lunedì 24 maggio 2010

30 maggio 2010 - SS. Trinità

Romani 5,1-5:

Giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

1 Δικαιωθέντες οὖν ἐκ πίστεως εἰρήνην ἔχωμεν πρὸς τὸν θεὸν διὰ τοῦ κυρίου ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ 2 δι’ οὗ καὶ τὴν προσαγωγὴν ἐσχήκαμεν [τῇ πίστει] εἰς τὴν χάριν ταύτην ἐν ᾗ ἐστήκαμεν καὶ καυχώμεθα ἐπ’ ἐλπίδι τῆς δόξης τοῦ θεοῦ. 3 οὐ μόνον δὲ ἀλλὰ, καὶ καυχώμεθα ἐν ταῖς θλίψεσιν, εἰδότες ὅτι ἡ θλῖψις ὑπομονὴν κατεργάζεται, 4 ἡ δὲ ὑπομονὴ δοκιμήν, ἡ δὲ δοκιμὴ ἐλπίδα. 5 ἡ δὲ ἐλπὶς οὐ καταισχύνει, ὅτι ἡ ἀγάπη τοῦ θεοῦ ἐκκέχυται ἐν ταῖς καρδίαις ἡμῶν διὰ πνεύματος ἁγίου τοῦ δοθέντος ἡμῖν.

L'apostolo Paolo mette in luce la struttura trinitaria della vita cristiana. L'amore del Padre è riversato nei nostri cuori mediante il suo Spirito. Proprio lo Spirito in noi è il solido fondamento della speranza (che in sostanza ha per oggetto la gloria), la quale è espressione caratteristica dello "stato di gratuità" (unica vera possibile pace con Dio) che ci è aperto mediante il Figlio, nel rapporto personale con lui.
Si può anche mettere così: entro in rapporto con Cristo e ricevo il suo Spirito; opera congiunta del Cristo e dello Spirito è lo "stato di grazia", situazione in cui sono riconciliato con Dio in quanto sono (e mi sento) da lui gratuitamente amato, e mi attivo per ricambiarlo. Se è davvero così, lo si vede dal prendere forza della speranza, per la quale - anche in una situazione di tribolazione - il mondo futuro è già presente ed è già motivazione sufficiente - anzi sempre più determinante - a influire sul presente e sulle scelte.

lunedì 17 maggio 2010

23 maggio 2010 - Pentecoste

Romani 8,8-17

Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio.
E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

8 οἱ δὲ ἐν σαρκὶ ὄντες θεῷ ἀρέσαι οὐ δύνανται. 9 ὑμεῖς δὲ οὐκ ἐστὲ ἐν σαρκὶ ἀλλὰ ἐν πνεύματι, εἴπερ πνεῦμα θεοῦ οἰκεῖ ἐν ὑμῖν. εἰ δέ τις πνεῦμα Χριστοῦ οὐκ ἔχει, οὗτος οὐκ ἔστιν αὐτοῦ. 10 εἰ δὲ Χριστὸς ἐν ὑμῖν, τὸ μὲν σῶμα νεκρὸν διὰ ἁμαρτίαν, τὸ δὲ πνεῦμα ζωὴ διὰ δικαιοσύνην. 11 εἰ δὲ τὸ πνεῦμα τοῦ ἐγείραντος τὸν Ἰησοῦν ἐκ νεκρῶν οἰκεῖ ἐν ὑμῖν, ὁ ἐγείρας Χριστὸν ἐκ νεκρῶν ζῳοποιήσει καὶ τὰ θνητὰ σώματα ὑμῶν διὰ τοῦ ἐνοικοῦντος αὐτοῦ πνεύματος ἐν ὑμῖν. 12 Ἄρα οὖν, ἀδελφοί, ὀφειλέται ἐσμέν, οὐ τῇ σαρκὶ τοῦ κατὰ σάρκα ζῆν: 13 εἰ γὰρ κατὰ σάρκα ζῆτε μέλλετε ἀποθνῄσκειν, εἰ δὲ πνεύματι τὰς πράξεις τοῦ σώματος θανατοῦτε ζήσεσθε. 14 ὅσοι γὰρ πνεύματι θεοῦ ἄγονται, οὗτοι υἱοὶ θεοῦ εἰσιν. 15 οὐ γὰρ ἐλάβετε πνεῦμα δουλείας πάλιν εἰς φόβον, ἀλλὰ ἐλάβετε πνεῦμα υἱοθεσίας, ἐν ᾧ κράζομεν, Αββα ὁ πατήρ: 16 αὐτὸ τὸ πνεῦμα συμμαρτυρεῖ τῷ πνεύματι ἡμῶν ὅτι ἐσμὲν τέκνα θεοῦ. 17 εἰ δὲ τέκνα, καὶ κληρονόμοι: κληρονόμοι μὲν θεοῦ, συγκληρονόμοι δὲ Χριστοῦ, εἴπερ συμπάσχομεν ἵνα καὶ συνδοξασθῶμεν.

Di chi sono debitore, ossia: a chi debbo la mia vita? Di chi sono? Verso chi mi sento obbligato? A chi appartengo? Chi è mio signore? La Parola di Dio ci impone di farci queste domande. Potremmo anche dire: "Di che spirito sono?". Avere lo Spirito Santo significa "essere di Cristo", appartenergli. Egli, lo Spirito Santo, è come il "sigillo" che segnala una precisa appartenenza, che in concreto si esprime nel "lasciarsi portare", farsi condurre dal soffio interiore (in-spiratio) dello Spirito Santo, il quale conduce nel senso di un radicale azzeramento di tutto quanto è pensato e vissuto "nella carne", di una totale distruzione delle "opere del corpo", ossia di quanto è ispirato e mosso da altri spiriti, altre appartenenze e altri "creditori". Tutti hanno questo in comune: nascono dalla inesperienza dell'amore di Dio, dal non sentirsi e comprendersi figli amati di Dio. Perché, al contrario, lo Spirito Santo ti rende interiormente certo ("testimonia") che tu sei figlio amato, e ti porta a vivere di conseguenza, rendendoti anche certo del fatto che Dio tiene in serbo per te un tesoro incalcolabile, una ricchezza immensa, la stessa di Cristo risorto. Ne hai qualche anticipo, ma ancora non ne disponi appieno: lo Spirito Santo ti rende già ora vivo sostanzialmente, ma parzialmente. Il tuo cuore è già nella vita - e questo cambia tutto! - ma c'è una dimensione di morte che ancora grava su di te (il "corpo mortale"). Si ridurrà progressivamente, finché niente si sottragga più all'abbraccio della vita: è l'opera dello Spirito vivificatore.

sabato 8 maggio 2010

16 maggio 2010 - Ascensione del Signore

Ebrei 9,24-28;10,19-23

Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
...
Poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.

24 οὐ γὰρ εἰς χειροποίητα εἰσῆλθεν ἅγια Χριστός, ἀντίτυπα τῶν ἀληθινῶν, ἀλλ' εἰς αὐτὸν τὸν οὐρανόν, νῦν ἐμφανισθῆναι τῷ προσώπῳ τοῦ θεοῦ ὑπὲρ ἡμῶν: 25 οὐδ' ἵνα πολλάκις προσφέρῃ ἑαυτόν, ὥσπερ ὁ ἀρχιερεὺς εἰσέρχεται εἰς τὰ ἅγια κατ' ἐνιαυτὸν ἐν αἵματι ἀλλοτρίῳ, 26 ἐπεὶ ἔδει αὐτὸν πολλάκις παθεῖν ἀπὸ καταβολῆς κόσμου: νυνὶ δὲ ἅπαξ ἐπὶ συντελείᾳ τῶν αἰώνων εἰς ἀθέτησιν [τῆς] ἁμαρτίας διὰ τῆς θυσίας αὐτοῦ πεφανέρωται. 27 καὶ καθ' ὅσον ἀπόκειται τοῖς ἀνθρώποις ἅπαξ ἀποθανεῖν, μετὰ δὲ τοῦτο κρίσις, 28 οὕτως καὶ ὁ Χριστός, ἅπαξ προσενεχθεὶς εἰς τὸ πολλῶν ἀνενεγκεῖν ἁμαρτίας, ἐκ δευτέρου χωρὶς ἁμαρτίας ὀφθήσεται τοῖς αὐτὸν ἀπεκδεχομένοις εἰς σωτηρίαν.
...
19 Ἔχοντες οὖν, ἀδελφοί, παρρησίαν εἰς τὴν εἴσοδον τῶν ἁγίων ἐν τῷ αἵματι Ἰησοῦ, 20 ἣν ἐνεκαίνισεν ἡμῖν ὁδὸν πρόσφατον καὶ ζῶσαν διὰ τοῦ καταπετάσματος, τοῦτ' ἔστιν τῆς σαρκὸς αὐτοῦ, 21 καὶ ἱερέα μέγαν ἐπὶ τὸν οἶκον τοῦ θεοῦ, 22 προσερχώμεθα μετὰ ἀληθινῆς καρδίας ἐν πληροφορίᾳ πίστεως, ῥεραντισμένοι τὰς καρδίας ἀπὸ συνειδήσεως πονηρᾶς καὶ λελουσμένοι τὸ σῶμα ὕδατι καθαρῷ: 23 κατέχωμεν τὴν ὁμολογίαν τῆς ἐλπίδος ἀκλινῆ, πιστὸς γὰρ ὁ ἐπαγγειλάμενος.

Gesù entra nel Cielo: questo ingresso inaugura una relazione nuova tra Dio e l'umanità. Il sacrificio di Gesù (è infatti questo che gli ha aperto l'accesso al Cielo) ha abbattuto una volta per tutte ogni barriera tra gli uomini e Dio. Adesso ognuno ha libero e intero accesso al Santuario Celeste. Ora il Cielo è aperto per tutti. Per entrarci non esiste altra condizione se non credere a questa Buona Notizia. In questo non esiste alcuna differenza tra battezzati. Si deve però ulteriormente precisare che questo ingresso nel Santuario Celeste attraverso Cristo, significa la possibilità di offrire se stessi, la propria vita, come offerta valevole per Dio, come "sacrificio gradito a Dio" (in questo questo consiste il "sacerdozio comune" dei fedeli). Se ciò fosse impossibile l'uomo, con tutte le sue possibili offerte, rimarrebbe sulla terra: la sua vita, cioè, non potrebbe avere alcuno "sbocco" nel mondo di Dio, sfociare in Dio né trovare nella vita trinitaria alcuna vera "collocazione". Il che equivale a dire: noi rimarremmo condannati a vagabondare senza meta, senza sapere che cosa fare dei nostri doni e di ciò che con fatica ("sangue") abbiamo conquistato e prodotto sulla terra. Per questo occorre un cuore autenticamente credente, nel quale l'integrità battesimale sia mantenuta intatta, dove non sia ammessa alcuna volontaria contraddizione alla grazia battesimale, e che in nessun modo devii dalla speranza e dalla condotta da essa esigita. La nostra realtà sembra ben diversa, e lo è. Ma questo è il progetto di Dio nella sua splendente compiutezza.

domenica 2 maggio 2010

9 maggio 2010 - VI Domenica di pasqua

Apocalisse 21,10-14.22-23

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.
...
La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

10 καὶ ἀπήνεγκέν με ἐν πνεύματι ἐπὶ ὄρος μέγα καὶ ὑψηλόν, καὶ ἔδειξέν μοι τὴν πόλιν τὴν ἁγίαν Ἰερουσαλὴμ καταβαίνουσαν ἐκ τοῦ οὐρανοῦ ἀπὸ τοῦ θεοῦ, 11 ἔχουσαν τὴν δόξαν τοῦ θεοῦ: ὁ φωστὴρ αὐτῆς ὅμοιος λίθῳ τιμιωτάτῳ, ὡς λίθῳ ἰάσπιδι κρυσταλλίζοντι.
...
23 καὶ ἡ πόλις οὐ χρείαν ἔχει τοῦ ἡλίου οὐδὲ τῆς σελήνης, ἵνα φαίνωσιν αὐτῇ, ἡ γὰρ δόξα τοῦ θεοῦ ἐφώτισεν αὐτήν, καὶ ὁ λύχνος αὐτῆς τὸ ἀρνίον.

Cogliendo l'insistenza di questo brano sul tema della luce, ecco un commento di S. Tommaso a Sal 35,5 ("nella tua luce vedremo la luce"):

Super Ps. 35 (ebr. 36),9
Et in lumine. Duo sunt privilegia rationalis creaturae. Unum, quod rationalis creatura videt in lumine Dei, et quia alia animalia non vident in lumine Dei, ideo dicit "in lumine tuo". Non intelligitur de lumine creato a Deo, quia sic intelligitur illud quod dicitur Gen. 1,3: "fiat lux". Sed "in lumine tuo", quo scilicet tu luces, quod est similitudo substantiae tuae. Istud lumen non participant animalia bruta; sed rationalis creatura primo participat illud in cognitione naturali: nihil enim est aliud ratio naturalis hominis, nisi refulgentia divinae claritatis in anima, propter quam claritatem est ad imaginem Dei, Psalm. 4,6: "signatum est super nos lumen vultus tui Domine". Secundum est lumen gratiae, Eph. 5,14: "exurge qui dormis" et cetera. Tertium est lumen gloriae, Isa. 60,1: "Surge, illuminare Jerusalem, quia venit lumen tuum" et cetera.
Vel, "in lumine tuo", idest in Christo, qui est lumen de lumine: et sic est lumen quod est verus Deus. Est ergo lumen Christus, inquantum procedit a Patre: est fons vitae, inquantum est principium Spiritus vivificantis.
Aliud privilegium est, quia sola creatura rationalis videt hoc lumen; unde dicit: "videbimus lumen". Hoc lumen vel est Veritas creata, idest Christus, secundum quod homo; vel est Veritas increata, qua aliqua vera cognoscimus. Lumen enim spirituale veritas est: quia sicut per lumen aliquid cognoscitur inquantum lucidum; ita cognoscitur, inquantum est verum. Animalia bruta bene cognoscunt aliqua vera, puta hoc dulce: sed non veritatem hujus propositionis, hoc est verum; quia hoc consistit in adaequatione huius intellectus ad rem, quod non possunt facere bruta. Ergo bruta non habent lumen creatum. Similiter nec lumen increatum, quia solus homo factus est ad videndum Deum per fidem et per spem; et sicut nunc videmus per fidem in lumine, sic videbimus eum in specie, quando erimus in patria.

Nella tua luce.
(A.)
I privilegi della creatura razionale (spirituale) sono due. Primo: essa vede nella luce di Dio. Appunto perché gli altri viventi non vedono nella luce di Dio dice: "nella tua luce". Ciò non è inteso di quella luce della cui creazione si legge in Genesi 1,3: "sia fatta la luce". Ma "nella tua luce", quella luce nella quale tu (Dio) risplendi, che è analogia della tua sostanza. Gli animali non partecipano di codesta luce, ma la creatura spirituale sì, in primo luogo nella conoscenza naturale. La ragione umana non è altro che lo splendore del fulgore divino nell'anima, per il quale è ad immagine di Dio: "ci benedica risplendendo su noi la luce del tuo volto, Signore" (Sal 4,6). In secondo luogo nella luce della grazia: "sorgi, tu che dormi, etc..." (Ef 5,14). In terzo luogo nella luce della gloria: "sorgi, risplendi Gerusalemme, perché viene la tua luce, etc..." (Is 60,1).
Oppure "nella tua luce" si può intendere "in Cristo", lui che è "luce da luce": è luce in quanto vero Dio. Cristo è dunque luce, in quanto procede dal Padre; ed è fonte di vita, in quanto è principio dello Spirito che dà la vita.
(B.)
Un altro privilegio della creatura spirituale, è che solo essa vede questa luce; per cui aggiunge: "vedremo la luce". Questa luce è la Verità creata, cioè Cristo in quanto uomo; o la Verità increata, per la quale conosciamo alcune verità. La verità, infatti, è la luce del mondo spirituale. Come attraverso la luce (fisica) si conosce qualcosa in quanto viene illuminato, così si conosce qualcosa in quanto è vero. Gli animali possono conoscere correttamente alcune cose vere, come per esempio che questa cosa è dolce; ma non possono conoscere la verità di questa affermazione, "questo è vero"; perché ciò consiste nell'adeguamento dell'intelletto alla realtà, cosa che gli animali non possono fare. Perciò essi non hanno la luce creata. E neppure l'increata, perché solo l'uomo è creato per vedere Dio mediante fede e speranza; e come ora lo vediamo attraverso la luce della fede, così quando saremo in patria lo vedremo in visione.

Dunque, vedere alla luce e vedere la stessa luce, a tre livelli: naturale (ragione), soprannaturale in via (grazia), soprannaturale in patria (gloria).