domenica 26 novembre 2017

C'è bisogno di luce!

«Lasciami almeno accesa una lampadina, per vedere dove metto i piedi!». Alla fine del suo tormentato percorso alla ricerca di luce, Pirandello deve costatare che tutto quanto possiamo chiedere è appunto - si tratta della battuta che chiude l'intera «commedia da fare» (tale rimasta fino alla fine) - almeno una lampadina per muovere qualche passo nell'immediato. Con felice intuizione la restituzione scenica di Luca De Fusco s'impegna a distinguere proprio mediante la luce (ivi comprendendo anche il ricorso alla proiezione video) i due piani che sostanziano la elaborata trama pirandelliana: il piano della «realtà» e quello della «finzione» teatrale, quello della persona e del personaggio. Le libertà che si prende la resa scenica non disturbano affatto, aiutando anzi la concentrazione sull'essenziale. Noi non conosciamo né noi stessi né gli altri: questo è il dramma. Non mi pare che la commedia sia una riflessione sul teatro, o quanto meno tale riflessione è soltanto secondaria. Il punto è la vita, questa matassa intricata nella quale - per qualche misterioso equivoco - pur non volendolo si riesce a far male a sé e agli altri, non riuscendo a far conoscere sé all'altro né a conoscere l'altro. I confini tra realtà e illusione si perdono. Quanto dovrebbe esser fittizio - il personaggio (teatrale) - diviene molto più nitido di quanto dovrebbe essere reale (la persona), in quanto bloccato e fissato nell'atto che lo definisce appunto come personaggio. La finzione teatrale diviene così una illuminazione, che però è paradossalmente rivelazione di una tenebra. Ci sia data almeno una lampadina, perché qualche passo lo si dovrà pur muovere! Il teatro di Pirandello non pare andare oltre, consistendo in una lucida analisi che porta in sé un'acuta domanda di luce, tuttavia senza risposta. «Vanità delle vanità» direbbe Qohelet: la vita umana non assomiglia a un rincorrere il vento? Per la Bibbia però una lampadina c'è: «Lampada per i miei passi è la tua Parola», Signore, dice il salmo. Una lampada che pur tuttavia non illumina l'intero orizzonte, ma solo lo spazio circostante. Tante domande rimangono, e la fede rischiara con una luce crepuscolare (o meglio aurorale) che lascia ancora molte questioni aperte. Essa però si affida a Colui che con lo sguardo abbraccia l'intero panorama dell'esistente. Nella luce aurorale della fede è superata sia la pretesa del pieno dominio razionale sulla realtà, sia la resa nichilista del sospetto a oltranza. In due righi, con il cardinale Newman: Keep Thou my feet; I do not ask to see / The distant scene; one step enough for me (guida i miei passi; non chiedo di vedere il lontano orizzonte: mi basta un passo). Grandezza della fede. E grandezza della ragione che, quando è onesta, non smette di riportarci al medesimo punto: c'è bisogno di una lampadina!
Sei personaggi in cerca d'autore, di Luigi Pirandello. Regia di Luca De Fusco, coproduzione Teatro Stabile di Napoli - Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Genova. Prato, Teatro Metastasio, 16-19 novembre 2017.

lunedì 13 novembre 2017

Un mistero a due facce

Al cospetto della morte, si prende posizione di fronte alla vita. La commedia di Spiro Scimone, tutta giocata su due coppie che si muovono intorno a due tombe «a due piazze», è una delle infinite declinazioni del mai esaurito tentativo di decifrare l'unico mistero a due facce di vita e morte. Si può anche dire: al cospetto della morte, si prende posizione di fronte all'altro. Amore e morte, allora, un classico qui indagato - sia pure con levità - nella caratteristica emersione di una serie di elementi, latenti finché la vita si presenta come successione indefinita e talora sonnacchiosa di tempi; elementi che invece escono alla scoperto nella prossimità - cronologica e esistenziale - della morte. Allora le parolacce fino a quel momento solo pensate si proferiscono ad alta voce. Non solo: anche le parole d'amore, con quegli atteggiamenti che definiscono chi non può più permettersi il lusso di avere paura o vergogna di esprimere il proprio sentimento, semplicemente perché il tempo scorre. Da giovani ci si può permettere di non parlare, da vecchi no; giovani si può rimanere indefiniti, vecchi no. Il vecchio non è affatto uno che «ha già fatto tutto», come facilmente si pensa, al contrario: gli resta da fare qualcosa di essenziale: precisare se stesso, in particolare rispetto all'altro. La commedia sottolinea l'eros come forza vitale. Un eros oramai libero dalle minacciose fiamme delle sue potenzialità sconvolgenti e addirittura distruttive (le cronache sono eloquenti); un eros che si esprime in modi prima impensabili, persino paradossali agli occhi del pensiero unico giovanilistico. Intendiamoci: si tratta di un segmento, di un frammento di realtà, che sarebbe insensato assolutizzare. La commedia vi si concentra in modo esclusivo, estromettendo ogni altra visuale. Pregio e difetto: concentrazione o parzialità, brevità o incompiutezza. Rimane il mistero di un silenzio che ci attende. Ma chissà, forse anche in e oltre esso risuonerà una parola. Meglio allora attenderlo mano nella mano. Perché quella parola potrebbe davvero essere proprio «amore».
Amore, di Spiro Scimone, regia di Francesco Sframeli, produzione Compagnia Scimone Sframeli in collaborazione con Théâtre Garonne Toulouse. Prato, Teatro Fabbricone, 9-12 novembre 2017.

venerdì 3 novembre 2017

Richard II: il dramma di governare

Nell'approccio a un testo, due sono i poli entro i quali si oscilla: l'oggettivo e il soggettivo. Si può privilegiare ciò che si ha di fronte, cercando di cogliere e accogliere il testo in se stesso, così come offerto; si può mettere maggiormente in luce colui che sta di fronte al testo, la sua risposta, il suo modo d'intenderlo. Per quanto i due atteggiamenti siano sempre inevitabilmente compresenti, l'esaltazione contemporanea del soggettivo conduce di solito a una preponderanza, a volte smisurata, del soggettivo. Nel caso del Richard II di Peter Stein siamo invece di fronte a una felice eccezione, a uno spettacolo dove al centro sta effettivamente Shakespeare e il suo dramma. Anche la scelta di far rappresentare re Riccardo da una donna, la brava Maddalena Crippa, non dà luogo a quelle - fin troppo oggi prevedibili e peraltro stucchevoli - questioni sull'ambiguità sessuale e analoghi: segnala piuttosto una presenza speciale, che lascia emergere in modo inconfondibile il protagonista in mezzo a una dramma di (pressoché) soli uomini. Riccardo II, dunque. Figura singolare, paradossale nel doppio ritmo della sua esistenza: gloria e caduta, grandezza e miseria. Un primo livello di lettura è politico: la questione dell'autorità e della sua fondazione. Da sempre tema dibattuto, solo apparentemente risolto nelle varie epoche (compresa la nostra). In mezzo al rutilante, ricchissimo diluvio poetico dell'inarrivabile linguaggio di Shakespeare emerge però - né può essere diversamente per un par suo - semplicemente la questione dell'uomo, di ogni uomo, dal re al suo stalliere. Per l'interpretazione del dramma mi pare centrale il monologo del re, oramai deposto, imprigionato e prossimo alla fine. Il problema pare proprio che questo re - che è l'essere umano, ogni essere umano - non è in grado di governare la realtà, né quella fuori né quella dentro di lui, e risulta sempre «fuori tempo», non riuscendo a inserirsi armonicamente nella musica del reale, e alla fine sbattuto giù dai troni, più o meno visibili, che prova a costruirsi come può. Tentativo che produce sempre a sua volta la controreazione degli altri, essi pure variamente pretendenti al trono. Così ai piedi del nuovo astro nascente, il re Enrico IV, si accumulano i guanti della sfida tra le fazioni politiche: la lotta continuerà, producendo di volta in volta vincitori e vinti, e vincitori che divengono vinti. Come Riccardo: Shakespeare ci porta dentro la sua anima per portarci dentro la nostra. E scoprirvi al tempo stesso la coscienza acuta di una missione regale, della magnificenza dell'essere uomini; e la sorpresa di scoprirsi infinitamente piccoli e insufficienti. Perplesso, il re citerà due frasi evangeliche (le uniche nel dramma), solo apparentemente in contrasto: nel Regno, quello vero, attraverso la stretta cruna dell'ago non entrano i ricchi, ma solo i piccoli. Forse allora c'è una speranza: per Riccardo, per ciascuno.
Richard II, di William Shakespeare. Teatro Metastasio, 21-29 ottobre 2017. Traduzione Alessandro Serpieri; riduzione e regia Peter Stein, con Maddalena Crippa, etc.; produzione Teatro Metastasio di Prato.