domenica 31 luglio 2016

Diciottesima Domenica del Tempo Ordinario, ufficio delle letture

In effetti la Lettera di Barnaba è uno scritto non facile, denso, anche oscuro. Pertanto la traduzione LO si preoccupa giustamente di chiarirlo... in modo che davvero non si capisca più nulla! Così si legge sul breviario:

"Tre sono le grandi realtà rivelate dal Signore: la speranza della vita, inizio e fine della nostra fede; la salvezza, inizio e fine del piano di Dio; il suo desiderio di farci felici, pegno e promessa di tutti i suoi interventi salvifici." (1,6)

Sfido chiunque a capirci qualcosa. Il greco dice:

Τρία οὖν δόγματά ἐστιν κυρίου· ζωῆς ἐλπίς, ἀρχὴ καὶ τέλος πίστεως ἡμῶν, καὶ δικαιοσύνη, κρίσεως ἀρχὴ καὶ τέλος, ἀγάπη, εὐφροσύνης καὶ ἀγαλλιάσεως ἔργων ἐν δικαιοσύνῃ μαρτυρία.

Così traduce Omero Soffritti (La Lettera di Barnaba, EP 1974, p. 68):

"Ordunque, tre sono i principi del Signore: speranza di vita [è] inizio e fine della nostra fede; giustizia, inizio e fine di giudizio; amore di gioia e d'allegrezza (=amore gioioso), testimonianza di opere di giustizia."

Lo stesso commentatore, morto proprio nel febbraio di quest'anno in età avanzata, illustra il passo così:

"I tre «precetti del Signore» possono essere così spiegati: la «speranza di vita» è perfezione (= «principio e fine») di fede; la «giustizia» è perfezione di giudizio, cioè perfezione comprovata da giudizio; l'«amore gioioso e gaudioso» è testimonianza di opere di giustizia. Giustizia è concetto giudaico significante santità al cospetto di Dio; «opere di giustizia» sono opere giuste, in cui si dimostra e si comprova la giustizia. Wengst, pp. 11s., interpreta così: «Fondamento e scopo della fede è la speranza nella vita eterna; ciò che decide sulla partecipazione a questa vita e il giudizio, il cui criterio sarà la giustizia; testimone della giustizia che si manifesta nelle opere giuste e sulla quale avviene il giudizio, è l'amore... Ne risulta che fondamento della speranza è la giustizia... Essa è quindi per Barnaba il comportamento teologico fondamentale»" (ibidem, p. 69).

martedì 26 luglio 2016

9 agosto, festa di Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, vergine e martire, compatrona d'Europa (1891-1942), ufficio delle letture

Nel novembre del 1940 la Priora del Carmelo affida a sr. Teresa Benedetta della Croce il compito di fare uno studio su S. Giovanni della Croce, per la ricorrenza del 400.mo della nascita del dottore carmelitano (1542). La Stein ci lavorò fino al momento del suo arresto, il 2 agosto del 1942. Per tale motivo, lo scritto - Kreuzeswissenschaft. Studie über Joannes a Cruce, in italiano conosciuto come Scientia Crucis - non ebbe una revisione complessiva e può considerarsi relativamente incompiuto. Lo studio su S. Giovanni della Croce è per lei occasione per continuare ad approfondire la sua filosofia della persona, su ciò che significa "io, libertà, persona". Al centro del libro sta il simbolo della croce, che occupa un posto centrale nello stesso percorso esistenziale della Stein. Non per caso il suo nome in religione era "della Croce": ella avrebbe accettato la sofferenza e la morte come partecipazione alle sofferenze del Cristo.
La traduzione LO, tanto per cambiare, mi piace poco - anzi punto. Ad esempio: "Cristo s'era addossato lui stesso il giogo della legge, osservandola e adempiendola perfettamente, tanto da morire per la Legge e vittima della Legge. Nello stesso tempo, tuttavia, Egli ha esonerati dalla Legge tutti quelli che avrebbero accettata la vita da Lui". Qui si deve osservare che 1. "esonerare" è una grave banalizzazione: Cristo ha liberato dalla Legge, non solo esonerato da determinati precetti 2. tra la sottomissione di Cristo alla Legge e la sua opera di liberazione non c'è opposizione ("tuttavia") ma coincidenza ("proprio facendo così ha liberato…") 3. il testo non stabilisce una successione temporale ("coloro che avrebbero accettato") ma una contemporaneità, che è più forte e che non si vede per qual motivo eliminare.
Pertanto offro una mia traduzione, insieme al testo originale, premettendo un paragrafo che non c'è, che mi sembra meglio introdurre il discorso. Due sole annotazioni: 1. i "giorni in cui era notte intorno a lui, ma nella sua anima c'era luce", sono i momenti seguenti alla conversione di Paolo, durante i quali egli rimase cieco (cf. At 9,9) 2. quando scrive di una "guerra inesorabile contro la propria natura", si deve aggiungere (mentalmente) "decaduta", come mostra il seguito: "per far morire in essi la vita del peccato e fare spazio alla vita dello Spirito"; altrimenti ne risulta che la natura come tale è da combattere (il che è erroneo).

Dall'opera Scientia Crucis di santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, vergine e martire.

["In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me" (Gal 2,19-20). In quei giorni in cui era notte intorno a lui, ma nella sua anima c'era luce, lo zelatore della Legge ha riconosciuto che la Legge era soltanto pedagogo nel cammino verso Cristo: poteva preparare a ricevere la vita, non dare essa stessa la vita.]
Cristo ha preso su di sé il giogo della Legge, portandola a pieno compimento e morendo per - e in virtù di - essa. Proprio con questo ha liberato dalla Legge coloro che vogliono ricevere la vita da lui. Essi però possono riceverla soltanto in quanto abbandonano la propria vita. Perché "quanti sono battezzati in Cristo, sono battezzati nella sua morte" (Rm 6,3). Essi s'immergono nella sua vita per divenire membra del suo corpo, e come tali con lui soffrire e con lui morire, ma anche con lui risuscitare alla vita eterna, divina. Per noi questa vita arriverà nella sua pienezza solo nel giorno della gloria. Però già ora - "nella carne" - ne partecipiamo, nella misura in cui crediamo: crediamo che Cristo è morto per noi, per darci la vita. È questa fede che ci fa uno con lui, come le membra e il capo, e ci apre alla corrente della sua vita. Così, la fede nel Crocifisso - la fede viva, accompagnata dal dono di sé nell'amore - costituisce per noi l'accesso alla vita, e l'inizio della gloria futura. Perciò la croce è il nostro unico titolo di gloria: "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (Gal 6,14). Chi ha deciso per Cristo è morto per il mondo, e il mondo per lui. Egli porta le stigmate del Signore nel suo corpo (Gal 6,17); è debole e disprezzato di fronte agli uomini, ma proprio per questo forte, perché la potenza di Dio è forte nella debolezza (2Cor 12,9). Consapevole di questo, il discepolo di Gesù non soltanto accoglie la croce posta sulle sue spalle, ma si crocifigge egli stesso: "Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri" (Gal 5,24). Essi hanno condotto una guerra inesorabile contro la loro natura, per far morire in essi la vita del peccato e fare spazio alla vita dello Spirito. Quest'ultima è quello che conta. La croce non è fine a se stessa. Essa si erge e indica l'alto. Ebbene, non è solo segno: è la forte arma di Cristo, il bastone del pastore col quale il divino Davide affronta l'infernale Golia; col quale batte potentemente alle porte del cielo e le spalanca. Allora sgorgano le correnti della luce divina, e avvolgono tutti quelli che sono al seguito del Crocifisso.

[„Durch das Gesetz bin ich ... dem Gesetz abgestorben, damit ich Gott lebe; ich bin mit Christus an das Kreuz geheftet. Ich lebe aber, doch nicht mehr ich lebe, sondern Christus lebt in mir. Sofern ich aber jetzt im Fleisch lebe, lebe ich im Glauben an den Sohn Gottes, der mich geliebt und sich selbst für mich dahingegeben hat“ (Gal 2,19-20). In jenen Tagen, als es Nacht war um ihn, aber licht wurde in seiner Seele, hat der Eiferer für das Gesetz erkannt, daß das Gesetz nur Lehrmeister war auf dem Wege zu Christus. Es konnte vorbereiten auf den Empfang des Lebens, aber selbst kein Leben geben.]
Christus hat das Joch des Gesetzes auf sich genommen, indem Er es vollkommen erfüllte und für und durch das Gesetz starb. Eben damit hat Er die vom Gesetz befreit, die von Ihm das Leben empfangen wollen. Aber sie können es nur empfangen, wenn sie ihr eigenes Leben preisgeben. Denn die auf Christus getauft sind, sind auf Seinen Tod getauft (Rm 6,3-ss.). Sie tauchen unter in Sein Leben, um Glieder Seines Leibes zu werden, als solche mit Ihm zu leiden und mit Ihm zu sterben, aber auch mit Ihm aufzuerstehen zum ewigen, göttlichen Leben. Dieses Leben wird in seiner Fülle für uns erst kommen am Tage der Herrlichkeit. Wir haben aber jetzt schon – „im Fleisch“ – Anteil daran, sofern wir glauben: glauben, daß Christus für uns gestorben ist, um uns das Leben zu geben. Dieser Glaube ist es, der uns mit Ihm eins werden läßt wie die Glieder mit dem Haupt und uns öffnet für das Zuströmen Seines Lebens. So ist der Glaube an den Gekreuzigten – der lebendige Glaube, der mit liebender Hingabe gepaart ist – für uns der Zugang zum Leben und der Anfang der künftigen Herrlichkeit; darum das Kreuz unser einziger Ruhmestitel: „Ferne sei es von mir, mich zu rühmen; außer im Kreuz unseres Herrn Jesu Christus, durch den mir die Welt gekreuzigt ist und ich der Welt“ (Gal 6,14). Wer sich für Christus entschieden hat, der ist für die Welt tot, und sie für ihn. Er trägt die Wundmale des Herrn an seinem Leibe (Gal 6,17), ist schwach und verachtet vor den Menschen, aber gerade darum stark, weil in den Schwachen Gottes Kraft mächtig ist (2Cor 12,9). In dieser Erkenntnis nimmt der Jünger Jesu nicht nur das Kreuz an, das auf ihn gelegt ist, sondern kreuzigt sich selbst: Die Christus angehören, haben ihr Fleisch gekreuzigt mit seinen Lastern und Begierden (Gal 5,24). Sie haben einen unerbittlichen Kampf geführt gegen ihre Natur, damit das Leben der Sünde in ihnen ersterbe und Raum werde für das Leben des Geistes. Auf das Letzte kommt es an. Das Kreuz ist nicht Selbstzweck. Es ragt empor und weist nach oben. Doch es ist nicht nur Zeichen - es ist die starke Waffe Christi; der Hirtenstab, mit dem der göttliche David gegen den höllischen Goliath auszieht; womit er machtvoll an das Himmelstor pocht und es aufstößt. Dann fluten die Ströme des göttlichen Lichtes heraus und umfangen alle, die im Gefolge des Gekreuzigten sind. 

giovedì 12 maggio 2016

SS. Trinità, ufficio delle letture

Le quattro epistole scritte durante il terzo esilio (356-362) da Atanasio a Serapione, vescovo di Thmuis (delta del Nilo), riguardano la dottrina dello Spirito Santo. Atanasio vi combatte l'idea (eretica) secondo la quale lo Spirito Santo è creatura, una sorta di primo Angelo. L'epistola I ha questa struttura:

A prologo
B1 confutazione dell'esegesi ereticale di alcuni passi della Scrittura
B2 confutazione teologica delle posizioni ereticali
C1 insegnamento della Scrittura sullo Spirito Santo
C2 insegnamento della tradizione sullo Spirito Santo
D epilogo.

La lettura LO è tratta dalla sezione C2 (nn. 28-32), esposizione della dottrina teologica sullo Spirito Santo. Atanasio illustra la dottrina trinitaria, ove si tratta di tenere in equilibrio da un lato l'unità, per la quale tutto è ugualmente divino, unica l'operazione: la Trinità è "identica in se stessa e indivisibile nella natura, unica nella sua operazione" (ὁμοία δὲ ἑαυτῇ καὶ ἀδιαίρετός ἐστι τῇ φύσει καὶ μία ταύτης ἡ ἐνέργεια); dall'altro la distinzione, per la quale "il Padre opera ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo" (ὁ γὰρ πατὴρ διὰ τοῦ λόγου ἐν πνεύματι ἁγίῳ τὰ πάντα ποιεῖ). Se il Padre è la luce (φῶς), il Figlio è lo splendore (ἀπαύγασμα), lo Spirito l'illuminazione (ἐνέργεια καὶ αὐγοειδὴς χάρις, operazione e grazia luminosa).
Nota che il testo greco (Epistulae quattuor ad Serapionem, K. Savvidis, Athanasius, Werke, Band I. Die dogmatischen Schriften, Erster Teil, 4. Lieferung, Berlin - New York, De Gruyter 2010, pp. 593-601) e quello italiano (trad. E. Cattaneo, Lettere a Serapione, Roma, Città Nuova 1986, pp. 94-99, basata sul testo PG) non hanno la stessa numerazione dei paragrafi interni ai capitoli.

Dalle Lettere di sant'Atanasio, vescovo (Lett. 1 a Serapione, 28-30)

28.1. Vediamo tuttavia oltre a ciò anche la stessa tradizione, dottrina e fede che la Chiesa cattolica ha avuto fin dall'inizio, quella che il Signore ha consegnato, che gli Apostoli hanno predicato e che i Padri (*) hanno custodito. Su di essa infatti la Chiesa è stata fondata, e chi ne esce fuori non potrebbe più né essere né dirsi cristiano.
2. Pertanto la Trinità è santa e perfetta, riconosciuta Dio nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Essa non è mescolata con nulla di estraneo o estrinseco; non consta di Creatore e realtà prodotta, ma tutta intera crea e produce. È identica in se stessa, indivisibile nella natura, unica nella sua operazione. Il Padre infatti opera ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo, e cosi è mantenuta l'unità della Santa Trinità. Pertanto nella Chiesa si predica un solo Dio che è sopra tutti, attraverso tutti e in tutti. È sopra tutti come Padre, principio e fonte; attraverso tutti per mezzo del Verbo; in tutti nello Spirito Santo.
(...)
30.4. [Se invece, secondo la trovata di voi «sconnessi» (**) non è cosi, ma vi siete sognati di dire che lo Spirito Santo è creatura, allora la vostra fede non è più «una», e il vostro battesimo non è «uno», ma due: uno nel Padre e nel Figlio, l'altro in un angelo che è creatura, per cui tra voi nulla più è sicuro e vero.
5. Quale comunanza vi è infatti tra la creatura e il Creatore? Quale unità tra le cose create di quaggiù e il Verbo che le ha fatte?] Il beato Paolo, che sapeva bene ciò, non separa la Trinità, come voi fate; volendo invece insegnare l'unità di essa, ha scritto ai Corinzi sui doni spirituali, e ricapitola ogni cosa riconducendola all'unico Dio e Padre dicendo: "Vi sono diversità di carismi, ma lo Spirito è lo stesso; vi sono diversità di ministeri, ma il Signore è lo stesso; vi sono diversità di operazioni, ma Dio è lo stesso che opera tutto in tutti" (1Cor 12,6).
6. Ciò infatti che lo Spirito distribuisce a ciascuno in dono, proviene dal Padre mediante il Verbo. Poiché tutto ciò che è del Padre, appartiene al Figlio, per cui i carismi elargiti dal Figlio nello Spirito sono del Padre.
7. Inoltre, se lo Spirito è in noi, anche il Verbo, datore di esso, è in noi, e nel Verbo vi è il Padre; e cosi si verifica il passo: "Io e il Padre verremo e faremo dimora presso di lui" (Gv 14,23), come è stato detto. Dove infatti c'è la luce, lì vi è pure lo splendore; e dove vi è splendore, lì vi è anche la sua operazione e la sua grazia luminosa.
8. Insegnando ancora ciò, Paolo scriveva di nuovo ai Corinzi nella Seconda Lettera: "La grazia del Signore nostro Gesù Cristo e l'amore di Dio e la partecipazione dello Spirito Santo (sia) con tutti voi" (2Cor 13,13). Infatti la grazia data e il dono sono dati nella Trinità, dal Padre mediante il Figlio nello Spirito Santo. Come infatti la grazia data ha origine dal Padre e passa per il Figlio, cosi non ci potrebbe essere partecipazione di questo dono in noi se non nello Spirito Santo. Poiché solo partecipando di lui abbiamo l'amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunicazione dello stesso Spirito.
31.1. [Anche da ciò dunque appare che l'operazione della Trinità è unica. Infatti l'Apostolo non vuol dire che ciascuno (dei Tre) dà doni diversi e separati, ma che i doni vengono dati nella Trinità e che tutto ha origine dall'unico Dio.]

28. (1) Ἴδωμεν δὲ ὅμως καὶ πρὸς τούτοις καὶ αὐτὴν τὴν ἐξ ἀρχῆς παράδοσιν καὶ διδασκαλίαν καὶ πίστιν τῆς καθολικῆς ἐκκλησίας, ἣν ὁ μὲν κύριος ἔδωκεν, οἱ δὲ ἀπόστολοι ἐκήρυξαν καὶ οἱ πατέρες ἐφύλαξαν. ἐν ταύτῃ γὰρ ἡ ἐκκλησία τεθεμελίωται καὶ ὁ ταύτης ἐκπίπτων οὔτ’ ἂν εἴη οὔτ’ ἂν ἔτι λέγοιτο Χριστιανός. (2) τριὰς τοίνυν ἁγία καὶ τελεία ἐστίν, ἐν πατρὶ καὶ υἱῷ καὶ ἁγίῳ πνεύματι θεολογουμένη, οὐδὲν ἀλλότριον ἢ ἔξωθεν ἐπιμιγνύμενον ἔχουσα οὐδὲ ἐκ δημιουργοῦ καὶ γενητοῦ συνισταμένη, ἀλλ’ὅλη τοῦ κτίζειν καὶ δημιουργεῖν οὖσα. ὁμοία δὲ ἑαυτῇ καὶ ἀδιαίρετός ἐστι τῇ φύσει καὶ μία ταύτης ἡ ἐνέργεια. (3) ὁ γὰρ πατὴρ διὰ τοῦ λόγου ἐν πνεύματι ἁγίῳ τὰ πάντα ποιεῖ, καὶ οὕτως ἡ ἑνότης τῆς ἁγίας τριάδος σώζεται, καὶ οὕτως εἷς θεὸς ἐν τῇ ἐκκλησίᾳ κηρύττεται· «ὁ ἐπὶ πάντων καὶ διὰ πάντων καὶ ἐν πᾶσιν». «ἐπὶ πάντων» μὲν ὡς πατήρ, ὡς ἀρχὴ καὶ πηγή, «διὰ πάντων» δὲ διὰ τοῦ λόγου, «ἐν πᾶσι» δὲ ἐν τῷ πνεύματι τῷ ἁγίῳ.
(...)
30. (3) [εἰ δὲ κατὰ τὴν ὑμῶν τῶν Τροπικῶν ἐπεξεύρεσιν οὐχ οὕτως ἐστίν, ἀλλ’ ἐνυπνιάσθητε κτίσμα λέγειν τὸ πνεῦμα τὸ ἅγιον, οὐκέτι μία πίστις ἐστὶν ὑμῶν οὐδὲ ἓν βάπτισμα, ἀλλὰ δύο· ἓν μὲν εἰς πατέρα καὶ υἱόν, ἕτερον δὲ εἰς ἄγγελον κτίσμα ὄντα. καὶ οὐδὲν λοιπὸν ὑμῶν ἀσφαλὲς οὐδὲ ἀληθές. ποία γὰρ κοινωνία γενητῷ καὶ δημιουργῷ; ἢ ποία ἑνότης τοῖς κάτω κτίσμασι καὶ τῷ ταῦτα δημιουργήσαντι λόγῳ;] (4) τοῦτο εἰδὼς ὁ μακάριος Παῦλος οὐ διαιρεῖ τὴν τριάδα ὥσπερ ὑμεῖς, ἀλλὰ τὴν ἑνότητα ταύτης διδάσκων ἔγραφε Κορινθίοις περὶ τῶν πνευματικῶν καὶ τὰ πάντα εἰς ἕνα θεὸν τὸν πατέρα ἀνακεφαλαιοῖ λέγων· «διαιρέσεις δὲ χαρισμάτων εἰσί, τὸ δὲ αὐτὸ πνεῦμα· καὶ διαιρέσεις διακονιῶν εἰσίν, ὁ δὲ αὐτὸς κύριος· καὶ διαιρέσεις ἐνεργημάτων εἰσίν, ὁ δὲ αὐτὸς θεὸς ὁ ἐνεργῶν τὰ πάντα ἐν πᾶσιν». ἃ γὰρ τὸ πνεῦμα ἑκάστῳ διαιρεῖ, ταῦτα παρὰ τοῦ πατρὸς διὰ τοῦ λόγου χορηγεῖται. πάντα γὰρ τὰ τοῦ πατρὸς τοῦ υἱοῦ ἐστι. διὸ καὶ τὰ παρὰ τοῦ υἱοῦ ἐν πνεύματι διδόμενα τοῦ πατρός ἐστι χαρίσματα. (5) καὶ τοῦ πνεύματος δὲ ὄντος ἐν ἡμῖν καὶ ὁ λόγος ὁ τοῦτο διδούς ἐστιν ἐν ἡμῖν καὶ ἐν τῷ λόγῳ ἐστὶν ὁ πατήρ, καὶ οὕτως ἐστὶ τὸ «ἐλευσόμεθα ἐγὼ καὶ ὁ πατὴρ καὶ μονὴν παρ’ αὐτῷ ποιήσομεν» καθάπερ εἴρηται. ἔνθα γὰρ τὸ φῶς, ἐκεῖ καὶ τὸ ἀπαύγασμα. καὶ ἔνθα τὸ ἀπαύγασμα, ἐκεῖ καὶ ἡ τούτου ἐνέργεια καὶ αὐγοειδὴς χάρις. (6) καὶ τοῦτο πάλιν διδάσκων ὁ Παῦλος ἔγραφεν αὖθις Κορινθίοις καὶ ἐν τῇ δευτέρᾳ ἐπιστολῇ λέγων· «ἡ χάρις τοῦ κυρίου Ἰησοῦ Χριστοῦ καὶ ἡ ἀγάπη τοῦ θεοῦ καὶ ἡ κοινωνία τοῦ ἁγίου πνεύματος μετὰ πάντων ὑμῶν». ἡ γὰρ διδομένη χάρις καὶ δωρεὰ ἐν τριάδι δίδοται παρὰ τοῦ πατρὸς δι’ υἱοῦ ἐν πνεύματι ἁγίῳ. (7) ὥσπερ γὰρ ἐκ τοῦ πατρός ἐστι δι’ υἱοῦ ἡ διδομένη χάρις, οὕτως οὐκ ἂν γένοιτο κοινωνία τῆς δόσεως ἐν ἡμῖν εἰ μὴ ἐν τῷ πνεύματι τῷ ἁγίῳ. τούτου γὰρ μετέχοντες ἔχομεν τοῦ πατρὸς τὴν ἀγάπην καὶ τοῦ υἱοῦ τὴν χάριν καὶ αὐτοῦ τοῦ πνεύματος τὴν κοινωνίαν.
[31. (1) Μία ἄρα καὶ ἐκ τούτων ἡ τῆς τριάδος ἐνέργεια δείκνυται. οὐ γὰρ ὡς παρ’ ἑκάστου διάφορα καὶ διῃρημένα τὰ διδόμενα σημαίνει ὁ ἀπόστολος, ἀλλ’ ὅτι τὰ διδόμενα ἐν τριάδι δίδοται καὶ τὰ πάντα ἐξ ἑνὸς θεοῦ ἐστι.]

(*) Si tratta dei padri conciliari di Nicea.
(**) Atanasio chiama i suoi avversari, con espressione non chiara, τροπικόι (tropikoi). Tenendo conto dei significati di τρόπος / τροπή (tropos / trope), essa potrebbe significare che questa gente 1. è volubile 2. si esprime in modo stilisticamente elaborato 3. si esprime con metafore 4. segue procedimenti logici. Cattaneo opta per l'ultima opzione: Atanasio si riferirebbe in modo ironico ai suoi avversari, che pretendono di essere logici ma sono in realtà squinternati. Aggiungo che, in tal caso, Atanasio userebbe a sua volta un tropo, cioè una figura retorica, l'ironia, nella quale si dice il contrario di quel che si vuole in realtà affermare (ma il traduttore l'ha a sua volta posta in chiaro).

domenica 8 maggio 2016

Pentecoste, ufficio delle letture

A partire dal c. 16 del libro III del suo ponderoso tomo antignostico «Contro le eresie», scritto in greco ma arrivato a noi per la maggior parte in traduzione latina, Ireneo espone la sua cristologia. Per gli gnostici, il Cristo non va identificato con Gesù: egli è un essere (eone) celeste rivelatore che, disceso su Gesù, ha abitato temporaneamente in lui. Si tratta di un'idea ripresa anche da correnti esoteriche e neognostiche moderne. Una citazione per tutte, dal maestro spirituale di origine macedone Omraam Mikhaël Aïvanhov (1900-1986): «Il Cristo, che è il secondo aspetto di Dio stesso, non ha mai preso sembianze fisiche. Egli entra semplicemente nelle anime e negli spiriti che sono pronti a riceverlo e a fondersi in Lui. Gesù, dunque, come tutti gli altri grandi maestri dell'umanità e i fondatori di religioni, dovette percorrere un lungo cammino prima che quello spirito discendesse in lui. Se è stato chiamato "Gesù Cristo", non è perché egli "era il Cristo", bensì perché "ha ricevuto il Cristo". Si può dire che Gesù era Dio, ma in questo senso, che anche voi, io, gli animali, gli alberi, le pietre, le stelle, siamo Dio. Essendo tutto ciò che esiste scaturito dalla sostanza divina, in questo senso tutto è Dio. L'unica differenza sta nella coscienza, e Gesù aveva la più elevata coscienza della presenza di Dio in sé. È dunque questa consapevolezza che noi dobbiamo sviluppare, fino a fonderci nella Divinità per poter dire un giorno come Gesù: "il Padre e io siamo una cosa sola"». Ireneo afferma invece che è lo Spirito Santo ad essere sceso su Gesù, onde poi essere da lui effuso sull'umanità. Come si vede, le due prospettive sono molto diverse.

Dal trattato Contro le eresie di sant'Ireneo, vescovo (III,17,1-3; SC 34,302-306)

17.1. (...) Ancora, conferendo ai discepoli il potere della rigenerazione a Dio, il Signore diceva loro: "Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Questo Spirito aveva promesso di effondere negli ultimi tempi sui suoi servi e le sue serve, perché fossero profeti (cf. Gl 3,1-2; At 2,17-18). Perciò discese anche sul Figlio di Dio fatto Figlio dell'uomo: si abituava a dimorare nell'umanità, a riposare negli uomini e ad abitare nella creatura di Dio, operando la volontà del Padre in essi e rinnovandoli dalla vetustà alla novità di Cristo.
2. [Questo Spirito chiedeva Davide per l'umanità, quando diceva: "rafforzami con lo Spirito reggitore" (Sal 51,14; CEI: "sostienimi con uno spirito generoso").] Luca dice che dopo l'assunzione del Signore lo Spirito è disceso sui discepoli a Pentecoste, con il potere di introdurre tutti i popoli nella vita e aprir loro la nuova alleanza. Perciò in tutte le lingue e in piena unità inneggiavano a Dio, mentre lo Spirito riconduceva al'unità le tribù disperse e offriva al Padre le primizie di tutti i popoli. Perciò anche il Signore promise che avrebbe mandato il Paraclito, che ci doveva mettere in armonia con Dio. Come infatti dalla farina asciutta non può farsi senza acqua un solo impasto e un solo pane, neppure noi, molti, potevamo potevamo divenire uno in Cristo Gesù senza l'acqua dall'alto. E come la terra arida se non riceve umidità non fruttifica, così anche noi, già legno secco (cf. Lc 23,31), mai avremmo portato frutto di vita senza il dono di quella pioggia (cf. Sal 68,10). Il nostro corpo ha ricevuto l'unione all'incorruttibilità mediante il lavacro, l'anima mediante lo Spirito. (...la Samaritana e l'acqua)
3. (...Gedeone e la rugiada sul vello) ...che è lo Spirito di Dio disceso sul Signore, "Spirito di sapienza e intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà, Spirito di timore di Dio" (Is 11,2-3 LXX), a sua volta da lui donato alla Chiesa, mandato dal cielo il Paraclito su tutta la terra dove, dice il Signore, anche il diavolo è stato gettato come una folgore (cf. Lc 10,18). Pertanto anche a noi è necessaria la rugiada divina, per non essere bruciati né infecondi, e perché dove abbiamo un accusatore, lì abbiamo anche un Paraclito. Il Signore ha affidato allo Spirito Santo la sua creatura umana incappata nei briganti, della quale ha avuto compassione e fasciato le ferite, sborsando poi due denari regali (cf. Lc 10,30-35), cosicché, ricevendo mediante lo Spirito l'immagine e l'iscrizione del Padre e del Figlio, facessimo fruttificare il denaro affidatoci e lo riconsegnassimo al Signore moltiplicato.

17.1. (...) Et iterum potestatem regenerationis in Deum dans discipulis dicebat eis: Euntes docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris et Filii et Spiritus sancti. Hunc enim promisit per prophetas effundere se in novissimis temporibus super servos et ancillas ut prophetent; unde et in Filium Dei Filium hominis factum descendit, cum ipso adsuescens habitare in genere humano et requiescere in hominibus et habitare in plasmate Dei, voluntatem Patris operans in ipsis et renovans eos a vetustate in novitatem Christi.
2. Hunc Spiritum [petiit David humano generi dicens: Et Spiritu principali confirma me. Quem et] descendisse Lucas ait post ascensum Domini super discipulos in Pentecoste, habentem potestatem omnium gentium ad introitum vitae et adapertionem novi Testamenti; unde et omnibus linguis conspirantes hymnum dicebant Deo, Spiritu ad unitatem redigente distantes tribus et primitias omnium gentium offerente Patri. Unde et Dominus pollicitus est mittere se Paraclitum, qui nos aptaret Deo. Sicut enim de arido tritico massa una fieri non potest sine humore neque unus panis, ita nec nos multi unum fieri in Christo Iesu poteramus sine aqua quae de caelo est. Et sicut arida terra, si non percipiat humorem, non fructificat, sic et nos, lignum aridum exsistentes primum, numquam fructificaremus vitam sine superna voluntaria pluvia. Corpora enim nostra per lavacrum illam quae est ad incorruptionem unitatem acceperunt, animae autem per Spiritum. [Unde et utraque necessaria, cum utraque proficiunt in vitam Dei, miserante Domino nostro Samaritanae illi praevaricatrici, quae in uno viro non mansit, sed fornicata est in
multis nuptiis, et ostendente ei et pollicente aquam vivam, ut ulterius non sitiret neque occuparetur ad humectationem aquae laboriosae, habens in se potum saliens in vitam aeternam, quod Dominus accipiens munus a Patre ipse quoque his donavit qui ex ipso participantur, in universam terram mittens Spiritum sanctum.
3. Hanc muneris gratiam praevidens Gedeon ille Israelita, quem elegit Deus ut salvaret populum Israel de potentatu alienigenarum, demutavit petitionem, et super
vellus lanae in quod tantum primum ros fuerat, quod erat typus populi, ariditatem futuram prophetans, hoc est non iam habituros eos a Deo Spiritum sanctum, sicut Esaias ait: Et nubibus mandabo ne pluant super eam in omni autem terra fieri ros, quod est] Spiritus Dei, qui descendit in Dominum, Spiritus sapientiae et intellectus, Spiritus consilii et virtutis, Spiritus scientiae et pietatis, Spiritus timoris Dei, quem ipsum iterum dedit Ecclesiae, in omnem terram mittens de caelis Paraclitum, ubi et diabolum tamquam fulgur proiectum ait Dominus. Quapropter necessarius nobis est ros Dei ut non comburamur neque infructuosi efficiamur, et ubi accusatorem habemus illic habeamus et Paraclitum, commendante Domino Spiritui sancto suum hominem qui inciderat in latrones, cui ipse misertus est et ligavit vulnera eius, dans duo denaria regalia ut, per Spiritum imaginem et inscriptionem Patris et Filii accipientes, fructificemus creditum nobis denarium, multiplicatum Domino adnumerantes.

* Al n. 2 Ireneo fa riferimento alla pluvia voluntaria (LXX: βροχὴν ἑκούσιον) di Sal 68 (67),10 - trad. CEI 2008 «pioggia abbondante», NR 2006 «pioggia benefica» -. LO traduce giustamente «pioggia mandata liberamente dall'alto», come puro dono. Subito dopo Ireneo aggiunge: «Il nostro corpo ha ricevuto l'unione all'incorruttibilità mediante il lavacro, l'anima mediante lo Spirito». L'espressione, a quanto pare, è risultata difficile o ambigua, e LO parafrasa: «Il lavacro battesimale con l'azione dello Spirito Santo ci ha unificati tutti nell'anima e nel corpo in quell'unità che preserva dalla morte». Ma è chiaro che Ireneo non intende separare acqua sacramentale e Spirito, corpo e anima, bensì sottolineare il parallelismo acqua/corpo - anima/Spirito: il sacramento è necessario per la salvezza dell'intero essere umano. Dalla parafrasi LO risulta l'idea, assente nel testo, che il sacramento «unifica» anima e corpo.
* Al n. 3 la traduzione LO lascia molto a desiderare: «...mandando dal cielo il Paraclito su tutta la terra, da dove, come disse egli stesso, il diavolo fu cacciato come folgore cadente». Sembra che il diavolo sia stato cacciato dalla terra, mentre Ireneo afferma che è stato cacciato dal cielo e gettato sulla terra (cf. Ap 12,9-12), dove viene per l'appunto inviato lo Spirito Santo perché laddove c'è l'accusatore ci sia anche il difensore.

sabato 30 aprile 2016

Ascensione del Signore, ufficio delle letture

Per l'Ascensione LO propone i nn. 1 (completo) e 2 (parziale) di un sermone di Agostino (263/A). Riporto la conclusione del n. 2, omessa da LO, che completa l'argomentazione (traduzione NBA). Il n. 3 vuole poi rispondere a una obiezione dei Manichei, tesa a mostrare come Gesù non poteva essere asceso con il corpo. Il n. 4 è una digressione sul significato del numero 40.

Dai Discorsi di sant'Agostino, vescovo (sull'Ascensione del Signore, ed. A. Mai 98,1-2; PLS 2,494-495)

Ascensione del Signore (Discorso 263/A).
1. Oggi il Signore nostro Gesù Cristo è asceso al cielo: salga con lui anche il nostro cuore. Ascoltiamo le parole dell'Apostolo: "Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, dov'è Cristo, assiso alla destra di Dio: aspirate alle cose di lassù e non a quelle della terra" (Col 3,1-2). Come infatti egli è asceso al cielo ma non si è allontanato da noi, così anche noi siamo già lassù con lui, benché ancora non si sia realizzato nel nostro corpo quanto ci è stato promesso. Egli è stato già esaltato sopra i cieli; tuttavia sulla terra soffre ogni pena a cui noi, sue membra, siamo soggetti. Di ciò ha dato la prova quando gridò dall'alto: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" (At 9,4); "Ebbi fame e mi avete dato da mangiare" (Mt 25,35). Perché anche noi, qui in terra, non ci adoperiamo a far sì che, per mezzo della fede, della speranza e della carità che ci uniscono a lui, già riposiamo con lui nei cieli? Cristo, pur essendo nei cieli, è anche con noi; e noi, pur stando qui in terra, siamo anche con lui. Egli lo può fare per la divinità, la potenza e l'amore che ha; noi, anche se non possiamo farlo per la divinità come lui, tuttavia lo possiamo con l'amore, però in lui. Egli non abbandonò il cielo quando ne discese per venire a noi né si è allontanato da noi quando salì di nuovo al cielo. Che egli fosse in cielo mentre era anche qui sulla terra lo afferma lui stesso: "Nessuno - disse - è asceso al cielo se non chi è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo che è in cielo" (Gv 3,13). [Non disse: "Il Figlio dell'uomo che sarà in cielo", ma: "Il Figlio dell'uomo che è in cielo".
2. Che Cristo rimanga con noi anche quando è in cielo, ce lo ha promesso prima di salirvi, dicendo: "Ecco, io sono con voi sino alla fine dei secoli" (Mt 28,20). I nostri nomi sono lassù, perché egli ha detto: "Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti in cielo" (Lc 10,20); anche se ancora con i nostri corpi e le nostre fatiche pestiamo la terra e siamo pestati dalla terra. Ci radunerà di qui integralmente colui che possiede le primizie del nostro spirito (cf. Rm 8,23). Ma quando, dopo la risurrezione del nostro corpo, avremo cominciato a vivere nella gloria di Cristo, il nostro corpo non dimorerà più in mezzo a queste realtà mortali né su queste si riverserà il nostro affetto. Non dobbiamo pensare che per noi sia preclusa la perfetta dimora celeste degli angeli, per il fatto che Cristo ha detto: "Nessuno è asceso al cielo se non chi è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo che è in cielo" (Gv 3,13). Dicendo così sembra che solo a se stesso attribuisca questa possibilità, e che nessuno di noi la possa avere.] Ma ha parlato così a motivo dell'unità [che c'è tra noi e lui], perché egli è nostro capo e noi sue membra. Certo, nessuno se non lui [ascenderà in cielo], perché anche noi siamo lui, nel senso che egli è Figlio dell'uomo per noi e noi siamo figli di Dio per lui. Così dice infatti l'Apostolo: "Come il corpo è uno solo ed ha molte membra, ma tutte le sue membra, pur essendo molte, non sono che un corpo solo, così anche Cristo" (1Cor 12,12). Non ha detto: "Così Cristo", ma: "così anche Cristo". Cristo dunque è formato da varie membra, pur essendo un corpo solo. Discese dunque dal cielo per misericordia e vi ascese lui solo; noi siamo ascesi in lui per grazia. Per questo soltanto Cristo è disceso e soltanto Cristo è asceso; non nel senso che la dignità del capo si diluisca nel corpo, ma che l'unità del corpo non viene separata dal capo. [Non dice: "alle discendenze [di Abramo]", come se si trattasse di molte, ma come di una sola: "e alla tua discendenza" che è Cristo (Gal 3,16). Chiama Cristo discendenza di Abramo; e tuttavia lo stesso Apostolo disse: "Voi siete discendenza di Abramo" (Gal 3,29). Se dunque si parla non delle discendenze [di Abramo] come se si trattasse di molte, ma come di una sola; se questa discendenza di Abramo è Cristo; se anche noi siamo discendenza di Abramo: quando Cristo ascende in cielo, noi non veniamo separati da lui. Colui che è disceso dal cielo non ci rifiuta il cielo, ma in un certo qual senso grida: Siate mie membra se volete salire in cielo. Nel frattempo dunque rafforziamoci in questa fede, bramiamo questo con ogni desiderio. Pensiamo, ora qui in terra, che siamo già contati in cielo. Allora deporremo la carne mortale, ora deponiamo la vecchiezza del cuore. Facilmente il corpo sarà elevato nell'alto dei cieli se il peso dei peccati non opprime lo spirito.]

De Ascensione Domini.
1. Hodie Dominus noster Iesus Christus ascendit in caelum; ascendat cum illo cor nostrum. Audiamus Apostolum dicentem: Si consurrexistis cum Christo, quae sursum sunt sapite, ubi Christus est in dextera Dei sedens; quae sursum sunt quaerite, non quae super terram (Col 3,1-2). Sicut enim ille ascendit, nec recessit a nobis, sic et nos cum illo ibi iam sumus, quamvis nondum in corpore nostro factum sit quod promittitur nobis. Ille iam exaltatus est super caelos; patitur tamen in terris quicquid laborum nos tamquam eius membra sentimus. Cui rei testimonium perhibuit desuper clamans: Saule, Saule, quid me persequeris? (Act 9,4) Et: Esurivi, et dedistis mihi manducare (Mt 25,35). Cur non etiam nos ita laboramus in terris, ut per fidem, spem, caritatem, qua illi connectimur, iam cum illo requiescamus in caelis? Ille cum ibi est, etiam nobiscum est; et nos cum hic sumus, etiam cum illo sumus. Illud ipse et divinitate et potestate et dilectione; hoc autem nos, etsi divinitate non possumus sicut ipse, dilectione tamen possumus, sed in ipsum. Ille de caelo non recessit, cum ad nos inde descendit; nec a nobis recessit, cum in caelum rursus ascendit. Nam quia ibi erat cum hic esset, ita ipse testatur: Nemo, inquit, ascendit in caelum, nisi qui de caelo descendit, Filius hominis qui est in caelo (Io 3,13). [Non dixit: Filius hominis qui erit in caelo, sed: Filius hominis qui est in caelo.
2. Quod vero nobiscum est etiam cum ibi est, ante quam ascenderet hoc promisit dicens: Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem saeculi (Mt 28,20). Nos autem nominibus ibi sumus, quoniam ipse dixit: Gaudete, quia nomina vestra scripta sunt in caelo (Lc 10,20); quamvis a corporibus et laboribus conteramus terram, et conteramur a terra. Sed cum post resurrectionem corporis esse in eius gloria coeperimus, nec ista mortalia nostrum incolet corpus, nec in ista inclinabitur noster affectus; totus hinc colligit, qui primitias nostri spiritus tenet (cf. Rm 8,23). Neque enim propterea nobis desperanda est perfecta et angelica caelestis habitatio, quia dixit: Nemo ascendit in caelum, nisi qui de caelo descendit, Filius hominis qui est in caelo (Io 3,13); de solo enim se ipso videtur dixisse, quasi hoc nemo nostrum possit accipere;] sed dictum est propter unitatem, quia caput nostrum est, et nos corpus eius. Hoc ergo nemo nisi ipse, quia et nos ipse secundum id quod ipse filius hominis propter nos, et nos Dei filii propter ipsum. Ita quippe Apostolus dicit: Sicut enim corpus unum est, et membra habet multa; omnia autem corporis membra cum sint multa, unum est corpus, ita et Christus (1Cor 12,12). Non ait: ita Christus; sed ait: ita et Christus. Christus ergo membra multa, unum corpus. Descendit itaque de caelo per misericordiam, nec ascendit nisi ipse, cum et nos in ipso per gratiam. Ac per hoc non nisi Christus descendit, nec nisi Christus ascendit; non quod capitis dignitas confundatur in corpore, sed quod corporis unitas non separetur a capite. [Non enim dicit ex seminibus tamquam in multis, sed tamquam in uno, in semine tuo quod est Christus (Gal 3,16). Proinde Christum dicit semen Abrahae; et tamen idem ipse Apostolus: Vos ergo, inquit, Abrahae semen estis (Gal 3,29). Si ergo non in seminibus tamquam in multis, sed tamquam in uno: et hoc semen Abrahae, quod est Christus: et hoc semen Abrahae, quod sumus nos; cum ascendit in caelum, nos ab illo non separamur. Qui descendit de caelo, non nobis invidet caelum, sed quodammodo clamat: Mea membra estote, si ascendere vultis in caelum. Et hoc ipso interim roboremur, in hoc votis omnibus aestuemus; hoc meditemur in terris, quod computamur in caelis. Tunc exuturi carnem mortalitatis, nunc exuamus animi vetustatem: facile corpus levabitur in alta caelorum, si non premant spiritum sarcinae peccatorum.]

Il Cristo totale (Christus totus), capo e membra, trionfa in cielo e lotta in terra (cf. In Io. ev. tr. 21,8; En. in ps. 3,1,9; 55,3; Ep. 187,40; si veda anche la lettura agostiniana per la I domenica di quaresima qui). Se la nostra fatica terrena è vissuta in unione con Cristo mediante fede, speranza e carità, in essa è già possibile fare una certa anticipata esperienza del riposo ultimo. In virtù dell'unione con lui, la nostra vita sulla terra consente già una qualche esperienza del cielo, che pertanto viene a orientare e motivare il cammino terreno.

venerdì 22 aprile 2016

VI domenica di pasqua, ufficio delle letture

Il commento di Cirillo Alessandrino alla 2Cor è andato perso, come altre sue opere esegetiche. Ce ne sono arrivati soltanto alcuni frammenti attraverso le "catene", ovvero quei testi nei quali per ogni passo di un dato libro biblico si riportavano commenti di diversi autori. Per la VI domenica del tempo pasquale ci è proposto uno di questi frammenti, dove Cirillo commenta 2Cor 5,16-18:
«Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.» 
«Alla maniera umana»: così la versione CEI traduce κατὰ σάρκα, letteralmente «secondo la carne», in maniera carnale. Gran parte del discorso ruota attorno a questo, e Cirillo spiega come per «carne» intenda la debolezza e la corruzione della condizione umana. «Corruzione» in quanto la vita umana è sottoposta al potere della morte. Probabilmente egli ha presente Gal 6,8, dove Paolo lega carne e corruzione: «chi semina per la (o: nella) sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo (o: nello) Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna». LO cerca di spiegare a suo modo il concetto di carne, introducendo di sana pianta espressioni assenti nel testo:
LO: ... può dire con ragione di non conoscere alcuno secondo la carne, di sentirsi, cioè, fin d'ora partecipe della condizione del Cristo glorioso. ... Quando diciamo che nessuno è più nella carne intendiamo riferirci a quella condizione connaturale alla creatura umana che comprende, fra l'altro, la particolare caducità propria dei corpi.
Non sembrano espressioni felici: per i Padri la caducità non è inerente alla natura umana come tale, ma solo alla natura decaduta, ferita dal peccato.
Comunque sia, è interessante l'applicazione del discorso di Paolo (e Cirillo) alla questione del Gesù storico. Una volta che, per ipotesi, si fosse ricostruito con esattezza tutto il Gesù storico, fatti e detti, per filo e per segno, saremmo ancora a una conoscenza secondo la carne, salvificamente irrilevante: solo nella fede brilla a noi la luce trasformante del Logos e il potere della morte viene calpestato.

Dal Commento sulla Seconda Lettera ai Corinzi di san Cirillo di Alessandria, vescovo (5,5-6; PG 74,942-943)

{v. 5,15a} Coloro che hanno la caparra dello Spirito (cf. 2Cor 5,5) e sono ricchi della speranza della risurrezione, già afferrano le realtà attese come presenti e dicono: «sicché noi da ora non conosciamo più nessuno secondo la carne» (2Cor 5,16a); tutti siamo infatti spirituali e non nella corruzione della carne. [Penso che in queste espressioni chiami «carne» la corruzione della carne.] Poiché su noi è brillato l'Unigenito, veniamo trasformati a immagine del Logos onnivivificante. Come infatti sotto il regno del peccato eravamo incatenati nella morte, subentrata la giustizia in Cristo abbiamo scosso via la corruzione. Pertanto nessuno è nella carne, cioè nella debolezza della carne. Sulla base di altre espressioni, si può giustamente pensare alla corruzione.
{v. 5,16b} [Dopo aver affermato di non aver conosciuto nessuno secondo la carne, con un occhio ai pensieri fuori luogo di alcuni, aggiunge:] «e se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16b). Avrebbe ugualmente potuto dire: «il Verbo si è fatto carne e ha dimorato tra noi» (Gv 1,14), secondo la carne ha subito la morte per la vita di tutti, e così lo abbiamo conosciuto. Tuttavia, ora non lo conosciamo più così. Certo, è ancora nella carne - dopo tre giorni è tornato in vita - ma si trova presso il Padre nei cieli e dunque lo pensiamo al di sopra della carne. Morto una volta «non muore più, la morte non lo signoreggia oltre. In quanto è morto, è morto al peccato una volta per tutte; in quanto vive, vive per Dio» (Rm 6,8-9).
{v. 5,17} Se dunque egli con ciò è stato il principe della nostra vita (cf. At 3,15), dobbiamo necessariamente pensare che anche noi, che abbiamo seguito le sue orme, non siamo più nella carne, ma al di sopra della carne. Molto giustamente il beato Paolo aggiunge quindi: «Sicché se uno è in Cristo è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17). [E' vecchio il detto «terra sei e terra tornerai» (Gn 3,19); e anche quell'altro che si legge nel libro di Mosé: «Fin dalla giovinezza la mente dell'uomo è ben dedita al male» (Gn 8,21). E' vecchio inoltre quanto sta nella legge: dichiara tutto quanto sorpassato.] Siamo infatti giustificati dalla fede in Cristo ed è cessato l'effetto della maledizione. Riprese vita per noi colui che ha calpestato la forza della morte, e abbiamo conosciuto colui che veramente e per natura è Dio, al quale prestiamo culto in ispirito e verità (cf. Gv 4,23-24), per la mediazione del Figlio, che dal Padre nell'alto riversa le benedizioni sul mondo.
{v. 5,18} Perciò il beato Paolo aggiunge assai sapientemente: «Tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati a sé mediante Cristo» (2Cor 5,18a). E davvero non senza la volontà del Padre si realizzò il mistero dell'economia con la carne e il conseguente rinnovamento. [A ciò il mistagogo aggiunge che lo stesso Padre ci ha riconciliati a sé mediante Cristo, resi nemici i greci dall'errore politeista e i giudei dalla volontà di rimanere fermi alle ombre veterotestamentarie, senza accedere alla via del vero culto.] Mediante lui, infatti, abbiamo l'accesso, e «nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6), secondo quanto egli stesso afferma. Dunque «tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati a sé mediante Cristo, e ci ha conferito il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18).

Οἱ τὸν ἀῤῥαβῶνα τοῦ Πνεύματος ἔχοντες, καὶ τὴν τῆς ἀναστάσεως ἐλπίδα πεπλουτηκότες, τῶν ἔσεσθαι προσδοκωμένων ὡς ἐνεστηκότων ἤδη ἐπιδραττόμενοί φασιν Ὥστε ἡμεῖς ἀπὸ τοῦ νῦν οὐδένα οἴδαμεν κατὰ σάρκα, πάντες γάρ ἐσμεν πνευματικοὶ καὶ οὐκ ἐν φθορᾷ σαρκικῇ· [σάρκα γὰρ ἐν τούτοις, καθάπερ ἐγῷμαι, τὴν τῆς σαρκὸς ὀνομάζει φθοράν·] ἐπιλάμψαντος γὰρ ἡμῖν τοῦ Μονογενοῦς, μετεστοιχειώμεθα πρὸς τὸν τὰ πάντα ζωοποιοῦντα Λόγον. ὥσπερ γὰρ τοῖς τοῦ θανάτου δεσμοῖς ὑπεκείμεθα βασιλευούσης τῆς ἁμαρτίας, οὕτω τῆς ἐν Χριστῷ δικαιοσύνης εἰσκεκριμένης, ἀπεσεισάμεθα τὴν φθοράν· οὐδεὶς οὖν ἄρα ἐστὶν ἐν σαρκὶ, τουτέστιν ἐν ἀσθενείᾳ σαρκικῇ. καὶ πρός γε τῶν ἄλλων ἡ φθορὰ νοοῖτ’ ἂν εἰκότως·
[ἐπειδὴ δὲ ἔφη οὐδένα ἐγνωκέναι κατὰ σάρκα, προσεπάγει τὰς τινῶν ὑφορώμενος ἐκτόπους ἐννοίας]
Εἰ γὰρ καὶ ἐγνώκαμεν κατὰ σάρκα Χριστὸν ἀλλὰ νῦν οὐκ ἔτι γινώσκομεν. ὅμοιον ὡς εἴπερ ἕλοιτο λέγειν, γέγονε “σὰρξ ὁ Λόγος καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν”, καὶ τὸν ὑπὲρ τῆς ἁπάντων ζωῆς ὑπέστη θάνατον κατὰ σάρκα, καὶ οὕτως αὐτὸν ἐγνώκαμεν· πλὴν ἀπὸ τοῦ νῦν οὐκ ἔτι γινώσκομεν· εἰ γὰρ καὶ ἔστιν ἐν σαρκὶ, τριήμερος γὰρ ἀνεβίω καὶ ἔστι πρὸς τὸν ἐν τοῖς οὐρανοῖς Πατέρα, ἀλλ’ οὖν ὑπὲρ σάρκα νοεῖται· ἅπαξ γὰρ ἀποθανὼν “οὐκ ἔτι ἀποθνήσκει, θάνατος αὐτοῦ οὐκ ἔτι κυριεύει· ὃ γὰρ ἀπέθανεν, τῇ ἁμαρτίᾳ ἀπέθανεν ἐφάπαξ· ὃ δὲ ζῇ, ζῇ τῷ Θεῷ”. οὐκοῦν εἰ γέγονεν ἐν τούτοις ὁ τῆς ζωῆς ἡμῶν ἀρχηγὸς, πᾶσά πως ἀνάγκη καὶ ἡμᾶς αὐτοὺς τοῖς ἴχνεσιν αὐτοῦ κατακολουθήσαντας, οὐκ ἐν σαρκὶ μᾶλλον, ἀλλ’ ὑπὲρ σάρκα νοεῖσθαι. ὀρθῶς οὖν λίαν ὁ θεσπέσιος Παῦλος Ὥστε εἴ τις ἐν Χριστῷ καινὴ κτίσις φησὶ τὰ ἀρχαῖα παρῆλθεν, ἰδοὺ, γέγονε καινά·
[ἀρχαῖον μὲν γὰρ τό “Γῆ εἶ καὶ εἰς γῆν ἀπελεύσῃ·” καὶ μὴν καὶ ἐκεῖνο τὸ ἐν βίβλῳ Μωσέως “Ἐπιμελῶς γὰρ ἔγκειται ἡ διάνοια τοῦ ἀνθρώπου ἐπὶ τὰ πονηρὰ ἐκ νεότητος·” ἀρχαῖα δὲ πρὸς τούτοις καὶ τὰ ἐν νόμῳ· ταυτὶ δὴ πάντα παρελάσαι φησίν·]
δεδικαιώμεθα γὰρ διὰ πίστεως τῆς ἐν Χριστῷ, καὶ πέπαυται τῆς ἀρᾶς ἡ δύναμις· ἀνεβίω γὰρ ὑπὲρ ἡμῶν ὁ τοῦ θανάτου πατήσας τὸ κράτος, καὶ τὸν φύσει τε καὶ ἀληθῶς ὄντα Θεὸν ἐγνώκαμεν, τὴν ἐν πνεύματί τε καὶ ἀληθείᾳ πληροῦντες λατρείαν, μεσιτεύοντος τοῦ Υἱοῦ καὶ τὰς ἄνωθεν καὶ παρὰ Πατρὸς εὐλογίας τῷ κόσμῳ διδόντος· ὅθεν τοι καὶ μάλα σοφῶς ὁ θεσπέσιος Παῦλος Τὰ δὲ πάντα φησὶν ἐκ τοῦ Θεοῦ τοῦ καταλλάξαντος ἡμᾶς ἑαυτῷ διὰ Χριστοῦ. καὶ γάρ ἐστιν ἀληθῶς οὐκ ἀβούλητον τῷ Πατρὶ τῆς μετὰ σαρκὸς οἰκονομίας τὸ μυστήριον καὶ ἡ δι’ αὐτοῦ καινουργία.
[προσεπάγει δὲ τούτοις ὁ μυσταγωγὸς ὅτι αὐτὸς ὁ Πατὴρ ἡμᾶς ἑαυτῷ κατήλλαξεν διὰ Χριστοῦ, ἐκπεπολεμωμένους αὐτῷ διὰ τῆς εἰς πολύθεον πλάνης ἕλληνας, καὶ ἰουδαίους διά γε τοῦ βούλεσθαι ταῖς κατὰ νόμον προσπεπῆχθαι σκιαῖς, καὶ τὸν τῆς ἀληθοῦς λατρείας οὐ προσίεσθαι λόγον·]
δι’ αὐτοῦ γὰρ τὴν προσαγωγὴν ἐσχήκαμεν, καί “Οὐδεὶς ἔρχεται πρὸς τὸν Πατέρα, καθά φησιν αὐτὸς, εἰ μὴ δι’” αὐτοῦ. οὐκοῦν τὰ πάντα ἐκ τοῦ Θεοῦ τοῦ καταλλάξαντος ἡμᾶς διὰ Χριστοῦ καὶ δόντος ἡμῖν τὴν διακονίαν τῆς καταλλαγῆς.

giovedì 21 aprile 2016

Enrico IV

"Pazzia", parola vecchia, generica e maltrattata: tutto quanto esce dalle proprie visuali non è stato - ed è tuttora - etichettato come tale? Gesù stesso, e gli apostoli, non sono stati ritenuti pazzi? Più modernamente e tecnicamente diciamo: "malattia mentale". Rimane il fatto che pone da sempre grandi sfide. Non soltanto quelle legate alla possibilità di una terapia (questioni già ardue e spesso insolute - il personaggio del dottore "alienista" non fa qui gran figura), ma anche quelle che riguardano non soltanto i pazzi e chi li voglia curare, ma gli uomini tutti indistintamente. Se ogni anomalia reca implicita la domanda sulla regola, la pazzia pone la questione della normalità, la quale implica a sua volta almeno tre problemi enormi: la questione della mente (quando funziona bene?); la questione della realtà e della sua percezione (qual è la realtà?); la questione dell'identità (chi sono io? chi sei tu?). Sono le questioni intorno alle quali ruota questo dramma di grande fascino che è Enrico IV di Pirandello, andato in scena a Prato al Teatro Metastasio dal 14 al 17 aprile, per la regia e l'interpretazione di Franco Branciaroli. Classica l'opera, classica la rappresentazione e l'interpretazione, nel chiaro e riuscito intento di dar voce al fine dialettico Luigi Pirandello, che riesce a costruire una sottile trama, nella quale alla fine l'incauto spettatore si trova inestricabilmente impigliato. E così chi al principio si sentiva forte di sé e del proprio senso della realtà, si fa - almeno per un attimo - pensoso e addirittura incerto: tali solide certezze - prima fra tutte l'immagine mentale che ciascuno di noi ha di sé - davvero son fondate? O forse nel punto di vista del pazzo non si aprono scenari degni di considerazione, se non addirittura prossimi al sovraumano, al divino? Non dimentichiamo la "divina mania", l'invasamento nel quale in tante culture la divinità parla(va). Se poi non è così chiaro quale sia la realtà e la vita, non si potrebbe preferire, come il nostro Enrico, la follia? Almeno il pazzo ha - può avere -, come lui, qualche lucidità (forse l'unica possibile?), che lo porta ad identificare la propria pazzia come tale, e quindi a non calarsi completamente in essa. Non è ancor più pazzo chi invece prende se stesso e la propria vita con quella infinita serietà e drammaticità che affoga e affonda interamente in essa, precludendo così ogni possibilità di metter fuori la testa? Questioni non oziose, che hanno lasciato grandi impronte in filosofie e religioni. La meditazione buddista non ha l'obiettivo di decostruire l'ego, questa impalcatura illusoria che rinchiude nella infernale dialettica del desiderio e del dolore? E la stessa rivelazione cristiana non ci parla di Trinità, ossia di tre persone che sono uno? Misteri, sui quali l'arte vera, strappandoci alla balda superficialità dell'ego gestore e manipolatore (rappresentata dal Barone Tito Belcredi, che infine muore), fa bene a renderci pensosi. E un po' pazzi.