lunedì 23 aprile 2012

29 aprile 2012 - IV domenica di pasqua


1Giovanni 3,2
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Ἀγαπητοί, νῦν τέκνα θεοῦ ἐσμεν, καὶ οὔπω ἐφανερώθη τί ἐσόμεθα. οἴδαμεν ὅτι ἐὰν φανερωθῇ ὅμοιοι αὐτῷ ἐσόμεθα, ὅτι ὀψόμεθα αὐτὸν καθώς ἐστιν.
Carissimi, nunc filii Dei sumus, et nondum apparuit quid erimus. Scimus quoniam cum apparuerit, similes ei erimus, quoniam videbimus eum sicuti est.

A. Quanto promettono le beatitudini, lo si consegue nella vita presente o nella futura? Tutte e due le cose. E così, per quanto riguarda il testo della 1Gv, chi già ora si fa somigliante a Dio pacificando i propri movimenti, è già figlio di Dio. Ma lo sarà perfettamente solo in patria.
Summa Theologiae Iª-IIae q. 69 a. 2:
Videtur quod praemia quae attribuuntur beatitudinibus, non pertineant ad hanc vitam.
SEMBRA che i premi assegnati alle beatitudini non appartengano a questa vita. 
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3. Praeterea, regnum caelorum, quod ponitur praemium paupertatis, est beatitudo caelestis; ut Augustinus dicit, XIX de Civ. Dei. Plena etiam saturitas non nisi in futura vita habetur; secundum illud Psalmi XVI, satiabor cum apparuerit gloria tua. Visio etiam Dei, et manifestatio filiationis divinae, ad vitam futuram pertinent; secundum illud I Ioan. III, nunc filii Dei sumus, et nondum apparuit quid erimus. Scimus quoniam cum apparuerit, similes ei erimus, quoniam videbimus eum sicuti est. Ergo praemia illa pertinent ad vitam futuram.
Il regno dei cieli, assegnato come premio della povertà, è la beatitudine celeste, come afferma S. Agostino. Anche la sazietà completa non si avrà che nella vita futura, secondo l'espressione del Salmo: "Mi sazierò all'apparire della tua gloria". Così pure la visione di Dio e la manifestazione della nostra figliolanza divina appartengono alla vita futura, come dice S. Giovanni: "Noi siamo ora figlioli di Dio; ma non è ancora manifesto quello che noi saremo. Sappiamo che quando si manifesterà, saremo simili a lui: perché lo vedremo come egli è". Dunque i premi suddetti appartengono alla vita futura.
Respondeo dicendum quod circa ista praemia expositores sacrae Scripturae diversimode sunt locuti. Quidam enim omnia ista praemia ad futuram beatitudinem pertinere dicunt, sicut Ambrosius, super Lucam. Augustinus vero dicit ea ad praesentem vitam pertinere. Chrysostomus autem, in suis homiliis, quaedam eorum dicit pertinere ad futuram vitam, quaedam autem ad praesentem. Ad cuius evidentiam, considerandum est quod spes futurae beatitudinis potest esse in nobis propter duo, primo quidem, propter aliquam praeparationem vel dispositionem ad futuram beatitudinem, quod est per modum meriti; alio modo, per quandam inchoationem imperfectam futurae beatitudinis in viris sanctis, etiam in hac vita. Aliter enim habetur spes fructificationis arboris cum virescit frondibus, et aliter cum iam primordia fructuum incipiunt apparere. Sic igitur ea quae in beatitudinibus tanguntur tanquam merita, sunt quaedam praeparationes vel dispositiones ad beatitudinem, vel perfectam vel inchoatam. Ea vero quae ponuntur tanquam praemia, possunt esse vel ipsa beatitudo perfecta, et sic pertinent ad futuram vitam, vel aliqua inchoatio beatitudinis, sicut est in viris perfectis, et sic praemia pertinent ad praesentem vitam. Cum enim aliquis incipit proficere in actibus virtutum et donorum, potest sperari de eo quod perveniet et ad perfectionem viae, et ad perfectionem patriae.
RISPONDO: A proposito di questi premi i commentatori della Sacra Scrittura si sono espressi in vari sensi. Infatti alcuni, come S. Ambrogio, affermano che tutti questi premi appartengono alla futura beatitudine. S. Agostino invece sostiene che appartengono alla vita presente. Il Crisostomo poi afferma che alcuni di essi appartengono alla vita futura, e altri alla vita presente.
Per chiarire la cosa, si deve notare che la speranza della futura beatitudine può trovarsi in noi in due maniere: primo, mediante una preparazione o disposizione alla futura beatitudine, sotto forma di merito; secondo, mediante un inizio imperfetto della futura beatitudine, attuato nei santi anche in questa vita. Per portare un esempio la speranza della fruttificazione di un albero quando esso si copre di foglie, è diversa da quella determinata dall'apparire dei frutti incipienti.
Perciò quanto nelle beatitudini è accennato come merito, costituisce una preparazione o disposizione alla beatitudine, perfetta o iniziale. Quanto invece è presentato come premio può essere, o la stessa beatitudine perfetta, e allora appartiene alla vita futura; oppure un inizio di beatitudine, come avviene nei santi, e allora il premio appartiene alla vita presente. Infatti quando uno comincia a progredire negli atti delle virtù e dei doni, di lui si può sperare che raggiungerà la perfezione come viatore, e come cittadino del cielo.
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Ad tertium dicendum quod omnia illa praemia perfecte quidem consummabuntur in vita futura, sed interim etiam in hac vita quodammodo inchoantur. Nam regnum caelorum, ut Augustinus dicit, potest intelligi perfectae sapientiae initium, secundum quod incipit in eis spiritus regnare. Possessio etiam terrae significat affectum bonum animae requiescentis per desiderium in stabilitate haereditatis perpetuae, per terram significatae. Consolantur autem in hac vita, spiritum sanctum, qui Paracletus, idest consolator, dicitur, participando. Saturantur etiam in hac vita illo cibo de quo dominus dicit, meus cibus est ut faciam voluntatem patris mei. In hac etiam vita consequuntur homines misericordiam Dei. In hac etiam vita, purgato oculo per donum intellectus, Deus quodammodo videri potest. Similiter etiam in hac vita qui motus suos pacificant, ad similitudinem Dei accedentes, filii Dei nominantur. Tamen haec perfectius erunt in patria.
Tutti i premi ricordati saranno perfetti nella vita futura: ma intanto anche in questa vita hanno in qualche modo un inizio. Infatti per regno dei cieli, come dice S. Agostino, si può intendere l'inizio della sapienza perfetta, in quanto in essi (nei giusti) incomincia a regnare lo spirito. Il possedere la terra può indicare gli affetti buoni dell'anima che riposa col desiderio nella stabilità e sicurezza dell'eredità eterna, indicata col termine terra. Inoltre (i giusti) sono consolati in questa vita, col partecipare lo Spirito Santo, chiamato appunto Paraclito, ossia Consolatore. Sono poi saziati anche in questa vita con quel cibo di cui disse il Signore: "Mio cibo è fare la volontà del Padre mio". E ancora in questa vita gli uomini ricevono la misericordia di Dio. E possono in qualche modo vedere Dio, con l'occhio purificato dal dono dell'intelletto. Così pure coloro che in questa vita pacificano le loro passioni, avvicinandosi alla somiglianza con Dio, sono denominati figli di Dio. - Tuttavia queste cose saranno assai più perfette in patria.

B. La grazia ci dà una conformità a Cristo che la gloria perfezionerà. Summa Theologiae IIIª q. 45 a. 4:
Videtur quod inconvenienter additum fuerit testimonium paternae vocis dicentis, hic est filius meus dilectus.
SEMBRA che non fosse opportuno che il Padre aggiungesse la testimonianza della sua voce: "Questo è il mio Figlio diletto".
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Respondeo dicendum quod adoptio filiorum Dei est per quandam conformitatem imaginis ad Dei filium naturalem. Quod quidem fit dupliciter, primo quidem, per gratiam viae, quae est conformitas imperfecta; secundo, per gloriam, quae est conformitas perfecta; secundum illud I Ioan. III, nunc filii Dei sumus, et nondum apparuit quid erimus, scimus quoniam, cum apparuerit, similes ei erimus, quoniam videbimus eum sicuti est. Quia igitur gratiam per Baptismum consequimur, in transfiguratione autem praemonstrata est claritas futurae gloriae, ideo tam in Baptismo quam in transfiguratione conveniens fuit manifestare naturalem Christi filiationem testimonio patris, quia solus est perfecte conscius illius perfectae generationis, simul cum filio et spiritu sancto.
RISPONDO: L'adozione a figli di Dio avviene mediante una conformità di somiglianza col Figlio naturale di Dio. Il che avviene in due modi: primo, per mezzo della grazia nella vita presente, che dà una conformità imperfetta; secondo, mediante la gloria, conformità perfetta; conforme alle parole di S. Giovanni: "Ora noi siamo figli di Dio, e ancora non è stato mostrato quello che saremo; ma sappiamo che quando ciò sarà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli è". Perciò, siccome col battesimo riceviamo la grazia e nella trasfigurazione ci fu mostrato in anticipo il fulgore della gloria futura, era opportuno che, sia nel battesimo, sia nella trasfigurazione, ci fosse rivelata mediante la voce del Padre la filiazione naturale di Cristo. E questo perché il Padre soltanto, col Figlio e con lo Spirito Santo, è pienamente consapevole di quella perfetta generazione.

lunedì 16 aprile 2012

22 aprile 2012 - III domenica di pasqua


1Giovanni 2,3-5
Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.
Καὶ ἐν τούτῳ γινώσκομεν ὅτι ἐγνώκαμεν αὐτόν, ἐὰν τὰς ἐντολὰς αὐτοῦ τηρῶμεν. ὁ λέγων ὅτι Ἔγνωκα αὐτόν, καὶ τὰς ἐντολὰς αὐτοῦ μὴ τηρῶν, ψεύστης ἐστίν, καὶ ἐν τούτῳ ἡ ἀλήθεια οὐκ ἔστιν: ὃς δ' ἂν τηρῇ αὐτοῦ τὸν λόγον, ἀληθῶς ἐν τούτῳ ἡ ἀγάπη τοῦ θεοῦ τετελείωται.
Et in hoc scimus quoniam cognovimus eum, si mandata eius observemus. Qui dicit se nosse eum, et mandata eius non custodit, mendax est, et in hoc veritas non est. Qui autem servat verbum eius, vere in hoc caritas Dei perfecta est

Summa Theologiae IIª-IIae q. 104 a. 3:
Videtur quod obedientia sit maxima virtutum.
SEMBRA che l'obbedienza sia la più grande delle virtù. 
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Respondeo dicendum quod sicut peccatum consistit in hoc quod homo, contempto Deo, commutabilibus bonis inhaeret; ita meritum virtuosi actus consistit e contrario in hoc quod homo, contemptis bonis creatis, Deo inhaeret. Finis autem potior est his quae sunt ad finem. Si ergo bona creata propter hoc contemnantur ut Deo inhaereatur, maior est laus virtutis ex hoc quod Deo inhaeret quam ex hoc quod bona terrena contemnit. Et ideo illae virtutes quibus Deo secundum se inhaeretur, scilicet theologicae, sunt potiores virtutibus moralibus, quibus aliquid terrenum contemnitur ut Deo inhaereatur. Inter virtutes autem morales, tanto aliqua potior est quanto maius aliquid contemnit ut Deo inhaereat. Sunt autem tria genera bonorum humanorum quae homo potest contemnere propter Deum, quorum infimum sunt exteriora bona; medium autem sunt bona corporis; supremum autem sunt bona animae, inter quae quodammodo praecipuum est voluntas, inquantum scilicet per voluntatem homo omnibus aliis bonis utitur. Et ideo, per se loquendo, laudabilior est obedientiae virtus, quae propter Deum contemnit propriam voluntatem, quam aliae virtutes morales, quae propter Deum aliqua alia bona contemnunt. Unde Gregorius dicit, in ult. Moral., quod obedientia victimis iure praeponitur, quia per victimas aliena caro, per obedientiam vero voluntas propria mactatur. Unde etiam quaecumque alia virtutum opera ex hoc meritoria sunt apud Deum quod sint ut obediatur voluntati divinae. Nam si quis etiam martyrium sustineret, vel omnia sua pauperibus erogaret, nisi haec ordinaret ad impletionem divinae voluntatis, quod recte ad obedientiam pertinet, meritoria esse non possent, sicut nec si fierent sine caritate, quae sine obedientia esse non potest. Dicitur enim I Ioan. II, quod qui dicit se nosse Deum, et mandata eius non custodit, mendax est, qui autem servat verba eius, vere in hoc caritas Dei perfecta est. Et hoc ideo est quia amicitia facit idem velle et nolle.
RISPONDO: Come il peccato consiste nel fatto che l'uomo aderisce a dei beni corruttibili, disprezzando Dio, così il merito dell'atto virtuoso consiste al contrario nel fatto che egli aderisce a Dio, disprezzando i beni creati. Ora, il fine è sempre superiore ai mezzi fatti per raggiungerlo. Perciò se i beni creati vengono disprezzati per aderire a Dio, la virtù merita più lode nell'atto in cui aderisce a Dio, che in quello in cui disprezza i beni terreni. Ecco quindi che le virtù con le quali direttamente si aderisce a Dio, ossia le virtù teologali, sono superiori a quelle morali, che hanno il compito di disprezzare qualche bene terreno per aderire a Dio.
E tra le virtù morali una è superiore all'altra nella misura in cui, per aderire a Dio, si disprezza un bene più grande. Ora, tre sono i generi di bene che l'uomo può disprezzare per Dio: all'infimo grado ci sono i beni esterni; in quello intermedio i beni del corpo; e in quello più alto i beni dell'anima, tra i quali occupa il primo posto, in qualche modo, la volontà; cioè in quanto con la volontà l'uomo fa uso di tutti gli altri beni. Perciò di suo è più lodevole l'obbedienza la quale sacrifica a Dio la propria volontà, che le altre virtù morali, con cui si sacrificano a Dio altri beni. Ecco perché S. Gregorio afferma che "giustamente l'obbedienza vien preferita alle vittime; poiché con le vittime si uccide la carne altrui, mentre con l'obbedienza si uccide la propria volontà".
Del resto tutte le altre opere di bene in tanto sono meritorie presso Dio, in quanto si ubbidisce ai divini voleri. Infatti anche se uno subisse il martirio, o distribuisse tutti i suoi beni ai poveri, se non ordinasse tutto questo al compimento della volontà di Dio, che direttamente appartiene all'obbedienza, i suoi atti non potrebbero essere meritori: allo stesso modo che se fossero compiuti senza la carità, la quale è inconcepibile senza l'obbedienza. Poiché sta scritto: "Chi dice di conoscere Dio e non osserva i suoi comandamenti è bugiardo; invece chi osserva la sua parola, in lui la carità di Dio è veramente perfetta". Ecco perché si dice che l'amicizia fa "volere o non volere le medesime cose".

martedì 10 aprile 2012

15 aprile 2012 - II domenica di pasqua


1Giovanni 5,4-5
Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?
... ὅτι πᾶν τὸ γεγεννημένον ἐκ τοῦ θεοῦ νικᾷ τὸν κόσμον: καὶ αὕτη ἐστὶν ἡ νίκη ἡ νικήσασα τὸν κόσμον, ἡ πίστις ἡμῶν. τίς [δέ] ἐστιν ὁ νικῶν τὸν κόσμον εἰ μὴ ὁ πιστεύων ὅτι Ἰησοῦς ἐστιν ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ;
Quoniam omne quod natum est ex Deo, vincit mundum; et haec est victoria, quae vincit mundum, fides nostra. Quis est, qui vincit mundum, nisi qui credit quoniam Jesus est Filius Dei?

Nel proemio del commento al Simbolo degli apostoli, S. Tommaso tratta della fede. Essa è il primo bene per il cristiano, in quanto mediante essa:
* l'anima si unisce a Dio
* si inizia già ora la vita eterna
* si imposta correttamente la vita terrena
* si vincono le tentazioni, dal diavolo, dal mondo e dalla carne. A proposito della tentazione dal mondo, si cita il nostro passo della Prima Lettera di Giovanni: la fede vince il mondo, nel senso che permette di vincere le tentazioni provenienti dalla seduzione del piacere e dalla paura del dolore.
S. Tommaso continua discutendo l'obiezione: non è forse stolto credere a quel che non si vede? La risposta è quadruplice...

Expositio in Symbolum Apostolorum, prooemium
Primum quod est necessarium Christiano, est fides, sine qua nullus dicitur fidelis Christianus. Fides autem facit quatuor bona.
* Primum est quod per fidem anima coniungitur Deo: nam per fidem anima Christiana facit quasi quoddam matrimonium cum Deo: Oseae II, 20: sponsabo te mihi in fide. Et inde est quod quando homo baptizatur, primo confitetur fidem, cum dicitur ei, credis in Deum?: Quia Baptismus est primum sacramentum fidei. Et ideo dicit dominus, Marc. ult., 16: qui crediderit et baptizatus fuerit, salvus erit. Baptismus enim sine fide non prodest. Et ideo sciendum est, quod nullus est acceptus Deo sine fide: Hebr. XI, 6: sine fide autem impossibile est placere Deo. Et ideo dicit Augustinus super illud Rom. XIV, 23: omne autem quod non est ex fide, peccatum est: ubi non est aeternae et incommutabilis veritatis agnitio, falsa est virtus etiam in optimis moribus.
* Secundo, quia per fidem inchoatur in nobis vita aeterna: nam vita aeterna nihil aliud est quam cognoscere Deum: unde dicit dominus, Ioan. XVII, 3: haec est vita aeterna, ut cognoscant te solum verum Deum. Haec autem cognitio Dei incipit hic per fidem, sed perficitur in vita futura, in qua cognoscemus eum sicuti est: et ideo dicitur Hebr. XI, 1: fides est substantia sperandarum rerum. Nullus ergo potest pervenire ad beatitudinem, quae est vera cognitio Dei, nisi primo cognoscat per fidem: Ioan. XX, 29: beati qui non viderunt et crediderunt.
* Tertio, quia fides dirigit vitam praesentem: nam ad hoc quod homo bene vivat, oportet quod sciat necessaria ad bene vivendum: et si deberet omnia necessaria ad bene vivendum per studium addiscere: vel non posset pervenire, vel post longum tempus. Fides autem docet omnia necessaria ad bene vivendum. Ipsa enim docet quod est unus Deus, qui est remunerator bonorum et punitor malorum; et quod est alia vita, et huiusmodi: quibus satis allicimur ad bonum, et vitamus malum: Habac. II, 4: iustus meus ex fide vivit. Et hoc patet, quia nullus philosophorum ante adventum Christi cum toto conatu suo potuit tantum scire de Deo et de necessariis ad vitam aeternam, quantum post adventum Christi scit una vetula per fidem: et ideo dicitur Isai. XI, 9: repleta est terra scientia domini.
* Quarto, quia fides est qua vincimus tentationes: Hebr. XI, 33: sancti per fidem vicerunt regna. Et hoc patet, quia omnis tentatio vel est a Diabolo, vel a mundo, vel a carne.
- Diabolus enim tentat ut non obedias Deo nec subiiciaris ei. Et hoc per fidem removetur. Nam per fidem cognoscimus quod ipse est dominus omnium, et ideo sibi est obediendum: I Petr. V, 8: adversarius vester Diabolus circuit quaerens quem devoret: cui resistite fortes in fide.
- Mundus autem tentat vel alliciendo prosperis, vel terrendo adversis. Sed haec vincimus per fidem, quae facit nos credere aliam vitam meliorem ista: et ideo prospera mundi huius despicimus, et non formidamus adversa: I Ioan. V, 4: haec est victoria quae vincit mundum, fides nostra: et etiam quia docet nos credere alia maiora mala, scilicet Inferni.
- Caro vero tentat inducendo nos ad delectationes vitae praesentis momentaneas. Sed fides ostendit nobis quod per has, si eis indebite adhaeremus, aeternas delectationes amittimus: Ephes. VI, 16: in omnibus sumentes scutum fidei.

Sic ergo patet quod multum est utile habere fidem. Sed dicit aliquis: stultum est credere quod non videtur, nec sunt credenda quae non videntur.
Respondeo.
* Dicendum, quod hoc dubium primo tollit imperfectio intellectus nostri: nam si homo posset perfecte per se cognoscere omnia visibilia et invisibilia, stultum esset credere quae non videmus; sed cognitio nostra est adeo debilis quod nullus philosophus potuit unquam perfecte investigare naturam unius muscae: unde legitur, quod unus philosophus fuit triginta annis in solitudine, ut cognosceret naturam apis. Si ergo intellectus noster est ita debilis, nonne stultum est nolle credere de Deo, nisi illa tantum quae homo potest cognoscere per se? Et ideo contra hoc dicitur Iob XXXVI, 26: ecce Deus magnus, vincens scientiam nostram.
* Secundo potest responderi, quia dato quod aliquis magister aliquid diceret in sua scientia, et aliquis rusticus diceret non esse sicut magister doceret, eo quod ipse non intelligeret, multum reputaretur stultus ille rusticus. Constat autem quod intellectus Angeli excedit magis intellectum optimi philosophi, quam intellectus optimi philosophi intellectum rustici. Et ideo stultus est philosophus si nolit credere ea quae Angeli dicunt; et multo magis si nolit credere ea quae Deus dicit. Et contra hoc dicitur Eccli. III, 25: plurima supra sensum hominum ostensa sunt tibi.
* Tertio responderi potest, quia si homo nollet credere nisi ea quae cognosceret, certe non posset vivere in hoc mundo. Quomodo enim aliquis vivere posset nisi crederet alicui? Quomodo etiam crederet quod talis esset pater suus? Et ideo est necesse quod homo credat alicui de iis quae perfecte non potest scire per se. Sed nulli est credendum sicut Deo: et ideo illi qui non credunt dictis fidei, non sunt sapientes, sed stulti et superbi, sicut dicit apostolus I ad Tim. VI, 4: superbus est, nihil sciens. Propterea dicebat II Tim. I, 12: scio cui credidi et certus sum. Eccli. II, 8: qui timetis Deum, credite illi.
* Quare potest etiam responderi, quia Deus probat quod ea quae docet fides, sunt vera. Si enim rex mitteret litteras cum sigillo suo sigillatas, nullus auderet dicere quod illae litterae non processissent de regis voluntate. Constat autem quod omnia quae sancti crediderunt et tradiderunt nobis de fide Christi, signata sunt sigillo Dei: quod sigillum ostendunt illa opera quae nulla pura creatura facere potest: et haec sunt miracula, quibus Christus confirmavit dicta apostolorum et sanctorum. Si dicas, quod miracula nullus vidit fieri: respondeo ad hoc. Constat enim quod totus mundus colebat idola, et fidem Christi persequebatur, sicut Paganorum etiam historiae tradunt; sed modo omnes conversi sunt ad Christum, et sapientes et nobiles et divites et potentes et magni ad praedicationem simplicium et pauperum et paucorum praedicantium Christum. Aut ergo hoc est miraculose factum, aut non. Si miraculose, habes propositum. Si non, dico quod non potuit esse maius miraculum quam quod mundus totus sine miraculis converteretur. Non ergo quaerimus aliud. Sic ergo nullus debet dubitare de fide, sed credere ea quae fidei sunt magis quam ea quae videt: quia visus hominis potest decipi, sed Dei scientia nunquam fallitur.