sabato 23 maggio 2009

30 maggio 2009 - Pentecoste, messa vigiliare

Gioele 3,1-5.
Il brano di Gioele apre la seconda parte del libro, centrata sull'annunzio del grande "giorno del Signore" (cc. 3-4), caratterizzato in primo luogo da una effusione dello Spirito di Dio su tutto Israele, la cui estensione è illustrata mediante il ricorso a tre coppie di termini. Lo Spirito sarà effuso senza distinzione di sesso (figli e figlie), età (anziani e giovani) e condizione sociale (schiavi e schiave). Tutti saranno profeti, in grado di decifrare correttamente l'azione di Dio nella storia. Ciò è indispensabile, proprio perché il giorno del Signore imminente distruggerà il vecchio ordine per stabilirne uno nuovo. L'evento carismatico è accompagnato da segni cosmici, espressione di uno sconvolgimento che riguarda la totalità della vita dell'uomo (cielo e terra). I grandi corpi celesti, che rappresentano per eccellenza la stabilità del quadro entro il quale la vita umana si svolge, saranno sconvolti. Il mondo propriamente umano, la terra, vedrà i segni classici di una guerra: sangue, fuoco e fumo. Il giorno del Signore sarà infatti il momento nel quale Dio si farà vicino al mondo umano in modo grandioso e manifesto, con una presenza che diverrà salvezza per gli uni e distruzione per gli altri. La salvezza è per il resto che invocherà il Dio di Israele, cioè gli israeliti chiamati alla salvezza. 
Il testo è citato da Pietro nel discorso di Pentecoste (At 2,16-21), quando la profezia di Gioele si adempie. Alcuni piccoli aggiustamenti operati da Luca suggeriscono il modo in cui egli applica il testo profetico all'esperienza dei discepoli. 
Sottolinea che si tratta dei giorni "ultimi" (v. 17), mentre Gioele dice genericamente "dopo questo" (v. 1). Aggiungendo la specificazione "miei/mie" a "servi/serve" (v. 18), introduce una distinzione tra gli israeliti e i discepoli (i "miei servi"), per sottolineare l'universalità dell'effusione; ripete nuovamente che questi servi "profeteranno" (Gioele lo dice una sola volta), intendendo mettere in risalto quanto accade ai discepoli il mattino di Pentecoste. Smorza il tono apocalittico, sottolineando il fatto che il giorno del Signore avviene con segni sulla terra (v. 19; cf. At 2,22.43; 4,16 etc.) e sopprimendo la menzione del giorno "terribile" (v. 20). Conclude la citazione sull'efficacia dell'invocazione del nome del Signore (tema caro a Luca, cf. At 2,38; 3,6.16 etc.), eliminando l'accenno ai "superstiti" e a Sion: l'universalismo è ancora accentuato. 
La discesa dello Spirito di Dio è passaggio dal vecchio al nuovo mondo. Nella ferialità della vita ecclesiale si vive già il "giorno del Signore", il tempo della realtà definitiva, anticipato nel dono dello Spirito. Grazie ad esso, la comunità di coloro che invocano il nome di Gesù come Signore diviene, "senza distinzione fra Giudeo e Greco" (Rm 10,12-13, dove Paolo cita il testo di Gioele 3,5) popolo di profeti. Attraverso la chiesa Cristo continua la sua missione profetica. Definitivamente abolita ogni discriminazione, ogni battezzato riceve la capacità di intuire in modo vivo e profondo la verità che salva e di testimoniarla, con le azioni ma anche con le parole, come Dio chiama ciascuno (cf. Lumen Gentium 35). 

giovedì 21 maggio 2009

Frankenstein, Prometeo moderno

Frankenstein, o il Prometeo moderno: il romanzo scritto dall'inglese Mary Shelley nel 1818 continua a mostrarsi fecondo. Ne ha tratto ispirazione Stefano Massini, che ha scritto e diretto l'omonimo allestimento andato in scena al teatro Fabbricone in prima assoluta dal 5 al 17 maggio 2009. Il compito di un adattamento teatrale si presentava assai complicato ed è stato ben svolto, prima di tutto grazie all'abbondante uso di proiezioni che hanno creato atmosfere suggestive e conferito centralità alla creatura del dottor Victor von Frankenstein, e al suo volto. La lettura di Massini si propone di privilegiare proprio tale punto di vista, consentendo una originale presa di visione della problematica vicenda dello scienziato illuminista proteso verso l'impossibile meta della vittoria sulla morte. "Riprovàte!", ripete ossessivamente il giovane Victor ai medici che gli annunziano l'inutilità di ulteriori sforzi nella cura della madre oramai morente: un grido che rappresenta il motore psicologico dell'intero dramma. Nessuna rassegnazione di fronte alla morte. Oramai non è più consentito dire: "abbiamo fatto il possibile". La famosa visione del profeta Ezechiele, che vede ossa aride tornare a sostenere corpi viventi, non sarà più l'emblema dell'esclusiva capacità divina di salvare un uomo oramai consegnato irrimediabilmente alla dissoluzione, e diviene manifesto della prometeica volontà di lottare vittoriosamente con la morte. Davvero essa è madre della creatura animata dalle scariche elettriche dello scienziato. La fuga dalla morte, il tentativo di porsi in qualche modo al di sopra di essa, è motore di tanta parte dell'attività umana, se non di tutta. Il parto messo in scena all'inizio, nel quale Victor viene alla luce, è parto di una vita che nasce per la morte, esso stesso risposta alla morte da parte del padre, desideroso di un "erede": continuare la propria vita nel figlio è la prima, naturale risposta alla consapevolezza di essere in vita solo per il momento. La morte è madre della vita di tutti. E se la vita è vista come un libro che si sfoglia più o meno lentamente, l'uomo sta sempre di fronte alla domanda: "e la pagina dopo?". In questo sfogliare, mosso dalla febbre dell'oltre e dal miraggio di una conoscenza che finalmente metta al sicuro, ci si fa però sempre più consapevoli che esistere non è ancora vivere. Possiamo prolungare la vita; ma possiamo darci la vita? Perciò la creatura rimprovera il suo creatore, in una trasparente metafora che chiama in causa Dio stesso e lo trascina davanti al tribunale dell'umana infelicità: "solo se fossi stato stupido avrei potuto dirti "grazie!". Evidente l'attualità di simili problematiche, quotidianamente evocate nelle cronache medico-scientifiche dalle magnifiche sorti e progressive. Su questo attira la nostra attenzione la vicenda andata in scena. Semmai, si può dire dello spettacolo che è un po' come la creatura, risultato delle membra sparse di uomini e storie diverse: prospettive diverse, spunti molteplici, suggesioni abbondanti, non trovano composizione in un quadro e una proposta unitaria di lettura. All'uscita lo spettatore si sente un po', come la creatura, smembrato e ricomposto in una sintesi tutt'altro che armoniosa.

mercoledì 20 maggio 2009

Terra e cielo

Un pensiero di S. Agostino, dall'ufficio delle letture della festa dell'Ascensione (Sermo 263/A, De Ascensione Domini, 1):

Cur non etiam nos ita laboramus in terris, ut per fidem, spem, caritatem, qua illi conectimur, iam cum illo requiescamus in caelis? Ille, cum ibi est, etiam nobiscum est; et nos, cum hic sumus, etiam cum illo sumus. Illud ipse et divinitate et potestate et dilectione; hoc autem nos, etsi divinitate non possumus sicut ipse, dilectione tamen possumus, sed in ipsum.

Perché anche noi, qui in terra, non ci adoperiamo a far sì che, per mezzo della fede, della speranza e della carità che ci uniscono a lui, già riposiamo con lui nei cieli? Cristo, pur essendo nei cieli, è anche con noi; e noi, pur stando qui in terra, siamo anche con lui. Egli lo può fare per la divinità, la potenza e l'amore; noi, anche se non possiamo farlo per la divinità come lui, tuttavia lo possiamo con l'amore, però in lui.

Esiste un legame tra noi sulla terra e Cristo in cielo, per il quale egli è sulla terra e noi in cielo. Dalla parte sua il legame è dato da: divinità, potere e amore; dalla nostra da: fede, speranza e amore.

sabato 16 maggio 2009

Servi o cavalieri

Wer dient, sagt: "Ich bin nicht für mein Behagen da, sondern für einen Menschen oder für eine Sache oder für eine Aufgabe". Und nun scheiden sich die Wege: Knechtsdienst oder Ritterdienst. Der Knecht dient, weil er Lohn will oder weil er gezwungen wird. Der Ritterliche dient, weil es einer großen Sache gilt, unabhängig von Vorteil und Zweck. Daß die Sache siege, das ist sein Wille. Er dient nicht gezwungen, sondern aus freier Hingabe.

Chi serve dice: "Non sono qui per il mio piacere, ma per una persona, per una cosa, per un compito". E ora le strade si dividono: servizio da servo o da cavaliere. Il servo serve per essere ricompensato o perché costretto. Il cavaliere perché c'è in gioco una grande causa, indipendentemente da vantaggio e interesse. Che la causa vinca, questo è il suo volere. Non serve costretto, ma per libera dedizione.

(Romano Guardini, Briefe über Selbstbildung - Lettere sull'autoformazione)

venerdì 8 maggio 2009

17 maggio 2009 - VI domenica di pasqua

Atti 10,25-27.34-35.44-48.
La lettura racconta un crocevia importante nel cammino del Vangelo: il momento in cui i pagani entrano nella Chiesa. L'incontro tra Pietro e Cornelio è preceduto da una laboriosa preparazione, della quale Dio si incarica sia presso Cornelio (10,1-8) che presso Pietro (10,9-23), rappresentanti dei due poli dai quali dovrà scoccare la nuova scintilla: i discepoli, portatori del Vangelo, e i pagani, di fronte ad esso ben disposti. Qui c'è già un messaggio: l'abbattimento della barriera che Dio ha costruito, la separazione d'Israele rispetto agli altri popoli, non può venire da altri che da Dio stesso. Non si tratta della personale iniziativa di nessuno, Pietro, Paolo o altri. Non è infatti un'abolizione ma un superamento; non implica la semplice distruzione dell'ordinamento precedente ma il suo compimento. Dio ha operato una scelta, una elezione: ha scelto Israele. Il fatto che "la salvezza venga dai giudei" (Gv 4,22) rimane perenne. Come mai Dio non si è rivolto direttamente a tutti i popoli? A prima vista sembrerebbe più logico: se destinatario della salvezza è ogni uomo, perché scegliere un popolo? 
L'universalismo cristiano può sembrarci oggi scontato. Pare banale dire che di fronte a Dio siamo tutti uguali, che lui "non fa preferenza di persone" (v. 34) e accoglie indistintamente tutti. A questa impressione si risponde anche facendo notare che proprio questo è un contributo cristiano passato, attraverso tante mediazioni, nel sentire comune. Inoltre, la nostra apertura alla famiglia umana è di solito più teorica che reale: quando si tratta di passare dal piano delle affermazioni astratte a quello della realtà concreta, l'apertura universale si scontra con una serie di chiusure e resistenze che rendono assai meno ovvio l'atteggiamento di Pietro e dei suoi. 
Ma la risposta più essenziale è un'altra. Una simile impressione di ovvietà nasce dall'ignoranza dell'"economia" divina, ovvero del modo di procedere di Dio in vista della salvezza: essa prevede sempre la diversità e la complementarietà dei ruoli. Paradigmatica in questo è la differenza sessuale. 
In un certo senso Dio non crea tutti uguali, tutti indistintamente interscambiabili. Questo non significa affatto che tutti non abbiano uguale dignità, che non siano ugualmente oggetto dell'amore di Dio. Ma imparzialità di Dio non è insignificanza dei cammini umani. Si ha spesso in mente una uguaglianza che livella. Dio vuole invece che nessuno possa salvarsi da solo, possa dirsi autosufficiente. Per questo esiste la differenza. A proposito del nostro problema possiamo dire: Israele ha bisogno, e lo avrà sempre, dei pagani; e i pagani hanno bisogno, e sempre lo avranno, d'Israele. Io mi salvo non da solo, ma attraverso l'altro. Imparzialità significa che tutti siamo uomini - "sono uomo come te", dice non a caso Pietro a Cornelio (v. 26), - e che Dio per tutti vuole la salvezza (cf. 1Tim 2,4); non significa per niente indistinzione e confusione. Sotto l'insistenza sull'uguaglianza tra gli uomini si cela spesso il completo disconoscimento delle differenze, causa ed effetto della massificazione e dell'individualismo (le due cose sembrano contrarie ma sono in realtà contigue: nella massa si è soli). La Chiesa stessa non è gruppo indistinto, dove tutti sono e fanno tutto, ma corpo ordinato e differenziato, dove tutti hanno pari dignità, ciascuno mantenendo la propria identità e differenza di fronte a Dio e agli altri. Questa è la vera uguaglianza. 
La pagina è dunque tutt'altro che scontata. Pietro, con la prima comunità giudeocristiana, ci mostra la sfida che la Chiesa continuamente è chiamata a raccogliere, tenendo dietro, a volte faticosamente, allo Spirito che nella storia irrompe a ricordarci l'amore di Dio per tutti e per ciascuno: trovare la salvezza nella comunione.

lunedì 4 maggio 2009

Il mondo futuro

Πρὸς οὖν τὸν ἐξ ἀναστάσεως βίον καταρτίζων ἡμᾶς ὁ Κύριος, τὴν εὐαγγελικὴν πᾶσαν ἐκτίθεται πολιτείαν, τὸ ἀόργητον, τὸ ἀνεξίκακον, τὸ φιληδονίας ἀῥῥύπωτον, τὸ ἀφιλάργυρον τοῦ τρόπου νομοθετῶν· ὥστε ἅπερ ὁ αἰὼν ἐκεῖνος κατὰ τὴν φύσιν κέκτηται, ταῦτα προλαβόντας ἡμᾶς ἐκ προαιρέσεως κατορθοῦν. Εἰ τοίνυν τις ὁριζόμενος εἴποι τὸ Εύαγγέλιον εἶναι τοῦ ἐξ ἀναστάσεως βίου προδιατύπωσιν, οὐκ ἄν μοι δοκῇ τοῦ προσήκοντος ἁμαρτεῖν.

Rendendoci atti a quella vita che nasce dalla risurrezione, il Signore ci propone tutto uno stile di vita evangelico, prescrivendo che non ci adiriamo, che siamo pazienti nelle avversità e puri dall'attaccamento ai piaceri e al denaro. In tal modo ciò che quel mondo possiede per natura, lo realizziamo in anticipo già qui con la nostra scelta. Se si volesse dare una sintesi, non mi sembrerebbe sbagliato dire: il Vangelo è prefigurazione della vita che scaturisce dalla risurrezione. (S. Basilio, Lo Spirito Santo 15,35)

Singolare che l'ultima frase ("Se si volesse...") sia stata eliminata nella lettura del breviario (IV settimana di pasqua, lunedi, ufficio delle letture): rappresenta infatti la sintesi - peraltro efficace - di quanto è stato detto. Προδιατύπωσις è predisposizione e prefigurazione. Chi vive il Vangelo si predispone al mondo futuro, e lo rappresenta già ora in modo articolato. 

venerdì 1 maggio 2009

10 maggio 2009 - V domenica di pasqua

Atti 9,26-31.
La lettura racconta i primi passi del cammino di Paolo dopo il battesimo, e l'ambiente nel quale egli li muove, la chiesa. La comunità cristiana è infatti sin dal primo momento del suo ingresso a Damasco la culla nella quale cresce il nuovo nato alla fede. 
La prima chiesa viene presentata come una comunità che vive un forte senso della presenza di Dio: timore di Dio e consolazione dello Spirito (v. 31, CEI: "conforto") dicono la percezione viva della presenza e dell'azione di Dio nella vita e nella crescita ecclesiale (cf. 2,43). Ma questo non si traduce affatto in un fanatismo esaltato: si tratta di una comunità che non cerca lo scontro, che non va in cerca del martirio, che persegue la pace. Tanto poco fatta di esaltati che inizialmente non ci si fida, si teme un inganno, tanto terribile era l'immagine di Saulo presso i discepoli. Paolo sperimenta in questa fase una doppia difficoltà: con i vecchi fratelli, che già subito a Damasco avevano tentato di ucciderlo e ora a Gerusalemme fanno altrettanto; e con i nuovi, che ancora non si fidano di lui. L'inserimento nella nuova realtà non è per niente facile. Ma lo Spirito del Risorto ancora una volta agisce, dando forza e coraggio a Barnaba, detto non per caso "figlio della consolazione" (4,36, CEI: "dell'esortazione"). Egli sa vedere in profondità, superare la paura e dare fiducia. La situazione si sblocca: Paolo si muove liberamente a Gerusalemme, ricominciando subito a fare quello che aveva fatto a Damasco, cioè parlare con "parresia" (vv. 27 e 28, CEI: "predicare con coraggio", "apertamente") nel nome di Gesù. Si manifesta subito la sua vocazione di grande evangelizzatore, la spinta irresistibile all'annunzio. Tuttavia anche questa vocazione, come molte altre, deve conoscere la fase della prova: per alcuni anni - non sappiamo di preciso quanti - egli dovrà stare nel silenzio, a Tarso. Di questi anni non sappiamo niente, ma certamente in questo nascondimento Paolo ripensa la sua esperienza e approfondisce la conoscenza del mistero di Cristo. Qui verrà a prenderlo, sbloccando ancora una volta la situazione, il figlio della consolazione, Barnaba (cf. 11,25), per condurlo ad Antiochia. La grande avventura missionaria dell'apostolo delle genti oramai può cominciare.
Una comunità, un discepolo. Il brano ci presenta in fondo l'interazione tra questi due aspetti: il cammino personale, non senza problemi, di Paolo, nel contesto di un cammino comunitario. Nemmeno il grande apostolo nasce e cresce senza la chiesa, senza Anania, Barnaba, e gli altri. A sua volta la comunità troverà in questo zelante fariseo "catturato da Cristo" (Fil 3,12) una delle sue colonne più poderose. 
Per ciascun battezzato luogo naturale per la crescita e la fruttificazione della fede battesimale è la comunità dei credenti, con le sue dinamiche umane e le sue difficoltà. Essa resta il luogo "del timore e della consolazione", nel quale Dio si mostra vivo e presente, e grazie al quale i semi della vocazione possono - con il libero e meditato sì personale - fruttificare in modo sovrabbondante.