venerdì 26 febbraio 2016

III domenica di quaresima, ufficio delle letture

Per questa domenica la lettura patristica ha presente il brano evangelico della samaritana, dunque il vangelo dell'anno A, il cui itinerario catecumenale per le domeniche III-V è in qualche modo tipico.

Dal Commento al Vangelo di Giovanni di sant'Agostino, vescovo (Discorso 15,10-12.16-17)

10. «E arrivò una donna» (Gv 4,7): figura della Chiesa, non ancora giustificata, ma ormai sul punto di esserlo. E' questo il tema della conversazione. Viene senza sapere, trova Gesù che inizia il discorso con lei. Vediamo su che cosa, vediamo perché. «Venne una donna di Samaria ad attingere acqua» (Gv 4,7). I samaritani non appartenevano al popolo giudaico: erano infatti degli stranieri. (...) È significativo il fatto che questa donna, figura della Chiesa, provenisse da un popolo straniero. La Chiesa infatti sarebbe venuta dai pagani che, per i giudei, erano stranieri. Ascoltiamoci in lei, riconosciamoci in lei, e in lei ringraziamo Dio per noi. Ella era una figura non la verità, perché anch'essa prima rappresentò la figura per diventare in seguito verità. Infatti credette in lui, che voleva fare di lei la nostra figura.
«Venne, dunque, ad attingere acqua». Era semplicemente venuta ad attingere acqua, come sogliono fare uomini e donne.
11. «Gesù le disse: 'Dammi da bere'. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: 'Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?' I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani» (Gv 4,7-9). Vedete come erano stranieri tra di loro: i giudei non usavano neppure i recipienti dei samaritani. E siccome la donna portava con sé la brocca con cui attingere l'acqua, si meravigliò che un giudeo le domandasse da bere, cosa che i giudei non solevano fare. Colui però che domandava da bere, aveva sete della fede della samaritana.
12. Ascolta ora chi è colui che domanda da bere. «Gesù le rispose: 'Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa forse gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva'» (Gv 4,10). Domanda il bere e promette il bere. E' bisognoso come uno che aspetta di ricevere, e abbonda come chi è in grado di saziare. «Se tu conoscessi», dice, «il dono di Dio». Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma Gesù parla alla donna in maniera ancora velata, e a poco a poco si apre una via al cuore di lei. Forse già la istruisce. Che c'è infatti di più dolce e di più affettuoso di questa esortazione: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che ti dice: Dammi da bere, forse tu stessa gliene avresti chiesto ed Egli ti avrebbe dato acqua viva»? ... [L'acqua morta è quella separata dalla sorgente.]
16. [... Che vuol dire: "Chi beve di quest'acqua avrà sete ancora"? Questo vale per l'acqua naturale, e vale pure per ciò che essa significa. L'acqua del pozzo è simbolo dei piaceri mondani nella loro profondità tenebrosa; è da lì che gli uomini li attingono con l'anfora della cupidigia. Quasi ricurvi, affondano la loro cupidigia per poterne attingere il piacere fino in fondo; e gustano questo piacere che hanno fatto precedere dalla cupidigia. Chi infatti non manda avanti la cupidigia, non può giungere al piacere. Fa' conto, dunque, che la cupidigia sia l'anfora e il piacere sia l'acqua profonda. Ebbene, quando uno giunge ai piaceri di questo mondo: il mangiare, il bere, il bagno, gli spettacoli, gli amplessi; credi che non avrà di nuovo sete? Ecco perché il Signore dice: Chi beve di quest'acqua, avrà sete ancora; chi invece beve dell'acqua che gli darò io, non avrà sete in eterno.] Quale acqua, dunque, sta per darle, se non quella di cui è scritto: «E' in te sorgente della vita»? (Sal 36,10). Infatti come potranno aver sete coloro che «Si saziano dell'abbondanza della tua casa»? (Sal 36,9).
17. Prometteva una certa abbondanza e sazietà di Spirito Santo, ma quella non comprendeva ancora, e, non comprendendo, che cosa rispondeva? La donna gli dice: «Signore dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» (Gv 4,15). Il bisogno la costringeva alla fatica, ma la sua debolezza rifiutava la fatica. Oh, se avesse sentito: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»! (Mt 11,28). Infatti Gesù le diceva questo, perché non dovesse più faticare; ma la donna non capiva ancora.

10. Et venit mulier. Forma Ecclesiae, non iam iustificatae, sed iam iustificandae; nam hoc agit sermo. Venit ignara, invenit eum, et agitur cum illa. Videamus quid, videamus quare: Venit mulier de Samaria haurire aquam (Io 4,7). Samaritani ad Iudaeorum gentem non pertinebant: alienigenae enim fuerunt.
[...]
Pertinet ad imaginem rei, quod ab alienigenis venit ista mulier, quae typum gerebat Ecclesiae: ventura enim erat Ecclesia de gentibus, alienigena a genere Iudaeorum. Audiamus ergo in illa nos, et in illa agnoscamus nos, et in illa gratias Deo agamus pro nobis. Illa enim figura erat, non veritas; quia et ipsa praemisit figuram, et facta est veritas. Nam credidit in eum, qui de illa figuram nobis praetendebat. Venit ergo haurire aquam. Simpliciter venerat haurire aquam, sicut solent vel viri vel feminae.
11. Dicit ei Iesus: Da mihi bibere. Discipuli enim eius abierant in civitatem, ut cibos emerent. Dicit ergo ei mulier illa Samaritana: Quomodo tu Iudaeus cum sis, bibere a me poscis, quae sum mulier Samaritana? Non enim coutuntur Iudaei Samaritanis (Io 4,7-9). Videtis alienigenas: omnino vasculis eorum Iudaei non utebantur. Et quia ferebat secum mulier vasculum unde aquam hauriret, eo mirata est, quia Iudaeus petebat ab ea bibere, quod non solebant facere Iudaei. Ille autem qui bibere quaerebat, fidem ipsius mulieris sitiebat.
12. Denique audi quis petat bibere. Respondit Iesus, et dixit ei: Si scires donum Dei, et quis est qui dicit tibi: Da mihi bibere, tu forsitan petisses ab eo, et dedisset tibi aquam vivam (Io 4,10). Petit bibere, et promittit bibere. Eget quasi accepturus, et affluit tamquam satiaturus. Si scires, inquit, donum Dei. Donum Dei est Spiritus sanctus. Sed adhuc mulieri tecte loquitur, et paulatim intrat in cor. Fortassis iam docet. Quid enim ista hortatione suavius et benignius? Si scires donum Dei, et scires quis est qui dicit tibi: Da mihi bibere, tu forsitan peteres, et daret tibi aquam vivam: huc usque suspendit.
[Viva aqua dicitur vulgo illa quae de fonte exit. Illa enim quae colligitur de pluvia in lacunas aut cisternas, aqua viva non dicitur. Et si de fonte manaverit, et in loco aliquo collecta steterit, nec ad se illud unde manabat admiserit, sed interrupto meatu, tamquam a fontis tramite separata fuerit; non dicitur aqua viva: sed illa aqua viva dicitur, quae manans excipitur. Talis aqua erat in illo fonte. Quid ergo promittebat quod petebat?]

16. [Verumtamen non praetereamus, quoniam Dominus spiritale aliquid promittebat. Quid est: Qui biberit de aqua hac, sitiet iterum? Et verum est secundum hanc aquam; et verum est secundum quod significabat illa aqua. Etenim aqua in puteo, voluptas saeculi est in profunditate tenebrosa: hinc eam hauriunt homines hydria cupiditatum. Cupiditatem quippe proni submittunt, ut ad voluptatem haustam de profundo perveniant; et fruuntur voluptate, praecedente et praemissa cupiditate. Nam qui non praemiserit cupiditatem, pervenire non potest ad voluptatem. Pone ergo hydriam, cupiditatem; et aquam de profundo, voluptatem: cum pervenerit quisque ad voluptatem saeculi huius, cibus est, potus est, lavacrum est, spectaculum est, concubitus est; numquid non iterum sitiet? Ergo de hac aqua qui biberit, iterum, inquit, sitiet: si autem acceperit a me aquam, non sitiet in aeternum. Satiabimur, inquit, in bonis domus tuae (Ps 64,5).]
De qua ergo aqua daturus est, nisi de illa de qua dictum est: Apud te est fons vitae? Nam quomodo sitient qui inebriabuntur ab ubertate domus tuae (Ps 35,10)?
17. Promittebat ergo saginam quamdam et satietatem Spiritus sancti: et illa nondum intellegebat; et non intellegens, quid respondebat? Dicit ad eum mulier: Domine, da mihi hanc aquam, ut non sitiam, neque veniam huc haurire (Io 4,15). Ad laborem indigentia cogebat, et laborem infirmitas recusabat. Utinam audiret: Venite ad me, omnes qui laboratis et onerati estis, et ego vos reficiam (Mt 11,28). Hoc enim ei dicebat Iesus, ut iam non laboraret, sed illa nondum intellegebat.

Sintesi: La samaritana è la chiesa dai pagani alla quale Gesù, indigente e ricco, chiede e offre da bere, promettendo riposo dal desiderio perennemente inquieto.
Particolarmente degna di nota mi pare l'esegesi del v. 13, omessa invece nella lettura LO (n. 16): l'acqua del pozzo, morta, rappresenta la gratificazione mondana, che si attinge mediante il (secchio del) desiderio.
Benedetto XVI ha citato questo brano di Agostino nell'omelia tenuta durante la visita alla parrocchia romana di S. Maria Liberatrice a Testaccio (febbraio 2008): «Il simbolismo dell’acqua ritorna con grande eloquenza nella celebre pagina evangelica che narra l’incontro di Gesù con la Samaritana a Sicar, presso il pozzo di Giacobbe. Cogliamo subito un legame tra il pozzo costruito dal grande patriarca di Israele per assicurare l’acqua alla sua famiglia e la storia della salvezza in cui Dio dona all’umanità l’acqua zampillante per la vita eterna. Se c’è una sete fisica dell’acqua indispensabile per vivere su questa terra, vi è nell’uomo anche una sete spirituale che solo Dio può colmare. Questo traspare chiaramente dal dialogo tra Gesù e la donna venuta ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe. Tutto inizia dalla domanda di Gesù: “Dammi da bere” (cfr. Gv 4,5-7). Sembra a prima vista una semplice richiesta di un po’ d’acqua, in un mezzogiorno assolato. In realtà, con questa domanda rivolta per di più a una donna samaritana - tra ebrei e samaritani non correva buon sangue - Gesù avvia nella sua interlocutrice un cammino interiore che fa emergere in lei il desiderio di qualcosa di più profondo. Sant’Agostino commenta: “Colui che domandava da bere, aveva sete della fede di quella donna” (In Io. Ev. Tract. XV,11). Infatti, a un certo punto, è la donna stessa a chiedere dell’acqua a Gesù (cfr. Gv 4,15), manifestando così che in ogni persona c’è un innato bisogno di Dio e della salvezza che solo Lui può colmare. Una sete d’infinito che può essere saziata solamente dall’acqua che Gesù offre, l’acqua viva dello Spirito. Tra poco ascolteremo nel prefazio queste parole: Gesù “chiese alla donna di Samaria l’acqua da bere, per farle il grande dono della fede, e di questa fede ebbe sete così ardente da accendere in lei la fiamma dell’amore di Dio”.»

domenica 14 febbraio 2016

II domenica di quaresima, ufficio delle letture

Ai tempi di S. Leone, la lettura della trasfigurazione era prevista - a conclusione della veglia - la mattina della seconda domenica di quaresima. Il sermone appartiene ai primi cinque anni di pontificato, con una certa probabilità nella quaresima del 445. Si tratta di un sermone atipico, in quanto segue e commenta passo passo la narrazione evangelica, pur non presentando una vera e propria lemmatizzazione. Siamo di fronte a un diverso genere letterario: non più il sermone ma l'omelia (pur se la distinzione tra i due generi non va enfatizzata). La struttura dell'omelia è scandita dal racconto evangelico:
- la trasfigurazione ci invita ad una duplice intelligenza del grande sacramento, circa la divinità di Cristo (professione di Pietro) e la sua umanità (predizione della passione)
- Gesù si trasfigura per fortificare gli apostoli nella fede e prepararli alla passione
- la legge e i profeti concordano con l'insegnamento di Cristo
- Pietro e le tende: non si può anticipare la piena beatitudine del Regno; i giorni della nostra vita sono i tempi della pazienza
- la voce del Padre rivela l'uguaglianza tra sé e il Figlio e invita ad ascoltarlo
- esortazione conclusiva.

Dai Discorsi di san Leone Magno, papa (Discorso 51,3-4.8)

3. Aperit ergo Dominus coram electis testibus gloriam suam, et communem illam cum caeteris corporis formam tanto splendore clarificat, ut et facies eius solis fulgori similis, et vestitus candori nivium esset aequalis (Mt XVII,2). In qua transfiguratione illud quidem principaliter agebatur, ut de cordibus discipulorum crucis scandalum tolleretur; nec conturbaret eorum fidem voluntariae humilitas passionis, quibus revelata esset absconditae excellentia dignitatis. Sed non minore providentia spes sanctae Ecclesiae fundabatur, ut totum corpus Christi agnosceret quali esset commutatione donandum, et eius sibi honoris consortium membra promitterent, qui in capite praefulsisset. De quo idem Dominus dixerat, cum de adventus sui maiestate loqueretur: Tunc iusti fulgebunt sicut sol in regno Patris sui (Mt XIII,43); protestante hoc ipsum beato Paulo apostolo, et dicente: Existimo enim quod non sunt condignae passiones huius temporis ad futuram gloriam, quae revelabitur in nobis (Rm VIII,18); et iterum: Mortui enim estis, et vita vestra abscondita est cum Christo in Deo. Cum enim Christus apparuerit vita vestra, tunc et vos apparebitis cum ipso in gloria (Col III,3-4).
4. Confirmandis vero apostolis et ad omnem scientiam provehendis, alia quoque in illo miraculo accessit instructio. Moses enim et Elias, lex scilicet et prophetae, apparuerunt cum Domino loquentes: ut verissime in illa quinque virorum praesentia compleretur quod dictum est: In duobus vel tribus testibus stat omne verbum (Dt XIX,15; Mt XVIII,16; Io VIII,17; IICor XIII,1; Heb X,28). Quid hoc stabilius, quid firmius verbo, in cuius praedicatione veteris et novi Testamenti concinit tuba, et cum evangelica doctrina, antiquarum protestationum instrumenta concurrunt? Astipulantur enim sibi invicem utriusque foederis paginae; et quem sub velamine mysteriorum praecedentia signa promiserant, manifestum atque perspicuum praesentis gloriae splendor ostendit: quia, sicut ait beatus ioannes, lex per Mosen data est, gratia autem et veritas per iesum Christum facta est (Io I,17); in quo et propheticarum promissio impleta est figurarum et legalium ratio praeceptorum, dum et veram docet prophetiam per sui praesentiam, et possibilia facit mandata per gratiam.
8. [Haec, dilectissimi, non ad illorum tantum utilitatem dicta sunt, qui ea propriis auribus audierunt, sed in illis tribus apostolis universa Ecclesia didicit quidquid eorum et aspectus vidit et auditus accepit.] Confirmetur ergo secundum praedicationem sacratissimi Evangelii omnium fides, et nemo de Christi cruce, per quam mundus redemptus est, erubescat. Nec ideo quisquam aut pati pro iustitia timeat, aut de promissorum retributione diffidat, quia per laborem ad requiem, et per mortem transitur ad vitam: cum omnem humilitatis nostrae infirmitatem ille susceperit, in quo si in confessione et in dilectione ipsius permaneamus, et quod vicit vincimus, et quod promisit accipimus. Quia sive ad facienda mandata, sive ad toleranda adversa, praemissa Patris vox debet semper auribus nostris insonare dicentis: Hic est Filius meus dilectus, in quo mihi bene complacui; ipsum audite (Mt XVII,5): qui vivit et regnat cum Patre et Spiritu sancto in saecula saeculorum. Amen.

3. Il Signore manifesta la sua gloria alla presenza di testimoni scelti, e fa risplendere quel corpo, che ha in comune con tutti gli altri uomini, di tanto splendore, che la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve (Mt 17,2).
Senza dubbio questa trasfigurazione mirava soprattutto a rimuovere dall'animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l'umiliazione della passione, da lui volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la sublime grandezza della dignità nascosta del Cristo.
Secondo un disegno non meno provvidente, inoltre, egli dava un fondamento solido alla speranza della santa chiesa, perché tutto il corpo di Cristo prendesse coscienza della trasformazione alla quale - per dono - sarebbe andato soggetto, e anche le membra si ripromettessero la partecipazione alla gloria veduta brillare nel loro capo.
Di questa gloria lo stesso Signore, parlando della maestà della sua venuta, aveva detto: «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43). La stessa cosa afferma anche l'apostolo Paolo dicendo: «Io ritengo le sofferenze del momento presente non paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8,18). In un altro passo dice: «Voi siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria» (Col 3,3-4).
4. Per confermare gli apostoli nella fede e portarli a una conoscenza perfetta, si ebbe però in quel miracolo un altro insegnamento. Infatti Mosè ed Elia, la legge e i profeti, apparvero a parlare con il Signore, perché in quelle cinque persone si adempisse puntualmente quanto è detto: «Ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni» (Dt 19,15; Mt 18,16). Che cosa c'è di più stabile e saldo di questa parola, nella cui proclamazione si uniscono in accordo perfetto le voci dell'Antico e del Nuovo Testamento, e i documenti delle antiche testimonianze convergono con la dottrina evangelica? Le pagine dell'uno e dell'altro Testamento si trovano concordi, e colui che gli antichi segni avevano promesso sotto il velo dei misteri, lo splendore della gloria lo rivela manifestamente presente. Perché, come dice san Giovanni: «la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,17). In lui si sono compiute le promesse delle figure profetiche e ha trovato attuazione il senso dei precetti legali: la sua presenza dimostra vere le profezie e rende possibile l'osservanza dei comandamenti per grazia.
8. (...) All'annunzio del Vangelo si rinvigorisca dunque la fede di tutti, e nessuno si vergogni della croce di Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato redento. Nessuno esiti a soffrire per la giustizia, nessuno dubiti di ricevere la ricompensa promessa, perché attraverso la fatica si passa al riposo e attraverso la morte si giunge alla vita. Avendo egli assunto la debolezza della nostra condizione, anche noi, se perseveriamo nella confessione della fede e nel suo amore, vinciamo quel che lui ha vinto e riceviamo ciò che ha promesso.
In conclusione, sia per osservare i comandamenti, sia per sopportare le contrarietà, risuoni sempre alle nostre orecchie la voce del Padre, che dice: «Questi è il mio Figlio diletto, nel quale sono contento: ascoltatelo» (Mt 17,5).

Sintesi: Gesù si trasfigura perché noi possiamo vivere il rinnovamento pasquale, togliendo lo scandalo della croce e dando solido fondamento alla nostra speranza per mezzo dell'armonia dei due testamenti. Come dice il prefazio:
Egli, dopo aver dato ai discepoli l’annunzio della sua morte, 
sul santo monte manifestò la sua gloria 
e, chiamando a testimoni la legge e i profeti, 
indicò agli apostoli 
che solo attraverso la passione 
possiamo giungere al trionfo della risurrezione. 

domenica 7 febbraio 2016

I domenica di quaresima, ufficio delle letture

Per la prima domenica di quaresima, domenica della tentazione, la Liturgia delle Ore propone una lettura dal monumentale Commento ai Salmi (Enarrationes in Psalmos) di Agostino. Egli commenta Sal 61,2-3, che nell'attuale versione CEI suona: "Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera. Sull'orlo dell'abisso io t'invoco, mentre sento che il cuore mi manca..."; versione CEI 1974 (quella tuttora impiegata nella Liturgia delle Ore: "Dai confini della terra io t'invoco, mentre il mio cuore viene meno"; in latino: "Exaudi, Deus, deprecationem meam, intende orationi meae. A finibus terrae ad te clamavi, dum anxiaretur cor meum, in petra exaltasti me" (Vulgata, ps. 60,2). Si noti come il discorso di Agostino funzioni meglio con la precedente versione CEI, in quanto egli intende "i confini della terra" come "ogni luogo", senso che mal si adatta alla nuova versione "sull'orlo dell'abisso".
In sintesi: Il "Cristo intero", capo (Gesù) e membra (i cristiani), partecipa di un'unica vita: tribolato e tentato, condivide lotta e vittoria.
Ecco il testo latino:

2. "Exaudi, Deus, deprecationem meam, intende orationi meae". Quis dicit? Quasi unus. Vide si unus: "A finibus terrae ad te clamavi, dum angeretur cor meum". Iam ergo non unus; sed ideo unus, quia Christus unus, cuius omnes membra sumus. Nam quis unus homo clamat a finibus terrae? Non clamat a finibus terrae, nisi haereditas illa, de qua dictum est ipsi Filio: Postula a me, et dabo tibi gentes haereditatem tuam, et possessionem tuam terminos terrae (Ps 2,8). Haec ergo Christi possessio, haec Christi haereditas, hoc Christi corpus, haec una Christi Ecclesia, haec unitas quae nos sumus, clamat a finibus terrae. Quid autem clamat? Quod supra dixi, Exaudi, Deus, deprecationem meam, intende orationi meae: a finibus terrae ad te clamavi. Id est: hoc ad te clamavi a finibus terrae; id est undique.
3. Sed quare clamavi hoc? Dum angeretur cor meum. Ostendit se esse per omnes gentes toto orbe terrarum [non*] in magna gloria, sed in magna tentatione. Namque vita nostra in hac peregrinatione non potest esse sine tentatione: quia provectus noster per tentationem nostram fit, nec sibi quisque innotescit nisi tentatus, nec potest coronari nisi vicerit, nec potest vincere nisi certaverit, nec potest certare nisi inimicum et tentationes habuerit.
Angitur ergo iste a finibus terrae clamans, sed tamen non relinquitur. Quoniam nos ipsos, quod est corpus suum, voluit praefigurare et in illo corpore suo, in quo iam et mortuus est, et resurrexit, et in coelum ascendit; ut quo caput praecessit, illuc se membra secutura confidant. Ergo nos transfiguravit in se, quando voluit tentari a satana (cf. Mc 1,13). Modo legebatur in Evangelio quia Dominus Iesus Christus in eremo tentabatur a diabolo. Prorsus Christus tentabatur a diabolo. In Christo enim tu tentabaris, quia Christus de te sibi habebat carnem, de se tibi salutem; de te sibi mortem, de se tibi vitam; de te sibi contumelias, de se tibi honores; ergo de te sibi tentationem, de se tibi victoriam. Si in illo nos tentati sumus, in illo nos diabolum superamus. Attendis quia Christus tentatus est, et non attendis quia vicit? Agnosce te in illo tentatum, et te in illo agnosce vincentem. Poterat a se diabolum prohibere: sed si non tentaretur, tibi tentando vincendi magisterium non praeberet.

[*] Dal punto di vista testuale si deve notare che nei manoscritti non figura il "non", che invece viene integrato dagli editori moderni, in quanto richiesto dal senso. Anche la traduzione LO ha: "non in grande gloria...".

Ed ecco la traduzione italiana:

Dal Commento ai salmi di S. Agostino, vescovo (sul salmo 61,2-3)
2. «Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera» (Sal 61,2). Chi parla? Sembrerebbe una persona sola. Ma osserva bene se si tratta davvero di una persona sola. Dice infatti: «Dai confini della terra io t'invoco; mentre il mio cuore è angosciato» (Sal 61,2). Dunque non si tratta di un solo individuo. Ma sembra uno, in quanto uno è Cristo, di cui noi tutti siamo membra. Una persona sola, infatti, come potrebbe gridare dai confini della terra? Dai confini della terra non grida se non quella eredità, di cui fu detto al Figlio stesso: «Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra» (Sal 2,8). Dunque è questo possesso di Cristo, quest'eredità di Cristo, questo corpo di Cristo, quest'unica Chiesa di Cristo, quest'unità che noi tutti formiamo e siamo, che grida dai confini della terra.
E che cosa grida? Quanto ho detto sopra: «Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera; dai confini della terra io t'invoco». Cioè: quanto ho gridato a te, l'ho gridato dai confini della terra, ossia da ogni luogo.
3. Ma perché ho gridato questo? Perché "il mio cuore è in angoscia". Mostra di trovarsi fra tutte le genti e su tutta la terra [non] in grande gloria, ma in grande tentazione. Infatti la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da tentazione e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; né può combattere se non avendo un nemico e tentazioni.
Si trova dunque in angoscia colui che grida dai confini della terra; pur tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo, anche in quel corpo nel quale morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute. Dunque, quando volle essere tentato da Satana, egli ci ha trasfigurati in sé. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto (cf. Mc 1,13). Certo, Cristo fu tentato dal diavolo: infatti in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo aveva da te la sua carne e da sé la tua salvezza, da te la morte e da sé la tua vita, da te gli oltraggi e da sé gli onori; quindi da te la sua tentazione e da sé la tua vittoria. Se siamo tentati in lui, in lui vinceremo il diavolo. Osservi che Cristo fu tentato e non osservi che egli ha vinto? Riconosci che sei stato tu ad essere tentato in lui, e riconosci anche che in lui sei tu a vincere. Avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando saresti stato tentato tu.