domenica 14 febbraio 2016

II domenica di quaresima, ufficio delle letture

Ai tempi di S. Leone, la lettura della trasfigurazione era prevista - a conclusione della veglia - la mattina della seconda domenica di quaresima. Il sermone appartiene ai primi cinque anni di pontificato, con una certa probabilità nella quaresima del 445. Si tratta di un sermone atipico, in quanto segue e commenta passo passo la narrazione evangelica, pur non presentando una vera e propria lemmatizzazione. Siamo di fronte a un diverso genere letterario: non più il sermone ma l'omelia (pur se la distinzione tra i due generi non va enfatizzata). La struttura dell'omelia è scandita dal racconto evangelico:
- la trasfigurazione ci invita ad una duplice intelligenza del grande sacramento, circa la divinità di Cristo (professione di Pietro) e la sua umanità (predizione della passione)
- Gesù si trasfigura per fortificare gli apostoli nella fede e prepararli alla passione
- la legge e i profeti concordano con l'insegnamento di Cristo
- Pietro e le tende: non si può anticipare la piena beatitudine del Regno; i giorni della nostra vita sono i tempi della pazienza
- la voce del Padre rivela l'uguaglianza tra sé e il Figlio e invita ad ascoltarlo
- esortazione conclusiva.

Dai Discorsi di san Leone Magno, papa (Discorso 51,3-4.8)

3. Aperit ergo Dominus coram electis testibus gloriam suam, et communem illam cum caeteris corporis formam tanto splendore clarificat, ut et facies eius solis fulgori similis, et vestitus candori nivium esset aequalis (Mt XVII,2). In qua transfiguratione illud quidem principaliter agebatur, ut de cordibus discipulorum crucis scandalum tolleretur; nec conturbaret eorum fidem voluntariae humilitas passionis, quibus revelata esset absconditae excellentia dignitatis. Sed non minore providentia spes sanctae Ecclesiae fundabatur, ut totum corpus Christi agnosceret quali esset commutatione donandum, et eius sibi honoris consortium membra promitterent, qui in capite praefulsisset. De quo idem Dominus dixerat, cum de adventus sui maiestate loqueretur: Tunc iusti fulgebunt sicut sol in regno Patris sui (Mt XIII,43); protestante hoc ipsum beato Paulo apostolo, et dicente: Existimo enim quod non sunt condignae passiones huius temporis ad futuram gloriam, quae revelabitur in nobis (Rm VIII,18); et iterum: Mortui enim estis, et vita vestra abscondita est cum Christo in Deo. Cum enim Christus apparuerit vita vestra, tunc et vos apparebitis cum ipso in gloria (Col III,3-4).
4. Confirmandis vero apostolis et ad omnem scientiam provehendis, alia quoque in illo miraculo accessit instructio. Moses enim et Elias, lex scilicet et prophetae, apparuerunt cum Domino loquentes: ut verissime in illa quinque virorum praesentia compleretur quod dictum est: In duobus vel tribus testibus stat omne verbum (Dt XIX,15; Mt XVIII,16; Io VIII,17; IICor XIII,1; Heb X,28). Quid hoc stabilius, quid firmius verbo, in cuius praedicatione veteris et novi Testamenti concinit tuba, et cum evangelica doctrina, antiquarum protestationum instrumenta concurrunt? Astipulantur enim sibi invicem utriusque foederis paginae; et quem sub velamine mysteriorum praecedentia signa promiserant, manifestum atque perspicuum praesentis gloriae splendor ostendit: quia, sicut ait beatus ioannes, lex per Mosen data est, gratia autem et veritas per iesum Christum facta est (Io I,17); in quo et propheticarum promissio impleta est figurarum et legalium ratio praeceptorum, dum et veram docet prophetiam per sui praesentiam, et possibilia facit mandata per gratiam.
8. [Haec, dilectissimi, non ad illorum tantum utilitatem dicta sunt, qui ea propriis auribus audierunt, sed in illis tribus apostolis universa Ecclesia didicit quidquid eorum et aspectus vidit et auditus accepit.] Confirmetur ergo secundum praedicationem sacratissimi Evangelii omnium fides, et nemo de Christi cruce, per quam mundus redemptus est, erubescat. Nec ideo quisquam aut pati pro iustitia timeat, aut de promissorum retributione diffidat, quia per laborem ad requiem, et per mortem transitur ad vitam: cum omnem humilitatis nostrae infirmitatem ille susceperit, in quo si in confessione et in dilectione ipsius permaneamus, et quod vicit vincimus, et quod promisit accipimus. Quia sive ad facienda mandata, sive ad toleranda adversa, praemissa Patris vox debet semper auribus nostris insonare dicentis: Hic est Filius meus dilectus, in quo mihi bene complacui; ipsum audite (Mt XVII,5): qui vivit et regnat cum Patre et Spiritu sancto in saecula saeculorum. Amen.

3. Il Signore manifesta la sua gloria alla presenza di testimoni scelti, e fa risplendere quel corpo, che ha in comune con tutti gli altri uomini, di tanto splendore, che la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve (Mt 17,2).
Senza dubbio questa trasfigurazione mirava soprattutto a rimuovere dall'animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l'umiliazione della passione, da lui volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la sublime grandezza della dignità nascosta del Cristo.
Secondo un disegno non meno provvidente, inoltre, egli dava un fondamento solido alla speranza della santa chiesa, perché tutto il corpo di Cristo prendesse coscienza della trasformazione alla quale - per dono - sarebbe andato soggetto, e anche le membra si ripromettessero la partecipazione alla gloria veduta brillare nel loro capo.
Di questa gloria lo stesso Signore, parlando della maestà della sua venuta, aveva detto: «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43). La stessa cosa afferma anche l'apostolo Paolo dicendo: «Io ritengo le sofferenze del momento presente non paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rm 8,18). In un altro passo dice: «Voi siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria» (Col 3,3-4).
4. Per confermare gli apostoli nella fede e portarli a una conoscenza perfetta, si ebbe però in quel miracolo un altro insegnamento. Infatti Mosè ed Elia, la legge e i profeti, apparvero a parlare con il Signore, perché in quelle cinque persone si adempisse puntualmente quanto è detto: «Ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni» (Dt 19,15; Mt 18,16). Che cosa c'è di più stabile e saldo di questa parola, nella cui proclamazione si uniscono in accordo perfetto le voci dell'Antico e del Nuovo Testamento, e i documenti delle antiche testimonianze convergono con la dottrina evangelica? Le pagine dell'uno e dell'altro Testamento si trovano concordi, e colui che gli antichi segni avevano promesso sotto il velo dei misteri, lo splendore della gloria lo rivela manifestamente presente. Perché, come dice san Giovanni: «la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,17). In lui si sono compiute le promesse delle figure profetiche e ha trovato attuazione il senso dei precetti legali: la sua presenza dimostra vere le profezie e rende possibile l'osservanza dei comandamenti per grazia.
8. (...) All'annunzio del Vangelo si rinvigorisca dunque la fede di tutti, e nessuno si vergogni della croce di Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato redento. Nessuno esiti a soffrire per la giustizia, nessuno dubiti di ricevere la ricompensa promessa, perché attraverso la fatica si passa al riposo e attraverso la morte si giunge alla vita. Avendo egli assunto la debolezza della nostra condizione, anche noi, se perseveriamo nella confessione della fede e nel suo amore, vinciamo quel che lui ha vinto e riceviamo ciò che ha promesso.
In conclusione, sia per osservare i comandamenti, sia per sopportare le contrarietà, risuoni sempre alle nostre orecchie la voce del Padre, che dice: «Questi è il mio Figlio diletto, nel quale sono contento: ascoltatelo» (Mt 17,5).

Sintesi: Gesù si trasfigura perché noi possiamo vivere il rinnovamento pasquale, togliendo lo scandalo della croce e dando solido fondamento alla nostra speranza per mezzo dell'armonia dei due testamenti. Come dice il prefazio:
Egli, dopo aver dato ai discepoli l’annunzio della sua morte, 
sul santo monte manifestò la sua gloria 
e, chiamando a testimoni la legge e i profeti, 
indicò agli apostoli 
che solo attraverso la passione 
possiamo giungere al trionfo della risurrezione. 

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