giovedì 31 marzo 2016

III domenica di pasqua, ufficio delle letture

Celebre questo testo di Giustino, fonte molto importante per la storia della liturgia eucaristica. Siamo intorno all'anno 150. LO omette l'inciso di 66,4, dove Giustino parla del Mitraismo, che considera (come altri elementi della religione pagana) una maligna contraffazione del Cristianesimo. Come ebbe a insegnare Benedetto XVI:
"Nel complesso la figura e l’opera di Giustino segnano la decisa opzione della Chiesa antica per la filosofia, per la ragione, piuttosto che per la religione dei pagani. Con la religione pagana, infatti, i primi cristiani rifiutarono strenuamente ogni compromesso. La ritenevano idolatria, a costo di essere tacciati per questo di «empietà» e di «ateismo». In particolare Giustino, specialmente nella sua prima Apologia, condusse una critica implacabile nei confronti della religione pagana e dei suoi miti, considerati da lui come diabolici «depistaggi» nel cammino della verità. La filosofia rappresentò invece l’area privilegiata dell’incontro tra paganesimo, giudaismo e cristianesimo proprio sul piano della critica alla religione pagana e ai suoi falsi miti." (Udienza generale del 21.3.2007).

Dalla Prima Apologia a favore dei cristiani di san Giustino, martire (nn. 66-67; PG 6,427-431)

66.1. Questo cibo è chiamato da noi "Eucaristia", e a nessuno è lecito parteciparne, se non a chi crede che i nostri insegnamenti sono veri, si è purificato con il lavacro per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e vive come Cristo ha insegnato. 2. Noi non li prendiamo come pane e bevanda comuni, ma come Gesù Cristo, il nostro Salvatore incarnato per la parola di Dio, prese carne e sangue per la nostra salvezza, così abbiamo appreso che anche quel nutrimento, sul quale si è reso grazie con le sue stesse parole di ringraziamento, e di cui si nutrono il nostro sangue e la nostra carne onde esserne trasformati, è carne e sangue di Gesù incarnato. 3. Infatti gli Apostoli, nelle memorie chiamate "Vangeli", tramandarono che fu loro lasciato questo comando da Gesù stesso, il quale prese il pane e rese grazie dicendo: "Fate questo in memoria di me, questo è il mio corpo". E analogamente prese il calice e rese grazie, dicendo: "Questo è il mio sangue"; e ne distribuì soltanto a loro.
[4. Per imitare questo, i malvagi demoni insegnarono che ciò avviene anche nei misteri di Mitra. Infatti - già lo sapete o potete apprenderlo - nei riti d'iniziazione figurano un pane e una coppa d'acqua, mentre si pronunciano alcune formule.]
67.1. Da allora ricordiamo tra noi questi fatti. Quelli che possiedono beni, aiutano i bisognosi tutti, e siamo sempre uniti gli uni con gli altri. 2. Per tutti i beni che riceviamo ringraziamo il Creatore dell'universo per mezzo del suo Figlio e dello Spirito Santo. 3. Nel giorno chiamato "del Sole" ci raduniamo tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne, e si leggono le memorie degli Apostoli e gli scritti dei Profeti, finché il tempo lo consente. 4. Quando il lettore ha terminato, chi presiede ci ammonisce con un discorso ed esorta ad imitare questi buoni esempi. 5. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere e, come detto, terminata la preghiera, vengono portati pane, vino e acqua. Il presidente nello stesso modo, secondo le sue capacità, innalza preghiere e ringraziamenti, e il popolo acclama: "Amen". Segue la distribuzione degli alimenti consacrati a ciascuno e la comunione, e attraverso i diaconi se ne manda agli assenti. 6. I benestanti e quelli che lo desiderano, danno liberamente ciascuno quel che vuole, e ciò che si raccoglie viene depositato presso il presidente. Questi soccorre gli orfani, le vedove, e chi è indigente per malattia o altra causa, i carcerati e gli stranieri che si trovano presso di noi: insomma, si prende cura di chiunque sia nel bisogno. 7. Ci raccogliamo tutti nel giorno del Sole, poiché questo è il primo giorno, nel quale Dio, mutata la tenebra e la materia, creò il mondo; e sempre in questo giorno Gesù Cristo, nostro Salvatore, risuscitò dai morti. Lo crocifissero infatti la vigilia del giorno di Saturno, ed il giorno dopo quello di Saturno, che è il giorno del Sole, apparso ai suoi apostoli e discepoli, insegnò proprio queste dottrine che abbiamo presentato anche a voi perché le esaminiate.

66. (1) Καὶ ἡ τροφὴ αὕτη καλεῖται παρ’ ἡμῖν εὐχαριστία, ἧς οὐδενὶ ἄλλῳ μετασχεῖν ἐξόν ἐστιν ἢ τῷ πιστεύοντι ἀληθῆ εἶναι τὰ δεδιδαγμένα ὑφ’ ἡμῶν, καὶ λουσαμένῳ τὸ ὑπὲρ ἀφέσεως ἁμαρτιῶν καὶ εἰς ἀναγέννησιν λουτρόν, καὶ οὕτως βιοῦντι ὡς ὁ Χριστὸς παρέδωκεν. (2) οὐ γὰρ ὡς κοινὸν ἄρτον οὐδὲ κοινὸν πόμα ταῦτα λαμβάνομεν· ἀλλ’ ὃν τρόπον διὰ λόγου θεοῦ σαρκοποιηθεὶς Ἰησοῦς Χριστὸς ὁ σωτὴρ ἡμῶν καὶ σάρκα καὶ αἷμα ὑπὲρ σωτηρίας ἡμῶν ἔσχεν, οὕτως καὶ τὴν δι’ εὐχῆς λόγου τοῦ παρ’ αὐτοῦ εὐχαριστηθεῖσαν τροφήν, ἐξ ἧς αἷμα καὶ σάρκες κατὰ μεταβολὴν τρέφονται ἡμῶν, ἐκείνου τοῦ σαρκοποιηθέντος Ἰησοῦ καὶ σάρκα καὶ αἷμα ἐδιδάχθημεν εἶναι. (3) οἱ γὰρ ἀπόστολοι ἐν τοῖς γενομένοις ὑπ’ αὐτῶν ἀπομνημονεύμασιν, ἃ καλεῖται εὐαγγέλια, οὕτως παρέδωκαν ἐντετάλθαι αὐτοῖς· τὸν Ἰησοῦν λαβόντα ἄρτον εὐχαριστήσαντα εἰπεῖν· Τοῦτο ποιεῖτε εἰς τὴν ἀνάμνησίν μου, τοῦτ’ ἐστι τὸ σῶμά μου· καὶ τὸ ποτήριον ὁμοίως λαβόντα καὶ εὐχαριστήσαντα εἰπεῖν· Τοῦτό ἐστι τὸ αἷμά μου· καὶ μόνοις αὐτοῖς μεταδοῦναι. [(4) ὅπερ καὶ ἐν τοῖς τοῦ Μίθρα μυστηρίοις παρέδωκαν γίνεσθαι μιμησάμενοι οἱ πονηροὶ δαίμονες· ὅτι γὰρ ἄρτος καὶ ποτήριον ὕδατος τίθεται ἐν ταῖς τοῦ μυουμένου τελεταῖς μετ’ ἐπιλόγων τινῶν, ἢ ἐπίστασθε ἢ μαθεῖν δύνασθε.]
67. (1) Ἡμεῖς δὲ μετὰ ταῦτα λοιπὸν ἀεὶ τούτων ἀλλήλους ἀναμιμνήσκομεν· καὶ οἱ ἔχοντες τοῖς λειπομένοις πᾶσιν ἐπικουροῦμεν, καὶ σύνεσμεν ἀλλήλοις ἀεί. (2) ἐπὶ πᾶσί τε οἷς προσφερόμεθα εὐλογοῦμεν τὸν ποιητὴν τῶν πάντων διὰ τοῦ υἱοῦ αὐτοῦ Ἰησοῦ Χριστοῦ καὶ διὰ πνεύματος τοῦ ἁγίου. (3) καὶ τῇ τοῦ ἡλίου λεγομένῃ ἡμέρᾳ πάντων κατὰ πόλεις ἢ ἀγροὺς μενόντων ἐπὶ τὸ αὐτὸ συνέλευσις γίνεται, καὶ τὰ ἀπομνημονεύματα τῶν ἀποστόλων ἢ τὰ συγγράμματα τῶν προφητῶν
ἀναγινώσκεται, μέχρις ἐγχωρεῖ. (4) εἶτα παυσαμένου τοῦ ἀναγινώσκοντος ὁ προεστὼς διὰ λόγου τὴν νουθεσίαν καὶ πρόκλησιν τῆς τῶν καλῶν τούτων μιμήσεως ποιεῖται. (5) ἔπειτα ἀνιστάμεθα κοινῇ πάντες καὶ εὐχὰς πέμπομεν· καί, ὡς προέφημεν, παυσαμένων ἡμῶν τῆς εὐχῆς ἄρτος προσφέρεται καὶ οἶνος καὶ ὕδωρ, καὶ ὁ προεστὼς εὐχὰς ὁμοίως καὶ εὐχαριστίας, ὅση δύναμις αὐτῷ, ἀναπέμπει, καὶ ὁ λαὸς ἐπευφημεῖ λέγων τὸ Ἀμήν, καὶ ἡ διάδοσις καὶ ἡ μετάληψις ἀπὸ τῶν εὐχαριστηθέντων ἑκάστῳ γίνεται, καὶ τοῖς οὐ παροῦσι διὰ τῶν διακόνων πέμπεται. (6) οἱ εὐποροῦντες δὲ καὶ βουλόμενοι κατὰ προαίρεσιν ἕκαστος τὴν ἑαυτοῦ ὃ βούλεται δίδωσι, καὶ τὸ συλλεγόμενον παρὰ τῷ προεστῶτι ἀποτίθεται, καὶ αὐτὸς ἐπικουρεῖ ὀρφανοῖς τε καὶ χήραις, καὶ τοῖς διὰ νόσον ἢ δι’ ἄλλην αἰτίαν λειπομένοις, καὶ τοῖς ἐν δεσμοῖς οὖσι, καὶ τοῖς παρεπιδήμοις οὖσι ξένοις, καὶ ἁπλῶς πᾶσι τοῖς ἐν χρείᾳ οὖσι κηδεμὼν γίνεται. (7) τὴν δὲ τοῦ ἡλίου ἡμέραν κοινῇ πάντες τὴν συνέλευσιν ποιούμεθα, ἐπειδὴ πρώτη ἐστὶν ἡμέρα, ἐν ᾗ ὁ θεὸς τὸ σκότος καὶ τὴν ὕλην τρέψας κόσμον ἐποίησε, καὶ Ἰησοῦς Χριστὸς ὁ ἡμέτερος σωτὴρ τῇ αὐτῇ ἡμέρᾳ ἐκ νεκρῶν ἀνέστη· τῇ γὰρ πρὸ τῆς κρονικῆς ἐσταύρωσαν αὐτόν, καὶ τῇ μετὰ τὴν κρονικήν, ἥτις ἐστὶν ἡλίου ἡμέρα, φανεὶς τοῖς ἀποστόλοις αὐτοῦ καὶ μαθηταῖς ἐδίδαξε ταῦτα, ἅπερ εἰς ἐπίσκεψιν καὶ ὑμῖν ἀνεδώκαμεν.

lunedì 28 marzo 2016

II Domenica di Pasqua (Domenica dell'Ottava di Pasqua), ufficio delle letture

Dei discorsi che la domenica successiva alla pasqua Agostino ha tenuto ai neofiti, i "giovani virgulti" germogliati nella veglia pasquale, ce ne sono arrivati una decina. LO propone la lettura del sermone 260/A, di cui omette la parte centrale (che tratta del battesimo degli eretici), e disloca qualche riga a proposito del giorno del Signore (n. 4).

Dai Discorsi di sant'Agostino, vescovo (Disc. 8 nell'ottava di Pasqua, nn. 1 e 4; PL 46, 838.841)

1. Il mio discorso si rivolge a voi, bambini appena nati, piccoli in Cristo, nuova prole della Chiesa, grazia del Padre e fecondità della Madre, santo germoglio, sciame novello, fiori a nostro onore e frutto della nostra fatica, mio gaudio e corona, voi tutti che state saldi nel Signore (cf. Fil 4,1). Vi rivolgo le parole dell'Apostolo: «Ecco, la notte è passata, il giorno è ormai vicino. Deponete dunque le opere delle tenebre e indossate le armi della luce; come in pieno giorno, camminate con onestà: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non nelle mollezze lussuriose, non fra contese e gelosie; rivestitevi piuttosto del Signore Gesù Cristo, senza darvi al sentire carnale, assecondando le concupiscenze» (Rm 13,12-14), in modo tale da rivestirvi anche nella vita di colui del quale vi siete rivestiti nel sacramento. Infatti «quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo, per cui non c'è più né giudeo né greco, non c'è più né schiavo né libero, non c'è più né maschio né femmina. Tutti infatti siete una cosa sola in Cristo Gesù» (Gal 3,27-28). Questo deriva dalla forza stessa del sacramento, che è sacramento della vita nuova, la quale comincia in questo tempo con la remissione di tutti i peccati passati e raggiunge la perfezione nella resurrezione dei morti. «Mediante il battesimo siete stati sepolti insieme con Cristo nella morte, per cui, come Cristo è risuscitato dai morti, così anche voi dovete camminare in novità di vita» (Rm 6,4). Attualmente però camminate nella fede, finché in un corpo mortale siete come pellegrini lontano dal Signore (cf. 2Cor 5,6); ma colui stesso verso il quale tendete, Gesù Cristo, si è fatto per voi via certa, in quanto si è degnato di farsi uomo per noi. Per coloro che lo temono tiene in serbo una grande dolcezza (cf. Sal 30,20): la manifesterà perfettamente a quanti hanno sperato in lui, quando ciò che ora abbiamo ricevuto nella speranza lo riceveremo effettivamente. [...]

4. [...] Oggi è l'ottavo giorno dalla vostra nascita. Oggi si completa in voi il segno della fede, come avveniva presso gli antichi padri, quando a otto giorni dalla nascita fisica si praticava la circoncisione fisica. In quel membro umano per mezzo del quale nasce l'uomo destinato a morire, era raffigurata la deposizione della mortalità. Di questa mortalità della carne il Signore si spogliò con la resurrezione, nella quale risuscitò non un corpo diverso ma lo stesso corpo, che tuttavia non avrebbe potuto più morire. Con essa il Signore consacrò il giorno della domenica, giorno terzo dopo la sua morte, ottavo dopo il sabato nel computo ordinario dei giorni, e nello stesso tempo giorno primo. Pertanto anche voi, che non ancora nella realtà ma nella certa speranza avete il sacramento di questa risurrezione e il pegno dello Spirito, «se siete risorti con Cristo, gustate le cose di lassù, dov'è Cristo, assiso alla destra di Dio; cercate le cose di lassù e non quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando apparirà Cristo, vostra vita, allora anche voi apparirete insieme con lui nella gloria» (Col 3,1-4).

In Octavis Paschae, ad infantes.
1. Sermo mihi est ad vos, modo nati infantes, parvuli in Christo, nova proles Ecclesiae, gratia patris, fecunditas matris, germen pium, examen novellum, flos nostri honoris et fructus laboris, gaudium et corona mea, omnes qui statis in Domino (cf. Phil 4,1). Apostolicis verbis vos alloquor: Ecce nox praecessit, dies autem appropinquavit; abicite opera tenebrarum, et induite vos arma lucis; sicut in die honeste ambulate: non comisationibus et ebrietatibus, non cubilibus et impudicitiis, non contentione et aemulatione; sed induite Dominum Iesum Christum, et carnis providentiam ne feceritis in concupiscentiis (Rm 13,12-14), ut et vita induatis, quem sacramento induistis. Quotquot enim in Christo baptizati estis, Christum induistis. Non est Iudaeus et Graecus, non est servus neque liber, non est masculus aut femina; omnes enim vos unum estis in Christo Iesu (Gal 3,27-28). Hoc habet ipsa vis sacramenti: sacramentum enim est vitae novae, quae in hoc tempore incipit a remissione praeteritorum omnium peccatorum, perficietur autem in resurrectione mortuorum. Consepulti enim estis Christo per baptismum in mortem, ut, quemadmodum surrexit Christus a mortuis, sic et vos in novitate vitae ambuletis (Rm 6,4). Ambulatis autem nunc per fidem, quam diu in hoc mortali corpore peregrinamini a Domino (cf. 2Cor 5,6); sed via vobis certa ipse, ad quem tenditis, factus est Christus Iesus secundum hominem, quod pro nobis fieri dignatus est. Servavit enim multam dulcedinem timentibus se (cf. Ps 30,20), aperturus et perfecturus eam sperantibus in se, cum id quod nunc in spe accepimus etiam in re acceperimus. [Filii enim Dei sumus, et nondum apparuit quod erimus. Scimus quia, cum apparuerit, similes ei erimus, quoniam videbimus eum sicuti est (1Io 3,2). Hoc in Evangelio ipse promisit: Qui diligit me, inquit, mandata mea custodit. Et qui diligit me, diligetur a Patre meo, et ego diligam illum, et ostendam me ipsum illi (Io 14,21). Utique videbant eum, quibus loquebatur, sed in forma servi, qua maior est Pater, non in forma Dei, qua aequalis est Patri. Hanc ostendebat timentibus, illam servabat sperantibus; in hac peregrinantibus apparebat, ad illam cohabitaturos vocabat; hanc eis ambulantibus substernebat, illam pervenientibus promittebat.]

4. [...] Hodie dies octavus est nativitatis vestrae; hodie completur in vobis signaculum fidei, quod apud antiquos patres in circumcisione carnis fiebat octavo die carnalis nativitatis; figurabatur enim expoliatio mortalitatis in eo membro humano per quod moriturus nascitur homo. Unde et ipse Dominus mortalitate carnis resurgendo se expolians, et non quidem aliud, sed tamen ultra non moriturum corpus exsuscitans, Dominicum diem in sua resurrectione signavit, qui post diem passionis eius tertius, in numero autem dierum post sabbatum octavus est, idemque primus. Unde et vos nondum re, sed certa iam spe, quia et huius rei sacramentum habetis, et pignus Spiritus accepistis, si resurrexistis cum Christo, quae sursum sunt sapite ubi Christus est in dextera Dei sedens; quae sursum sunt quaerite, non quae super terram. Mortui enim estis, et vita vestra abscondita est cum Christo in Deo. Cum Christus apparuerit vita vestra tunc et vos cum ipso apparebitis in gloria (Col 3,1-4).

A commento un testo di K. Barth, per alcuni versi non del tutto chiaro e probabilmente discutibile, comunque stimolante, anche bello. Il teologo svizzero prende spunto da un versetto del Libro delle Lamentazioni:

Principianti.
"La bontà del Signore è nuova ogni giorno" (Lam 3,22).
Credente, sostenitore imperterrito di una posizione, il cristiano non può davvero esserlo. Non si è mai cristiani, si può solamente diventarlo sempre di nuovo: alla sera d'ogni giorno abbastanza vergognosi del proprio cristianesimo d'oggi, alla mattina seguente contenti che si possa ancora una volta tentare - con la consolazione, col prossimo, con la speranza, con tutto. La comunità cristiana è unita in questo, che è fatta di semplici principianti, e proprio questo è il vero bene: diventare una volta ancora piccoli, ricominciare da capo, e dunque non saper rimanere fermi su nessuna posizione. Questa è l'unità della vera fede. Si tratta di fede, perché questo dipende totalmente da Gesù, che solo è capace di fare degli uomini questi semplici ma felici principianti. Si tratta di fede, perché ci vuole davvero un miracolo perché la persona si lasci liberare dalla legge, dall'obbligo, dalla gravità, dalla cattiva serietà di tutti i punti fermi, anche quando egli stesso li riceve come tali. Probabilmente di cristiani così ce ne sono pochi. Ciò non depone a loro sfavore. Sarebbe terribile se ci fossero solo credenti-fermi-su-una-posizione. Questi pochi cristiani hanno il bel compito di mostrare agli altri che c'è anche un'altra fede rispetto alla fede-ferma-su-una-posizione.

Anfänger.
"Die Güte des Herrn ist alle Morgen neu." (Klagelieder 3,22).
Gläubiger, todernster Vertreter eines Standpunktes kann der Christ nicht gut werden. Man ist ja auch nie ein Christ, man kann es nur immer wieder werden: am Abend jedes Tages ziemlich beschämt über sein Christentum von heute und am Morgen jedes neuen Tages zufrieden, dass man es noch einmal wagen darf – mit dem Trost, mit dem Näch­sten, mit der Hoffnung, mit dem Ganzen. Die christliche Gemeinde ist sich einig darin, dass sie aus lauter Anfängern besteht – und dass eben das wahrhaft Gute ist: noch einmal klein zu werden, von vorne anzufangen und also gerade an keinem Punkt stehen zu bleiben. Das ist die Einigkeit des rechten Glaubens. Es handelt sich um Glauben, weil das alles an Jesus hängt, der es nun einmal allein fertig bringt, die Menschen zu solchen schlichten, aber fröhlichen Anfängern zu machen. Es handelt sich um Glauben, weil es schon ein rechtes Wunder dazu braucht, dass ein Mensch sich vom Gesetz, vom Zwang, von der Feierlichkeit, von dem bösen Ernst aller Standpunkte – auch wenn er selber solche einnimmt – erlösen lässt. Wahrscheinlich darum gibt es nur so wenig Christen. Das beweist nichts gegen sie. Es wäre schrecklich, wenn es nur standpunktgläubige Menschen gäbe. Die wenigen Christen haben die schöne Aufgabe, den anderen zu zeigen, dass es auch noch einen anderen Glauben gibt als den „Standpunkt-Glauben“.
(Karl Barth, Augenblicke. Texte zur Besinnung, ausgewählt von Eberhard Busch, Zürich, Theologischer Verlag 2001, p. 63)

sabato 19 marzo 2016

Sabato Santo, ufficio delle letture

La veglia pasquale tiene il posto dell'ufficio delle letture: non c'è lettura patristica. Propongo pertanto la lettura del Sabato Santo. Nella Patrologia Graeca (vol. 43), che riproduce una edizione del 1622 (Petau), si trova tra gli scritti di Epifanio di Salamina (a Cipro). L'autore non è lui, ma probabilmente un altro Epifanio, vescovo anche lui a Cipro alla fine del VII secolo. Questa omelia (Homilia II in sabbato magno / Homilia in divini corporis sepulturam, CPG 3768; BHG 808e), sulla quale traggo notizie da André Vaillant, L'homélie d'Épiphane sur l'ensevelissement du Christ. Texte vieux-slave, texte grec et traduction française, Radovi Staroslavenkog Instituta 3, Zagreb 1958, pp. 5-101 (Istituto Paleoslavo di Zagabria), molto significativa per la teologia della discesa agli inferi, ha influenzato in modo determinante l'iconografia bizantina dell'Anàstasis (risurrezione). Si rifà al Vangelo di Nicodemo, che nella sua seconda parte racconta la discesa di Gesù nel mondo dei morti, in parte discostandosene. Letta dalla Chiesa Ortodossa nella liturgia del Sabato Santo, eccone lo svolgimento:

1. il tumulto del venerdi e il silenzio del sabato
2. la legge antica e la nuova
3. la nascita e la rinascita (nel sepolcro) di Cristo
4. commento a Mt 27,57
5. discorso di Giuseppe d'Arimatea a Pilato
6. Giuseppe seppellisce Dio
7. Benedizioni su Giuseppe e Nicodemo
8. i giusti prigionieri negli inferi
9-12. Cristo scende agli inferi
13. disfatta dell'inferno
14-16. Cristo parla ad Adamo e lo risuscita.

La lettura LO consiste essenzialmente nel discorso di Cristo a Adamo (n. 15).

Da un'antica Omelia sul Sabato santo (PG 43, 439. 451. 462-463)

1. Che cosa è questo? Oggi c'è un grande silenzio sulla terra. Grande silenzio ormai, e solitudine: il Re dorme. La terra ha tremato ed è rimasta quieta perché Dio si è addormentato nella sua carne, svegliando quelli che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne, gl'inferi hanno tremato. [...]
7. [...] [Come e perché è avvenuta la sua discesa negli inferi? Forse discende per ricondurre Adamo colpevole e schiavo come noi.] Certo egli va per cercare il primo uomo come la pecora smarrita (cf. Mt 18,12-13; Lc 15,4-5). Egli vuole comunque visitare quelli che siedono nella tenebra e nell'ombra di morte (Sal 107,10; Is 9,2; 42,7; 49,9; Lc 1,79). Comunque Dio, fatto anche loro figlio, va a liberare dai dolori Adamo prigioniero ed Eva prigioniera con lui. [...]
15. [Mentre Adamo dice queste e simili parole a quanti erano prigionieri con lui,] il Signore entra da loro, tenendo l'arma vittoriosa della croce. Vedendolo, Adamo il primo uomo, battendosi il petto per lo stupore, grida a tutti: "Il mio Signore sia con tutti!". Cristo in risposta dice ad Adamo: "e con il tuo spirito!". Lo prende per la mano e lo solleva, dicendogli:
"Svegliati, tu che dormi! Risorgi dai morti, e Cristo t'illuminerà!" (Ef 5,14). Io sono il tuo Dio, divenuto per te tuo figlio. Per te e per i tuoi discendenti, nella mia autorità ora comando ai prigionieri: 'uscite!', a chi sta nella tenebra: 'siate illuminati!', e a chi dorme: 'svegliatevi!'. Ti ordino, tu che dormi: 'risorgi!'. Non ti ho fatto perché tu fossi tenuto prigioniero dagli inferi. Risorgi dai morti! Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera mia, risorgi, effigie mia, modellata a mia immagine! Risorgi, andiamo via da qui. Tu sei infatti in me, e io in te: siamo una sola ed indivisibile persona. Per te io, tuo Dio, sono divenuto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho preso la tua forma di servo (Fil 2,6). Per te io che sono al di sopra dei cieli sono venuto sulla terra e sotto terra. Per te, uomo, sono divenuto "come un uomo indifeso, libero tra i morti" (Sal 87,5 - 88,4). Per te che sei uscito da un giardino, sono stato consegnato ai Giudei in un giardino, e in un giardino crocifisso.
Guarda gli sputi sul mio volto: li ho ricevuti per restituirti al primo soffio vitale (Gen 2,7). Guarda gli schiaffi sulle mie guance: li ho ricevuti per riportare a mia immagine il tuo volto sfigurato (Gen 1,26). Guarda la flagellazione sulle mie spalle: l'ho subita per sciogliere il fardello dei tuoi peccati che gravava le tue spalle (Sal 37,5 - 38,4). Vedi le mie mani inchiodate sul legno - cosa buona - per te, che avevi steso la mano verso il legno (Gen 3,6) - cosa cattiva. [... i piedi, il fiele, l'aceto, la canna ...]
Mi sono addormentato sulla croce e una spada mi trafisse il fianco per te (Gv 19,34), che nell'Eden ti addormentasti, e dal fianco producesti Eva (Gen 2,21-22): il mio fianco guarì il dolore del fianco, il mio sonno ti porterà fuori dal sonno della morte, la mia spada ha fermato la spada stesa contro di te (Gen 3,24).
Alzati ormai, andiamo via da qui. Il nemico ti ha portato fuori dalla terra dell'Eden (Gen 3,23): io non ti rimetterò nell'Eden, ma su un trono celeste. Ti proibii quel simbolico albero della vita (Gen 2,9.17), ora mi sono unito a te, io che sono la vita (cf. Gv 14,6). Ordinai ai Cherubini di custodirti come un servo (Gen 3,24), ora li faccio prostrare davanti a te come a un dio (Eb 1,5-6). [... la nudità, le tuniche di pelle ... usciamo dalla morte alla vita ... gli angeli attendono]
Ecco, il trono di Cherubini è pronto, pronti agli ordini i portatori; la camera nuziale preparata, il banchetto imbandito, le dimore eterne predisposte. I forzieri colmi di beni sono aperti, il regno dei cieli è preparato prima dei secoli[: "le cose che occhio non vide e orecchio non udì né salirono in cuore umano" (1Cor 2,9), ecco i beni che attendono l'uomo].

1. Τί τοῦτο; σήμερον σιγὴ πολλὴ ἐν τῇ γῇ· σιγὴ πολλὴ καὶ ἠρεμία λοιπόν· σιγὴ πολλὴ, ὅτι ὁ Βασιλεὺς ὑπνοῖ· γῆ ἐφοβήθη καὶ ἡσύχασεν, ὅτι ὁ Θεὸς σαρκὶ ὕπνωσε, καὶ τοὺς ἀπ' αἰῶνος ὑπνοῦντας ἀνέστησεν. Ὁ Θεὸς ἐν σαρκὶ τέθνηκε, καὶ ὁ ᾅδης ἐτρόμαξεν. [...]
7. [...] [Τίς ὁ λόγος; τίς ὁ τρόπος; τίς ἡ βουλὴ τῆς ἐν τῷ ἅδῃ αὐτοῦ καταβάσεως; Τάχα τὸν Ἀδὰμ τὸν κατάδικον καὶ ἡμῶν σύνδουλον ἀνενέγκαι κατέρχεται.] Ὄντως τὸν πρωτόπλαστον ὡς ἀπολωλὸς πρόβατον ἐπιζητῆσαι πορεύεται. Πάντως καὶ τοὺς ἐν σκότει καὶ σκιᾷ θανάτου καθημένους βούλεται ἐπισκέψασθαι· πάντως τὸν αἰχμάλωτον Ἀδὰμ, καὶ τὴν συναιχμάλωτον Εὔαν τῶν ὀδυνῶν λύσαι πορεύεται ὁ Θεὸς, καὶ υἱὸς αὐτῆς ὅθεν καὶ υἱὸς αὐτοῦ ἀναδέδεικται. [...]
15. [Ταῦτα καὶ τὰ τοιαῦτα τοῦ Ἀδὰμ πρὸς πάντας τοὺς συγκαταδίκους αὐτοῦ λέγοντος,] εἰσῆλθεν ὁ Δεσπότης πρὸς αὐτοὺς, τὸ νικητικὸν ὅπλον τοῦ σταυροῦ κατέχων. Ὃν ἰδὼν ὁ Ἀδὰμ ὁ πρωτόπλαστος, καὶ τῇ ἐκπλήξει τὸ στῆθος τύψας, ἐβόησε πρὸς πάντας, καὶ εἶπεν· Ὁ Κύριός μου μετὰ πάντων. Καὶ ἀποκριθεὶς ὁ Χριστὸς, λέγει τῷ Ἀδάμ· Καὶ μετὰ τοῦ πνεύματός σου· καὶ κρατήσας αὐτοῦ τῆς χειρὸς ἀνίστησι, λέγων·
Ἔγειρε, ὁ καθεύδων, καὶ ἀνάστα ἐκ τῶν νεκρῶν, καὶ ἐπιφαύσει σοι ὁ Χριστός. Ἐγὼ ὁ Θεός σου, ὁ διὰ σὲ γενόμενος υἱός σου, ὁ διὰ σὲ καὶ τοὺς ἀπὸ σοῦ, νῦν λέγων καὶ κατ' ἐξουσίαν ἐπιτρέπων τοῖς ἐν δεσμοῖς· Ἐξέλθετε, καὶ τοῖς ἐν σκότει· Φωτίσθητε, καὶ τοῖς κεκοιμημένοις· Ἀνάστητε· σοὶ διακελεύομαι· Ἔγειρε, ὁ καθεύδων· οὐ γὰρ διὰ τοῦτό σε πεποίηκα, ἵνα ἐν ᾅδῃ κατέχῃ δέσμιος. Ἀνάστα ἐκ τῶν νεκρῶν· ἐγώ εἰμι ἡ ζωὴ τῶν νεκρῶν. Ἀνάστα, πλάσμα τὸ ἐμὸν, ἀνάστα, μορφὴ ἡ ἐμὴ, καὶ κατ' εἰκόνα ἐμὴν γεγενημένη. Ἔγειρε, ἄγωμεν ἐντεῦθεν· σὺ γὰρ ἐν ἐμοὶ, κἀγὼ ἐν σοὶ, ἓν καὶ ἀδιαίρετον ὑπάρχομεν πρόσωπον· διὰ σὲ ὁ Θεός σου γέγονα υἱός σου· διὰ σὲ ὁ Δεσπότης, ἔλαβον τὴν σὴν μορφὴν τοῦ δούλου· διὰ σὲ ὁ ὑπεράνω τῶν οὐρανῶν ἦλθον ἐπὶ γῆς καὶ ὑποκάτω γῆς· διὰ σὲ τὸν ἄνθρωπον γέγονα ὡσεὶ ἄνθρωπος ἀβοήθητος, ἐν νεκροῖς ἐλεύθερος· διὰ σὲ τὸν ἀπὸ κήπου ἐξελθόντα ἀπὸ κήπου Ἰουδαίοις παρεδόθην, καὶ ἐν κήπῳ ἐσταυρώθην.
Ἴδε τοῦ προσώπου μου τὰ ἐμπτύσματα, ἅπερ διὰ σὲ κατεδεξάμην, ἵνα σε ἀποκαταστήσω εἰς τὸ ἀρχαῖον ἐμφύσημα. Ἴδε μου τῶν σιαγόνων τὰ ῥαπίσματα, ἃ κατεδεξάμην, ἵνα σου τὴν διαστραφεΐσαν μορφὴν ἐπανορθώσω εἰς τὸ κατ' εἰκόνα μου. Ἴδε μου τοῦ νώτου τὴν φραγγέλλωσιν, ἣν κατεδεξάμην, ἵνα σκορπίσω τῶν ἁμαρτιῶν σου τὸ φορτίον τὸ ἐπὶ τοῦ νώτου κείμενον.
[Ἴδε μου τὰς προσηλωθείσας χεῖρας ἐν τῷ ξύλῳ καλῶς, διὰ σὲ τὸν ἐκτείναντα τὴν χεῖρα ἐν τῷ ξύλῳ κακῶς. Ἴδε μου τοὺς προσηλωθέντας, καὶ ὀρυχθέντας τῷ ξύλῳ πόδας, διὰ τοὺς σοὺς πόδας τοὺς κακῶς δραμόντας ἐπὶ τὸ ξύλον τῆς παρακοῆς τῇ ἕκτῃ ἡμέρᾳ, ᾗ ἡ ἀπόφασις γέγονεν, καὶ τὴν σὴν ἀνάπλασιν, καὶ παραδείσου ἄνοιξιν πεπόνημαι. Ἐγευσάμην διὰ σὲ χολὴν, ἵνα ἰάσωμαί σοι τὴν διὰ βρώσεως ἐκείνης τῆς γλυκείας πικρὰν ἡδονήν. Ἐγευσάμην ὄξους, ἵνα καταργήσω τοῦ σοῦ θανάτου τὸ δριμὺ, καὶ παρὰ φύσιν ποτήριον. Ἐδεξάμην σπόγγον, ἵνα ἐξαλείψω τὸ χειρόγραφόν σου τῆς ἁμαρτίας. Ἐδεξάμην κάλαμον, ἵνα ὑπογράψω ἐλευθερίαν τῷ γένει τῶν ἀνθρώπων.]
Ὕπνωσα ἐν τῷ σταυρῷ, καὶ ῥομφαίᾳ ἐνύχθην τὴν πλευρὰν, διὰ σὲ τὸν ἐν παραδείσῳ ὑπνώσαντα, καὶ τὴν Εὔαν ἐκ πλευρᾶς ἐξενέγκαντα. Ἡ ἐμὴ πλευρὰ ἰάσατο τὸ ἄλγος τῆς πλευρᾶς· ὁ ἐμὸς ὕπνος ἐξάξει σε ἐκ τοῦ ἐν ᾅδῃ ὕπνου· ἡ ἐμὴ ῥομφαία ἔστησε τὴν κατὰ σοῦ στρεφομένην ῥομφαίαν.
Λοιπὸν ἔγειρε, ἄγωμεν ἐντεῦθεν. Ἐξήγαγέ σε ὁ ἐχθρὸς ἀπὸ γῆς παραδείσου· ἀποκαθιστῶ σε οὐκέτι ἐν παραδείσῳ, ἀλλ' ἐν οὐρανίῳ θρόνῳ. Ἐκώλυσά σε τοῦ ξύλου τοῦ τυπικοῦ τῆς ζωῆς, ἀλλ' ἰδοὺ αὐτὸς ἐγὼ ἡνώθην σοι ἡ ζωή. Ἔταξα τὰ χερουβὶμ δουλοπρεπῶς φυλάττειν σε· ποιῶ τὰ χερουβὶμ θεοπρεπῶς προσκυνῆσαί σε.
[Ἐκρύβης ἀπὸ Θεοῦ ὡς γυμνός· ἀλλ' ἰδοὺ ἔκρυψας ἐν ἑαυτῷ Θεὸν γυμνόν. Ἐνεδύθης τὸν τῆς αἰσχύνης δερμάτινον χιτῶνα· ἀλλ' ἐνεδύθην Θεὸς ὢν τὸν τῆς σῆς σαρκὸς αἱμάτινον χιτῶνα. Διὸ ἐγείρεσθε, ἄγωμεν ἐντεῦθεν, ἀπὸ τοῦ θανάτου εἰς τὴν ζωὴν, ἀπὸ τῆς φθορᾶς εἰς ἀφθαρσίαν, ἀπὸ τοῦ σκότους εἰς τὸ αἰώνιον φῶς. Ἐγείρεσθε, ἄγωμεν ἐντεῦθεν, ἀπὸ τῆς ὀδύνης εἰς εὐφροσύνην, ἀπὸ δουλείας εἰς ἐλευθερίαν, ἀπὸ φυλακῆς εἰς τὴν ἄνω Ἱερουσαλὴμ, ἀπὸ τῶν δεσμῶν ἐπὶ τὴν ἄνεσιν, ἀπὸ τῆς κατοχῆς ἐπὶ τὴν τοῦ παραδείσου τρυφὴν, ἀπὸ τῆς γῆς εἰς τὸν οὐρανόν. Ἐπὶ τοῦτο γὰρ ἀπέθανον, καὶ ἀνέστην, ἵνα καὶ νεκρῶν καὶ ζώντων κυριεύσω. Ἐγείρεσθε, ἄγωμεν ἐντεῦθεν· ὁ γὰρ Πατήρ μου ὁ οὐράνιος τὸ ἀπολωλὸς ἐκδέχεται  πρόβατον. Τὰ ἐννενήκοντα ἐννέα τῶν ἀγγέλων πρόβατα τὸν σύνδουλον ἀναμένουσιν Ἀδὰμ, πότε ἀναστῇ, καὶ πότε ἀνέλθῃ καὶ πρὸς Θεὸν ἐπανέλθῃ.]
Χερουβικὸς θρόνος ηὐτρέπισται· οἱ ἀναφέροντες ὀξεῖς τε καὶ ἕτοιμοι· ὁ νυμφὼν παρεσκεύασται· ἐδέσματα ἕτοιμα· αἱ αἰώνιοι σκηναὶ καὶ μοναὶ ἕτοιμοι· οἱ θησαυροὶ τῶν ἀγαθῶν ἀνεῴχθησαν, ἡ τῶν οὐρανῶν βασιλεία πρὸ αἰώνων ἡτοίμασται· [ἃ ὀφθαλμὸς οὐκ οἶδεν, καὶ οὖς οὐκ ἤκουσε, καὶ ἐπὶ καρδίαν ἀνθρώπου οὐκ ἀνέβη, ἃ ἀγαθὰ τὸν ἄνθρωπον περιμένουσι.]

Ed ecco un passo del Vangelo di Nicodemo (5-21): "Mentre Satana e l'inferno dicevano tra di loro queste cose, si udì una voce potente come tuono che diceva: «Alzate le vostre porte, o Principi, e voi rimanete alzate, porte eterne, ed entrerà il Re della gloria!». Udendo ciò l'Inferno disse a Satana: «Esci, e se sei capace, fagli fronte!» Satana usci fuori. Allora l'Inferno disse ai suoi demoni: «Serrate bene, e saldamente, le porte di bronzo e i chiavistelli di ferro e sprangate le mie serrature. Sorvegliate ogni luogo, stando bene in guardia, perché se egli entra qui, ahimè, ci afferrerà tutti». Udite queste parole, gli antenati si diedero tutti a inveire contro di lui dicendo: «Divoratore insaziabile di ogni cosa, apri, affinché entri il Re della gloria!» Disse il profeta Davide: «Non sai, o cieco, che quando vivevo nel mondo io ha già profetizzato con queste parole: "Alzate, o Principi, le vostre porte"?». E Isaia disse: «Io, prevedendo questo, per grazia dello Spirito Santo, ho scritto: "Risorgeranno i morti, si sveglieranno quelli che sono nei sepolcri e si rallegreranno quelli che sono sulla terra", e: “O morte, dov'è il tuo dardo? Dov'è, o inferno la tua vittoria?"». Allora venne di nuovo una voce che diceva: «Alzate le porte!» E l’Inferno, udendo per la seconda volta quella voce, rispose, come se fino allora non avesse capito: «Chi è questo Re della gloria?». Dissero gli angeli dei Signore: «Il Signore forte e possente, il Signore possente in battaglia». E subito, a queste parole, le porte di bronzo caddero infrante e si spezzarono i chiavistelli di ferro e tutti i morti che erano legati furono sciolti dalle loro catene, e noi con loro. E il Re della gloria entrò, in figura di uomo, e tutte le tenebre dell'inferno furono illuminate."

domenica 13 marzo 2016

Domenica delle palme, ufficio delle letture

Andrea di Creta (detto anche, specie in oriente, di Gerusalemme), nato a Damasco intorno al 660, dopo aver dimorato a Gerusalemme e Costantinopoli, fu vescovo di Gortina, metropoli dell'isola di Creta. Oltre che predicatore, fu importante poeta: celebre il suo "Grande Canone" penitenziale, che la Chiesa Ortodossa canta in quaresima. Morì nel 740.

Dai Discorsi di sant'Andrea di Creta, vescovo (Discorso 9, sulle Palme; PG 97, 990-994)

Ma venite, saliamo sul Monte degli Olivi; andiamo insieme incontro a Cristo, che oggi sale da Betania, e accoglie liberamente quella venerabile e beata passione con la quale completa il mistero della nostra salvezza. Viene, dunque: intenzionalmente ha predisposto il cammino verso Gerusalemme, lui che è disceso dall'alto per innalzare noi insieme con lui - giacevamo in basso -, come ci è rivelato, "al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e di ogni nome che viene nominato" (Ef 1,21). E non viene con sfoggio di grandezza: "Non contesterà né griderà, né qualcuno udirà la sua voce" (Mt 12,19); mite e umile, il suo ingresso è modesto.
Forza, corriamo insieme a lui, che si accinge a soffrire! Imitiamo coloro che gli sono andati incontro, stendendo sul suo cammino non rami di ulivo o arredi, non rami di palma, ma facendo il possibile per sottoporre noi stessi, nell'umiltà dell'animo e nella rettitudine dell'intenzione. In tal modo potremo accogliere il Logos che viene, e troverà spazio in noi quel Dio che non può essere contenuto da alcuno spazio.
Fattosi così mite per noi, egli gioisce, salito mite sulle remote regioni del nostro occidente (cf. Sal 68,5) di giungere e intrattenersi , e ricondurci (ἀνάγειν) - o piuttosto innalzarci (ἐπανάγειν) - fino a sé, in ragione dell'unione. Nonostante che, con la primizia della nostra pasta, egli sia "salito sui cieli dei cieli a oriente" (cf. Sal 68,34) - i cieli della propria gloria divina, direi - non smetterà di essere amico dell'uomo finché "di gloria in gloria" (2Cor 3,18) non abbia innalzato da terra la natura umana elevandola fino a sé.
Pertanto dobbiamo sottomettere a Cristo noi stessi, e non mantelli e rami senz'anima, o virgulti, materia tutta che si dissecca e rallegra la vista solo per poco. Ma facciamolo rivestendoci della sua grazia, o meglio di tutto lui stesso: "quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,27). Dispieghiamo noi stessi come mantelli. Prima rosso porpora per il peccato, giunti poi, mediante il salutare lavacro del battesimo, alla bianchezza della lana (cf. Is 1,18), offriamo al vincitore della morte non rami di palma ma i premi della vittoria. Ripetiamo oggi anche noi con i fanciulli, agitando gli spirituali rami dell'anima, quella santa acclamazione: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore, re d'Israele!".

Ἀλλά μοι δεῦρο, συναναβάντες ἐπὶ τὸ ὄρος τῶν ἐλαιῶν, Χριστῷ συναντήσωμεν ἐκ Βηθανίας ἐπανιόντι σήμερον, καὶ πρὸς τὸ σεπτὸν ἐκεῖνο καὶ μακάριον ἐθελουσίως χωροῦντι πάθος, ἵνα πέρας ἐπιθῇ τῷ μυστηρίῳ τῆς ἡμῶν σωτηρίας.
Ἔρχεται τοίνυν τὴν ἐπὶ τὴν Ἰερουσαλὴμ πορείαν στελλόμενος ἐθελοντὶ, ὁ δι'ἡμᾶς κατελθὼν ἄνωθεν, ἵνα ἡμᾶς ἑαυτῷ συνυψώσῃ κάτω κειμένους, ὡς ἡ ἐκφαντορία, ὑπεράνω πάσης ἀρχῆς, καὶ ἐξουσίας, καὶ δυνάμεως, καὶ παντὸς ὀνόματος ὀνομαζομένου.
Ἔρχεται δὲ, οὐ φανητιῶν οὐδὲ κομπάζων· Οὐκ ἐρίσει, φησὶν, οὐδὲ κραυγάσει, οὐδὲ ἀκούσει τις τὴν φωνὴν αὐτοῦ· ἀλλὰ πρᾶος καὶ ταπεινὸς εὐτελῆ τὴν εἴσοδον ἐνδεικνύμενος.
Ἄγε δὴ καὶ πρὸς τὸ παθεῖν ἐπειγομέῳ συντρέχωμεν, καὶ τοὺς ἀπηντηκότας μιμώμεθα, μὴ κλάδους ἐλαίας ἢ ἔπιπλα, μὴ βαΐα καταστρωνόντες αὐτοῦ τῇ ὁδῷ, ἀλλ'ἡμᾶς αὐτοὺς ὑποστρωνόντες ὡς ἐφικτὸν, ψυχῆς ταπεινότητι καὶ γνώμης ὀρθότητι, ἵν'ἤκοντα τὸν Λόγον δεξώμεθα, καὶ χωρηθῇ Θεὸς ἐν ἡμῖν ὁ μηδαμοῦ χωρούμενος. Χαίρει γὰρ οὕτω πρᾶος ἡμῖν γενόμενος, ὁ πρᾶος καὶ " ἐπιβεβηκὼς ἐπὶ δυσμῶν " τῆς ἡμετέρας ἐσχατιᾶς, ἥκειν τε καὶ ὁμιλεῖν, καὶ πρὸς ἑαυτὸν ἀνάγειν ἢ ἐπανάγειν, τῷ λόγῳ τῆς συμφυΐας. Ὃς εἰ καὶ τῇ ἀπαρχῇ τοῦ ἡμετέρου φυράματος ἐπιβεβηκὼς ἐπὶ τὸν οὐρανὸν τοῦ οὐρανοῦ κατ'ἀνατολὰς λέγεται, τῆς οἰκείας, οἶμαι, δόξης καὶ θεότητος· ἀλλ' οὐκ ἀνήσει φιλάνθρωπος ὢν, πρὶν ἀπὸ δόξης εἰς δόξαν τὴν ἀνθρώπου φύσιν χαμόθεν ἄρας ἑαυτῷ συναποδείξῃ μετάρσιον.
Οὕτως ὑποστρωτέον ἡμᾶς ἑαυτοὺς τῷ Χριστῷ, μὴ χιτῶνας ἢ κλάδους ἀψύχους, καὶ φυτῶν ὄρπηκας, ὕλην μαραινομένην, καὶ εἰς ὥρας ὀλίγας τὸ τερπνὸν τῆς ὄψεως ἔχουσαν· ἀλλ'αὐτοῦ τὴν χάριν, ἢ ὅλον αὐτὸν ἐνδυσάμενοι· Ὅσοι γὰρ εἰς Χριστὸν βεβαπτίσμεθα Χριστὸν ἐνεδύσασθε, χιτώνων δίκην ἑαυτοῦς ὑφαπλώσωμεν. Ὡς δὲ φοινικοὶ τὴν ἁμαρτίαν πρότερον, τῇ ῥύψει δὲ τοῦ σωτηρίου βαπτίσματος ὕστερον εἰς ἐρίου λευκότητα φθάσαντες, μὴ τὰ ἐκ φοινίκων βαΐα, τὰ δὲ τῆς νίκης βραβεῖα τῷ νικητῇ τοῦ θανάτου προσάγωμεν.
Εἴπωμεν καὶ ἡμεῖς σήμερον μετὰ τῶν παίδων τὴν ἱερὰν ἐκείνην φωνὴν, τοῦς νοητοὺς τῆς ψυχῆς ἐπισείοντες κλάδους· Εὐλογημένος ὁ ἐρχόμενος ἐν ὀνόματι Κυρίου, Βασιλεὺς τοῦ Ἰσραήλ.

Notiamo l'esegesi di Sal 68,5, che Andrea legge ovviamente nella traduzione dei LXX: ὁδοποιήσατε τῷ ἐπιβεβηκότι ἐπὶ δυσμῶν, e cioè: "preparate la via a colui che è salito sull'occidente" (trad. CEI: "appianate la strada a colui che cavalca le nubi"). Andrea intende come "occidente" l'umiltà della condizione umana, assunta dal Logos. Cristo, che cavalca l'asino, cavalca l'occidente, cioè condivide la nostra condizione per venire ad incontrarci e sollevarci fino a sé. Subito dopo Andrea si riferisce al medesimo salmo, un poco oltre, al v. 34, dove i LXX hanno: ψάλατε τῷ θεῷ τῷ ἐπιβεβηκότι ἐπὶ τὸν οὐρανὸν τοῦ οὐρανοῦ κατὰ ἀνατολάς = "inneggiate a Dio, asceso sopra il cielo del cielo a oriente" (CEI: ... "a colui che cavalca nei cieli, nei cieli eterni"). Il cielo orientale è la gloria divina alla quale il Logos c'innalza. Nella versione LO tutto questo si perde abbastanza.
Ultima annotazione: l'accostamento a Is 1,18, dove si parla del porpora (ὡς φοινικοῦν) che diviene bianco, si deve al fatto che in greco la stessa parola (φοῖνιξ, phoinix) significa "porpora" e "palma".

sabato 5 marzo 2016

V domenica di quaresima, ufficio delle letture

Le Lettere pasquali, o festali (in latino epistulae heortasticae / festales / paschales), sono lettere che i vescovi di Alessandria - dal III secolo fino in età araba - inviarono annualmente alle loro chiese per comunicare alcune date liturgiche, prima di tutto quella della pasqua. E' un genere letterario tipico della chiesa egiziana, nel quale i patriarchi coglievano l'occasione per impartire insegnamenti dottrinali e morali, non di rado facendo riferimento alle vicende coeve. Atanasio, vescovo di Alessandria dal 328 al 373, le scrisse in greco, ma sono giunte a noi solo nella versione copta e siriaca. Il testo latino è la versione di A. Mai nella Nova Patrum Bibliotheca VI, Romae 1853, pp. 124-6 (riprodotta in PG 26,1419-1420).
Tema centrale di questa lettera, che è del 331, è il rapporto tra ombra e verità, anticipazione e realizzazione.

Dalle Lettere pasquali di sant'Atanasio, vescovo (Lettera 14,1-2)
1.1 [...] Si avvicina quel Verbo - il Signore nostro Gesù Cristo - che per noi si è fatto tutto, e che promette di restarci vicino ininterrottamente. Per questo dice: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
2. Come egli è pastore, sommo sacerdote, via e porta, a un tempo facendosi tutto per noi, così si è manifestato a noi come festa solenne, come dice il beato apostolo: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato» (1Cor 5,7), lui l'atteso. Ma si ha anche esaudito la preghiera del salmista: «O mia esultanza, liberami da coloro che mi circondano» (Sal 32,7). 3. Questa è vera esultanza, questa la vera solennità: la liberazione dai mali. Per conseguirla, ognuno si comporti rettamente e dentro di sé mediti nella pace del timore di Dio. 4. Così anche i santi nel corso della vita si allietavano in ogni tempo, come in una festa. Uno di essi, il beato Davide, si alzava di notte, non una volta sola ma sette, e con la preghiera si rendeva propizio Dio. Un altro, il grande Mosè, esultava con inni, cantava lodi per la vittoria riportata sul faraone e su coloro che avevano oppresso gli Ebrei con fatiche. Altri infine con gioia incessante attendevano al sacro culto, come il grande Samuele e il beato Elia. Per questo loro stile di vita essi raggiunsero meritatamente la libertà e ora fanno festa in cielo. Si allietano del loro pellegrinaggio terreno nella semioscurità, capaci ormai di distinguere la figura dalla realtà.
2.5. E noi, celebrando ora questa solennità, quali strade battiamo? Avvicinandoci a questa festa, quale guida avremo? Nessun altro certamente, o miei cari, se non colui che voi stessi chiamate, come me, «nostro Signore Gesù Cristo». Egli dice: «Io sono la via» (Gv 14,6). 6. Egli è colui che, al dire di san Giovanni, «toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Egli purifica le nostre anime, come afferma il profeta Geremia: «Fermatevi nelle strade e guardate, e state attenti a quale sia la via buona, e in essa troverete la rigenerazione delle vostre anime» (Ger 6,16).
7. Un tempo era il sangue dei capri e la cenere di un vitello ad aspergere quanti erano impuri. Serviva però solo a purificare il corpo. Ora invece, per la grazia del Verbo di Dio, ognuno viene purificato con abbondanza. Se seguiremo ora Cristo potremo già qui, come negli atri della Gerusalemme celeste, pregustare quella festa eterna. 8. Così fecero gli apostoli, che seguivano come guida il Salvatore. Essi erano, e sono tuttora, maestri di una tale grazia: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19,27). Ovviamente, noi seguiamo il Signore: osserviamo la sua festa non solo con le parole, ma con le opere.

1. [Sollemnitatis nostrae laetitia, fratres mei, semper instat, neque unquam recedit ab illis qui festum agere avent.] Proximum nobis est Verbum illud, quod pro nobis omnia factum est, Dominus – inquam – noster Iesus Christus, qui apud nos indesinenter spondet se esse mansurum. Quamobrem clamat dicens: «ecce ego vobiscum sum omnibus diebus saeculi» (Mt 28,20). Quemadmodum autem ipse pastor est, summus sacerdos, via et ianua, simulque omnia pro nobis factus est, ita etiam festum atque sollemnitas nobis apparuit, ceu beatus ait apostolus: «pascha nostrum immolatus est Christus» (1Cor 5,7) qui expectabatur. Sed ad psalmistae quoque preces illuxit dicentis: «exultatio mea, erue me a circumdantibus me» (Ps 31,7). Haec est vera exultatio, haec est germana sollemnitas, malorum nempe depulsio; ad quam ut unusquisque perveniat, rectis omnino moribus sit, suaque mente meditetur in quiete timoris Dei. Sic etiam sancti dum viverent, omni aetate sua laetabantur, tamquam in festo. Quorum unus, nempe beatus David, noctu surgebat haud semel sed septies, et Deum precibus propitiabat. Alter, magnus videlicet Moyses, hymnis exultabat, laudesque canebat ob victoriam de Pharaone relatam, et de iis qui laboribus (Hebraeos) oppresserant. Postremo alii assidua cum hilaritate sacro cultu perfungebantur, veluti magnus Samuel, et beatus ille Elias; qui morum suorum merito libertatem sunt adepti, et nunc festum agunt in caelo, et de sua in umbra olim peregrinatione laetantur, et iam veritatem a figura discernunt.
2. Nos autem nunc sollemnitatem agentes, quas vias corripimus? Et festo huic propinquantes, quem ducem habebimus? Neminem profecto, dilecti mei, nisi quem vos ipsi mecum dicetis Dominum nostrum Iesum Christum, qui ait: «ego sum via» (Io 14,6). Ipse est, qui ut beatus inquit Iohannes, «tollit peccatum mundi» (Io 1,29); ipse animas nostras purificat, ceu dicit alicubi Hieremias propheta: «state super vias, et videte, et dispicite quaenam sit via bona, et in ea invenietis animarum vestrarum emendationem» (Ger 6,16). Olim vero hircorum sanguis, et cinis vituli super immundos aspersus, purificando tantum corpori aptus erat; nunc per Verbi Dei gratiam unusquisque abunde mundatur. Quod si mox sectabimur, licebit nobis hic tamquam in vestibulis caelestis Hierusalem festum illud aeternum praemeditari: sicut etiam beati apostoli, qui ducem suum Salvatorem sequebantur, et tunc erant, et adhuc in praesenti sunt, huiusmodi gratiae magistri; namque aiebant: «ecce nos reliquimus omnia, et secuti sumus te» (Mt 19,27). Videlicet nos sequimur Dominum; et festum Domini, non verbis tantum sed operibus adimplemus.

Notiamo che in 1.2-3 si presuppone la traduzione dei LXX di Sal 32,7: τὸ ἀγαλλίαμά μου λύτρωσαί με ἀπὸ τῶν κυκλωσάντων με, e cioè: "Mia esultanza (=Dio), liberami da quelli che mi circondano (=i nemici)"; analogamente la Vulgata: exultatio mea, erue me a circumdantibus me. Nell'attuale versione CEI il versetto suona: "Tu mi circondi di canti di liberazione", nella precedente: "mi circondi di esultanza per la salvezza".
Sintesi: la vita cristiana è una festa continua, perché ininterrotta è la presenza del Logos liberatore. Tra le altre cose, infatti, Cristo si è fatto per noi "festa" di liberazione dai mali. Se viviamo rettamente e meditiamo in quiete, pregustiamo già ora la festa eterna.

martedì 1 marzo 2016

IV domenica di quaresima, ufficio delle letture

LO propone ancora Agostino, e nuovamente il suo commento a Giovanni. Stavolta si tratta del commento a Gv 8,12: "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita", evidentemente in riferimento all'episodio del cieco nato (Gv 9, tra l'altro citato - v. 6), proprio ancora dell'itinerario quaresimale catecumenale dell'anno A.

Dal Commento al Vangelo di Giovanni di sant'Agostino, vescovo (Discorso 34,8-9)

8. Il Signore in maniera concisa ha detto: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12), e con queste parole una cosa comanda e un'altra promette. Cerchiamo dunque di eseguire ciò che comanda, altrimenti saremmo sfacciati nell'esigere quanto ha promesso, e nel giudizio ci sentiremmo dire: «Hai fatto ciò che ti ho comandato, per poter ora chiedere ciò che ti ho promesso?» Che cosa dunque hai comandato, Signore nostro Dio? Ti risponderà: «Che tu mi segua». Hai domandato un consiglio di vita. Di quale vita, se non di quella di cui è stato detto: «E' in te la sorgente della vita»? (Sal 35,10).
[Il giovane ricco domandò che cosa fare, ma poi non fece quanto Gesù gli aveva chiesto e non lo seguì.]
Dunque facciamolo: seguiamo il Signore! Spezziamo le catene che ci impediscono di seguirlo. Ma chi potrà spezzare tali catene, se non ci aiuta colui al quale fu detto: «Hai spezzato le mie catene»? (Sal 115,16). Di lui un altro salmo dice: «Il Signore libera i prigionieri, il Signore rialza chi è caduto» (Sal 145,7-8).
9. Che cosa seguono quelli che sono stati liberati e rialzati, se non la luce dalla quale si sentono dire: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre»? Sì, perché il Signore illumina i ciechi. Fratelli, ora siamo illuminati con il collirio della fede. Prima, infatti, mescolò la sua saliva con la terra, per ungere colui che era nato cieco (cf. Gv 9,6). Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere illuminati da lui. Egli mescolò la saliva con la terra: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Mescolò la saliva con la terra, perché era già stato predetto: «La verità germoglierà dalla terra» (Sal 84,12) ed egli dice: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
Godremo (poi) pienamente della verità, quando la vedremo faccia a faccia: anche questo ci è promesso. Chi oserebbe, infatti, sperare ciò che Dio non si fosse degnato di promettere o dare? Vedremo faccia a faccia. L'Apostolo dice: «Ora conosciamo in modo imperfetto; ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). E l'apostolo Giovanni nella sua lettera aggiunge: «Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che, quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2).
Questa è la grande promessa. Se lo ami, seguilo. Tu dici: «Lo amo, ma per quale via devo seguirlo?». Se il Signore tuo Dio ti avesse detto: «Io sono la verità e la vita», tu, desiderando la verità e bramando la vita, cercheresti di sicuro la via per arrivare all'una e all'altra. Diresti a te stesso: «gran cosa la verità, gran bene la vita: oh! se fosse possibile all'anima mia trovare il modo di arrivarci!». Cerchi la via? Ascolta il Signore che ti dice prima di tutto: «Io sono la via». Prima di dirti dove devi andare, ha premesso da dove devi passare: «Io sono - dice - la via»! La via per arrivare dove? Alla verità e alla vita. Prima ti indica la via da prendere, poi il traguardo dove vuoi arrivare: «Io sono la via, io sono la verità, io sono la vita». Rimanendo presso il Padre, era verità e vita; rivestendosi della nostra carne, è diventato via. Non ti vien detto: «devi affaticarti a cercare la via per arrivare alla verità e alla vita»; no, non ti vien detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha svegliato dal sonno, se pure ti ha svegliato. Alzati e cammina! Forse tu cerchi di camminare, ma non puoi perché ti dolgono i piedi. E perché ti dolgono? Forse hanno dovuto percorrere i duri sentieri imposti dall'attaccamento ai beni? Ma il Verbo di Dio ha guarito anche gli zoppi. Tu replichi: «Sì, ho piedi sani, ma la strada non la vedo». Ebbene, egli ha anche illuminato i ciechi.

8. Ergo, fratres mei, quoniam Dominus breviter ait: Ego sum lux mundi; qui me sequitur, non ambulabit in tenebris; sed habebit lumen vitae: quibus verbis aliud est quod iussit, aliud quod promisit: faciamus quod iussit, ne impudenti fronte desideremus, quod promisit; ne dicat nobis in iudicio suo: Fecisti enim quod iussi, ut expetas quod promisi? Quid ergo iussisti, Domine Deus noster? Dicit tibi: Ut sequereris me. Consilium vitae petiisti. Cuius vitae, nisi de qua dictum est: Apud te fons vitae?
[Audivit quidam: Vade, vende omnia quae habes, et da pauperibus, et habebis thesaurum in coelo; et veni, sequere me (Mt 19,16-22). Tristis abscessit, non est secutus: quaesivit magistrum bonum, interpellavit doctorem, et contempsit docentem: tristis abscessit, ligatus cupiditatibus suis; tristis abscessit, habens grandem sarcinam avaritiae super humeros suo. Laborabat, aestuabat; et qui ab illo sarcinam deponere voluit, non est sequendus putatus, sed deserendus. Postea vero quam Dominus per Evangelium clamavit: Venite ad me, omnes qui laboratis et onerati estis, et ego vos reficiam; tollite iugum meum super vos, et discite a me quia mitis sum et humilis corde (Mt 11,28-29): quam multi fecerunt audito Evangelio, quod ex ore ipsius auditum dives ille non fecit?]
Ergo modo faciamus, sequamur Dominum; solvamus compedes quibus impedimur sequi. Et quis idoneus solvere tales nodos, nisi ille adiuvet cui dictum est: Disrupisti vincula mea (Ps 115,16)? De quo alius psalmus dicit: Dominus solvit compeditos, Dominus erigit elisos (Ps 145,8).
9. Et quid sequuntur soluti et erecti, nisi lumen a quo audiunt: Ego sum lumen mundi: qui me sequitur, non ambulabit in tenebris? quia Dominus illuminat caecos. Illuminamur ergo modo, fratres, habentes collyrium fidei. Praecessit enim eius saliva cum terra, unde inungeretur qui caecus est natus (cf. Io 9,6). Et nos de Adam caeci nati sumus, et illo illuminante opus habemus. Miscuit salivam cum terra: Verbum caro factum est, et habitavit in nobis (Io 1,14). Miscuit salivam cum terra; ideo praedictum est: Veritas de terra orta est (Ps 84,12): ipse autem dixit: Ego sum via, veritas et vita (Io 14,6). Veritate perfruemur, cum viderimus facie ad faciem; quia et hoc promittitur nobis. Nam quis auderet sperare quod Deus non dignatus esset vel polliceri vel dare? Videbimus facie ad faciem. Apostolus dicit: Nunc scio ex parte, nunc in aenigmate per speculum, tunc autem facie ad faciem (1Cor 13,12). Et Ioannes apostolus in Epistola sua: Dilectissimi, nunc filii Dei sumus, et nondum apparuit quid erimus: scimus quia cum apparuerit, similes ei erimus; quoniam videbimus eum sicuti est (1Io 3,2). Haec est magna promissio; si amas, sequere. Amo, inquis; sed qua sequor? Si dixisset tibi Dominus Deus tuus: Ego sum veritas et vita; desiderans veritatem, concupiscens vitam, viam qua ad haec pervenire posses profecto quaereres, et diceres tibi: Magna res veritas, magna res vita; si esset quomodo illuc perveniret anima mea! Quaeris qua? audi eum dicentem primo: Ego sum via. Antequam diceret tibi quo, praemisit qua: Ego sum, inquit, via. Quo via? Et veritas et vita. Primo dixit qua venias, postea dixit quo venias. Ego sum via, ego sum veritas, ego vita. Manens apud Patrem, veritas et vita: induens se carnem, factus est via. Non tibi dicitur: Labora quaerendo viam, ut pervenias ad veritatem et vitam; non hoc tibi dicitur. Piger, surge; via ipsa ad te venit, et te de somno dormientem excitavit, si tamen excitavit: surge, et ambula. Forte conaris ambulare, et non potes, quia dolent pedes. Unde dolent pedes? An iubente avaritia per aspera cucurrerunt? Sed Dei Verbum sanavit et claudos. Ecce, inquis, sanos habeo pedes, sed ipsam viam non video. Illuminavit et caecos.

Il riferimento ai "piedi doloranti" sui "duri sentieri dell'attaccamento ai beni" (avaritia) si comprende solo tenendo presente che prima (n. 8) Agostino ha citato l'episodio del giovane ricco, il quale porta sulle spalle appunto il gravoso fardello dell'avarizia.
In sintesi: ha la luce della vita chi, liberato dagli impedimenti, segue effettivamente Gesù, camminando per la via che è egli stesso.