domenica 12 aprile 2009

19 aprile 2009, II domenica di pasqua

Atti 4,32-35.
Al centro letterario e teologico del quadro disegnato da Luca c'è la risurrezione del Signore. Essa è il motore di tutto il movimento prodotto nella comunità, attraverso due "cinghie di trasmissione": la testimonianza degli apostoli, resa con grande potenza, con parole e segni (cf. 2,43; 5,12); e la fede dei credenti, che di quella testimonianza è l'accoglienza. Tutto ciò infonde nella vita comunitaria un potente dinamismo di comunione, per il quale i credenti formano uno solo cuore e una sola anima. Si tratta evidentemente di una unità che ha molteplici espressioni. Il nostro passo ne evidenzia però una: la comunione nei beni materiali. In un quadro probabilmente un po' idealizzato, al bisogno di ciascuno corrisponde la capacità economica di ciascuno, per cui si verifica un fatto davvero clamoroso: la scomparsa dell'indigenza. Elemento che media tra bisogno e abbondanza sono gli apostoli, per la precisione i loro piedi, dove chi ha qualcosa lo depone perché sia distribuito secondo il bisogno. Dopo quella dell'annuncio, si presenta qui una seconda funzione del collegio apostolico: il governo.
La comunione descritta rappresenta la realizzazione, ma anche il superamento, di tanta predicazione dell'Antico Testamento che mirava a inculcare nel popolo di Dio il dovere della giustizia sociale e della cura dei poveri. Luca riecheggia inoltre alcune affermazioni della cultura ellenica, che metteva in risalto la piena comunione esistente tra gli amici. In tal modo viene messo in evidenza il fatto che la prassi della comunità cristiana, originata dalla risurrezione, corrisponde alle attese profonde sia di Israele che del mondo pagano, e al tempo stesso le supera. Perciò in effetti la comunità esercita un forte ascendente sul mondo circostante (se così si deve intendere la "grazia" di cui si parla al v. 33, CEI: "favore" - ma potrebbe essere anche la gratuità di Dio che trova espressione nella comunione ecclesiale): un tal modo di vivere è testimonianza assolutamente eloquente di autentica fraternità, e incontra immediatamente la simpatia di qualunque uomo, indipendentemente dalla sua cultura, lingua, religione, etc. 
La risurrezione del Signore segna la nascita di un popolo nuovo, il cui segno caratteristico è l'unità, la comunione. La Chiesa è una, perché in essa ciò che ciascuno è ed ha è a servizio della comunione. Questo è precisamente l'effetto della risurrezione: l'abbattimento di ogni barriera, di qualunque diaframma per il quale io mi metto a parte rispetto all'altro, e ritengo di poter provvedere alla mia vita al di fuori della comunione. Finché esiste qualcosa di esclusivamente mio, nel senso che è sottratto al bene comune, vissuto al di fuori di una prospettiva di fraternità, sono ancora nella morte; nella mia esperienza la risurrezione non si è ancora imposta pienamente. La vittoria sulla morte si attua e si traduce nella vittoria sull'illusione di poter perseguire la vita per conto proprio, senza il fratello. Il quadro seguente, l'episodio di Anania e Saffira (5,1-11), mostrerà fino a che punto sia letale questa illusione, il tentativo di tenere insieme vita e morte, vino nuovo in otri vecchi (cf. Lc 5,37-38).
Il giudizio è severo. Nessuno si sottragga alla concreta verifica del modo in cui dispone dei propri beni materiali: la luce nuova della risurrezione deve risplendere anche qui, e ben visibilmente.

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