sabato 22 febbraio 2014

VIII domenica del tempo ordinario, anno A: salmo 62,2

Ruminare i Salmi - Salmo 62 (Vulgata / liturgia 61),2:

CEI Solo in Dio riposa l'anima mia:
da lui la mia salvezza (v. 6: speranza)
TILC Soltanto in Dio trovo riposo,
da lui viene la mia salvezza (v. 6: speranza)
NV In Deo tantum quiesce, anima mea,
ab ipso enim salutare meum (v. 6: patientia mea)
Vulgata: Nonne Deo subiecta erit anima mea?
ab ipso enim salutare meum. 
v. 6: Verumtamen Deo subiecta esto, anima mea,
quoniam ab ipso patientia mea.
Letterale: Sì, verso il Signore è silenziosa la mia anima,
da lui la mia salvezza
v. 6: Sì, per il Signore sii silenziosa, anima mia,
perché da lui la mia speranza.

1Cor 4,3-5: A me importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!
Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.
Mt 6,25: Non preoccupatevi per la vostra vita.

Bernardo di Clairvaux: L’umiltà è adesione quieta alla volontà di Dio, conosciuto nella sua bontà. (SERMO XXVI. De voluntate nostra divinae voluntati subiicienda, 2: Porro totius humilitatis summa in eo videtur consistere, si voluntas nostra divinae, ut dignum est, subiecta sit voluntati, sicut ait Propheta: Nonne Deo subiecta erit anima mea? Scio quidem creaturam omnem, velit, nolit, subiectam esse Creatori; sed a creatura rationali voluntaria subiectio quaeritur, ut voluntarie sacrificet Domino, et confiteatur nomini eius: non quia terribile et sanctum, non quia omnipotens, sed quia bonum est.)

Il salmo ci parla di un silenzio di fronte a Dio che è quieta adesione e attesa fiduciosa, e dunque riposo. Il sereno e umile affidamento al Signore ci libera dalle fatiche dell’ansia e del giudizio.



sabato 15 febbraio 2014

VII domenica del tempo ordinario, anno A: Salmo 103,8

Ruminare i Salmi - Salmo 103 (Vulgata / liturgia 102),8:

CEI Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
TILC Il Signore è bontà e misericordia;
è paziente, costante nell'amore.
NV Miserator et misericors Dominus,
longanimis et multae misericordiae.
V Miserator et misericors Dominus :
longanimis, et multum misericors

1Cor 3,18-19 Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio
Matteo 5,38-39.48 Avete inteso che fu detto: ‘Occhio per occhio e dente per dente’. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio … siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

Prospero di Aquitania: Chi è misericordioso se non colui che fa piovere e splendere il sole su giusti e ingiusti? Perdona offese e rinnegamenti, vuole la vita del peccatore e non la morte. Attende pentimento, offre correzione, ed è misericordioso sia quando è mite che quando usa durezza.
(Expositio Psalmorum a C usque ad CL. Quid tam longanimum, quid tam abundans quam Deus, qui in misericordia pluit super iustos et iniustos, et solem suum oriri facit super bonos et malos (Matth. V. 45) ? Parcit contemptus, parcit negatus, et mavult vitam peccatoris quam mortem. Quoniam omnis longitudo patientiae eius, eruditio est poenitudinis, et oblatio correctionis; nec ulla opera ipsius misericordia vacant, quando homini et mansuetudine consulit, et flagello.)

Fulgenzio di Ruspe: Per noi resta imperscrutabile il giudizio di Dio, per il quale “uno è preso e l’altro lasciato”; quel che sappiamo per certo è che Dio “è misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore”.
(De veritate praedestinationis XIII, 28. Sciamus igitur imperscrutabile nobis esse cur, uno derelicto, alterum Deus ab illa perditionis massa gratis eripiat. Certissime tamen scire debemus quia miserator et misericors Dominus, patiens, et multum misericors, et verax, sic ei quem liberat misericordiam donat, ut apud eum quem damnat iustitiam et veritatem nulla ratione praetereat. Absolutus igitur accepit gratiam, quam semper laudet; damnatus vero invenit iustitiam, in qua non habet quod accuset, ut omne os obstruatur, et subditus fiat omnis mundus Deo (Rom. III,19), quando unus in bonis suis praecedentem Dei agnoscit gratiam, alter in damnatione sua non falsam futurorum, quae non erat facturus, operum praescientiam, sed veram primi parentis invenit culpam.


domenica 9 febbraio 2014

Il Servitore di due Padroni, da Carlo Goldoni

30 gennaio - 2 febbraio 2014, Teatro Metastasio, PRATO. Il Servitore di due Padroni, da Carlo Goldoni, drammaturgia di Ken Ponzio, regia di Antonio Latella.

"Arlecchi-no". Lo spettatore è avvertito sin dalle prime battute: qui non troverai l'Arlecchino che conosci. Del resto, era già scomparso dal titolo (in questo, per una volta, la rappresentazione ripristina l'originale goldoniano dopo la ben nota sterzata di Strehler). Gli è stata tolta la maschera. Adesso, privo del suo comodo riparo, deve mettersi in cerca del proprio spessore esistenziale. Da un certo punto di vista Arlecchino è morto, appartiene a un passato che non torna. Ma, sorprendentemente, nel corso della rappresentazione riecheggia anche il racconto evangelico della risurrezione. La morte non è l'ultima parola, per questo il drammaturgo Ken Ponzio e il regista Antonio Latella si sono presi la briga di porsi di fronte a un testo tradizionale, onde constatarne a un tempo la morte e la risurrezione. Non che questo miri a intendere meglio il discorso goldoniano: non par questo il proposito. Si tratta piuttosto di smontare la scena (il che effettivamente ha luogo nel corso della rappresentazione), cercando verità nuova oltre la finzione teatrale. La limpida trama goldoniana si frammenta fin quasi a dissolversi e a divenire poco più che un pretesto per parlare non di Goldoni ma di come egli possa oggi parlare al suo pubblico. Soltanto Silvio, il giovane innamorato di Clarice (figlia di Pantalone), mantiene il cliché settecentesco nel modo di contenersi e vestire, venendo ad apparire patetico e spaesato relitto. Tutti gli altri sono trascinati via nel vortice della moderna ricerca d'identità. Tale tumulto si fa ben visibile nella scelta di amplificare e dare risalto a piccoli spunti dell'originale, per presentare allo spettatore l'amore incestuoso tra i due fratelli Rasponi e l'amore omosessuale di Beatrice per Clarice. Non per nulla Beatrice, colei che sarebbe a un tempo amante del (defunto) fratello e della sua promessa sposa Clarice, a un certo punto non regge la tensione, esplode e si dissolve in pezzi. Il suo mondo crolla. Si deve liberare quel che la tradizione ha ingessato, nella convinzione che la "menzogna" teatrale rimanga mezzo idoneo per arrivare alla verità, e che una fedeltà letterale faccia perdere all’opera tradizionale spessore e ampiezza d'orizzonti. Dell'umorismo goldoniano non v'è traccia: anche il sorriso può essere una maschera da gettare. Si ha invece l'impressione di entrare in un tunnel. Ci si deve calare in quella zona oscura dell'esistenza, che nella brillante costruzione goldoniana era al più abbozzata in qualche oscuro fondale o quinta di scena. "Die Revolution ist die Maske des Todes. Der Tod ist die Maske der Revolution": il dramma teatrale come (metafora della) rivoluzione. Ma anche l'inverso. "La rivoluzione è la maschera della morte, la morte è la maschera della rivoluzione". Nella circolarità di questo asserto (tratto da Der Auftrag - "La missione" di Heiner Müller) sta in fondo il programma del lavoro di Ponzio-Latella. "Il Re è morto, viva il Re". Adesso possiamo tornare a leggere Goldoni. E la conclusione è ancora la sua: "Ho fatto una gran fadiga, ho fatto anca dei mancamenti, ma spero che, per rason della stravaganza, tutti 'sti siori me perdonerà". 

VI domenica del tempo ordinario, anno A: Salmo 119,1

Ruminare i Salmi - Salmo 119 (Vulgata / liturgia 118),1:

CEI Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
TILC Felice l'uomo che vive senza colpa
e cammina secondo la legge del Signore.
NV Beati immaculati in via,
qui ambulant in lege Domini.
Felicità di coloro che sono integri di strada
e camminano nella legge del Signore

1Cor 2,6 Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla.
Mt 5,19-20 Chi trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

Beda il Venerabile: Bisogna conoscere i precetti di Dio, ma sperimentiamo la loro beatitudine solo mettendoli in pratica.
Rabano Mauro: Chi vuole essere sapiente, mediti assiduamente la Scrittura e s’impegni a vivere bene.


Cassiano: Spiritus enim Dei disciplinae effugiet fictum, nec habitabit in corpore subdito peccatis (Sapient. I). Non ergo alias ad scientiam spiritalem nisi hoc ordine pervenitur, quem unus prophetarum eleganter expressit, dicens: Seminate vobis ad iustitiam, metite spem vitae, illuminate vobis lumen scientiae [Ose. X]. Primum ergo seminandum nobis est ad iustitiam, hoc est, ut actualem perfectionem operibus iustitiae propagemus; deinde metenda est nobis spes vitae, id est, virtutum spiritualium fructus, expulsione vitiorum carnalium congregandi, et ita illuminare nobis lumen scientiae poterimus. Quem ordinem etiam Psalmographus teneri debere decernit, dicens: Beati immaculati in via, qui ambulant in lege Domini, beati qui scrutantur testimonia eius [Psal. CXVIII]. Non enim prius dixit: Beati qui scrutantur testimonia eius, et post intulit: Beati immaculati in via; sed prius, inquit, beati immaculati in via: per hoc evidenter ostendens, neminem recte posse ad perscrutanda Dei testimonia pervenire, nisi prius per actualem conversationem in via Christi immaculatus incedat. (Coll. II,14,16)

Beda il Venerabile: Si haec, inquit, scitis, beati eritis si feceritis ea. Salutaris haec multum nostri Salvatoris, et sedulo est cogitanda sententia, quia beati erimus sciendo coelestia praecepta, si tamen ea quae novimus operando sectemur. Qui enim cognita eius mandata servare negligit beatus esse non valet; qui haec vel cognoscere contemnit, multo longius a beatorum sorte secluditur. Congruit his Psalmista, qui mortalium corda perpendens, aeque omnes beatitudinem amare, sed paucos ubi est quaerere conspiciens, ipse quae sit maxima in hac vita hominis beatitudo manifeste protestatus est, dicens, Beati immaculati in via, qui ambulant in lege Domini [Psal. CXIX]. Et ne putaretur haec via immaculatorum ac beatorum ab imperitis passim et rudibus posse comprehendi, consequenter adiunxit et ait, Beati qui scrutantur testimonia eius; in toto corde exquirunt eum. Quapropter, charissimi, rogemus eius clementiam, qui mandavit mandata sua custodiri nimis, ut dirigat ipse vias nostras ad custodiendas iustificationes suas, ipse post custodiam mandatorum suorum ad beatitudinem nos suae perpetuae visionis inducat Iesus Christus Dominus noster, qui vivit et regnat cum Patre in unitate Spiritus sancti per omnia saecula saeculorum. Amen. (Homilia in Coena Domini)

Rabano Mauro: Unde necesse est, ut quicunque sapiens esse desiderat, et ad agnitionem verae sapientiae, atque ad contemplationem ipsius veritatis pervenire voluerit, sacras Scripturas secundum regulam catholicae fidei intente legat, et secundum earum instituta in sacris virtutibus bene vivendo semetipsum exercere studeat, mundumque cor ab omni malo desiderio et mundi cupiditate habere certet: sicque ad desideratum bonum, Deo opitulante, pervenire valebit: hoc enim Psalmista nobis ostendit, dicens: Beati immaculati in via qui ambulant in lege Dei. Beati, qui scrutantur testimonia eius, in toto corde exquirunt eum. Hic et ipsa Veritas ait: Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt. Itaque primo sciendum est, quod quaedam res tam clarae et nobiles sunt ut non propter aliud emolumentum expetendae sint, sed propter suam solummodo dignitatem amandae sunt et exsequendae: virtus videlicet scientia veritatis, amor bonus. Has quidem res veri philosophi intellexerunt in natura humana, et summo studio coluere.

lunedì 3 febbraio 2014

La Bisbetica Domata


Il grido rabbioso di Caterina, la protagonista "bisbetica domata", con la quale si conclude la rappresentazione (La Bisbetica Domata, di William Shakespeare, 23/26 gennaio 2014, Teatro Metastasio, regia e adattamento di Andrej Konchalovskij), grido non certo previsto dall'originale shakespeariano, dice tutta la difficoltà di mettere in scena oggi un testo come questo classico del teatro (più volte ripreso dal cinema), e in fondo ne cambia il senso. Il lungo intervento conclusivo di Caterina, che presenta il marito come signore, re, governatore, capo e custode della moglie, la quale da parte sua gli deve amore rispettoso, garbato sorriso e convinta obbedienza, non può intendersi oggi che come un tentativo malriuscito di apporre la parola "fine" all'eterna questione dell'incontro-scontro tra i sessi, tentativo che s'infrange appunto contro l'iroso grido della non troppo domata bisbetica Caterina. Ancora lungo doveva essere il cammino di un dibattito nemmeno lontanamente sopito in questi nostri giorni, nei quali l'ideologia di genere intende decisamente archiviare come residuo del passato il biblico "maschio e femmina li creò", per puntare verso il radioso avvenire del genitore A e B, della genitorialità omoparentale e dell'affrancamento della donna dall'onere della riproduzione mediante il progresso delle tecniche di gravidanza artificiale. La vena giocosa e farsesca, che pure la messa in scena di Konchalovskij e la vivacissima performance degli attori mira con buon esito a evidenziare, non riesce a risparmiare allo spettatore il disagio di un testo così politicamente scorretto. La bisbetica incarna l'idea tradizionale della donna come essere irrazionale e capriccioso che, analogamente al bambino, dev'essere ammansita e ricondotta nel recinto delle direttive maschili, ricorrendo sostanzialmente alla forza. Petruccio, colui che si è preso l'incarico di domarla divenendone marito, raggiunge il suo scopo da un lato col blandirla mediante una gentilezza ch'è solo apparenza, dall'altro divenendo ancor più scontroso e capriccioso di lei, al punto da prostrarla fisicamente e psicologicamente. Con gentilezza la demolisce, l'annienta dando prova di una ostinazione ancor più violenta della sua. Nello scontro il debole carattere femminile soccombe. In fondo non c'è alternativa: quando si è fuori da una prospettiva di comunione, il rapporto tra le diversità, particolarmente tra due poli irriducibili come quello maschile e femminile, può tramutarsi solo in uno scontro, nel quale ciascuno ricorre agli strumenti del proprio potere. "S'è fatto per scherzare", dice l'allegro ballo di tutti gli attori col quale si conclude l'adattamento di Konchalovskij; ma anche per denunziare un certo maschilismo perdurante; nonché qualunque tentativo di snaturare sotto forma di scontro e rapporto di potere quella meravigliosa, singolare e problematica invenzione di Chi volle fare all'uomo "un aiuto che gli stesse di fronte", onde raccogliere la sfida di una irriducibile alterità.

sabato 1 febbraio 2014

V domenica del tempo ordinario, anno A: Salmo 112,4

Ruminare i Salmi - Salmo 112 (Vulgata / liturgia 111),4:

CEI (l’uomo che teme il Signore)
Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti:
misericordioso, pietoso e giusto.
TILC (l’uomo che ama il Signore)
Spunta nel buio una luce per i giusti:
Dio clemente, pietoso e fedele.
NV Exortum est in tenebris lumen rectis,
misericors et miserator et iustus.
NR La luce spunta nelle tenebre per gli onesti,
per chi è misericordioso, pietoso e giusto.
Letterale: spunta nelle tenebre la luce per i retti,
clemente, misericordioso e giusto.
LXX ἐξανέτειλεν ἐν σκότει φῶς τοῖς εὐθέσιν, 
ἐλεήμων καὶ οἰκτίρμων καὶ δίκαιος

1Cor 2,4-5 La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
Mt 5,14-16 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte … risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

Tommaso d’Aquino: Nella Scrittura il Messia è chiamato anche “Oriente” (o “Germoglio”, Zc 6,12) in riferimento al mistero dell’incarnazione, nel quale “è spuntata nel buio una luce per i retti di cuore”. (Quod vero dicitur “ecce vir, Oriens nomen eius”, ad idem refertur ad quod primum, scilicet ad incarnationis mysterium, secundum quod “exortum est in tenebris lumen rectis corde”.)

Concilio Vaticano II: Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa.
Lumen gentium cum sit Christus, haec Sacrosancta Synodus, in Spiritu Sancto congregata, omnes homines claritate Eius, super faciem Ecclesiae resplendente, illuminare vehementer exoptat, omni creaturae Evangelium annuntiando.