sabato 26 settembre 2015

Und wovon lebt so ein Tier?

"Di che cosa vive un simile animale?". La domanda può essere una buona chiave di lettura per questo dramma dai molteplici risvolti. A dispetto del titolo scanzonato, "Le Mutande" di Carl Sternheim, autore semisconosciuto in Italia (poco della sua produzione è tradotto) ma meritevole di attenzione, è un testo di notevole impegno, sia in scena che in platea. Non è intrattenimento fine a se stesso, questo, e ne va dato atto a chi lo ha proposto a un pubblico chiamato a fare una certa fatica per "andare al di là", così come richiesto dal teatro espressionista di questa "commedia borghese". Non che vi si trovi alcuna vera proposta positiva: essa è piuttosto una critica della visione borghese, raccontata nell'impiegato Theobald Maske. La commedia, rappresentata per la prima volta nel 1911, è come lo svelamento di atteggiamenti e valori che saranno propri dell'intero XX secolo (significativamente l'azione è posta nel 1900). Non si può fare a meno di notare come la concezione borghese vi abbia sopraffatto e sbaragliato ogni tentativo di alternativa, proprio come accade in scena, dove la moglie di Theobald, Luise, dopo aver tentato di sottrarsi a quella gabbia, deve alla fine rinunciare al sogno di libertà che per un momento le è balenato dinanzi. È ancora una volta l'eros a sobbarcarsi il compito (ingrato) di rappresentare l'alternativa al grigiore borghese del computo dei talleri, alternativa invero insufficiente ma indubbiamente accattivante del "fate l'amore, non la guerra". Ci sono in campo altre proposte, da Wagner a Nietzsche, dal darwinismo all'estetismo, ma quel che trionfa è il calcolo, nel quale l'eroe borghese si esalta, che pretende di sottomettere e regolamentare ogni altra cosa, compreso l'eros e la stessa fecondità: l'indiscutibile dogma odierno del "(non) potersi permettere un figlio" viene qui spietatamente svelato. Siamo così tornati al punto di partenza: "Di che cosa vive un simile animale?". Ma di quale animale si sta parlando? Del "serpente di mare" di cui dice il giornale letto da Theobald; oppure del canarino in gabbia, di fronte al quale Luise chiude mestamente la propria vicenda? Di tutti e due, certo. Ma essi sono specchio di quell'altro ben misterioso animale, l'uomo, che, come Luise, si sente chiuso in una gabbia, magari dorata. La storia umana non è in fondo storia di tentativi di evasione? Eppure, a dispetto delle risposte che si sono date e si daranno, la domanda rimane: di che cosa ha veramente bisogno l'uomo per vivere? Per il credente, risuona qui l'eco della parola biblica, che per il moderno, e per Sternheim, rimane nel suo semplice aspetto problematico: di che cosa vive l'uomo? Manca la risposta, certo: di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Ma si raccogliesse seriamente la sfida che questa domanda continua a porci, senza affogarla nelle comode "stanzine" nelle quali, a dispetto di un mondo iperconnesso, oggi (forse più di ieri?) continuiamo a vivere! Onore dunque a tutta la squadra che si è impegnata a leggere con attenzione un testo meritevole, per la regia attenta del pratese Luca Cortina, che ameremmo rivedere all'opera sulle scene della sua e nostra città.

Le Mutande, di Carl Sternheim.15/20 settembre 2015, Fabbricone, regia di Luca Cortina; traduzione Giorgio Zampa, dramaturg Paolo Magelli, scene e costumi Lorenzo Banci, luci Roberto Innocenti, assistente alla regia Giulia Barni, con: Valentina Banci, Fabio Mascagni, Elisa Cecilia Langone, Francesco Borchi, Fulvio Cauteruccio; produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana. Prima Nazionale.

venerdì 25 settembre 2015

XXVII domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 128,3

Ruminare i Salmi - Salmo 128 (Vulgata / liturgia 127),3:

CEI La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa.
NV Uxor tua sicut vitis fructifera
in lateribus domus tuae.
V Uxor tua sicut vitis abundans
in lateribus domus tuae.

Ebrei 2,11: Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli.
Marco 10,6-9: Dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto.

Ilario e Cassiodoro: La sposa è la sapienza: chi s'innamora di lei e l'accoglie nell'intimo della propria casa, il cuore, gusta del suo piacevole frutto.
Ilario: 9. Ut autem nunc cognoscamus quid sub uxoris nuncupatione intelligi oporteat; contuendum est quid et alibi sub hoc eodem uxoris nomine tractetur. Salomon itaque ait: Quaesivi sapientiam sponsam adducere mihi ipsi (Sap. VIII, 2). Et quia qui sponsam requirit, divitem quaerit; huius sponsae suae opes memorat, dicens: Honestatem glorificat, convictum Dei habens, et omnium Dominus dilexit eam (Ibid. 3); et si multam quis cognitionem desiderat, novit et quae a principio sunt, et quae futura sunt conspicit (Ibid. 8). Et item: Uxorem virilem quis inveniet? Pretiosior est autem lapidibus multi pretii istius modi (Pr XXXI, 10). Et haec in Proverbiis dicta sunt: quia proverbium non hoc quod verbis sonat explicat, sed dictorum virtutem ex usu verborum communium nuntiat. Docet autem Dominus in Evangeliis, quid proverbia intelligenda sint, dicens: Veniet hora, ut iam non in proverbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiem vobis (Jn XVI, 25). Ergo secundum proverbiorum rationem uxorem virilem nosse debemus, eam nempe quam sibi Salomon sponsam optavit assumere: de qua et rursum ait: Iudicavi igitur hanc adducere ad convivendum mecum, et amator factus sum pulchritudinis eius (Sap. VIII, 9). Haec igitur tamquam uxor assumpta sapientia virilis est, perficiens omnia, et sibi subdens, et in labore utilium operum valida. Ipsa Deo placita, et per doctrinam ejus digna, et praeteritorum scientia et futurorum cognitione perfecta. 10. Haec timentis Deum uxor totis domus suae lateribus diffusa, fecundae vitis modo, se per omnia operum nostrorum latera extendit. Domum autem non ambigitur hoc animae nostrae esse domicilium, quod sibi unusquisque, per timorem Dei et vias eius ineundo, ad habitationem Sapientiae emundat. (Sup. ps. CXXVII,9-10)
Cassiodoro: Simili modo intellectus ad litteram et hic quoque vitandus est. Nam cum plures sanctissimos viros uxores et filios perspicias non habere, et iterum sceleratos haec omnia possidere, quomodo in istam partem beatitudinis applicabis, quae subtracta plerumque bonis, et iniquis potius attributa cognoscis? Uxor enim dicta est, quasi ut soror. Quapropter uxorem hic beati viri sapientiam debemus accipere, sicut Salomon dicit: Qui voluerit sapientiam ducere sibi sponsam [Sap. VIII, 2]; et alibi: Ama illam, et amplexabitur te; et circumda illam, et servabit te [Prov. IV, 6]. Ipsa ergo uxor est iustorum, quae casto amplexu complectitur maritum. Vitis vero mater est uvarum, quae dulcia vina profundens, corda nostra recreat: sic et ista uxor, id est sapientia, fructus inferens iucundos, suavi nos delectatione laetificat. Domus autem nostra recte dicitur propria cogitatio, quando in eadem defixi, quasi in quibusdam aedibus commoramur. Istius autem domus parietes, duo sunt testamenta, in quibus mens sancta velut quibusdam lateribus firmata solidatur.
Prospero: Il mistero dell'unione tra Cristo e la Chiesa è espresso da molti simboli, tra i quali quello del matrimonio. Chiunque si lega a Cristo, partecipa della fecondità della sua sposa, la Chiesa.
Cum multi sanctorum non habuerint coniugia, neque filios, quomodo accipientur huius benedictionis fuisse participes, nisi harum affectionum societas in totius Ecclesiae corpore intelligatur, per illud scilicet spiritale coniugium, quo viro suo Christo, id est, sponso sponsa connectetur? Sacramentum vero istius copulae multis nominibus significatur, ut qui adhaerent capiti, nunc membra eius, nunc mater et fratres, nunc uxor et filii, nunc templum et vinea nuncupentur: dum per has necessitudinum species illa individua unitas fidei, et spei, et charitatis ostenditur; et quidquid Christo subiungitur, sibi quoque invicem colligatur, ut totius domus latera fecundae vitis abundantia vestiantur. (Expositio Psalmorum a C usque ad CL - Ps. CXXVII)

Progetto di Dio è il mistero dell'unità, che si svela al sapiente e dà fecondità alla vita.


giovedì 17 settembre 2015

XXVI domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 19,14a

Ruminare i Salmi - Salmo 19 (Vulgata / liturgia 18),14a:

CEI Anche dall’orgoglio salva il tuo servo
perché su di me non abbia potere.
TILC Difendi il tuo servo dall'orgoglio:
su di me non abbia presa.
NV et a superbia custodi servum tuum, 
ne dominetur mei.
V et ab alienis parce servo tuo.
Si mei non fuerint dominati, tunc immaculatus ero,
et emundabor a delicto maximo.

Giacomo 5,1-3 Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco.
Marco 9,42-48 Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

Pietro Cantore: La superbia è il peccato massimo, in quanto ci separa da Dio.
... nihil adeo Deo displicet sicut cervix erecta post peccatum. Item idem: «Si mei non fuerint dominati, tunc immaculatus ero, et emundabor a delicto maximo», id est superbia. Nihil enim gravius est quam «apostatare a Deo» (Eccli X,14), quod facit superbia. (...) «Et emundabor a delicto maximo», id est a delicto superbiae, quod vere est maximum. Non enim est maius peccatum quam «apostatare a Deo», quod est vitium superbiae hominis et angeli. «Superbia vero est initium» et causa «omnis peccati» (Eccli X,15), id est omnis generis peccati, qua, qui caret, ille vero est immunis ab omni peccato. (Verbum Abbreviatum X, De Suggillatione Superbiae)
Bruno di Colonia: Quando gli disobbediamo, montiamo in superbia contro Dio e ci allontaniamo da lui.
Tunc immaculatus ero, id est innocens. Et tunc emundabor, id est mundus ero a delicto maximo, id est a superbia, quae delictum maximum recte dicitur eo quod per illam primum a Deo recedimus. Cum enim inobedientes sumus, contra Deum superbimus. (In ps. XVIII)
Tommaso d'Aquino: Praeterea, super illud Psalm. XVIII,14: emundabor a delicto maximo, dicit Glossa quod delictum maximum est superbia; qua qui caret, omni vitio caret. Ex quo videtur quod superbia sit vitium commune. Sed commune non dividitur contra proprium. Ergo non debet superbia poni vitium capitale condivisum ab aliis, sicut a quibusdam ponitur.
...
Ad decimumsextum dicendum, quod sicut dictum est, superbia dupliciter accipi potest. Uno modo secundum quod importat quamdam rebellionem ad legem Dei; et sic est universalis radix omnium peccatorum, ut Gregorius dicit, unde non enumerat eam inter vitia capitalia, sed inanem gloriam. Alio modo potest accipi superbia secundum quod est inordinatus appetitus cuiusdam excellentiae; et sic ponitur vitium capitale aliis condivisum. Et quia ad huiusmodi excellentiam maxime videtur pertinere humana gloria, ideo Gregorius loco huius superbiae specialis, inanem gloriam ponit. (De malo, q. 8 a. 1 arg. 16)

Il grande scandalo, cioè inciampo, è la superbia, usurpazione di una qualche ricchezza, che ha il potere di far marcire tra le nostre mani ogni buon dono di Dio.


venerdì 11 settembre 2015

XXV domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 54,6

Ruminare i Salmi - Salmo 54 (Vulgata / liturgia 53),6:

CEI Ecco, Dio è il mio aiuto,
il Signore sostiene la mia vita.
TILC Ecco, Dio viene ad aiutarmi,
il Signore protegge la mia vita.
NV e V Ecce enim Deus adiuvat me,
et Dominus susceptor est animae meae.

Giacomo 4,1-2 Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!
Marco 9,37 Preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Ilario: Dio sa proteggere la vita di chi si affida a lui, utilizzando ogni cosa al bene; e sa pure ritorcere il male contro chi lo infligge ad altri.
Habeat itaque hanc innocens religio fiduciam, ut inter humanas insectationes et animae pericula adiutorem sibi Deum esse non ambigat: et si quando iniustae mortis vis afferatur, excedentem habitaculo corporis animam sciat in Dei susceptione requiescere. Habeat ultionis quoque certissimam securitatem, cum mala omnia in eos qui inferant revertantur. Non potest iniquitatis argui Deus; nec perfectae bonitati, malignae voluntatis instinctus ac motus admixtus est. Mala enim non malevolus excitat, sed ultor retorquet: neque ea ex malitia sua affert, sed in merita nostra convertit. Statuta enim in omnes sunt, ad ultionum ministeria, mala ista cum lege vivendi, iusti id iudicii severa aequitate moderante. Sed haec et aversa a iustis sunt lege iustitiae, et convertuntur in iniquos aequitate iudicii. Utrumque iustum, ut et iustis ad metum prompta sint nec admixta, quia iusti sunt; et in iniustos ad poenam sint convertenda, quia meriti sunt: nec iustis admixta cum prompta sint, nec iniustis defutura quia prompta sunt. (Tractatus super psalmos, Ps. LIII,10)
Fulgenzio di Ruspe: Nam sicut carnis est aetate proficere, sic est animae sapientia et gratia profecisse, quae tamen in sapientia nullatenus proficeret, si naturalem intelligentiam (quae hominibus rationis causa concessa est) non haberet, non quia hoc susceptor Deus eguit, sed quia hoc pro remedio nostrae salutis effectus piae susceptionis exegit, ut dum caro et anima rationalis a Deo suscipitur, utraque pariter salvaretur: nam nec caro ipsa fuit a Dei Filio suscipienda, nisi divina fuisset susceptione salvanda. Quod si Deus carne non eguit, sed ut eam salvaret accepit, ita nec anima rationali Deus eguit, sed eam salvandam cum carne suscepit: cuius animae humanae susceptionem prophetico more David sanctus intimat dicens: Ecce enim Deus adiuvat me, et Dominus susceptor est animae meae (Psal. LIII, 6). Adiuvit utique quam suscepit, quam procul dubio, nisi susciperet, non iuvisset. (Ad Trasimundum I,8)
Beda il Venerabile: Chi rifiuta l'umiliazione, non può essere accolto e soccorso da Dio; mentre chi si fa piccolo come un bambino sarà grande.
Suscepit Israel puerum suum memorari misericordiae. Pulchre puerum Domini appellat Israel, qui ab eo sit ad salvandum susceptus: obedientem, videlicet, et humilem, iuxta quod Osee dicit: Quia puer Israel, et dilexi eum (Osee XI). Nam qui contemnit humiliari, non potest utique salvari, nec dicere cum Propheta: Ecce enim Deus adiuvat me, et Dominus susceptor est animae meae (Psal. XXXIII). Quicunque autem humiliaverit se sicut parvulus, hic est maior in regno coelorum (Matth. XVIII). (Homilia XXVIII, In Feria Sexta Quatuor Temporum = In Evangelium S. Lucae I,1)
Bruno di Colonia: Ecce enim in praesenti est, quod Deus adiuvat me, faciens constantem, et ideo deberent constantiae meae contuitu, eum ante conspectum suum proponere: et Dominus mihi personaliter unitus, susceptor est animae meae, id est suscipiet animam meam, ut ad corpus post tres dies reducat. (Expositio in Psalmos, In ps. LIII)

Chi vuole farsi grande e imporsi sugli altri, sperimenta il rigore di Dio; chi si fa piccolo, la sua paterna accoglienza.


venerdì 4 settembre 2015

XXIV domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 116,3

Ruminare i Salmi - Salmo 116 (Vulgata / liturgia 114),3:

CEI Mi stringevano funi di morte,
ero preso nei lacci degli inferi.
TILC Già la morte mi teneva legato,
mi afferrava il mondo dei morti.
NV Circumdederunt me funes mortis,
et angustiae inferni invenerunt me.
V Circumdederunt me dolores mortis,
et pericula inferni invenerunt me.

Giacomo 2,14 A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo?
Marco 8,27-31 Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.

Ambrogio di Milano: Audis dicentem: Circumdederunt me dolores mortis (Psal. CXIV, 3) ? Ego tamen et in mortis dolore Dominum dilexi. Pericula inferni invenerunt me, non timentem utique, sed amantem, sed sperantem, quod nullae me angustiae, nulla persecutio, nulla pericula, nullus gladius separet a Christo. Denique volens invenit tribulationem et dolorem, sciens quia tribulatio patientiam operatur, patientia probationem, probatio spem. Etenim quasi bonus athleta quaesivit certamina, ut coronam inveniret; quam tamen non suis viribus, sed Domini auxilio novit sibi esse donatam. Non enim potuisset vincere, nisi eum qui certantes adiuvat, invocasset. (De obitu Theodosii oratio, 23)
Prospero d'Aquitania: Circumdederunt me dolores mortis, pericula inferni invenerunt me. Quae nisi aberrantem abs te non invenient me. Ego autem illa non inveniebam, id est, non advertebam. Amabam enim deceptiones meas, et gaudens falsis prosperitatibus saeculi, veris periculis demergebar inferni. Sed cum mihi illuxit gratia tua, et causas tribulationis meae ac doloris inveni, et nomen Domini invocavi. (Expositio Psalmorum a C usque ad CL, Ps. CXIV)
Bruno di Colonia: Et quia dixerat dolores mortis, ne putarentur secundum utramque naturam contigisse: repetit ut interponendo determinet sic. Dolores inferni, id est secundum inferiorem naturam, secundum carnem scilicet contingentes: circumdederunt, id est circumdabunt me: et noc ideo quia praeoccupaverunt me, id est praecesserunt in me laquei mortis: mortalitas, scilicet et passibilitas, quae sunt laquei, id est causae quibus in mortem trahar. (In Ps. XVII)
Pietro di Blois: Signore, donaci la tua pace, perché nessun altro combatte per noi. Ci fa guerra il mondo, la carne, il demonio; soffriamo violenza da parte di realtà ostili e, soprattutto, noi stessi siamo nostri nemici, rovinandoci e procurandoci morte da soli.
Pacem tuam, Domine, relinque nobis, pacem tuam da nobis. Da pacem, Domine, in diebus nostris, quia non est alius qui pugnet pro nobis. Impugnat nos mundus, impugnat nos caro, impugnat nos malignus spiritus: expugna, Domine, impugnantes nos. Loquere pacem in plebem tuam. Da, Domine, pacem sustinentibus te, sustinuimus et exspectavimus pacem, et ecce turbatio. Circumdederunt me dolores mortis, et pericula inferni invenerunt me. Tribulationem et dolorem inveni. Quidquid enim sub sole est, tribulatio est et afflictio spiritus. Viator et hospes sum in hac terra peregrinationis nostrae. 'Tria vero me de domo eiiciunt, fumus, stillicidium et litigiosa mulier'. Amor scilicet mundi, et concupiscentia oculorum, et caro uxor pessima. Vere filius Dei essem, si haec patienter et pacifice sustinerem et possem dicere cum Propheta: 'Cum his qui oderunt pacem, eram pacificus'. Verum in miseriis non subsistet. Quae enim fortitudo mea, ut sustineam? Si dederis mihi, Domine, gratiam sustinendi infirmitates meas, sufficit mihi gratia tua. Miserere mei, Domine, quoniam infirmus sum. Infirmus et debilis sum, et irruerunt in me fortes iniqui. Circumdederunt me inimici mei dicentes: 'Deus dereliquit eum, persequimini, et comprehendite cum, quia non est qui eripiat'. Domine, vim patior, responde pro me. Quid enim respondebo cum ipse fecerim? Revera ego tecum sum, feci. Nam et propheta dicit: 'Viae tuae et iniquitates tuae fecerunt haec tibi'. Et quis iniquior mihi quam ego? Quis ita ingeniosus est in mortem meam? Quis ita, ut ego, quaerit animam meam in interitum? Quis ita cogitat praeripere praeclaram haereditatem meam mihi, et repellere pretium meum? (Sermo XLVIII, In festo omnium sanctorum
Sane antiquus ille pater hominum, aut potius criminum, posteritati suae virus antiquae praevaricationis infudit. Unde adhuc sentio legem contrariam in membris meis repugnantem legi mentis meae. Video quia perdidi dies meos, quasi aquam bibens, iniquitatem scilicet faciens ab adolescentia mea. Ideo sagittae Domini in me sunt quarum indignatio ebibit spiritum meum. Video infra me, supra me, iuxta me, contra me infinita mortis pericula, et dolores inferni, ut plangam cum Propheta, et dicam: In me, Domine, transierunt irae tuae, et terrores tui conturbaverunt me. Circumdederunt me dolores mortis, et pericula inferni invenerunt me. Lugebo ergo, et humiliabor sub potenti manu Dei; ponam in pulvere os meum, si forte sit spes. Lugebo quia dies antiquos perdidi; lugebo, ut dies aeternae consolationis acquiram. Scio enim quis dixerit: Beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur. (Sermo XLIII, In festo omnium sanctorum)

Gesù soffre e muore per raggiungerci nella nostra condizione di croce e condividerla. Chi vive la croce insieme a lui nella fede pacifica / pace fiduciosa è salvo, in quanto essa non rimane semplice negatività, ma diviene pasqua.