giovedì 13 aprile 2017

Una caricatura della fede cristiana

Da Laika (uno spettacolo di e con Ascanio Celestini; alla fisarmonica Gianluca Casadei, produzione Fabbrica srl, co-produzione RomaEuropa Festival 2015 e Teatro Stabile dell’Umbria. Prato, Teatro Metastasio, 6-9 aprile 2017) si esce frastornati e perplessi. Frastornati dal copioso profluvio verbale di questo teatro di narrazione; perplessi per la superficialità con la quale vi si affrontano le tematiche religiose e specificamente cristiane. C'imbattiamo in temi come preghiera e santi, processi di canonizzazione e miracoli, origine dell'universo, demonio, male e indifferenza di Dio, relativismo e dogmatismo. E altro. Già da questa sommaria elencazione appare come per affrontare in poco meno di due ore temi di questo calibro occorrerebbe una capacità - non solo artistica, ma filosofica e teologica - fuori del comune. Evidentemente, Celestini ritiene di avere le carte in regola. Data la vastità degli elementi toccati, non si proverà qui nemmeno a impostare un abbozzo di discussione specifica su tali questioni. Lo spettacolo non racconta solo una vicenda di emarginazione, ma presenta una serie di considerazioni che si collocano precisamente sul piano della riflessione, o almeno di qualcosa che vorrebbe esserlo. Correttezza vorrebbe allora che le cose fossero presentate in modo critico. Qualunque riflessione critica presuppone però una presentazione aderente all'oggetto, ossia tale che chi professa un certo credo, dottrina, idea, vi si possa riconoscere. Solo su questa base può fondarsi efficacemente e veracemente la valutazione, anche negativa. Ora, nessun cristiano potrebbe riconoscere il proprio Credo nella stralunate considerazioni di Celestini. Esso vi appare francamente sfigurato. Quel che emerge è una caricatura della fede cristiana. Non si pretende che essa venga condivisa (qui ognuno fa legittimamente le sue scelte), ma che sia mostrata in modo veritiero, per quel che intende essere. Da ogni critica posso e devo trarre arricchimento, a condizione che mi si prenda sul serio. L'unico elemento che Celestini salva è la solidarietà, vero e unico miracolo possibile, quando qualcuno abbandona la propria finestra di spettatore e scende in strada a soccorrere un barbone malmenato. Siamo di fronte all'ennesima riduzione moralistica del mistero cristiano: tutto il complesso delle verità cristiane vien lasciato cadere (leggi canzonato), per affermare unicamente l'importanza della pratica. Il procedimento non è particolarmente originale, l'esito nemmeno. Proprio la unilaterale preminenza data all'elemento pratico può spiegare la superficialità con la quale tutto il resto è trattato. Certo, da un artista non ci attende necessariamente che sia filosofo o teologo (anche se i grandi lo sono). Ciò che a Celestini riesce meglio, è raccontare lo squallore di vite sciupate, emarginate. Qui si sente la realtà, la vita. Nel resto no. Il resto è noia.

sabato 8 aprile 2017

A cena con la morte per capire chi siamo

"Tutti i miei fantasmi sono anche loro vita". Si può prendere questa affermazione, più volte ricorrente nello spettacolo, come punto di partenza per tracciare un possibile percorso di avvicinamento a questo teatro di parola, detta e proiettata (sullo schermo). Virtuosisticamente la parola vi salta e rimbalza, sprigionando mille riflessi e suggestioni, che possono forse in estrema sintesi esser detti così: per essere me stesso, ho bisogno di tutto me stesso. Appare qui la superficialità dello slogan universalmente ripetuto come indiscutibile mantra dei nostri tempi stolti: devo essere me stesso! Certo, se fosse facile sapere che cosa effettivamente io sia. Edi, la ragazzina protagonista, è l'io che si muove in mezzo a istanze diverse, che diversamente e contraddittoriamente la sollecitano a uscire da una quiete fatta di non-odio che è anche non-amore, nella quale riconosciamo tanti giovani (e non). Tali istanze paiono rappresentate negli altri personaggi - il padre, la madre, lo zio -, nei quali (in fretta e furia) possiamo rispettivamente vedere corpo, psiche e spirito. Cospicuo il ruolo dello zio, coscienza critica del gruppo, che indica come direzione il superamento del dualismo bad / good, e pone la centrale questione: cosa vuoi? che cosa veramente t'interessa? Evangelicamente: qual è il tuo tesoro, dove sta il tuo cuore? Sta qui il nodo e il mistero di ogni esistenza. Di passaggio: l'accenno al capitolo 7 del Vangelo di Luca e la "traduzione" di ciò che abitualmente vien detto "peccato" con "trauma" non convince. Luca parla di hamartia, ed è il classico vocabolo del peccato. Ch'esso sia anche trauma, è certo. Rimane però che nella Bibbia - e in essa nel Vangelo - è legato alla libertà umana, e dunque alla responsabilità: non semplicemente un male che proviene dall'esterno, ma che nasce dal cuore dell'uomo. Qui si risente di una spiritualità vagamente New Age, chiara soprattutto nel racconto che lo zio fa della sua esperienza fuori dal corpo (obe) in occasione di un incidente. Ad ogni buon conto, per uscire dalla sua piattezza Edi-io ha l'idea di creare un'occasione speciale, una cena luculliana alla quale invita gli altri tre, che si rivelerà a sorpresa una sfida con la morte. Dopo averla servita, rivelerà ai commensali di averli avvelenati. Il confronto con la morte produce uno scatto in avanti e nuove prese di coscienza. Che siano davvero stati avvelenati o meno in fondo poco importa: essenziale è piuttosto che tutto acquista autenticità proprio di fronte alla morte, la quale scompiglia la pseudo pace costruita sulla menzogna strutturale. Ma lo zio non si scompone: l'avvelenamento è un bluff. La cerimonia è finita: possiamo continuare a vivere, cercare, sperare. Con tutti i nostri fantasmi.
La Cerimonia, di Oscar De Summa, con Oscar De Summa, Vanessa Korn, Marco Manfredi, Marina Occhionero. Produzione Teatro Metastasio di Prato. Prima assoluta. Teatro Fabbricone, Sala 2 (Fabbrichino), 24 marzo - 9 aprile 2017.