giovedì 31 dicembre 2015

Battesimo del Signore, ufficio delle letture

Tradizionalmente, in oriente si celebrava in una festa unica, il 6 gennaio, la nascita di Gesù, la manifestazione ai Magi e il suo battesimo (festa della Teofania, Epifania, delle luci). Gregorio di Nazianzo fu a Costantinopoli dall'inizio del 379 alla metà del 381, e qui pronunziò i discorsi 38 (per il Natale), 39 e 40 (per il Battesimo del Signore). Il complesso di questi discorsi mostra che egli aveva celebrato in modo distinto il Natale, probabilmente il 25 dicembre, e l'Epifania. Non è agevole stabilire se si trattasse di una sua innovazione o di un uso locale (già influenzato dall'occidente). Comunque sia, il discorso 39 "per le sante luci" (Εἰς τὰ ἅγια Φῶτα, In Sancta Lumina) fu pronunziato, con il seguente (in due giorni consecutivi), nella festa del Battesimo del Signore, il 6 gennaio del 380 oppure del 381. Il titolo fa riferimento al fatto che, con la sua manifestazione, la luce di Cristo si diffonde nel mondo. Il testo greco dell'intero sermone si può leggere qui.

Dai Discorsi di san Gregorio Nazianzeno, vescovo (Discorso 39, per il battesimo del Signore, 14-16.20)

14. Χριστὸς φωτίζεται, συναναστράψωμεν· Χριστὸς βαπτίζεται, συγκατέλθωμεν, ἵνα καὶ συνανέλθωμεν. (…)
15. Πλὴν Ἰωάννης βαπτίζει, πρόσεισιν Ἰησοῦς· ἁγιάσων τυχὸν μὲν καὶ τὸν βαπτιστήν· τὸ δὲ πρόδηλον, πάντα τὸν παλαιὸν Ἀδὰμ, ἵν' ἐνθάψῃ τῷ ὕδατι· πρὸ δὲ τούτων καὶ διὰ τούτους, τὸν Ἰορδάνην· ὥσπερ ἦν πνεῦμα καὶ σὰρξ, οὕτω Πνεύματι τελειῶν καὶ ὕδατι. Οὐ δέχεται ὁ Βαπτιστής· ὁ Ἰησοῦς ἀγωνίζεται· Ἐγὼ χρείαν ἔχω ὑπὸ σοῦ βαπτισθῆναι, ὁ λύχνος τῷ Ἡλίῳ φησὶν, ἡ φωνὴ τῷ Λόγῳ, ὁ φίλος τῷ Νυμφίῳ, ὁ ἐν γεννητοῖς γυναικῶν ὑπὲρ ἅπαντας, τῷ Πρωτοτόκῳ πάσης κτίσεως, ὁ προσκιρτήσας ἀπὸ γαστρὸς, τῷ ἐν γαστρὶ προσκυνηθέντι, ὁ προδραμὼν καὶ προδραμούμενος, τῷ φανέντι καὶ φανησομένῳ. Ἐγὼ χρείαν ἔχω ὑπὸ σοῦ βαπτισθῆναι· πρόσθες καὶ τὸ, ὑπὲρ σοῦ. Ἤιδει γὰρ τῷ μαρτυρίῳ βαπτισθησόμενος· ἢ, ὡς Πέτρος, μὴ τοὺς πόδας μόνον καθαρθησόμενος. (…)
16. Ἀλλὰ καὶ ἄνεισιν Ἰησοῦς ἐκ τοῦ ὕδατος. Συναναφέρει γὰρ ἑαυτῷ τὸν κόσμον, καὶ ὁρᾷ σχιζομένους τοὺς οὐρανοὺς, οὓς ὁ Ἀδὰμ ἔκλεισεν ἑαυτῷ τε καὶ τοῖς μετ' αὐτὸν, ὥσπερ καὶ τῇ φλογίνῃ ῥομφαίᾳ τὸν παράδεισον. Καὶ τὸ Πνεῦμα μαρτυρεῖ τὴν θεότητα· τῷ γὰρ ὁμοίῳ προστρέχει· καὶ ἡ ἐξ οὐρανῶν φωνή· ἐκεῖθεν γὰρ ὁ μαρτυρούμενος· καὶ ὡς περιστερὰ, τιμᾷ γὰρ τὸ σῶμα, ἐπεὶ καὶ τοῦτο τῇ θεώσει Θεὸς, σωματικῶς ὁρωμένη. Καὶ ἅμα πόῤῥωθεν εἴθισται περιστερὰ κατακλυσμοῦ λύσιν εὐαγγελίζεσθαι. (…)
20. Ἡμεῖς δὲ τιμήσωμεν τὸ Χριστοῦ βάπτισμα σήμερον, καὶ καλῶς ἑορτάσωμεν, μὴ γαστρὶ τρυφῶντες, ἀλλὰ πνευματικῶς εὐφραινόμενοι. (…) Πάντως δὲ καθάρθητε καὶ καθαίρεσθε. Ὡς οὐδενὶ τοσοῦτον χαίρει Θεὸς, ὅσον ἀνθρώπου διορθώσει καὶ σωτηρίᾳ, ὑπὲρ οὗ λόγος ἅπας καὶ ἅπαν μυστήριον· ἵνα γένησθε ὡς φωστῆρες ἐν κόσμῳ, ζωτικὴ τοῖς ἄλλοις ἀνθρώποις δύναμις, ἵνα φῶτα τέλεια τῷ μεγάλῳ φωτὶ παραστάντες, καὶ τὴν ἐκεῖσε μυηθῆτε φωταγωγίαν, ἐλλαμπόμενοι τῇ Τριάδι καθαρώτερον καὶ τρανότερον, ἧς νῦν μετρίως ὑποδέδεχθε τὴν μίαν αὐγὴν ἐκ μιᾶς τῆς θεότητος, ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ τῷ Κυρίῳ ἡμῶν, ᾧ ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.

14. Cristo è illuminato, brilliamo con lui. Cristo riceve il battesimo, scendiamo (nell'acqua) con lui, per risalire con lui. (…)
15. Giovanni dà il battesimo, Gesù gli si accosta, forse anche per santificare colui dal quale viene battezzato, di certo per santificare tutto il vecchio Adamo e seppellirlo nelle acque. Prima di santificare costoro, e per costoro, santifica il Giordano. Come è spirito e carne, santifica nello Spirito e nell'acqua.
Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste. «Sono io che devo ricevere da te il battesimo» (Mt 3,14) dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l'amico dello sposo allo sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna al primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che precorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che si era già manifestato e si sarebbe nuovamente manifestato. «Io devo ricevere il battesimo da te», e aggiungi pure «per te». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, avrebbe avuto lavati non solo i piedi (cf. Gv 13,6-ss). (…)
16. Gesù poi risale dalle acque: porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, come chiuso era il paradiso dalla spada fiammeggiante (cf. Gen 3,24). Lo Spirito testimonia la divinità del Cristo, presentandosi sopra colui che gli è simile. Una voce viene dai cieli; da lì infatti proveniva chi riceveva testimonianza. Lo Spirito appare visibilmente come colomba perché onora il corpo in quanto, in virtù della divinizzazione, anche il corpo è Dio. Inoltre, fin dai tempi antichi la colomba è solita annunziare la fine del diluvio. (…)
20. Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamolo com'è giusto. (…) Purificatevi completamente, e continuate a farlo, perché di nessuna cosa Dio si rallegra tanto, quanto della conversione e della salvezza dell'uomo. Per l'uomo è ogni parola e ogni mistero, perché voi diveniate come lampade nel mondo (cf. Fil 2,15), forza vivificante per gli altri. Come luci perfette poste dinanzi alla grande luce, sarete iniziati alla illuminazione celeste, più puramente e splendidamente illuminati dalla Trinità, dalla quale finora avete ricevuto con misura un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale siano gloria nei secoli dei secoli. Amen.

domenica 27 dicembre 2015

Epifania del Signore, ufficio delle letture

Per la Manifestazione del Signore, la Liturgia Horarum ci propone brani del sermone 33 di S. Leone Magno, che nella edizione della Biblioteca Patristica (Fiesole 1998) porta il n. 14 (la suddivisione dei capitoli in paragrafi è propria della BP). La lettura liturgica consta di tre passi dai primi tre capitoli (1.2; 2.2; 3.2-3) e della conclusione del sermone (5.1-5), nella quale viene scelta, per i paragrafi 4 e 5, la redazione α. Lo studio della tradizione manoscritta consente di stabilire con sufficiente certezza che in diversi casi Leone ha riutilizzato sermoni pronunziati nel primo quinquennio di pontificato (440-445), all'occorrenza modificandoli in base alle mutate circostanze; fatto che consente di parlare di una prima e di una seconda edizione, contrassegnate nel testo rispettivamente dalle lettere greche α e β. La prima edizione di questo sermone risale al 443. Non esistono elementi - se non tenuissimi - per datare la seconda edizione.
Tornando al finale, nelle due edizioni la perorazione ha prospettive diverse: nella prima (quella riportata nella lettura liturgica, sia pure tagliata e alquanto stravolta) il papa esorta ad essere “stella” per gli altri; nella seconda, a saper contemplare rettamente il mistero. Ecco dunque il sermone intero, nella traduzione di d. Mario Naldini per la Biblioteca Ptristica, riedita dalle EDB nel 2015. Il testo latino si può trovare qui.

1.1. Benché io sappia, carissimi, che alla vostra santità non si nasconde il motivo dell’odierna festività, e che del resto ce lo ha spiegato, come di consueto, la parola del vangelo, tuttavia, perché nulla vi manchi del nostro ministero, oserò dire di questo motivo quel che il Signore mi ispirerà: affinché nella gioia comune la pietà di tutti sia tanto più santa quanto più compresa sarà la solennità. 1.2. La provvidenza misericordiosa di Dio, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo ormai al suo tramonto, prestabilì di salvare tutti i popoli in Cristo. In effetti, dato che l’empio errore dell’idolatria aveva da tempo allontanato tutti i popoli dal culto del vero Dio, e d’altra parte lo stesso Israele, popolo di Dio tutto speciale, si era quasi interamente distaccato dalle prescrizioni della legge della provvidenza, avendo racchiuso tutti nel peccato, ebbe misericordia di tutti. 1.3. Venendo infatti a mancare dovunque la giustizia e rovinando tutto il mondo nella vanità e nel male, l’umanità intera avrebbe subito la sentenza di condanna se la potenza divina non avesse differito il suo giudizio. Ma l’ira si tramutò in indulgenza, e perché più splendida divenisse la grandezza della grazia che doveva apparire, per cancellare i peccati dell’uomo piacque a Dio di accordare il sacramento del perdono, proprio nel momento in cui nessuno poteva gloriarsi dei propri meriti.
2.1. La manifestazione di questa ineffabile misericordia, carissimi, avvenne quando la potestà regia sui giudei era nelle mani di Erode, poiché, venendo a mancare la successione legittima e divenuto inesistente il potere dei sacerdoti, la sovranità era toccata a uno straniero; cosicché la nascita del vero re veniva confermata dalla voce del profeta che aveva detto: «Lo scettro non si distaccherà da Giuda, né il capo dalla sua discendenza, finché non venga colui a cui appartiene, ed egli è l’atteso dei popoli» (Gn 49,10). 2.2. Una discendenza innumerevole da questi popoli era stata promessa un giorno al beatissimo patriarca Abramo, non mediante generazione da seme carnale, ma con la fecondità della fede, generazione perciò paragonata alla moltitudine delle stelle, perché il padre di tutte le genti si attendesse una posterità non terrena bensì celeste. 2.3. E per suscitare questa discendenza promessa, gli eredi indicati nelle stelle sono mossi dall’apparizione di un nuovo astro, sicché, come si era fatto ricorso alla testimonianza del cielo, fosse ancora il cielo a prestare l’ossequiente servizio. Una stella più splendente di tutte le altre scuote quei Magi del lontano Oriente, ed essi, da uomini non ignari di spettacoli del genere, dal meraviglioso fulgore dell’astro ne comprendono la grandezza dell’annuncio: perché l’ispirazione divina nei loro cuori faceva sì che non sfuggisse loro il mistero di una visione così straordinaria, e non rimanesse oscuro al loro animo quel che agli occhi appariva insolito. 2.4. Essi allora si accingono a eseguire il loro compito con animo religioso, e si forniscono di doni per far capire così che nell’adorare uno solo la loro fede si rivolgeva a tre realtà, in quanto che con l’oro lo onoravano come re, con la mirra come uomo, con l’incenso come Dio.
3.1. Entrano pertanto nella capitale del regno giudaico, e nella città regale chiedono che sia loro mostrato il bambino che, da quanto avevano appreso, era nato per regnare. Erode si turba, teme per la sua sicurezza, è preso dalla paura per il suo potere, domanda ai sacerdoti e ai dottori della Legge che cosa avesse predetto la Scrittura sulla nascita del Cristo, viene a sapere quel che era stato profetizzato, la verità illumina i Magi, l’incredulità acceca i maestri, Israele carnale non comprende quello che legge, non vede ciò che mostra agli altri, si serve di libri alle cui parole non crede. 3.2. «Dov’è, o giudeo, il tuo vanto?» (Rom 3,27). Dov’è la nobiltà ereditata dal padre Abramo?
[β: Non è forse la tua circoncisione divenuta non circoncisione?] Ecco, «tu che sei primogenito diventi servo del minore» (Gn 25,23b), e con la lettura di quel Testamento, di cui ti servi soltanto nella lettera, fai un servizio a stranieri che subentrano a te nella tua eredità. Entri dunque, entri l’intera moltitudine delle nazioni nella famiglia dei patriarchi, e i gli della promessa ricevano la benedizione riservata alla stirpe di Abramo, alla quale i figli secondo la carne rinunciano. 3.3. Tutti i popoli presenti nei tre Magi adorino l’autore dell’universo, e Dio sia conosciuto non soltanto in Giudea ma in tutto il mondo, sicché dovunque «in Israele sia grande il suo nome» (Ps 75,2): perché come l’infedeltà dimostra la degenerazione di questa dignità del popolo eletto nei suoi discendenti, così è la fede ora che la rende comune a tutti.
4.1. Dopo aver adorato il Signore e reso tutto l’ossequio della loro pietà, i Magi, seguendo l’avvertimento avuto in sogno, ritornano al loro Paese per una via diversa da quella percorsa nel venire. Bisognava in realtà che ormai quei credenti in Cristo camminassero non sulle vie del vecchio genere di vita, ma, intrapreso un nuovo cammino, si astenessero dagli errori già abbandonati, perché in tal modo fossero vanificate le trame di Erode, che sotto la maschera dell’ossequio preparava un empio inganno contro il [α: Signore] [β: bambino] Gesù. 4.2. Perciò, svanita la speranza di tale trama, l’ira del re esplode con maggior furore. Rammentandosi del tempo indicato dai Magi, riversa su tutti i bambini di Betlemme la sua rabbiosa ferocia, [α: e con un generale massacro infierisce sull’infanzia benedetta di quella città,] [β: e con un generale massacro sopprime ferocemente l’infanzia di quell’intera città, candidata così alla gloria eterna,] ritenendo che, con l’uccisione di tutti quanti i bambini, vi restasse ucciso anche Cristo. 4.3. Ma egli, volendo rinviare a un altro momento lo spargimento del suo sangue per la redenzione del mondo, si era recato in Egitto, portatovi dalla premura dei genitori; faceva così ritorno all’antica culla del popolo ebraico, e preparava la sovranità del vero Giuseppe con il potere di una provvidenza maggiore: 4.4. egli cioè, lui pane venuto dal cielo e cibo dell’anima, mirava a saziare quella fame ben più crudele di ogni inedia, che tormentava gli animi degli egiziani per la mancanza della verità, e a preparare il mistero dell’unica vittima senza escludere quella regione, dove per la prima volta con l’immolazione dell’agnello era stato prefigurato il segno salvifico della croce e la Pasqua del Signore.
5.1. Istruiti, perciò, da questi misteri della grazia divina, carissimi, celebriamo con gioia interiore il giorno delle nostre primizie e l’inizio della vocazione dei popoli pagani, rendendo grazie al Dio della misericordia, «il quale ci ha resi degni [α: – come dice il beato Apostolo –] di partecipare alla sorte dei santi nella luce, ci ha strappati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1,12b-13); poiché, come ha profetato Isaia, «il popolo dei gentili che sedeva nelle tenebre vide una grande luce, e su coloro che abitavano in terra di ombra mortale, è sorta una luce» (Is 9,2; Mt 4,16). 5.2. Di costoro lo stesso profeta dice rivolto al Signore: «Popoli che non ti conoscevano ti invocheranno, e nazioni che non ti conoscono accorreranno a te» (Is 55,5). Abramo «vide questo giorno e ne gioì» (Gv 8,56), quando conobbe che i suoi figli nella fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, cioè Cristo, e previde di diventare per la sua fede padre di tutti i popoli: «dando gloria a Dio e pienamente persuaso che egli quel che ha promesso ha anche il potere di farlo» (Rom 4,20b-21). 5.3. David cantava questo giorno nei salmi dicendo: «Tutti i popoli che tu hai fatto verranno e ti adoreranno, Signore, e glori cheranno il tuo nome» (Sal 85,9). E ancora: «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia» (Sal 97,2). E questo, come ben sappiamo, si è avverato da quando la stella, chiamando i tre Magi a varcare i lontani confini della loro terra, li condusse fino a conoscere e a adorare il Re del cielo e della terra.
[α: 5.4. Il fedele servizio di quella stella ci esorta a imitarne l’obbedienza, perché ci mettiamo al servizio, come possiamo, di questa grazia che chiama tutti gli uomini a Cristo. Di fatto, chiunque nella Chiesa vive con pietà e castità, chi pensa alle cose di lassù, non alle cose della terra, è in qualche modo come una luce del cielo, e conservando il nitore di una vita santa, indica a molti come una stella la via che porta al Signore. 5.5. È in questo impegno, carissimi, che dovete essere di giovamento gli uni agli altri, perché possiate risplendere come figli della luce nel regno di Dio, al quale si giunge grazie alla retta fede e alle buone opere, per Cristo Signore nostro.]
[β: 5.4. Ed essa non cessa di manifestarsi ogni giorno a quanti contemplano con rettitudine, e se fu capace di svelare il Cristo celato nella sua infanzia, quanto più sarà in grado di manifestare lui stesso che regna nella maestà insieme al Padre e allo Spirito Santo nei secoli dei secoli! Amen.]

mercoledì 23 dicembre 2015

1 gennaio, Maria SS. Madre di Dio, ufficio delle letture

Dalle Lettere di sant'Atanasio, vescovo (Epistola ad Epitteto 5-9)

5. (…) Σπέρματος γὰρ Ἀβραὰμ ἐπιλαμβάνεται, ὡς εἶπεν ὁ Ἀπόστολος· ὅθεν ὤφειλε κατὰ πάντα τοῖς ἀδελφοῖς ὁμοιωθῆναι, καὶ λαβεῖν ὅμοιον ἡμιν σῶμα. Διὰ τοῦτο γοῦν καὶ ὑπόκειται ἀληθῶς ἡ Μαρία, ἱν'ἐξ αὐτῆς τοῦτο λἀβῃ, καὶ ὡς ἴδιον ὑπὲρ ἡμῶν αὐτὸ προσενέγκῃ. (…)
Διὸ καὶ τοῦ τίκτειν μνημονεύει ἡ Γραφὴ, καί φησιν· Ἐσπαργάνωσε· καὶ ἐμακαρίζοντο μαστοὶ, οὕς ἐθήλασε, καὶ προσενέχθη θυσία, ὡς διανοίξαντος τοῦ τεχθέντος τὴν μήτραν. Καὶ ὁ Γαβριὴλ δὲ ἀσφαλῶς εὐηγγελίζετο αὐτῇ, λἐγων οὐχ ἁπλῶς, τὸ γεννώμενον ἐν σοὶ, ἱνα μὴ ἔξωθεν ἐπεισαγόμενον αὐτῇ, σῶμα νομισθῇ· ἀλλ'ἐκ σοῦ, ἵν'ἐξ αὐτῆς φύσει τὸ γεννώμενον εἶναι πιστευθῇ. (…)
6. (…) Καὶ ἐγένετο οὕτως, ἵνα, τὰ ἡμῶν αὐτὸς δεχόμενος, καὶ προσενεγκὼν εἰς θυσίαν, ἐξαφανίσῃ, καὶ λοιπὸν τοῖς ἐσυτοῦ περιβαλὼν ἡμᾶς, ποιήσῃ τὸν Ἀπόστολον εἰπεῖν· Δεῖ τὸ φθαρτὸν τοῦτο ἐνδύσασθαι ἀφθαρσίαν, καὶ τὸ θνητὸν τοῦτο ἐνδύσασθαι ἀθανασίαν.
7. Οὐ θέσει δὲ ταῦτα ἐγίνετο, μὴ γένοιτο, ὥς τινες πάλιν ὑπέλαβον· ἀλλ'ὄντως ἀληθείᾳ ἀνθρώπον γενομένου τοῦ Σωτῆρος, ὅλου τοῦ ἀνθρώπου σωτηρία ἐγίνετο. Ἀλλὰ μὴν οὐ φαντασία ἡ σωτηρία ἡμῶν, οὐδὲ σώματος μόνου, ἀλλ'ὅλου τοῦ ἀνθρώπου, ψυχῆς καὶ σώματος ἀληθῶς, ἡ σωτηρία γέγονεν ἐν αὐτῷ τῷ Λόγω. Ἀνθρώπινον ἄρα φύσει τὸ ἐκ τῆς Μαρίας κατὰ τὰς θείας Γραφὰς, καὶ ἀληθινὸν ἦν τὸ σῶμα τοῦ Κυρίου· ἀληθινὸν δὲ ἦν, ἐπεὶ ταὐτὸν ἦν τῷ ἡμετέρῳ· ἀδελφὴ γὰρ ἡμῶν ἡ Μαρία, ἐπεὶ καὶ πάντες ἐκ τοῦ Ἀδάμ ἐσμεν. (…)
8. (…) Τὸ γὰρ παρὰ τῷ Ἰωάννῃ λεγόμενον· ὁ Λόγος σὰρξ ἐγένετο, ταύτην ἔχει τὴν διάνοιαν, καθὼς καὶ ἐκ τοῦ ὁμοίου τοῦτο δυνατὸν εὑρεῖν· γέγραπται γὰρ παρὰ τῷ Παύλῳ· Χριστὸς ὑπὲρ ἡμῶν γέγονε κατάρα. (…)
9. (…) μᾶλλον γὰρ αὐτῷ τῷ ἀνθρωπίνῳ σώματι προσθήκη μεγάλη γέγονεν ἐκ τῆς τοῦ Λόγου πρὸς αὐτὸ κοινωνίας τε καὶ ἑνώσεως· ἀπὸ γὰρ θνητοῦ γέγονεν ἀθάνατον· καὶ ψυχικὸν ὄν, γέγονε πνευματικὸν, καὶ ἐκ γῆς γενόμενον, τὰς οὐρανίους διέβη πύλας. Ἡ μέντοι Τριάς, καὶ λαβόντος ἐκ Μαρίας σῶμα τοῦ Λόγου, Τριάς ἐστιν, οὐ δεχομένη προσθήκην, οὐδὲ ἀφαίρεσιν· ἀλλ'ἀεὶ τελεία ἐστὶ, καὶ ἐν Τριάδι μία θεότης γινώσκεται, καὶ οὕτως ἐν τῇ Ἐκκλησίᾳ εἷς θεὸς κηρύσσεται, ὁ τοῦ Λόγου Πατήρ.

Epitteto, vescovo di Corinto, aveva posto ad Atanasio una serie di domande su alcune idee in circolazione. Queste le espressioni problematiche:

1. il corpo da Maria è consustanziale con la Trinità
2. il Logos si è mutato nel corpo
3. l'incarnazione avviene mediante una thesis (positivo atto di adozione)
4. sulla croce è morta la divinità
5. il corpo di Gesù viene dall'essenza divina
6. se il corpo è da Maria, la Trinità diventa quaternità
7. il corpo non è più recente della divinità
8. non è figlio di Maria per il corpo
9. il crocifisso non è il Logos
10. il Logos è sopraggiunto su un santo
11. Logos e Gesù sono cose diverse
12. Logos e Figlio sono cose diverse

Come si vede, alcune sbagliavano nel senso della confusione tra le due nature (nn. 1, 2, 4, 5, 6, 7, 8), altre nel senso opposto, della separazione (nn. 3, 9, 10, 11, 12).
La lettura LO riunisce una serie di pezzetti tratti dai nn. 5-9 della lettera con la quale Atanasio risponde a Epitteto. Siamo intorno all'anno 367. Poiché la lettura è molto tagliuzzata, riporto tra parentesi quadre il senso di parti mancanti del discorso, in modo da cogliere meglio lo svolgimento logico.
Un'ultima annotazione: "adozione", in greco θέσις - che significa posizione, deposizione, deposito, situazione, tesi, ma anche appunto adozione e naturalizzazione -, indica un atto di libera volontà (distinto quindi da un atto naturale o necessario) mediante il quale il Padre avrebbe adottato Gesù come Figlio; cf. nella medesima epistola il n. 2: θέσει καὶ οὐ φύσει (per adozione e non per natura).
Ed ecco la traduzione italiana:

[Se il corpo da Maria è consustanziale con la Trinità, allora Dio si prende cura di se stesso. Se il Logos si è mutato nel corpo, non avrebbe avuto alcun bisogno di espiare per se stesso]

5. (…) Il Verbo di Dio, come dice l'Apostolo, «della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,16-17) e prendere un corpo simile al nostro. Per questo dunque è veramente costituita anche Maria, perché da lei Cristo prendesse questo corpo e lo offrisse come suo proprio per noi.

[Segni della vera maternità di Maria]

Perciò la Scrittura, quando parla della nascita, dice: «Lo avvolse in fasce» (Lc 2,7) e fu detto «beato» il seno da cui prese il latte; e, nato come primogenito, fu offerto in sacrificio.

[Altri segni della vera maternità di Maria]

E Gabriele senza fallo diede il buon annunzio a Maria non dicendole semplicemente «colui che nascerà in te», perché non si pensasse a un corpo estraneo, ma: «da te» (Lc 1,35), perché si credesse che colui che ella generava aveva origine proprio da lei.

[Il Verbo non si è mutato nel corpo, ma ha assunto il corpo; esso non è corpo-Logos ma il corpo del Logos]

6. Il Verbo, accogliendo ciò che era nostro, lo offrì in sacrificio e lo distrusse. Poi rivestì noi di quanto era suo, secondo quanto dice l'Apostolo: «Bisogna che questo corpo corruttibile si vesta d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità» (1Cor 15,53).

7. Ciò non avvenne certo per adozione, come alcuni invece suppongono: divenuto veramente uomo, il Salvatore fu salvezza di tutto l'uomo.

[In tal caso, anche la nostra salvezza e risurrezione sarebbe solo un fatto ideale]

In nessuna maniera la nostra salvezza può dirsi immaginaria, né solo per il corpo: nello stesso Verbo si è veramente realizzata la salvezza di tutto l'uomo, corpo e anima.
Veramente umana era la natura che nacque da Maria, secondo le Scritture, e realmente umano il corpo del Signore, perché del tutto identico al nostro: Maria è infatti nostra sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo.

[Apparizione postpasquale in Lc 24,36-43. Il Logos non si è trasformato nella carne, ma è nato nella carne]

8. Ciò che leggiamo in Giovanni, «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), ha questo significato, come si capisce da altre parole simili. Sta scritto infatti in Paolo: «per noi divenne lui stesso maledizione» (Gal 3,13).

[Propriamente, non è divenuto maledizione, ma ha accolto la nostra maledizione. L'incarnazione, così concepita, non costituisce un'aggiunta alla Trinità, un suo accrescimento]

9. Piuttosto, in questa intima unione del Verbo il corpo umano stesso ricevette un accrescimento grande: da mortale divenne immortale; da psichico spirituale; fatto di terra, è entrato nel regno del cielo. Benché il Verbo abbia preso un corpo mortale da Maria, la Trinità è rimasta in se stessa qual era, senza nessuna aggiunta o sottrazione: assoluta perfezione, Trinità e unica divinità. E così nella Chiesa si proclama un solo Dio Padre del Verbo.

lunedì 14 dicembre 2015

Natale del Signore, ufficio delle letture

Per il Natale presento l'intero sermone di S. Leone, che per una parte (1.1-1.2; 2.4-3.3: l'inizio e la fine) viene assegnato dalla Liturgia delle Ore al 25 dicembre, e per l'altra (1.3-2.5, il corpo centrale) al 16 luglio, memoria della B. V. Maria del Monte Carmelo. La traduzione è di d. Mario Naldini per la Biblioteca Patristica (Fiesole 1998 e Bologna 2015), che numera il sermone come 1, mentre per lo più esso reca il numero 21 (anche la suddivisione dei capitoli in paragrafi è propria della BP).
Il testo latino si può trovare qui. Con stupito rammarico noto che LO taglia la conclusione: "...e perché sarai giudicato secondo verità da colui che ti ha redento nella sua misericordia, Cristo Signore nostro". Probabilmente non stava bene far menzione del fatto che ci sarà un giudizio sul modo in cui abbiamo messo a frutto il dono del bambino nato per noi... meglio lasciar perdere!
Il sermone è del 440: Leone era papa da tre mesi.

S. Leone Magno, Discorso I nel Natale del Signore

1.1. Oggi, carissimi, è nato il nostro Salvatore: esultiamo! Perché non vi è posto per la tristezza dove si celebra il natale della vita, e questa, annientando la paura della morte, infonde in noi la gioia dell’eternità promessa. Nessuno è escluso dalla partecipazione a questa gioia, il motivo del gaudio è unico per tutti, perché il Signore nostro, che ha distrutto il peccato e la morte, come non ha trovato nessuno immune dalla colpa, così è venuto a liberare tutti gli uomini. Esulti il santo, perché si avvicina alla palma. Gioisca il peccatore, perché è invitato al perdono. Riprenda animo il pagano, perché è chiamato alla vita. 1.2. Il Figlio di Dio, infatti, nella pienezza del tempo stabilita dall’imperscrutabile profondità del disegno divino, ha assunto la natura propria del genere umano per riconciliarla con il suo Creatore, in modo che il diavolo artefice della morte fosse vinto dalla stessa natura che egli aveva vinto. E in questa lotta intrapresa per noi, la battaglia fu condotta seguendo una norma grande e meravigliosa di equità: il Signore onnipotente infatti si scontra con il crudelissimo nemico non nella sua maestà, ma nell’umiltà del nostro essere, opponendogli la nostra medesima esistenza e natura, partecipe sì della nostra condizione mortale, ma immune da ogni peccato. 1.3. Non si applica certo a questa nascita quanto è scritto per tutti gli uomini: «Nessuno è libero dal peccato, nemmeno un bambino che viva un sol giorno sulla terra» (Gb 14,4-5 LXX). In questa eccezionale nascita nulla si trasmise della concupiscenza della carne, nulla s’infiltrò della legge del peccato. Viene scelta una vergine regale della stirpe di David, perché, destinata ad essere fecondata del sacro feto, concepisse il Figlio divino e umano nello spirito prima che nel corpo. 1.4. E perché, ignorando il disegno, non provasse timore dinanzi a eventi straordinari, apprende nel colloquio con l’angelo quello che in lei dovrà essere operato dallo Spirito Santo. E sul punto di diventare madre di Dio non crede che ne subirà danno la sua integrità. 1.5. Perché infatti non dovrebbe aver fiducia nella novità del concepimento, se proprio a lei ne viene promessa la realizzazione per la potenza dell’Altissimo? La sua fede viene confermata anche dalla testimonianza di un miracolo che precede, e viene donata a Elisabetta una fecondità impensata, perché non si dubitasse che chi aveva concesso di concepire a una sterile, lo avrebbe concesso anche a una vergine.

2.1. Il Verbo di Dio, Dio Figlio di Dio, che «in principio era presso Dio, per mezzo del quale tutto è stato fatto e senza del quale nulla è stato fatto» (Gv 1,1-3), per liberare l’uomo dalla morte eterna si è fatto uomo. Egli si è abbassato ad assumere l’umiltà della nostra condizione senza che ne fosse diminuita la sua maestà, in modo tale da unire, rimanendo quel che era e assumendo quel che non era, la reale natura di servo con quella natura nella quale è identico a Dio Padre; e così univa insieme le due nature con un legame tanto forte che l’inferiore non venisse assorbita in questa glorificazione né la natura superiore fosse diminuita da questa assunzione. 2.2. Rimanendo intatte dunque le proprietà di ambedue le nature e congiungendosi in un’unica persona, la maestà assume in sé l’umiltà della condizione umana, la potenza l’infermità, l’eternità la condizione mortale, e per pagare il debito contratto dalla nostra condizione umana, la natura immune da ogni contaminazione si è unita alla natura passibile, e il Dio vero e l’uomo vero si associano armonicamente nell’unità del Signore: cosicché l’unico e medesimo mediatore fra Dio e gli uomini, come si conveniva al soccorso per la nostra salvezza, potesse morire in virtù di una natura e anche risorgere in forza dell’altra. 2.3. A buon diritto il parto del Salvatore non portò alcun elemento di corruzione all’integrità della Vergine, perché generare la Verità in persona fu la salvaguardia del suo pudore. Una tale nascita era dunque conveniente, carissimi, a «Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,24), perché egli potesse associarsi a noi con la sua umanità ed essere a noi superiore per la sua divinità. 2.4. In realtà, se non fosse stato vero Dio, non avrebbe potuto darci la salvezza, se non fosse stato vero uomo non avrebbe potuto fornirci il suo esempio. Alla nascita del Signore gli angeli cantano con gioia: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli», e annunciano: «pace in terra agli uomini di buona volontà» (Lc 2,14). 2.5. Infatti, essi vedono che la Gerusalemme celeste si edifica con la partecipazione di tutti i popoli della terra: e di questa ineffabile opera della bontà divina quanto non dovranno rallegrarsi gli uomini nella loro umile condizione, dal momento che così grande è il gaudio degli angeli, creature sublimi!

3.1. Ringraziamo dunque, carissimi, Dio Padre mediante il suo Figlio nello Spirito Santo, lui che, «per la grande carità con cui ci ha amati, ha avuto compassione di noi, e mentre eravamo morti a causa del peccato, ci ha fatti rinascere in Cristo» (Ef 2,4-5), per essere in lui una nuova creatura e da lui nuovamente plasmati. «Spogliamoci perciò dell’uomo vecchio con le sue azioni» (Col 3,8-9), e una volta divenuti partecipi della nascita di Cristo, rinunciamo alle opere della carne. 3.2. Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e divenuto partecipe della natura divina, non voler ricadere nell’antica abbiezione con una vita indegna. Ricordati del tuo capo e di quale corpo tu sei membro. Rammentati che tu, strappato dal potere delle tenebre, sei stato inserito nella luce e nel regno di Dio. 3.3. Mediante il sacramento del battesimo sei divenuto tempio dello Spirito Santo: non cacciar via da te con azioni perverse un ospite tanto grande, non assoggettarti di nuovo alla schiavitù del diavolo; perché il prezzo del tuo riscatto è il sangue di Cristo, e perché sarai giudicato secondo verità da colui che ti ha redento nella sua misericordia, Cristo Signore nostro.

lunedì 7 dicembre 2015

III domenica di avvento, ufficio delle letture

Dai Discorsi di sant'Agostino, vescovo (Disc. 293,3; PL 1328-9)

3. Giovanni la voce, il Signore, invece, in principio era il Verbo. Giovanni voce nel tempo, Cristo in principio Parola eterna. Togli la parola, che cos'è la voce? Non ha nulla di intellegibile, è strepito a vuoto. La voce, senza la parola, colpisce l'orecchio, non apporta nulla alla mente. Nondimeno, proprio nell'edificazione della nostra mente, ci rendiamo conto dell'ordine delle cose. Se penso a quel che dirò, la parola è già dentro di me; ma, volendo parlare a te, cerco in qual modo sia anche nella tua mente ciò che è già nella mia. Cercando come possa arrivare a te e trovar posto nella tua mente la parola che occupa già la mia, mi servo della voce e, mediante la voce, ti parlo. Il suono della voce ti reca l'intelligenza della parola; appena il suono della voce ti ha recato l'intelligenza della parola, il suono stesso passa oltre; ma la parola, a te recata dal suono, è ormai nella tua mente e non si è allontanata dalla mia. Perciò il suono, proprio il suono, quando la parola è penetrata in te, non ti sembra dire: Egli deve crescere ed io, invece, diminuire? La sonorità della voce ha vibrato nel far servizio, quindi si è allontanata, come per dire: Questa mia gioia è completa. Conserviamo la parola, badiamo a non perdere la parola concepita nel profondo dell'essere. Vuoi aver la prova che la voce passa e il Verbo rimane? Dov'è ora il battesimo di Giovanni? Egli adempì il suo servizio e scomparve. Ora si accorre con frequenza al Battesimo di Cristo. Tutti siamo credenti in Cristo, speriamo salvezza in Cristo: questo annunziò la voce. E poiché è certo difficile distinguere la parola dalla voce, anche lo stesso Giovanni fu ritenuto il Cristo. La voce fu creduta la Parola: ma la voce riconobbe se stessa per non recare danno alla Parola. Disse: Io non sono il Cristo, né Elia, né un profeta. Gli fu chiesto: Dunque, chi sei? Io sono - disse - la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via al Signore. Voce di uno che grida nel deserto, voce di uno che rompe il silenzio. Preparate la via al Signore, quasi a dire: per questo io grido, per introdurre lui nel cuore; ma non può degnarsi di venire per dove voglio introdurlo se non preparerete la via. Che vuol dire: preparate la via, se non: elevate suppliche degne? Che vuoi dire: preparate la via, se non: siate umili nei vostri pensieri? Da lui stesso prendete esempio di umiltà. È ritenuto il Cristo, afferma di non essere quel che viene creduto, né sfrutta per il suo prestigio l'errore altrui. Se avesse detto: Sono io il Cristo, con quanta facilità egli non avrebbe convinto, dal momento che se ne aveva la persuasione prima ancora che parlasse? Non lo disse: si riconobbe, si distinse, si umiliò. Avvertì dov'era per lui la salvezza: comprese di essere lucerna ed ebbe timore perché non venisse spenta dal vento della superbia.
(traduzione: Nuova Biblioteca Agostiniana)

3. Vox Ioannes, Dominus autem in principio erat Verbum. Ioannes vox ad tempus, Christus Verbum in principio aeternum. Tolle verbum, quid est vox? Ubi nullus est intellectus, inanis est strepitus. Vox sine verbo aurem pulsat, cor non aedificat. Verumtamen in ipso corde nostro aedificando advertamus ordinem rerum. Si cogito quid dicam, iam verbum est in corde meo: sed loqui ad te volens, quaero quemadmodum sit etiam in corde tuo, quod iam est in meo. Hoc quaerens quomodo ad te perveniat, et in corde tuo insideat verbum quod iam est in corde meo, assumo vocem, et assumpta voce loquor tibi: sonus vocis ducit ad te intellectum verbi: et cum ad te duxit sonus vocis intellectum verbi, sonus quidem ipse pertransit; verbum autem quod ad te sonus perduxit, iam est in corde tuo, nec recessit a meo. Sonus ergo, transacto verbo ad te, nonne tibi videtur dicere sonus ipse: Illum oportet crescere, me autem minui? Sonus vocis strepuit in ministerium, et abiit, quasi dicens: Hoc gaudium meum completum est. Verbum teneamus, verbum medullitus conceptum non amittamus. Vis videre vocem transeuntem, et Verbi divinitatem manentem? Baptismus Ioannis modo ubi est? Ministravit, et abiit. Christi nunc Baptismus frequentatur. Omnes in Christum credimus, salutem in Christo speramus: hoc sonuit vox. Nam quia discernere difficile est a voce verbum, et ipse Ioannes putatus est Christus. Vox verbum putata est: sed agnovit se vox, ne offenderet verbum. Non sum, inquit: Christus, nec Elias, nec propheta. Responsum est: Tu ergo quis es? Ego sum, inquit, vox clamantis in eremo, Parate viam Domino. Vox clamantis in eremo, vox rumpentis silentium. Parate viam Domino, tamquam diceret, Ego ideo sono, ut illum in cor introducam: sed quo introducam non dignatur venire, nisi viam praeparetis. Quid est: Viam parate; nisi, congrue supplicate? Quid est: Viam parate; nisi, humiliter cogitate? Ab ipso accipite humilitatis exemplum. Putatur Christus, dicit se non esse quod putatur, nec ad suum fastum errorem assumit alienum. Si diceret: Ego sum Christus; quam facillime crederetur, qui antequam diceret, credebatur? Non dixit: agnovit se, distinxit se, humiliavit se. Vidit ubi haberet salutem: lucernam se intellexit, et ne exstingueretur vento superbiae timuit.

La lettura comprende l'intero n. 3 del sermone 293, "per il Natale di S. Giovanni il Battista", cioè per la festa del suo martirio, già allora (siamo nel 413) celebrata in occidente il 24 giugno. Tenuto a Cartagine nella Basilica Maiorum (probabilmente l'odierna località Mcidfa), dove si conservavano le reliquie delle sante Perpetua e Felicita e dei loro compagni, martirizzati nel 203 (cf. Vittore di Vita, Storia della persecuzione vandala I,9), il sermone sviluppa una ricca lettura teologica della figura di Giovanni il Battista. Eccone un sommario:

1. Paragone tra le nascite di Giovanni e Cristo.
2. Giovanni è come un limite tra Antica e Nuova Alleanza.
3. Giovanni è la voce, Cristo la Parola.
4. Perché era opportuno che un santo così grande rendesse testimonianza al Messia.
5. Cristo è Dio incarnato.
6. Fu conveniente che il più grande fra gli uomini rendesse testimonianza a Dio nascosto nella carne.
7. Nelle nozze di Cristo, Giovanni è l'amico dello sposo, che in quanto uomo è mediatore.
8. La grazia che passa attraverso il Mediatore è indispensabile a tutti.
9. Tutti sono morti in Adamo, tutti ricevono vita in Cristo.
10. Anche i bambini hanno bisogno del Salvatore.
11. Cristo è Gesù - cioè Salvatore - anche per i bambini.
12. Giovanni stesso, nato con la colpa, ha avuto bisogno del Salvatore.