venerdì 24 aprile 2009

3 maggio 2009 - IV domenica di pasqua

Atti 4,8-12.
"Salvezza" è un concetto aperto, concerne cioè molteplici livelli di significato. Per chi ha sete, salvezza è trovare acqua; per chi ha freddo una coperta; per chi è solo un amico; per chi è minacciato riuscire incolume; per chi ha un dubbio trovare un consiglio illuminante; per chi è in battaglia vincere; per chi è ammalato guarire; nell'errore è giungere alla verità; nell'odio approdare alla pace; nel peccato trovare perdono. C'è "salvezza" ogni volta che la vita sfugge alla morte e trionfa di essa. "Vita" e "morte" sono del resto anch'essi concetti aperti, spaziando dal livello più elementare e materiale a quello più alto e spirituale, dalla semplice buona salute alla vita buona, piena ed eterna.
Ogni uomo ha a che fare con una vita ben rappresentata dal mendicante storpio, della cui guarigione si chiede conto a Pietro e Giovanni: una situazione di debolezza, di infermità (v. 9). Possediamo una vita malferma, minacciata, gracile, limitata. Ognuno cerca di renderla forte e robusta, di trovare appunto salvezza e, come un costruttore, costruisce scegliendo, come pietre, certe cose, e scartandone specularmente altre. Ognuno è impegnato a fare discernimento, a trovare i giusti materiali. Sarà ovviamente particolarmente importante trovare solidi e robusti materiali per il fondamento. 
Quel Pietro che aveva tremato di fronte a una giovane del popolo (cf. Lc 22,56-57) è, insieme allo storpio guarito, un esempio assai eloquente del sorprendente risanamento operato dallo Spirito del Risorto ("colmato di Spirito Santo", v. 8), perché adesso proclama con coraggio di fronte ai capi e ai sapienti di Israele che il piano di Dio ("bisogna", CEI: "è stabilito", v. 12) è questo: la salvezza sta solamente in Gesù. "In nessun altro c'è salvezza" (v. 12) non significa tanto che tutto il resto non serve a niente, quanto piuttosto che tutto il resto deve il suo potere salvifico - nella misura in cui lo ha - alla salvezza operata da Cristo morto e risorto. Questa è il fondamento delle altre salvezze, e queste dipendono da quella. Perché solo questa è la "testa d'angolo" (v. 11) e non ce n'è altra. I mezzi della salvezza sono molti, il fondamento unico.
Il mistero pasquale arriva a tutti (cf. Gaudium et Spes 22; Ad Gentes 7). Si può anche non saperlo, nondimeno se ne beneficia, come si gode di molti influssi salutari senza saperlo, per esempio mediante il cibo. Chi lo sa, ed è il caso dei cristiani, è perciò stesso investito della missione di Gesù: "recare beneficio" (v. 9, cf. 10,38). Vero "benefattore" è chi, come Gesù e nel suo Spirito, in modi molteplici serve la vita (cf. Lc 22,25) risanandola. Servizio non piccolo né secondario è la definitiva chiarificazione del segreto della salvezza: la pasqua del Signore. Sta qui il fondamento più solido sul quale possiamo edificare la nostra vita.

venerdì 17 aprile 2009

26 aprile 2009 - III domenica di pasqua

Atti 3,13-15.17-19.
La lettura è parte del discorso (3,11-26) che Pietro tiene al popolo per spiegare il miracolo della guarigione dello storpio alla porta Bella del tempio (3,1-10). L'apostolo vuole rispondere alla implicita domanda (si fa esplicita solo in 4,7): "in virtù di quale potere lo storpio è stato risanato?". La risposta si trova al v. 16, omesso nella pericope liturgica: per la fede in Gesù. Perché questo Gesù è nella gloria di Dio, lo stesso Dio che gli israeliti adorano. Naturalmente a questo punto si deve rilevare una contraddizione stridente: voi adorate un Dio che ha in onore quel Gesù che avete invece rifiutato e ucciso. A lui, guida verso la vita nuova, di cui vi è prova vivente lo storpio risanato, avete preferito un assassino, un portatore di morte. Ma Dio si è servito della vostra ignoranza per realizzare il suo progetto. Voi infatti non vi siete resi conto di quanto avete fatto. Adesso però che tutto questo è chiaro, la contraddizione va risolta e l'ignoranza superata. Riconoscete Gesù come il santo e giusto, servo-figlio di Dio e Messia, e ristrutturate la vostra vita intorno alla nuova immagine di Dio che emerge dalla sua vicenda pasquale e dalla sua parola. 
E' evidente che questo invito è rivolto anche a noi. Fare il peccato è sempre scegliere morte al posto di vita. E persino nella nostra accoglienza della luce si annida sempre ancora un po' di tenebra: se continuiamo a camminare ancora un po' ce ne accorgiamo. Dobbiamo sapere che siamo sempre in qualche misura nell'ignoranza, e quindi oggetto di misericordia: "Padre, perdonali, perché non sanno quel che fanno" (Lc 23,34), riguarda tutti. Proprio questo apre uno spazio per la salvezza, perché se il nostro rifiuto fosse pienamente consapevole, allora la conversione sarebbe impossibile, e la perdizione definitiva, come è per i "prìncipi di questo mondo" (1Cor 2,8). Anch'essi si sono dimostrati infatti ignoranti, non hanno capito fino in fondo che cosa stava succedendo nella passione del Signore. Se l'avessero capito "non avrebbero crocifisso il Signore della gloria", perché in questo modo hanno operato la loro stessa detronizzazione. 
Come si vede, anche la loro ignoranza, come la nostra, è stata usata da Dio per perseguire il suo progetto di vita. Il male, prodotto dall'uomo o dagli spiriti maligni, non ha mai l'ultima parola. Esso viene inserito da Dio sempre in un più vasto quadro, che alla fine corrisponde al disegno concepito da nessun altro che da Dio. Il male, anche se si crede dominatore, è in realtà sempre dominato. Anche se si vuole ultimo, rimane penultimo. Questa è la grande meraviglia dell'azione di Dio, e rimane sua assoluta prerogativa. Noi non possiamo né dobbiamo fare altrettanto. Da parte nostra si tratta di accogliere e seguire la luce non appena e nella misura in cui si manifesta; e di sapere che siamo sempre un po' nell'ignoranza, quindi oggetto di misericordia e invitati a conversione. Il che diventa anche norma nei confronti del prossimo che sbaglia e non capisce: la longanimità che Dio dimostra con me la devo a mia volta usare con l'altro.

domenica 12 aprile 2009

19 aprile 2009, II domenica di pasqua

Atti 4,32-35.
Al centro letterario e teologico del quadro disegnato da Luca c'è la risurrezione del Signore. Essa è il motore di tutto il movimento prodotto nella comunità, attraverso due "cinghie di trasmissione": la testimonianza degli apostoli, resa con grande potenza, con parole e segni (cf. 2,43; 5,12); e la fede dei credenti, che di quella testimonianza è l'accoglienza. Tutto ciò infonde nella vita comunitaria un potente dinamismo di comunione, per il quale i credenti formano uno solo cuore e una sola anima. Si tratta evidentemente di una unità che ha molteplici espressioni. Il nostro passo ne evidenzia però una: la comunione nei beni materiali. In un quadro probabilmente un po' idealizzato, al bisogno di ciascuno corrisponde la capacità economica di ciascuno, per cui si verifica un fatto davvero clamoroso: la scomparsa dell'indigenza. Elemento che media tra bisogno e abbondanza sono gli apostoli, per la precisione i loro piedi, dove chi ha qualcosa lo depone perché sia distribuito secondo il bisogno. Dopo quella dell'annuncio, si presenta qui una seconda funzione del collegio apostolico: il governo.
La comunione descritta rappresenta la realizzazione, ma anche il superamento, di tanta predicazione dell'Antico Testamento che mirava a inculcare nel popolo di Dio il dovere della giustizia sociale e della cura dei poveri. Luca riecheggia inoltre alcune affermazioni della cultura ellenica, che metteva in risalto la piena comunione esistente tra gli amici. In tal modo viene messo in evidenza il fatto che la prassi della comunità cristiana, originata dalla risurrezione, corrisponde alle attese profonde sia di Israele che del mondo pagano, e al tempo stesso le supera. Perciò in effetti la comunità esercita un forte ascendente sul mondo circostante (se così si deve intendere la "grazia" di cui si parla al v. 33, CEI: "favore" - ma potrebbe essere anche la gratuità di Dio che trova espressione nella comunione ecclesiale): un tal modo di vivere è testimonianza assolutamente eloquente di autentica fraternità, e incontra immediatamente la simpatia di qualunque uomo, indipendentemente dalla sua cultura, lingua, religione, etc. 
La risurrezione del Signore segna la nascita di un popolo nuovo, il cui segno caratteristico è l'unità, la comunione. La Chiesa è una, perché in essa ciò che ciascuno è ed ha è a servizio della comunione. Questo è precisamente l'effetto della risurrezione: l'abbattimento di ogni barriera, di qualunque diaframma per il quale io mi metto a parte rispetto all'altro, e ritengo di poter provvedere alla mia vita al di fuori della comunione. Finché esiste qualcosa di esclusivamente mio, nel senso che è sottratto al bene comune, vissuto al di fuori di una prospettiva di fraternità, sono ancora nella morte; nella mia esperienza la risurrezione non si è ancora imposta pienamente. La vittoria sulla morte si attua e si traduce nella vittoria sull'illusione di poter perseguire la vita per conto proprio, senza il fratello. Il quadro seguente, l'episodio di Anania e Saffira (5,1-11), mostrerà fino a che punto sia letale questa illusione, il tentativo di tenere insieme vita e morte, vino nuovo in otri vecchi (cf. Lc 5,37-38).
Il giudizio è severo. Nessuno si sottragga alla concreta verifica del modo in cui dispone dei propri beni materiali: la luce nuova della risurrezione deve risplendere anche qui, e ben visibilmente.

giovedì 9 aprile 2009

Amore & morte

L'amore può morire, anzi deve. Perché ha da servirsi della morte per trionfare di essa.