domenica 31 luglio 2016

Diciottesima Domenica del Tempo Ordinario, ufficio delle letture

In effetti la Lettera di Barnaba è uno scritto non facile, denso, anche oscuro. Pertanto la traduzione LO si preoccupa giustamente di chiarirlo... in modo che davvero non si capisca più nulla! Così si legge sul breviario:

"Tre sono le grandi realtà rivelate dal Signore: la speranza della vita, inizio e fine della nostra fede; la salvezza, inizio e fine del piano di Dio; il suo desiderio di farci felici, pegno e promessa di tutti i suoi interventi salvifici." (1,6)

Sfido chiunque a capirci qualcosa. Il greco dice:

Τρία οὖν δόγματά ἐστιν κυρίου· ζωῆς ἐλπίς, ἀρχὴ καὶ τέλος πίστεως ἡμῶν, καὶ δικαιοσύνη, κρίσεως ἀρχὴ καὶ τέλος, ἀγάπη, εὐφροσύνης καὶ ἀγαλλιάσεως ἔργων ἐν δικαιοσύνῃ μαρτυρία.

Così traduce Omero Soffritti (La Lettera di Barnaba, EP 1974, p. 68):

"Ordunque, tre sono i principi del Signore: speranza di vita [è] inizio e fine della nostra fede; giustizia, inizio e fine di giudizio; amore di gioia e d'allegrezza (=amore gioioso), testimonianza di opere di giustizia."

Lo stesso commentatore, morto proprio nel febbraio di quest'anno in età avanzata, illustra il passo così:

"I tre «precetti del Signore» possono essere così spiegati: la «speranza di vita» è perfezione (= «principio e fine») di fede; la «giustizia» è perfezione di giudizio, cioè perfezione comprovata da giudizio; l'«amore gioioso e gaudioso» è testimonianza di opere di giustizia. Giustizia è concetto giudaico significante santità al cospetto di Dio; «opere di giustizia» sono opere giuste, in cui si dimostra e si comprova la giustizia. Wengst, pp. 11s., interpreta così: «Fondamento e scopo della fede è la speranza nella vita eterna; ciò che decide sulla partecipazione a questa vita e il giudizio, il cui criterio sarà la giustizia; testimone della giustizia che si manifesta nelle opere giuste e sulla quale avviene il giudizio, è l'amore... Ne risulta che fondamento della speranza è la giustizia... Essa è quindi per Barnaba il comportamento teologico fondamentale»" (ibidem, p. 69).

martedì 26 luglio 2016

9 agosto, festa di Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, vergine e martire, compatrona d'Europa (1891-1942), ufficio delle letture

Nel novembre del 1940 la Priora del Carmelo affida a sr. Teresa Benedetta della Croce il compito di fare uno studio su S. Giovanni della Croce, per la ricorrenza del 400.mo della nascita del dottore carmelitano (1542). La Stein ci lavorò fino al momento del suo arresto, il 2 agosto del 1942. Per tale motivo, lo scritto - Kreuzeswissenschaft. Studie über Joannes a Cruce, in italiano conosciuto come Scientia Crucis - non ebbe una revisione complessiva e può considerarsi relativamente incompiuto. Lo studio su S. Giovanni della Croce è per lei occasione per continuare ad approfondire la sua filosofia della persona, su ciò che significa "io, libertà, persona". Al centro del libro sta il simbolo della croce, che occupa un posto centrale nello stesso percorso esistenziale della Stein. Non per caso il suo nome in religione era "della Croce": ella avrebbe accettato la sofferenza e la morte come partecipazione alle sofferenze del Cristo.
La traduzione LO, tanto per cambiare, mi piace poco - anzi punto. Ad esempio: "Cristo s'era addossato lui stesso il giogo della legge, osservandola e adempiendola perfettamente, tanto da morire per la Legge e vittima della Legge. Nello stesso tempo, tuttavia, Egli ha esonerati dalla Legge tutti quelli che avrebbero accettata la vita da Lui". Qui si deve osservare che 1. "esonerare" è una grave banalizzazione: Cristo ha liberato dalla Legge, non solo esonerato da determinati precetti 2. tra la sottomissione di Cristo alla Legge e la sua opera di liberazione non c'è opposizione ("tuttavia") ma coincidenza ("proprio facendo così ha liberato…") 3. il testo non stabilisce una successione temporale ("coloro che avrebbero accettato") ma una contemporaneità, che è più forte e che non si vede per qual motivo eliminare.
Pertanto offro una mia traduzione, insieme al testo originale, premettendo un paragrafo che non c'è, che mi sembra meglio introdurre il discorso. Due sole annotazioni: 1. i "giorni in cui era notte intorno a lui, ma nella sua anima c'era luce", sono i momenti seguenti alla conversione di Paolo, durante i quali egli rimase cieco (cf. At 9,9) 2. quando scrive di una "guerra inesorabile contro la propria natura", si deve aggiungere (mentalmente) "decaduta", come mostra il seguito: "per far morire in essi la vita del peccato e fare spazio alla vita dello Spirito"; altrimenti ne risulta che la natura come tale è da combattere (il che è erroneo).

Dall'opera Scientia Crucis di santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, vergine e martire.

["In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me" (Gal 2,19-20). In quei giorni in cui era notte intorno a lui, ma nella sua anima c'era luce, lo zelatore della Legge ha riconosciuto che la Legge era soltanto pedagogo nel cammino verso Cristo: poteva preparare a ricevere la vita, non dare essa stessa la vita.]
Cristo ha preso su di sé il giogo della Legge, portandola a pieno compimento e morendo per - e in virtù di - essa. Proprio con questo ha liberato dalla Legge coloro che vogliono ricevere la vita da lui. Essi però possono riceverla soltanto in quanto abbandonano la propria vita. Perché "quanti sono battezzati in Cristo, sono battezzati nella sua morte" (Rm 6,3). Essi s'immergono nella sua vita per divenire membra del suo corpo, e come tali con lui soffrire e con lui morire, ma anche con lui risuscitare alla vita eterna, divina. Per noi questa vita arriverà nella sua pienezza solo nel giorno della gloria. Però già ora - "nella carne" - ne partecipiamo, nella misura in cui crediamo: crediamo che Cristo è morto per noi, per darci la vita. È questa fede che ci fa uno con lui, come le membra e il capo, e ci apre alla corrente della sua vita. Così, la fede nel Crocifisso - la fede viva, accompagnata dal dono di sé nell'amore - costituisce per noi l'accesso alla vita, e l'inizio della gloria futura. Perciò la croce è il nostro unico titolo di gloria: "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (Gal 6,14). Chi ha deciso per Cristo è morto per il mondo, e il mondo per lui. Egli porta le stigmate del Signore nel suo corpo (Gal 6,17); è debole e disprezzato di fronte agli uomini, ma proprio per questo forte, perché la potenza di Dio è forte nella debolezza (2Cor 12,9). Consapevole di questo, il discepolo di Gesù non soltanto accoglie la croce posta sulle sue spalle, ma si crocifigge egli stesso: "Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri" (Gal 5,24). Essi hanno condotto una guerra inesorabile contro la loro natura, per far morire in essi la vita del peccato e fare spazio alla vita dello Spirito. Quest'ultima è quello che conta. La croce non è fine a se stessa. Essa si erge e indica l'alto. Ebbene, non è solo segno: è la forte arma di Cristo, il bastone del pastore col quale il divino Davide affronta l'infernale Golia; col quale batte potentemente alle porte del cielo e le spalanca. Allora sgorgano le correnti della luce divina, e avvolgono tutti quelli che sono al seguito del Crocifisso.

[„Durch das Gesetz bin ich ... dem Gesetz abgestorben, damit ich Gott lebe; ich bin mit Christus an das Kreuz geheftet. Ich lebe aber, doch nicht mehr ich lebe, sondern Christus lebt in mir. Sofern ich aber jetzt im Fleisch lebe, lebe ich im Glauben an den Sohn Gottes, der mich geliebt und sich selbst für mich dahingegeben hat“ (Gal 2,19-20). In jenen Tagen, als es Nacht war um ihn, aber licht wurde in seiner Seele, hat der Eiferer für das Gesetz erkannt, daß das Gesetz nur Lehrmeister war auf dem Wege zu Christus. Es konnte vorbereiten auf den Empfang des Lebens, aber selbst kein Leben geben.]
Christus hat das Joch des Gesetzes auf sich genommen, indem Er es vollkommen erfüllte und für und durch das Gesetz starb. Eben damit hat Er die vom Gesetz befreit, die von Ihm das Leben empfangen wollen. Aber sie können es nur empfangen, wenn sie ihr eigenes Leben preisgeben. Denn die auf Christus getauft sind, sind auf Seinen Tod getauft (Rm 6,3-ss.). Sie tauchen unter in Sein Leben, um Glieder Seines Leibes zu werden, als solche mit Ihm zu leiden und mit Ihm zu sterben, aber auch mit Ihm aufzuerstehen zum ewigen, göttlichen Leben. Dieses Leben wird in seiner Fülle für uns erst kommen am Tage der Herrlichkeit. Wir haben aber jetzt schon – „im Fleisch“ – Anteil daran, sofern wir glauben: glauben, daß Christus für uns gestorben ist, um uns das Leben zu geben. Dieser Glaube ist es, der uns mit Ihm eins werden läßt wie die Glieder mit dem Haupt und uns öffnet für das Zuströmen Seines Lebens. So ist der Glaube an den Gekreuzigten – der lebendige Glaube, der mit liebender Hingabe gepaart ist – für uns der Zugang zum Leben und der Anfang der künftigen Herrlichkeit; darum das Kreuz unser einziger Ruhmestitel: „Ferne sei es von mir, mich zu rühmen; außer im Kreuz unseres Herrn Jesu Christus, durch den mir die Welt gekreuzigt ist und ich der Welt“ (Gal 6,14). Wer sich für Christus entschieden hat, der ist für die Welt tot, und sie für ihn. Er trägt die Wundmale des Herrn an seinem Leibe (Gal 6,17), ist schwach und verachtet vor den Menschen, aber gerade darum stark, weil in den Schwachen Gottes Kraft mächtig ist (2Cor 12,9). In dieser Erkenntnis nimmt der Jünger Jesu nicht nur das Kreuz an, das auf ihn gelegt ist, sondern kreuzigt sich selbst: Die Christus angehören, haben ihr Fleisch gekreuzigt mit seinen Lastern und Begierden (Gal 5,24). Sie haben einen unerbittlichen Kampf geführt gegen ihre Natur, damit das Leben der Sünde in ihnen ersterbe und Raum werde für das Leben des Geistes. Auf das Letzte kommt es an. Das Kreuz ist nicht Selbstzweck. Es ragt empor und weist nach oben. Doch es ist nicht nur Zeichen - es ist die starke Waffe Christi; der Hirtenstab, mit dem der göttliche David gegen den höllischen Goliath auszieht; womit er machtvoll an das Himmelstor pocht und es aufstößt. Dann fluten die Ströme des göttlichen Lichtes heraus und umfangen alle, die im Gefolge des Gekreuzigten sind.