lunedì 14 dicembre 2015

Natale del Signore, ufficio delle letture

Per il Natale presento l'intero sermone di S. Leone, che per una parte (1.1-1.2; 2.4-3.3: l'inizio e la fine) viene assegnato dalla Liturgia delle Ore al 25 dicembre, e per l'altra (1.3-2.5, il corpo centrale) al 16 luglio, memoria della B. V. Maria del Monte Carmelo. La traduzione è di d. Mario Naldini per la Biblioteca Patristica (Fiesole 1998 e Bologna 2015), che numera il sermone come 1, mentre per lo più esso reca il numero 21 (anche la suddivisione dei capitoli in paragrafi è propria della BP).
Il testo latino si può trovare qui. Con stupito rammarico noto che LO taglia la conclusione: "...e perché sarai giudicato secondo verità da colui che ti ha redento nella sua misericordia, Cristo Signore nostro". Probabilmente non stava bene far menzione del fatto che ci sarà un giudizio sul modo in cui abbiamo messo a frutto il dono del bambino nato per noi... meglio lasciar perdere!
Il sermone è del 440: Leone era papa da tre mesi.

S. Leone Magno, Discorso I nel Natale del Signore

1.1. Oggi, carissimi, è nato il nostro Salvatore: esultiamo! Perché non vi è posto per la tristezza dove si celebra il natale della vita, e questa, annientando la paura della morte, infonde in noi la gioia dell’eternità promessa. Nessuno è escluso dalla partecipazione a questa gioia, il motivo del gaudio è unico per tutti, perché il Signore nostro, che ha distrutto il peccato e la morte, come non ha trovato nessuno immune dalla colpa, così è venuto a liberare tutti gli uomini. Esulti il santo, perché si avvicina alla palma. Gioisca il peccatore, perché è invitato al perdono. Riprenda animo il pagano, perché è chiamato alla vita. 1.2. Il Figlio di Dio, infatti, nella pienezza del tempo stabilita dall’imperscrutabile profondità del disegno divino, ha assunto la natura propria del genere umano per riconciliarla con il suo Creatore, in modo che il diavolo artefice della morte fosse vinto dalla stessa natura che egli aveva vinto. E in questa lotta intrapresa per noi, la battaglia fu condotta seguendo una norma grande e meravigliosa di equità: il Signore onnipotente infatti si scontra con il crudelissimo nemico non nella sua maestà, ma nell’umiltà del nostro essere, opponendogli la nostra medesima esistenza e natura, partecipe sì della nostra condizione mortale, ma immune da ogni peccato. 1.3. Non si applica certo a questa nascita quanto è scritto per tutti gli uomini: «Nessuno è libero dal peccato, nemmeno un bambino che viva un sol giorno sulla terra» (Gb 14,4-5 LXX). In questa eccezionale nascita nulla si trasmise della concupiscenza della carne, nulla s’infiltrò della legge del peccato. Viene scelta una vergine regale della stirpe di David, perché, destinata ad essere fecondata del sacro feto, concepisse il Figlio divino e umano nello spirito prima che nel corpo. 1.4. E perché, ignorando il disegno, non provasse timore dinanzi a eventi straordinari, apprende nel colloquio con l’angelo quello che in lei dovrà essere operato dallo Spirito Santo. E sul punto di diventare madre di Dio non crede che ne subirà danno la sua integrità. 1.5. Perché infatti non dovrebbe aver fiducia nella novità del concepimento, se proprio a lei ne viene promessa la realizzazione per la potenza dell’Altissimo? La sua fede viene confermata anche dalla testimonianza di un miracolo che precede, e viene donata a Elisabetta una fecondità impensata, perché non si dubitasse che chi aveva concesso di concepire a una sterile, lo avrebbe concesso anche a una vergine.

2.1. Il Verbo di Dio, Dio Figlio di Dio, che «in principio era presso Dio, per mezzo del quale tutto è stato fatto e senza del quale nulla è stato fatto» (Gv 1,1-3), per liberare l’uomo dalla morte eterna si è fatto uomo. Egli si è abbassato ad assumere l’umiltà della nostra condizione senza che ne fosse diminuita la sua maestà, in modo tale da unire, rimanendo quel che era e assumendo quel che non era, la reale natura di servo con quella natura nella quale è identico a Dio Padre; e così univa insieme le due nature con un legame tanto forte che l’inferiore non venisse assorbita in questa glorificazione né la natura superiore fosse diminuita da questa assunzione. 2.2. Rimanendo intatte dunque le proprietà di ambedue le nature e congiungendosi in un’unica persona, la maestà assume in sé l’umiltà della condizione umana, la potenza l’infermità, l’eternità la condizione mortale, e per pagare il debito contratto dalla nostra condizione umana, la natura immune da ogni contaminazione si è unita alla natura passibile, e il Dio vero e l’uomo vero si associano armonicamente nell’unità del Signore: cosicché l’unico e medesimo mediatore fra Dio e gli uomini, come si conveniva al soccorso per la nostra salvezza, potesse morire in virtù di una natura e anche risorgere in forza dell’altra. 2.3. A buon diritto il parto del Salvatore non portò alcun elemento di corruzione all’integrità della Vergine, perché generare la Verità in persona fu la salvaguardia del suo pudore. Una tale nascita era dunque conveniente, carissimi, a «Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,24), perché egli potesse associarsi a noi con la sua umanità ed essere a noi superiore per la sua divinità. 2.4. In realtà, se non fosse stato vero Dio, non avrebbe potuto darci la salvezza, se non fosse stato vero uomo non avrebbe potuto fornirci il suo esempio. Alla nascita del Signore gli angeli cantano con gioia: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli», e annunciano: «pace in terra agli uomini di buona volontà» (Lc 2,14). 2.5. Infatti, essi vedono che la Gerusalemme celeste si edifica con la partecipazione di tutti i popoli della terra: e di questa ineffabile opera della bontà divina quanto non dovranno rallegrarsi gli uomini nella loro umile condizione, dal momento che così grande è il gaudio degli angeli, creature sublimi!

3.1. Ringraziamo dunque, carissimi, Dio Padre mediante il suo Figlio nello Spirito Santo, lui che, «per la grande carità con cui ci ha amati, ha avuto compassione di noi, e mentre eravamo morti a causa del peccato, ci ha fatti rinascere in Cristo» (Ef 2,4-5), per essere in lui una nuova creatura e da lui nuovamente plasmati. «Spogliamoci perciò dell’uomo vecchio con le sue azioni» (Col 3,8-9), e una volta divenuti partecipi della nascita di Cristo, rinunciamo alle opere della carne. 3.2. Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e divenuto partecipe della natura divina, non voler ricadere nell’antica abbiezione con una vita indegna. Ricordati del tuo capo e di quale corpo tu sei membro. Rammentati che tu, strappato dal potere delle tenebre, sei stato inserito nella luce e nel regno di Dio. 3.3. Mediante il sacramento del battesimo sei divenuto tempio dello Spirito Santo: non cacciar via da te con azioni perverse un ospite tanto grande, non assoggettarti di nuovo alla schiavitù del diavolo; perché il prezzo del tuo riscatto è il sangue di Cristo, e perché sarai giudicato secondo verità da colui che ti ha redento nella sua misericordia, Cristo Signore nostro.

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