianta senza nemmeno porsi il problema. E c'è chi, come Odisseo, cerca di salvare capra e cavoli, ascoltare la voce senza distruggersi. Questo è possibile grazie alla sua agilità mentale: docilità nei confronti di rivelazioni che gli vengono da altri e considerazione del ruolo della società (i compagni lo tengono ben legato). Odisseo non varca quella fatale soglia del non sentire più se non la voce della sirena. Perché allora, egli lo sa, le sue ossa andrebbero a confondersi tra quelle dei molti altri venuti prima di lui.

2. Circe
La maga figlia del Sole e dell’Oceanina Perse è un personaggio difficile. Di solito la si presenta come l'ammaliatrice, la seduttrice che intrappola Odisseo (per un intero anno). Bisogna distinguere bene il suo atteggiamento nei confronti dei compagni (che è anche il suo iniziale atteggiamento verso Odisseo) da quello che poi tiene nei confronti di Odisseo. Nel primo caso è certo l'incantatrice; nel secondo no.
Circe non seduce propriamente le proprie vittime (che sembrano essere tutti uomini), non si concede e nemmeno si promette. Solo attira nella sua casa col canto, offre ospitalità; e poi mette al suo servizio, toglie dignità, fa animali, svilisce. E' la donna che non incontra nessuno, perché ancora prima, forte del proprio potere, sprezzante, lo ha demolito, confinato tra i mediocri, tanto più beffarda quanto più consapevole dell'ammirazione che suscita.
All'arrivo di Odisseo si comporta come sempre. Ma lui, istruito da Hermes, resiste al processo di degradazione: non si lascia misurare come mediocre, resiste, anzi l'assale, la minaccia. Il cambiamento in lei è repentino: piange, si offre. Da questo momento deporrà ogni intento ingannatorio, ogni lusinga. Odisseo ancora non si fida, le chiede un giuramento che prontamente lei gli fa. Libera i compagni dall'incantesimo, diventa la fidata guida e consigliera di Odisseo. Non è più la maga, ma la donna. E ama al punto da non tentare alcun inganno nemmeno per trattenere Odisseo. Sì, lo trattiene un anno, ma poi lo lascia libero. Anche da questo punto di vista appare di una consapevolezza superiore: sa che non può interrompere il viaggio verso Itaca. Alla fine resta sola, come quando si prendeva gioco dei suoi ospiti; ma oramai umanizzata, donna, non più dedita a demolire a priori l'uomo (maschio).

3. Calipso
La ninfa Calipso, figlia del titano Atlante, rappresenta la classica donna che si impossessa dell'uomo e pretende che stia chiuso nel suo (della donna) mondo. Non per nulla il suo nome significa "occultatrice" (da kalyptein, nascondere): e infatti con lei sulla scena Odisseo è sparito, finito ai margini della storia e del mondo.

Ei nell'isola intanto, ove Calipso
In cave grotte ripugnante il tiene,
Giorni oziosi e travagliosi mena.

Tutto è bloccato, tantevvero che occorre addirittura un consiglio degli dei, un intervento di Atena, un ordine di Zeus e un'ambasceria di Hermes, per rimettere in moto la situazione. Sull'isola di Ogigia non succede mai niente, il tempo è fermo, il povero Odisseo tutti i giorni va sullo scoglio più lontano a sospirare… Ma lei, niente: imperterrita, se lo tiene ben stretto per sette lunghi anni, giusto il tempo per farlo considerare oramai morto dai più. Si lamenta con Hermes che gli impone di lasciarlo libero, accusando gli dei di invidia: reazione da vera oca (che differenza rispetto a Circe!). E come argomento per dissuadere Odisseo dal proposito di intraprendere nuovamente la via del ritorno, non trova di meglio che ricordargli che lei è attraente quanto Penelope, anzi di più perché, essendo immortale, non invecchia.

Pur non cedere a lei né di statura
Mi vanto, né di volto; umana donna
Mal può con una dea, né le s'addice,
Di persona giostrare, o di sembianza.

Una delle donne che pensano e trattano gli uomini come se fossero in grado di apprezzare unicamente il loro corpo. Non per nulla è figlia di uno tutto muscoli e niente cervello.

4. Nausicaa
La principessa figlia di Alcinoo e Arete è un'adolescente. Si tratta di un personaggio chiaro, lineare, primaverile. Rappresenta l'amore sognato. Il suo rapporto con Odisseo non va oltre questo stadio, è sbilanciato, vissuto più che altro dalla sua parte: lui non sembra considerarla più di tanto, per più versi la situazione non lo permette.
Di fronte allo sconosciuto che compare sulla spiaggia all'improvviso, nudo e sporco, Nausicaa sembra guidata da un misterioso istinto:

Terribile apparve loro, era tutto imbrattato di salsedine. E fuggirono via, chi qua chi là, sulle spiagge dove più sporgevano dentro il mare. Sola restava la figlia di Alcinoo: Atena le mise in cuore ardimento e tolse dalle membra la paura. Rimase ferma di fronte a lui, si tratteneva.

Solo dopo che Odisseo ha ripreso il suo nobile aspetto Nausicaa acquista consapevolezza, e lo dice alle compagne:

Lo contemplava la fanciulla con meraviglia. E allora diceva fra le ancelle «Ascoltatemi, ancelle, voglio dire una cosa. Non senza il volere degli dei tutti che abitano l'Olimpo, quest'uomo arriva tra i Feaci divini. Prima, a dir il vero, mi sembrava fosse volgare; ora invece assomiglia agli dei che abitano l'ampio cielo. Oh, se potesse chiamarsi mio sposo un uomo così, e abitare quivi e qui gli piacesse rimanere con noi!

Curioso, poi il suo eccesso di zelo per la propria reputazione. Impone a Odisseo di non seguirla al suo rientro in città, altrimenti qualcuno potrebbe pensare male:

Chi è costui che segue Nausicaa? questo forestiero, bello e grande di statura? E dove lo trovò? Certo sarà il suo sposo. Forse è uno che si smarrì e lei lo raccolse premurosa dalla sua nave, uno degli uomini di lontano paese, poiché qui vicino non c'è nessuno. Oppure alle sue preghiere giunse un dio - oh, l'ha molto invocato - scendendo dal cielo ed essa se lo terrà per sempre. Meglio ancora se è andata lei a trovarsi un marito da un'altra parte. Certo questi qui nel paese li disprezza, i Feaci che la vogliono sposa, e sono in molti, e nobili.

Nausicaa è ancora molto centrata su se stessa, sulla sua immagine. Ma soprattutto - e questo mi sembra un tratto di fine psicologia da parte di Omero - proietta nella maldicenza altrui quello che essa stessa desidera, e trova il modo per fare una nascosta dichiarazione di amore e ammirazione, nonché per dire che in molti la chiedono. Il padre stesso riconoscerà più tardi che la sua preoccupazione è stata esagerata. Ma non era solo quello, no…
Tenerissimo e struggente il suo saluto allo straniero che per un istante l'ha fatta sognare e che oramai sta per partire:

E quando le ancelle lo ebbero lavato e unto di olio, gli misero indosso una tunica e un bel manto. Egli usciva dal bagno, andava in mezzo agli uomini bevitori di vino. E Nausicaa, la fanciulla che aveva dagli dei il dono della bellezza, si fermò presso lo stipite della porta, sul limitare della sala, e gli rivolgeva parole alate «Addio, forestiero! E anche quando sarai nella tua terra, ricordati di me. Io sono la prima a cui tu devi la salvezza.»

Ogni commento non può che appesantire questo insuperabile, delicato saluto, questo rimanere sulla soglia, nostalgia dell'amore che poteva essere e non è stato, sognato e svanito.

5. Penelope
Eccoci alla moglie di Odisseo, "la saggia Penelope". (Personalmente me la raffiguro in modo definitivo con il bel volto di Irene Papas.) Ella rappresenta il legame con il passato e il futuro di Odisseo, il legame con la terra dei padri e il figlio Telemaco. E se è esagerato dire che tutto il poema ha il suo fine nel ritorno a lei, sicuramente essa fa parte in modo integrante di questo telos (scopo) che è motore del viaggio di Odisseo. Risalta la differenza con i rapporti con Circe e Calipso, che sono entrambi "assoluti", cioè sciolti da ogni contesto, senza passato, senza futuro, senza relazioni "complementari", e quindi mutili e incompiuti. Per entrambe le cose Penelope lotta duramente: contro chi manda in rovina la casa (e i beni) e insidia il figlio. In questo la saggia Penelope è davvero affine, complice, sorella dell'astuto, scaltro, intelligente, abile, ingegnoso Odisseo: entrambi sono alle prese con difficoltà che li sovrastano e che riescono a superare grazie alla loro intelligenza e operosità (anche se senza il soccorso degli dei queste rimarrebbero insufficienti): la famosa tela di Penelope mai arriva al suo completamento.
Penelope è la donna che si è legata in modo profondo e duraturo con il suo sposo, in un legame di unicità per il quale le ripugna legarsi ad un altro; per questo è disposta a pagare l'alto prezzo della solitudine, e questa è l'altra sua grande lotta. In un certo senso si trova al polo opposto rispetto a Nausicaa: quanto quella si affacciava ingenuamente all'esperienza dell'amore, questa ne vive tutto lo spessore concreto e ne porta la pesantezza. Totalmente mortale, donna "normale" e non dea, proprio con il suo "rimetterci la vita" conferisce preziosità al suo amore, come né Circe né Calipso potevano fare.
Entrambi recando i segni del tempo e delle battaglie attraversate, Odisseo e Penelope insieme andranno sereni incontro alla vecchiaia, appoggiandosi l'uno all'altra, raccontandosi ancora tutto come in quella lunga notte che li vede per la prima volta insieme dopo vent'anni. Rimane quell'incognita ultima avventura di Odisseo quando, ancora una volta in viaggio, ancora una volta in mare, lo coglierà il sonno della morte.

domenica 18 gennaio 2009

Ascolto

Possiamo rettamente dire: "ascoltaci, Signore", solo se diciamo anche - e prima ancora -: "ti ascoltiamo, Signore".

martedì 13 gennaio 2009

Beethoven, An die Freude - Inno alla gioia

Beethoven ha usato il testo di un'ode di Schiller, con non piccoli adattamenti. Intanto ha composto un testo introduttivo, che veramente non è un granché, che recita:
O Freunde, nicht diese Töne!
Sondern laßt uns angenehmere
anstimmen, und freudenvollere!
Freude!
Amici, non questi suoni!
Intoniamone piuttosto altri,
più gradevoli e gioiosi!
Gioia!
L'esortazione a "cambiare musica" si riferisce alla musica che precede immediatamente, da qualcuno - piuttosto propenso a drammatizzare - chiamata "fanfara dell'orrore" e al recitativo (strumentale), i quali creano una tensione che domanda di essere risolta. Come nelle opere, negli oratori, etc… la tensione creata dal recitativo viene risolta nell'aria seguente, qui viene risolta nel dispiegarsi delle strofe dell'inno alla gioia.

Ed ecco la prima strofa:
Freude, schöner Götterfunken,
Tochter aus Elysium,
Wir betreten feuertrunken,
Himmlische, dein Heiligtum!
Deine Zauber binden wieder,
Was die Mode streng geteilt;
Alle Menschen werden Brüder,
Wo dein sanfter Flügel weilt.
Gioia, bella scintilla degli dei,
Figlia dell'Elisio,
noi penetriamo, ebbri di fuoco,
divina, nel tuo santuario.
I tuoi incanti riuniscono
quel che gli usi rigidamente divisero;
tutti gli uomini diventano fratelli
dove dimora la tua dolce ala.
Per ora non diciamo che cosa sia questa "gioia", che non è solo l'allegria dell'osteria (anche). Essa è qualcosa di divino ("figlia dell'Elisio") che affratella gli uomini, indipendentemente dalle loro culture, usanze, etc…: un'idea che Beethoven mette a più riprese in evidenza nel corso della composizione.

A questo punto Beethoven omette una strofa del testo di Schiller (la sposta in fondo) e passa alla 4 e 5 strofa, che formano insieme la seconda strofa del "rifacimento" beethoveniano:
Wem der große Wurf gelungen,
Eines Freundes Freund zu sein,
Wer ein holdes Weib errungen,
Mische seinen Jubel ein!
Ja - wer auch nur eine Seele
Sein nennt auf dem Erdenrund!
Und wer's nie gekonnt, der stehle
Weinend sich aus diesem Bund.
Chi riuscì nel gran colpo
d’esser amico di un amico,
chi conquistò una dolce donna,
condivida con noi l'esultanza!
Sì, chi abbia sia pure un’anima sola
che gli appartenga sulla terra!
E chi non vi riuscì mai, si allontani,
piangendo, da questa confraternita.
L'attenzione è qui posta sui rapporti interpersonali, amicizia e amore di coppia. Chi non è in grado di mantenere e apprezzare questi rapporti non può far parte della compagnia dei cultori della gioia.
A questo punto Beethoven omette una strofa (la sesta) del testo di Schiller. Leggiamola:
Was den großen Ring bewohnet,
Huldige der Sympathie!
Zu den Sternen leitet sie,
Wo der Unbekannte thronet.
Quello che abita il gran cerchio (del mondo)
inneggia alla simpatia!
Essa porta alle stelle,
dove troneggia lo Sconosciuto.
Una bella strofa, che è stata scartata da Beethoven probabilmente perché centrata su un concetto (la simpatia) che è filosofico e di non immediata comprensione per tutti. Ora, Beethoven vuole parlare proprio a tutti, intende lanciare un messaggio universale.

Eccoci alla terza strofa della composizione beethoveniana:
Freude trinken alle Wesen
An den Brüsten der Natur.
Alle Guten, alle Bösen
Folgen ihrer Rosenspur.
Küsse gab sie uns und Reben,
Einen Freund, geprüft im Tod;
Wollust ward dem Wurm gegeben,
Und der Cherub steht vor Gott.
Tutti gli esseri bevono gioia
dal seno della natura;
buoni e cattivi, tutti
seguono il suo sentiero di rose.
Baci ci diede, e viti,
ed un amico fedele sino alla morte;
la voluttà fu data al verme,
ma il Cherubino sta al cospetto di Dio.
Nella prima parte si parla della natura, che dispensa gioia a tutti gli esseri. Gioia è poi il vino e, ancora, l'amicizia (vera). Questa è la parte assegnata all'uomo; non la voluttà, che è del verme, né lo stare davanti a Dio, che è degli Angeli. Alle parole "Und der Cherub steht vor Gott" la musica vive un picco di tensione e rimane poi sospesa in aria. 

A questo punto, contrasto fortissimo, si sente il fagotto da solo, che introduce una marcetta militare ("marcia turca") sempre sul tema musicale dell'inno alla gioia. Una parte molto orecchiabile, veramente godibile e di immediato richiamo per tutti: il genere era molto popolare nella Vienna del tempo. La marcia si replica in sottofondo e Beethoven introduce il tema dell'"eroe" con le parole cantate dal tenore:
Froh, wie seine Sonnen fliegen
Durch des Himmels prächt'gen Plan,
Laufet Brüder, eure Bahn,
Freudig, wie ein Held zum Siegen.
E' gioioso come volano i suoi astri
attraverso la splendida distesa del cielo;
correte, fratelli, la vostra via,
lieti, come un eroe alla vittoria.
L'eroe è l'uomo che si solleva al di sopra della massa, dotato di capacità che lo rendono idoneo a svolgere una missione particolare nei confronti dell'umanità tutta. La sezione "eroica" è completata da un potentissimo intermezzo fugato, in cui la cifra beethoveniana risplende in piena luce ("musica da tempesta"), il cui tema riprende le prime note dell'inno alla gioia.

Segue una ripresa molto squillante e sonora della prima strofa ("Freude, schöner Götterfunken") che sfocia nel secondo grande polo concettuale della composizione: il tema della fraternità universale basata sull'intuizione di un padre comune, Dio. La musica cambia completamente, si fa più statica e intensa, religiosa:
Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!
Brüder - überm Sternenzelt
Muß ein lieber Vater wohnen.
Ihr stürzt nieder, Millionen?
Ahnest Du den Schöpfer, Welt?
Such' ihn überm Sternenzelt!
Über Sternen muß er wohnen.
Abbracciatevi, milioni!
Questo bacio al mondo intero!
Fratelli, oltre il manto delle stelle
deve abitare un Padre amoroso.
Cadete in ginocchio, milioni?
Mondo, intuisci il Creatore?
Cercalo oltre il manto delle stelle,
oltre le stelle deve abitare.
Questa strofa Beethoven la ottiene variando la disposizione originale di Schiller, dove "Seid umschlungen…" è la 3.a strofa e "Ihr stürzt nieder…" la 9.a. L'intento è chiaro: unificare questi testi in modo da creare un polo ben riconoscibile, in un'atmosfera coerente. E' anche da notare come la musica si faccia estatica e "siderale" quando il testo accenna alle stelle.
Dopo aver sviluppato questo tema, con un procedimento musicale ereditato dalla grande tradizione contrappuntistica barocca, Beethoven fa risuonare simultaneamente i due temi della gioia e della fraternità universale, proprio per sottolineare l'inscindibile nesso fra questi due elementi.
Un'ampia ripresa del tema della gioia, dove si intreccia il testo della prima e dell'ultima strofa, avvia la composizione verso la perorazione finale e la rutilante conclusione sulle parole "schöner Götterfunken".

"Gioia" è il motore dell'universo, lo slancio verso la vita e l'ordine del cosmo. Ecco due strofe di Schiller, escluse da Beethoven:
Freude heißt die starke Feder
In der ewigen Natur.
Freude, Freude treibt die Räder
In der großen Weltenuhr.
Blumen lockt sie aus den Keimen,
Sonnen aus dem Firmament,
Sphären rollt sie in den Räumen,
Die des Sehers Rohr nicht kennt.
"Gioia" si chiama la forte molla
che sta nella natura eterna.
Gioia, gioia aziona le ruote
nel grande meccanismo del mondo.
Essa attrae fuori i fiori dalle gemme,
gli astri dal firmamento,
conduce le stelle nello spazio,
che il canocchiale dell'osservatore non vede.
Beethoven sottolinea l'aspetto più propriamente umano: "gioia" è la risonanza nell'uomo della positività della vita in tutti i suoi aspetti, legata alla consapevolezza di una fraternità che lega ogni uomo all'altro in virtù di un comune Padre.
Grandioso capolavoro. Molti lo conoscono, pochi si preoccupano di capirlo.

venerdì 9 gennaio 2009

Perché ti agiti?

Circola in rete un bel testo di d. Dolindo Ruotolo, "atto di abbandono". Credo che sia un messaggio molto importante oggi; non avendo il testo originale e volendo trasporlo in linguaggio più attuale, invece di riprodurlo ho voluto parafrasarlo liberamente:

Perché ti agiti? Lascia a me la cura delle tue cose e troverai pace. Sappi che un atto di vero abbandono scioglie ogni nodo. 
Chiudi placidamente gli occhi dell'anima, distogli il pensiero dal tuo problema e lasciati portare da me.
Chiudi gli occhi e riposa nella fiducia, ci penso io: le situazioni più chiuse si apriranno.
Chiudi gli occhi e lasciami fare.
Làsciati andare, rilàssati e rimani con me.
Credi alla mia bontà e trova riposo in questo.
Se davvero ti affidi a me, smetti di arrovellarti e disperarti. 
Smetti di agitarti, dammi fiducia! 
Smetti di rimuginare, ragionare e sragionare: ti fai solo del male.
Smetti di voler risolvere a ogni costo con le tue risorse ciò che ti affligge. 
Smetti di pesare e soppesare tutto, di prevedere e prevenire tutto. 
Smetti! Che pena mi fai quando ti agiti!
Quando ti affidi a me, io posso agire; quando vuoi fare da te, ti lascio fare. 
Quando vuoi tutto valutare e scrutare, mi crei intralcio e non posso agire.
Quando pretendi che io segua le tue visuali, che sia solo un esecutore dei tuoi progetti già fatti... questo non è abbandono, questo mi blocca.
Fuggi il pensiero del futuro come una tentazione.
Per te è arduo vedere le trappole del Maligno: quando ti abbandoni a me le eviti tutte in un colpo.
Pensi che potrei lasciar cadere nel vuoto chi si butta nelle mie braccia? 
Pensi che potrei disinteressarmi di quanto mi viene affidato?
No, quello che mi affidi è come se fosse mio. 
Abbandona a me quanto hai di più prezioso.
Dimostrami coi fatti che credi nella mia onnipotenza e nel mio amore; e io provvederò a tutto.
La tua vita è al sicuro solo se la metti nelle mie mani: allora, vuoi tenerla per te?

giovedì 8 gennaio 2009

Una riflessione per i "single"

Recita il Talmud: "Nessun uomo può dormire solo in casa; chiunque dorme solo in casa sarà preso dai demoni". In effetti, credo che sia una condizione innaturale. Perciò chi è in tale situazione deve predisporsi a entrare nella notte con la preghiera. Il che, del resto, vale per tutti.

lunedì 5 gennaio 2009

Al presepe!

Nondum idonei sumus convivio Patris nostri, agnoscamus praesepe Domini nostri Iesu Christi ("non siamo ancora idonei al banchetto del Padre nostro: riconosciamo il presepe del Signore nostro Gesù Cristo"). Così Agostino termina uno dei suo sermoni natalizi (194,4.4, ufficio delle letture della feria del 5 gennaio). C'è un'allusione a Isaia 1,3: Cognovit bos possessorem suum, et asinus praesepe domini sui; Israel autem me non cognovit, et populus meus non intellexit ("il bue conosce il suo padrone e l'asino la mangiatoia del suo signore, ma Israele non mi ha conosciuto, il mio popolo non ha capito"). Siamo a buon punto se siamo al livello del bue e dell'asino, ossia comprendiamo dove sta il cibo: nella mangiatoia di Betlemme. E' questa la via per arrivare al banchetto della definitiva sazietà, che al momento è fuori portata. Puntare direttamente a quel banchetto è ignorante arroganza umana e impossibile scalata al cielo. Contro ogni gnosi, ogni volontà di salvezza attraverso l'elaborazione di proprie sofisticate vie, la fede cristiana ci riconduce sempre ai segni concreti che Dio offre a ogni uomo. Segni piccoli per i piccoli, per chi - come i Magi e i pastori - sa mettersi in cammino per cercare un bambino nella mangiatoia.

domenica 4 gennaio 2009

11 gennaio 2009, Battesimo del Signore

Isaia 55,1-11.
La profezia del Secondo Isaia volge oramai verso la sua conclusione, e il profeta, come un venditore ambulante, invita tutti quanti ad approfittare della sua offerta, incredibilmente vantaggiosa. Chi accoglie la parola profetica accoglie già da subito, fidandosi della promessa in essa proclamata, la speranza certa della liberazione dall'esilio. 
Chi saprà ascoltare, potrà finalmente rispondere alla domanda angosciata di Israele in esilio: l'alleanza è oramai finita? Dio si sente ancora il Dio di Israele? La disfatta della dinastia davidica significa che Dio non ritiene più di dover restare fedele alle sue promesse? La risposta del profeta è chiara, e anche inedita: Dio stabilisce una nuova alleanza, nella quale gli atti di amore gratuito dei quali Davide è stato oggetto saranno per tutto il popolo, e i favori assicurati a uno estesi a tutti. L'esilio dunque, invece di essere una battuta d'arresto o addirittura la fine del progetto di Dio, rappresenta un suo ulteriore progresso. 
Chi è sapiente sappia riconoscere che di fronte a Dio l'unico atteggiamento corretto è quello del povero che sa ricevere tutto gratis, sfuggendo alla multiforme e sempreverde illusione di un proprio "diritto" ai beni della salvezza.
All'uomo è richiesto di cercare Dio e invocarlo (v. 6); di abbandonare modi di fare e progetti (vie e pensieri) vecchi, nei quali non c'è pace (cf. 48,22) e ritornare al Signore grande nella misericordia (v. 7). Questo richiede che si prenda atto di una distanza immensa, paragonabile a quella tra cielo e terra, tra i modi di fare e di pensare di Dio e quelli dell'uomo.
La distanza sta precisamente in questo: che laddove l'uomo ritiene di essere oramai finito, lontano da Dio e abbandonato a se stesso, Dio gli annunzia – e gli domanda di credere – la propria vicinanza che salva (cf. 50,8). In tal modo si fa anche chiaro che cosa ci sia richiesto: attendere sempre di nuovo la salvezza da Dio, sempre ricominciare a sperarla e a chiederla; abbandonare ogni modo di pensare e di agire che a qualsiasi titolo renda impossibile la fiducia nella misericordia divina e l'accoglienza di ciò che essa, gratuitamente e per puro dono, mette a disposizione. Nel battesimo tutto ci è già stato donato, ma appunto perché tale dono possa dispiegarsi appieno nella nostra esistenza la chiamata battesimale ci chiede continuamente di «avere fame e sete», di «comprare senza denaro», e sempre di smettere di «spendere per ciò che non nutre» (cf. 55,1-2). Siamo nei pensieri terrestri ogni volta che non crediamo più possibile la liberazione; che diamo per definitivo il potere del male sulla (nostra) vita; che crediamo – e pretendiamo – di guadagnarci da noi la salvezza, di pagarla e doverla a noi stessi e ai nostri sforzi, invece che alla gratuità e al perdono di Dio. Siamo nelle vie terrestri ogni volta che agiamo di conseguenza. E qui si dispiega la vasta gamma dei comportamenti di morte, tutto quanto va contro l'esistenza battesimale.

giovedì 1 gennaio 2009

Pronti... attenti... via!

Parte questa nuova tappa, prosecuzione del cammino iniziato cinque anni fa con "Lo Zabaione"; cammino a zig-zag, certo, però non privo di una sua meta. Quale? Ma lo sapremo alla fine!