giovedì 12 gennaio 2017

Il "Natale in casa Cupiello" di Latella

Per chi allestisce come per lo spettatore, questa commedia è difficile, per l'ovvio condizionamento costituito dalle celebri realizzazioni, teatrali e televisive, curate dal suo stesso autore. Latella è entrato gagliardamente nella mischia, sottoponendo il testo a un intenso lavorìo che ha dato esito a una rappresentazione originale, che probabilmente ha lasciato delusi, o almeno perplessi, quanti sono andati a teatro con il semplice intento di godersi una commedia alla quale sono affezionati. Se Eduardo scruta i suoi personaggi con sguardo bonario e indulgente, qui si ha una presa di distanza, l'azione appare quasi osservata e analizzata con una sorta di freddezza cerebrale.
La messa in scena delimita con chiarezza le tre parti del dramma. Più propriamente "rappresentata", la parte centrale ne è anche il nucleo originario ed essenziale. La prima parte è proposta quasi come semplice lettura di un testo scritto per il teatro, comprese le didascalie, a sottolineare da un lato il testo teatrale come testo letterario e dall'altro l'intento di piena fedeltà: in effetti il dettato originale è pienamente mantenuto. La parte finale assume, curiosamente, i tratti dell'opera comica settecentesca, ove i personaggi del contorno appaiono in stridente contrasto col dramma, fisico e morale, del protagonista.
Superfluo ribadire l'attualità di un testo scritto più di settant'anni fa, al centro del quale sta quel crocevia d'incontri e scontri che è da sempre la famiglia, con la quale ben si lega il tema del Natale, che ancor oggi un po' per tutti sa di famiglia. Non che vi sia un'attenzione alla dimensione religiosa del Natale: il presepe rappresenta qui un dato poetico e tradizionale, una certa immagine di mondo e famiglia, alla quale Lucariello intende tenacemente rimanere legato e che vuole trasmettere attorno e dietro a sé. Perché al cuore del dramma sta il problema, acuto oggi forse più di sempre, della tradizione: è possibile trasmettere alle nuove generazioni il "patrimonio" delle vecchie? Esso può essere conservato, oppure ci si deve rassegnare alla sua dissipazione? Possiamo consegnare nelle mani di qualcuno le cose che per noi sono state preziose? Il presepe è in fondo la narrazione concreta del mondo di Lucariello; il suo dramma è che il suo racconto non interessa a nessuno e non pare trovare nei figli se non flebile eco. Alla fine farà la "fine" di Gesù bambino - e qui mi pare sia una delle trovate più felici della drammaturgia -: il capezzale di Lucariello si trasforma nella culla del bambino Gesù. La conclusione pare aperta: i due mondi, quello del bambino-Lucariello e quello di tutti gli altri, non possono più incontrarsi? oppure in fondo da questa morte nascerà pur qualcosa? Molto dipende dal senso del flebile "sì" emesso dal figlio Tommasino che, dopo una serie di "no" al presepe, muta in extremis. Ma una sillaba non è troppo poco per reggere il peso della speranza?
Natale in casa Cupiello, di Eduardo De Filippo; regia Antonio Latella, produzione Teatro di Roma - Teatro Nazionale. Prato, Teatro Metastasio, 5/8 gennaio 2017.

venerdì 11 novembre 2016

16 novembre, Santa Geltrude (Gertrude) la Grande, vergine (memoria facoltativa) - ufficio delle letture

La Liturgia delle Ore ci presenta una passo del Legatus Divinae Pietatis, "L'Araldo del Divino Amore", noto anche come "Rivelazioni di S. Gertrude", testo in cinque libri dei quali solo il secondo, dal quale è tratta la lettura, redatto nel 1289, è di mano di Gertrude. Il c. XXIII è un ringraziamento che presenta una sintesi dei favori da lei ricevuti.

XXIII. Gratiarum actio, cum expositione diversorum beneficiorum, quam cum orationibus tam praecedentibus quam subsequentibus statutis temporibus prout potuit devotius legere consuevit.

1. Benedicat tibi anima mea, Domine Deus, Creator meus; benedicat tibi anima mea et ex medullis intimarum mearum confiteantur tibi miserationes tuae, quibus incontinentissima pietas tua tam indebite circumvenit me, [o dulcissime amator meus]. Gratias ago, ut undecumque possum, immensae misericordiae tuae, cum qua laudans glorifico longanimem patientiam tuam, qua dissimulasti, cum annos omnes infantiae et pueritiae, adulescentiae et iuventutis meae, usque pene ad finem vicesimi quinti anni tam caecata dementia pertransirem, ut cogitationibus, verbis et factis perficerem absque remorsione conscientiae, ut mihi nunc videtur, omne quod libebat, ubicumque licebat, non te praecavente, sive per naturaliter mihi insitam mali detestationem et boni delectationem, sive per exteriorem proximorum redargutionem, ac si pagana inter paganos vixissem, et numquam intellexissem quod tu, Deus meus, vel bonum remunerares, vel malum punires; cum tamen ab infantia, a quinto scilicet anno, me inter devotissimos amicos tuos in triclinio sanctae religionis tibi elegeris habilitari.

3. Unde [in eadem commotione] pro emendatione offero tibi, Pater amantissime, omnem passionem tui dilectissimi Filii, ab illa hora quae in praesepio super foenum reclinatus vagitum dedit, et deinceps pertulit per infantiles necessitates, pueriles defectos, adulescentiles adversitates et iuveniles passiones, usque post horam illam qua, inclinato capite, in cruce cum clamore valido spiritum emisit. Item in suppletionem omnium negligentiarum mearum, offero tibi, Pater amantissime, omnem cogitationem illam sanctissimam, quae in omnibus cogitationibus, verbis et factis perfectissima ab hora qua missus ab arce throni introivit [per aurem virginis] in regionem nostram tuus Unigenitus, usque post illam horam qua tuis paternis vultibus praesentavit gloriam carnis victricis.

5. Item pro gratiarum actione, in profundissimam abyssum humilitatis me demergens, cum superexcellenti misericordia tua simul collaudo et adoro illam dulcissimam benignitatem, qua, me sic deperdite vivente, tu Pater misericordiarum, cogitasti super me cogitationes pacis et non afflictionis, quomodo scilicet me sic multitudine et magnitudine beneficiorum tuorum exaltares.

8. Addidisti etiam inter haec mihi inaestimabilem amicitiae familiaritatem impendere, diversis modis illam nobilissimam arcam divinitatis, scilicet deificatum Cor tuum praebendo in copiam omnium delectationum mearum.

10. Insuper tam fidelibus promissionibus allexisti animam meam, qualiter mihi in morte et post mortem velles benefacere; quod iure etiam si nullum aliud donum haberem, pro hoc solo iugiter viva spe anhelaret ad te cor meum.

Ecco la traduzione LO, con qualche annotazione:

1. L'anima mia ti benedica, o Signore Dio, mio creatore: l'anima mia ti benedica e dall'intimo del mio cuore ti lodi la tua stessa misericordia, di cui il tuo amore infinito [1] mi ha circondato senza mio merito [2]. Ringrazio, come meglio sono capace, la tua immensa bontà e rendo gloria alla tua longanimità, alla tua pazienza e alla tua indulgenza [3]. Ho trascorso tutti gli anni della mia infanzia, della mia fanciullezza, della mia adolescenza e della mia gioventù fino all'età di venticinque anni come una cieca e una pazza. Parlavo e agivo secondo i miei capricci [4] e non sentivo alcun rimorso di questa mia condotta. Ne prendo coscienza solo ora. Non ti prestavo alcuna attenzione quando mi mettevi in guardia sui pericoli del mio comportamento o mediante una certa naturale avversione che sentivo verso il male, o attraverso le attrattive al bene che mi sollecitavano, o anche per mezzo dei rimproveri e delle riprensioni dei miei familiari. Vivevo come una pagana, che dimora fra i pagani, come una che mai avesse sentito dire che tu, mio Dio, ricompensi il bene e punisci il male. Ti ringrazio ancora che già dall'infanzia, esattamente fin dal quinto anno di età, mi hai scelta per farmi vivere fra i tuoi santi amici nell'ambito della santa religione.

3. Perciò per la conversione [5] ti offro, o Padre amatissimo, tutta la passione del tuo dilettissimo Figlio a cominciare dal momento che, posato sopra la paglia nel presepio, emise il primo vagito e poi sopportò le necessità dell'infanzia, le privazioni dell'adolescenza [6], le sofferenze della gioventù fino a quando, chinata la testa, spirò sulla croce con un forte grido. Così pure, per supplire alle mie negligenze, ti offro, o Padre amatissimo, tutto lo svolgersi [7] della vita santissima che il tuo Unigenito condusse in modo perfettissimo nei suoi pensieri, nella parole e azioni dal momento in cui fu mandato dall'altezza del tuo trono sulla nostra terra [8], fino a quando presentò al tuo sguardo paterno la gloria della sua carne vittoriosa.

5. In rendimento di grazie, mi immergo nel profondissimo abisso dell'umiltà e, assieme alla tua impagabile misericordia, lodo e adoro la tua dolcissima bontà. Tu, Padre della misericordia, mentre io sciupavo così la mia vita, hai nutrito a mio riguardo pensieri di pace e non di sventura, e hai deciso di sollevarmi così con la moltitudine e la grandezza dei tuoi benefici.

8. Hai voluto anche, tra l'altro, concedermi l'inestimabile familiarità della tua amicizia con l'aprirmi i diversi modi quel nobilissimo scrigno della divinità, che é il tuo cuore divino e offrirmi in esso, in grande abbondanza, ogni tesoro di gioia.

10. Hai attratto l'anima mia con la promessa sicura dei benefici che mi darai in morte e dopo la morte. Per cui anche se non avessi altro dono, per questo solo il mio cuore avrebbe ogni diritto di anelare a te con viva speranza.

[1] Incontinentissima pietas tua: una misericordia "incontinente", che non è capace di trattenersi e trabocca.
[2] Fa sorridere l'omissione in LO di o dulcissime amator meus: evidentemente è un po' troppo audace dire a Gesù: "mio dolcissimo amante"!
[3] Longanimem patientiam tuam, qua dissimulasti: la paziente longanimità con la quale mi hai tollerato. Dissimulo è usato in senso assoluto: Dio ha fatto le viste di non sapere, di non vedere il peccato.
[4] Secondo i miei capricci: la traduzione pare assai debole. Il latino è più forte e preciso: ut cogitationibus, verbis et factis perficerem absque remorsione conscientiae, ut mihi nunc videtur, omne quod libebat, ubicumque licebat, e cioè: in pensieri, parole e opere facevo senza rimorso di coscienza - lo vedo ora - tutto quello che mi piaceva, laddove era possibile.
[5] Pro emendatione: più che per conversione, direi che si tratta di una offerta fatta per rimediare, per riparare e fare ammenda.
[6] Qui il latino recita: per infantiles necessitates, pueriles defectos, adulescentiles adversitates et iuveniles passiones, ossia: le necessità dei neonati, i bisogni dei bambini, le difficoltà dei ragazzi, gli impeti dei giovani. Gertrude passa in rassegna tutte le fasi dello sviluppo. Intenderei le passiones giovanili (LO: sofferenze) come gli slanci propri di quell'età. A meno che si tratti dei problemi e delle fatiche della gioventù.
[7] Più che di svolgimento, il latino parla di pensiero: omnem cogitationem illam sanctissimam, tutto quel santissimo pensiero. L'accento è posto sull'interiorità.
[8] Qui LO omette per aurem virginis: il Verbo scende in terra attraverso l'orecchio della Vergine. Il tema è assai diffuso nella letteratura medievale: la fecondazione sarebbe avvenuta per insufflazione dello Spirito mediante le parole dell'arcangelo. Nella tradizione figurativa la si rappresenta come un cartiglio con le parole del saluto, che entra nell'orecchio di Maria (vedi p. es. la bellissima Annunciazione di Simone Martini e Lippo Memmi agli Uffizi, 1333).

giovedì 15 settembre 2016

Esaltazione della S. Croce, ufficio delle letture

Nel discorso I per la festa dell'Esaltazione della S. Croce di S. Andrea di Creta, si legge un passo che non risulta immediatamente perspicuo (PG 97, 1020D):
Διὰ τοῦτο μέγα τι χρῆμα καὶ τίμιον ὁ σταυρός. Μέγα μὲν, ὅτι πολλὰ δι'αὐτὸν τῶν ἀγαθῶν κατωρθώθη, καὶ τοσούτῳ πολλὰ, ὅσῳ καὶ τὰ Χριστοῦ θαύματα καὶ παθήματα κατὰ παντὸς ἔχει λόγου τὰ νικητήρια.
Il problema è come intendere κατὰ παντὸς ἔχει λόγου τὰ νικητήρια.

Gretser-Combefis: Magna igitur et pretiosa res crux est. Magna quidem, quia multa per ipsam bona effecta sunt; et tanto plura quanto magis Christi miraculis et cruciatibus potiores partes tribuendae sunt.
LO: È dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo.

Qui LO sembra dipendere dalla traduzione latina di PG (come probabilmente avviene spesso), ovviamente confondendo ulteriormente le idee rispetto a una traduzione giù fumosa. Io tradurrei così:

Perciò la croce è un bene grande e prezioso. Grande, perché per suo mezzo abbiamo ricevuto doni tanto più immensi, quanto più anche i miracoli e le sofferenze di Cristo la vincono su ogni possibile discorso.

Ciò che avviene sulla croce, la sofferenza e la morte del Logos incarnato, è un prodigio indicibile, che ἔχει τὰ νικητήρια - riporta vittoria, vince - κατὰ παντὸς λόγου - contro ogni discorso -. Per un modo di esprimersi simile si veda Gregorio di Nissa, Encomium in XL martyres II, PG 46, 776A.

mercoledì 7 settembre 2016

Natività della B. V. Maria, ufficio delle letture

Di Andrea di Creta (per una breve nota biografica si veda qui) ci restano quattro omelie per la festa della Natività di Maria, che apre l'anno liturgico bizantino. LO ci propone alcuni passi della I (PG 97, 806-810): in quanto primo evento connesso direttamente con l'incarnazione, la nascita di Maria rappresenta una pietra di confine tra Antica e Nuova Alleanza, prefigurazione e realizzazione, legge e grazia, lettera e spirito.

[…] Τέλος γὰρ νόμου, Χριστός· οὐ μᾶλλον ἡμᾶς ἀπάγων τοῦ γράμματος, ὅσον ἐπανάγων ἐπὶ τὸ πνεῦμα. Τοῦτο γὰρ ἠ τελείωσις, κατὰ αὐτὸς ὁ τοῦ νόμου δοτὴρ ἅπαντα συμπεράνας, ἐπὶ τὸ πνεῦμα τὸ γράμμα μετήνεγκεν, ἀνακεφαλαιώσας εἰς ἑαυτὸν τὰ πάντα, καὶ διαιτήσας νόμῳ τῇ χαριτι. Καὶ τὸν μὲν ὑποζεύξας, τὴν δὲ συνάψας ἐναρμονίως· οὐ φύρας τὰ θατέρου πρὸς θάτερον ἴδια, μετοχετεύσας δὲ καὶ λίαν θεοπρεπῶς, ἐπὶ τὸ κοῦφόν τε καὶ ἐλευθέριον ὅσον δυσαχθές τε καὶ δοῦλον, καὶ ὑποχείριον· ἵνα μηκέτι ὦμεν ὑπὸ τὰ στοιχεῖα τοῦ κόσμου δεδουλωμένοι, καθώς φησιν ὁ Ἀπόστολος, μηδὲ ζυγῷ δουλείας τοῦ νομικοῦ γράμματος ἐνεχώμεθα.
Τοῦτο γὰρ τῶν περὶ ἡμᾶς εὐεργετημάτων Χριστοῦ τὸ κεφάλαιον. Τοῦτο ἡ τοῦ μυστηρίου φανέρωσις· τοῦτο ἠ κενωθεῖσα φύσις, Θεὸς καὶ ἄνθρωπος, καὶ ἡ τοῦ προσλήμματος θέωσις. Ἀλλὰ τῆς οὕτω λαμπρᾶς τε καὶ περιφανεστάτης Θεοῦ πρὸς ἀνθρώπους ἐπιδημίας, ἔδει τι πάντως εἶναι καὶ χαρᾶς ἐπεισόδιον, δι'οὗ τὸ μέγα τῆς σωτηρίας εἰς ἡμᾶς πρόεισι δῶρον. Τὸ δέ ἐστιν ἡ παροῦσα πανήγυρις, προοίμιον ἔχουσα τῆς Θεοτόκου τῆν γέννησιν· συμπέρασμα δὲ, τῆς τοῦ Λόγου πρὸς σάρκα συμπήξεως τὴν ἀπόταξιν.
[…]
Παρθένος γὰρ ἄρτι γεννᾶται καὶ τιθηνεῖται καὶ πλάττεται, καὶ τῷ Θεῷ τῷ παμβασιλεῖ τῶν αἰώνων ἑτοιμάζεται μήτηρ.
[…]
Ἐπεὶ καὶ διπλοῦν ἐντεῦθεν ἡμῖν προσέσται ποιουμένοις τὸ κέρδος· τὸ μέν τι πρὸς τὴν ἀλήθειαν ἡμᾶς ἐπανάγον, τὸ δέ τι τῆς νομικῆς ἐν γράμματι δουλείας καὶ πολιτείας ἀπάγον. Πῶς, καὶ τίνα τρόπον; Ὑποχωρούσης δηλαδὴ τῆς σκιᾶς τῇ τοῦ φωτὸς παρουσίᾳ, καὶ τὴν ἐλευθερίαν τοῦ γράμματος ἀντεισφερούσης τῆς χάριτος· ὧν ἡ παροῦσα πανήγυρις μεθόριος ἵσταται, τὴν ἀλήθειαν τῶν τυπικῶν συμβόλων ἀντιπαραζευγνῦσα, καὶ τὰ νέα τῶν παλαιῶν ἀντεισφέρουσα.
[…]
Πᾶσα τοίνυν ἡ κτίσις ὑμνείτω καὶ χορευέτω, καὶ συνεισφερέτω τι τῶν τῆς ἡμέρας ἐπάξιον. Γενέσθω μία κοινὴ σήμερον οὐρανίων καὶ ἐπιγείων πανήγυρις· καὶ συνεορταζέτω πᾶν ὅσον ἐγκόσμιόν τε καὶ ὑπερκόσμιον σύγκριμα. Σήμερον γὰρ τοῦ Παντοκτίστου τὸ κτιστὸν ᾠκοδόμηται τέμενος· καὶ τὸ κτίσμα, τῷ Κτίστῃ θεῖον ἐναύλισμα καινοπρεπῶς ἑτοιμάζεται.

Ecco la traduzione che ne dà Vittorio Fazzo (Andrea di Creta, Omelie mariane, Città Nuova, Roma 1987, pp. 43-47). Per una migliore comprensione, riporto tra parentesi quadre alcune frasi omesse da LO:

[La celebrazione odierna è per noi l'inizio delle feste: è la prima per quanto riguarda la Legge e l'ombra, ma in realtà è anche l'ingresso per quanto riguarda la grazia e la verità. Inoltre essa è anche centrale e finale, poiché essa contiene l'inizio — e cioè il passaggio della Legge -, la centralità — e cioè il collegamento degli estremi -, e la fine — e cioè la manifestazione della verità.]
"Infatti, il termine della Legge è Cristo" (Rm 10,4), il quale ci allontana di tanto dalla lettera, di quanto ci innalza allo spirito: e questa è la perfezione, così come l'autore stesso della Legge, dopo aver compiuto tutte le cose, trasferì la lettera nello spirito avendo ricapitolato in se stesso tutte le cose ed essendosi posto ad arbitro della Legge con la grazia. Infatti pose la prima sotto il giogo congiungendovi armoniosamente la seconda, senza confondere la parte dell'una con quella dell'altra ma avendo incanalato meravigliosamente verso la leggerezza e la libertà ciò che era intollerabile, servile e assoggettato: affinché noi non fossimo più asserviti dalla schiavitù della lettera della Legge.
Questo e il punto essenziale dei benefici di Cristo verso di noi, questa è la manifestazione dei misteri; questa e la natura spogliata, il Dio e l'uomo, e la divinizzazione di ciò che si era aggiunto. E tuttavia, malgrado ciò, del soggiorno di Dio tra gli uomini — cosi splendido e brillantissimo — era proprio necessario che almeno ci fosse anche un'introduzione di gioia, attraverso la quale il grande dono della salvezza si avanza verso di noi. E questa appunto è la celebrazione odierna, che ha come esordio la nascita della Madre di Dio e come conclusione il decisivo atto dell'unione del Verbo con la carne: quell'atto per il quale la portentosa notizia più meravigliosa tra tutte, invocata da sempre, rimane difficile a comprendere e a dimostrare, essendo manifesta quanto più si nasconde, nascosta quanto più si manifesta.
[In verità, questo giorno gradito a Dio, e il primo delle feste, portando sul capo la luce della verginità e come se raccogliesse una corona di illibati fiori dai pascoli spirituali della Scrittura, annuncia la gioia comune a tutta la creazione, dicendo: "Abbiate fiducia, la celebrazione è per un genetliaco ma è anche per la rigenerazione della stirpe umana.] Ora una vergine è generata, nutrita e plasmata, ed è preparata come Madre di Dio, universale re dei secoli".
[...]
Perciò ogni creatura elevi inni e intrecci danze, e apporti qualcosa di degno per questo giorno! Ci sia oggi una sola e comune celebrazione degli esseri celesti e di quelli terreni, e tutto quanto il concerto mondano e sopramondano festeggi insieme unito. Oggi è stato edificato il creato santuario del creatore di tutte le cose, e in modo straordinario la creatura è preparata al creatore come sua divina dimora.
[La natura che prima era stata ridotta in terra oggi riceve l'inizio della divinizzazione, e la polvere si affretta a correre in alto verso la gloria suprema. Oggi Adamo, che presenta per noi a Dio la primizia proveniente da noi, gli offre Maria; e per mezzo di lei la primizia, che fra tutto l'impasto non ne era stata intrisa, diventa pane per la rigenerazione della stirpe.]

Dal punto di vista testuale, fa difficoltà la frase iniziale: οὐ μᾶλλον ἡμᾶς ἀπάγων τοῦ γράμματος, ὅσον ἐπανάγων ἐπὶ τὸ πνεῦμα. Essa alla lettera suona: (Cristo) "non di più ci distoglie dalla lettera, di quanto ci riconduce allo spirito" o anche "non piuttosto ci distoglie dalla lettera, quanto ci riconduce allo spirito". La difficoltà è testimoniata dalle traduzioni:
* Combefis (PG): qui non minus abducat a lege, quam ad spiritum provehat
* Fazzo: il quale ci allontana di tanto dalla lettera, di quanto ci innalza allo spirito
* LO: Si degni egli di innalzarci verso lo spirito ancora più di quanto ci libera dalla lettera della legge (soliti voli di fantasia).
Tralasciando la terza, troppo libera, le prime due traduzioni presuppongono l'eliminazione della negazione - o che οὐ sia espunto, o che sia corretto in οὗ (pronome relativo), e allora si riferirebbe alla legge, dalla cui lettera il Cristo distoglie, così: "(tanto) più ci distoglie dalla sua (=della legge) lettera, quanto ci riconduce allo spirito" -. In entrambi i casi il senso sarebbe: quanto più Cristo ci avvicina allo Spirito, tanto più ci distoglie dalla legge.
A mio avviso, in attesa di una edizione critica, si può mantenere il testo attuale, traducendo però: "... il quale (Cristo) non ci distoglie tanto dalla lettera, quanto ci riconduce allo spirito". Il senso è che la lettera non viene abolita, ma trasfigurata nello spirito. In effetti, Andrea s'impegna subito dopo a mostrare il rapporto tra questi due poli: la legge rimane, sottomessa però alla grazia e da essa regolata. Perciò questo distoglimento non è abolizione, ma liberazione da ogni servile pesantezza. Di tale liberazione è primo bagliore la nascita della Vergine.

domenica 31 luglio 2016

Diciottesima Domenica del Tempo Ordinario, ufficio delle letture

In effetti la Lettera di Barnaba è uno scritto non facile, denso, anche oscuro. Pertanto la traduzione LO si preoccupa giustamente di chiarirlo... in modo che davvero non si capisca più nulla! Così si legge sul breviario:

"Tre sono le grandi realtà rivelate dal Signore: la speranza della vita, inizio e fine della nostra fede; la salvezza, inizio e fine del piano di Dio; il suo desiderio di farci felici, pegno e promessa di tutti i suoi interventi salvifici." (1,6)

Sfido chiunque a capirci qualcosa. Il greco dice:

Τρία οὖν δόγματά ἐστιν κυρίου· ζωῆς ἐλπίς, ἀρχὴ καὶ τέλος πίστεως ἡμῶν, καὶ δικαιοσύνη, κρίσεως ἀρχὴ καὶ τέλος, ἀγάπη, εὐφροσύνης καὶ ἀγαλλιάσεως ἔργων ἐν δικαιοσύνῃ μαρτυρία.

Così traduce Omero Soffritti (La Lettera di Barnaba, EP 1974, p. 68):

"Ordunque, tre sono i principi del Signore: speranza di vita [è] inizio e fine della nostra fede; giustizia, inizio e fine di giudizio; amore di gioia e d'allegrezza (=amore gioioso), testimonianza di opere di giustizia."

Lo stesso commentatore, morto proprio nel febbraio di quest'anno in età avanzata, illustra il passo così:

"I tre «precetti del Signore» possono essere così spiegati: la «speranza di vita» è perfezione (= «principio e fine») di fede; la «giustizia» è perfezione di giudizio, cioè perfezione comprovata da giudizio; l'«amore gioioso e gaudioso» è testimonianza di opere di giustizia. Giustizia è concetto giudaico significante santità al cospetto di Dio; «opere di giustizia» sono opere giuste, in cui si dimostra e si comprova la giustizia. Wengst, pp. 11s., interpreta così: «Fondamento e scopo della fede è la speranza nella vita eterna; ciò che decide sulla partecipazione a questa vita e il giudizio, il cui criterio sarà la giustizia; testimone della giustizia che si manifesta nelle opere giuste e sulla quale avviene il giudizio, è l'amore... Ne risulta che fondamento della speranza è la giustizia... Essa è quindi per Barnaba il comportamento teologico fondamentale»" (ibidem, p. 69).

martedì 26 luglio 2016

9 agosto, festa di Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, vergine e martire, compatrona d'Europa (1891-1942), ufficio delle letture

Nel novembre del 1940 la Priora del Carmelo affida a sr. Teresa Benedetta della Croce il compito di fare uno studio su S. Giovanni della Croce, per la ricorrenza del 400.mo della nascita del dottore carmelitano (1542). La Stein ci lavorò fino al momento del suo arresto, il 2 agosto del 1942. Per tale motivo, lo scritto - Kreuzeswissenschaft. Studie über Joannes a Cruce, in italiano conosciuto come Scientia Crucis - non ebbe una revisione complessiva e può considerarsi relativamente incompiuto. Lo studio su S. Giovanni della Croce è per lei occasione per continuare ad approfondire la sua filosofia della persona, su ciò che significa "io, libertà, persona". Al centro del libro sta il simbolo della croce, che occupa un posto centrale nello stesso percorso esistenziale della Stein. Non per caso il suo nome in religione era "della Croce": ella avrebbe accettato la sofferenza e la morte come partecipazione alle sofferenze del Cristo.
La traduzione LO, tanto per cambiare, mi piace poco - anzi punto. Ad esempio: "Cristo s'era addossato lui stesso il giogo della legge, osservandola e adempiendola perfettamente, tanto da morire per la Legge e vittima della Legge. Nello stesso tempo, tuttavia, Egli ha esonerati dalla Legge tutti quelli che avrebbero accettata la vita da Lui". Qui si deve osservare che 1. "esonerare" è una grave banalizzazione: Cristo ha liberato dalla Legge, non solo esonerato da determinati precetti 2. tra la sottomissione di Cristo alla Legge e la sua opera di liberazione non c'è opposizione ("tuttavia") ma coincidenza ("proprio facendo così ha liberato…") 3. il testo non stabilisce una successione temporale ("coloro che avrebbero accettato") ma una contemporaneità, che è più forte e che non si vede per qual motivo eliminare.
Pertanto offro una mia traduzione, insieme al testo originale, premettendo un paragrafo che non c'è, che mi sembra meglio introdurre il discorso. Due sole annotazioni: 1. i "giorni in cui era notte intorno a lui, ma nella sua anima c'era luce", sono i momenti seguenti alla conversione di Paolo, durante i quali egli rimase cieco (cf. At 9,9) 2. quando scrive di una "guerra inesorabile contro la propria natura", si deve aggiungere (mentalmente) "decaduta", come mostra il seguito: "per far morire in essi la vita del peccato e fare spazio alla vita dello Spirito"; altrimenti ne risulta che la natura come tale è da combattere (il che è erroneo).

Dall'opera Scientia Crucis di santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, vergine e martire.

["In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me" (Gal 2,19-20). In quei giorni in cui era notte intorno a lui, ma nella sua anima c'era luce, lo zelatore della Legge ha riconosciuto che la Legge era soltanto pedagogo nel cammino verso Cristo: poteva preparare a ricevere la vita, non dare essa stessa la vita.]
Cristo ha preso su di sé il giogo della Legge, portandola a pieno compimento e morendo per - e in virtù di - essa. Proprio con questo ha liberato dalla Legge coloro che vogliono ricevere la vita da lui. Essi però possono riceverla soltanto in quanto abbandonano la propria vita. Perché "quanti sono battezzati in Cristo, sono battezzati nella sua morte" (Rm 6,3). Essi s'immergono nella sua vita per divenire membra del suo corpo, e come tali con lui soffrire e con lui morire, ma anche con lui risuscitare alla vita eterna, divina. Per noi questa vita arriverà nella sua pienezza solo nel giorno della gloria. Però già ora - "nella carne" - ne partecipiamo, nella misura in cui crediamo: crediamo che Cristo è morto per noi, per darci la vita. È questa fede che ci fa uno con lui, come le membra e il capo, e ci apre alla corrente della sua vita. Così, la fede nel Crocifisso - la fede viva, accompagnata dal dono di sé nell'amore - costituisce per noi l'accesso alla vita, e l'inizio della gloria futura. Perciò la croce è il nostro unico titolo di gloria: "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (Gal 6,14). Chi ha deciso per Cristo è morto per il mondo, e il mondo per lui. Egli porta le stigmate del Signore nel suo corpo (Gal 6,17); è debole e disprezzato di fronte agli uomini, ma proprio per questo forte, perché la potenza di Dio è forte nella debolezza (2Cor 12,9). Consapevole di questo, il discepolo di Gesù non soltanto accoglie la croce posta sulle sue spalle, ma si crocifigge egli stesso: "Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri" (Gal 5,24). Essi hanno condotto una guerra inesorabile contro la loro natura, per far morire in essi la vita del peccato e fare spazio alla vita dello Spirito. Quest'ultima è quello che conta. La croce non è fine a se stessa. Essa si erge e indica l'alto. Ebbene, non è solo segno: è la forte arma di Cristo, il bastone del pastore col quale il divino Davide affronta l'infernale Golia; col quale batte potentemente alle porte del cielo e le spalanca. Allora sgorgano le correnti della luce divina, e avvolgono tutti quelli che sono al seguito del Crocifisso.

[„Durch das Gesetz bin ich ... dem Gesetz abgestorben, damit ich Gott lebe; ich bin mit Christus an das Kreuz geheftet. Ich lebe aber, doch nicht mehr ich lebe, sondern Christus lebt in mir. Sofern ich aber jetzt im Fleisch lebe, lebe ich im Glauben an den Sohn Gottes, der mich geliebt und sich selbst für mich dahingegeben hat“ (Gal 2,19-20). In jenen Tagen, als es Nacht war um ihn, aber licht wurde in seiner Seele, hat der Eiferer für das Gesetz erkannt, daß das Gesetz nur Lehrmeister war auf dem Wege zu Christus. Es konnte vorbereiten auf den Empfang des Lebens, aber selbst kein Leben geben.]
Christus hat das Joch des Gesetzes auf sich genommen, indem Er es vollkommen erfüllte und für und durch das Gesetz starb. Eben damit hat Er die vom Gesetz befreit, die von Ihm das Leben empfangen wollen. Aber sie können es nur empfangen, wenn sie ihr eigenes Leben preisgeben. Denn die auf Christus getauft sind, sind auf Seinen Tod getauft (Rm 6,3-ss.). Sie tauchen unter in Sein Leben, um Glieder Seines Leibes zu werden, als solche mit Ihm zu leiden und mit Ihm zu sterben, aber auch mit Ihm aufzuerstehen zum ewigen, göttlichen Leben. Dieses Leben wird in seiner Fülle für uns erst kommen am Tage der Herrlichkeit. Wir haben aber jetzt schon – „im Fleisch“ – Anteil daran, sofern wir glauben: glauben, daß Christus für uns gestorben ist, um uns das Leben zu geben. Dieser Glaube ist es, der uns mit Ihm eins werden läßt wie die Glieder mit dem Haupt und uns öffnet für das Zuströmen Seines Lebens. So ist der Glaube an den Gekreuzigten – der lebendige Glaube, der mit liebender Hingabe gepaart ist – für uns der Zugang zum Leben und der Anfang der künftigen Herrlichkeit; darum das Kreuz unser einziger Ruhmestitel: „Ferne sei es von mir, mich zu rühmen; außer im Kreuz unseres Herrn Jesu Christus, durch den mir die Welt gekreuzigt ist und ich der Welt“ (Gal 6,14). Wer sich für Christus entschieden hat, der ist für die Welt tot, und sie für ihn. Er trägt die Wundmale des Herrn an seinem Leibe (Gal 6,17), ist schwach und verachtet vor den Menschen, aber gerade darum stark, weil in den Schwachen Gottes Kraft mächtig ist (2Cor 12,9). In dieser Erkenntnis nimmt der Jünger Jesu nicht nur das Kreuz an, das auf ihn gelegt ist, sondern kreuzigt sich selbst: Die Christus angehören, haben ihr Fleisch gekreuzigt mit seinen Lastern und Begierden (Gal 5,24). Sie haben einen unerbittlichen Kampf geführt gegen ihre Natur, damit das Leben der Sünde in ihnen ersterbe und Raum werde für das Leben des Geistes. Auf das Letzte kommt es an. Das Kreuz ist nicht Selbstzweck. Es ragt empor und weist nach oben. Doch es ist nicht nur Zeichen - es ist die starke Waffe Christi; der Hirtenstab, mit dem der göttliche David gegen den höllischen Goliath auszieht; womit er machtvoll an das Himmelstor pocht und es aufstößt. Dann fluten die Ströme des göttlichen Lichtes heraus und umfangen alle, die im Gefolge des Gekreuzigten sind. 

giovedì 12 maggio 2016

SS. Trinità, ufficio delle letture

Le quattro epistole scritte durante il terzo esilio (356-362) da Atanasio a Serapione, vescovo di Thmuis (delta del Nilo), riguardano la dottrina dello Spirito Santo. Atanasio vi combatte l'idea (eretica) secondo la quale lo Spirito Santo è creatura, una sorta di primo Angelo. L'epistola I ha questa struttura:

A prologo
B1 confutazione dell'esegesi ereticale di alcuni passi della Scrittura
B2 confutazione teologica delle posizioni ereticali
C1 insegnamento della Scrittura sullo Spirito Santo
C2 insegnamento della tradizione sullo Spirito Santo
D epilogo.

La lettura LO è tratta dalla sezione C2 (nn. 28-32), esposizione della dottrina teologica sullo Spirito Santo. Atanasio illustra la dottrina trinitaria, ove si tratta di tenere in equilibrio da un lato l'unità, per la quale tutto è ugualmente divino, unica l'operazione: la Trinità è "identica in se stessa e indivisibile nella natura, unica nella sua operazione" (ὁμοία δὲ ἑαυτῇ καὶ ἀδιαίρετός ἐστι τῇ φύσει καὶ μία ταύτης ἡ ἐνέργεια); dall'altro la distinzione, per la quale "il Padre opera ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo" (ὁ γὰρ πατὴρ διὰ τοῦ λόγου ἐν πνεύματι ἁγίῳ τὰ πάντα ποιεῖ). Se il Padre è la luce (φῶς), il Figlio è lo splendore (ἀπαύγασμα), lo Spirito l'illuminazione (ἐνέργεια καὶ αὐγοειδὴς χάρις, operazione e grazia luminosa).
Nota che il testo greco (Epistulae quattuor ad Serapionem, K. Savvidis, Athanasius, Werke, Band I. Die dogmatischen Schriften, Erster Teil, 4. Lieferung, Berlin - New York, De Gruyter 2010, pp. 593-601) e quello italiano (trad. E. Cattaneo, Lettere a Serapione, Roma, Città Nuova 1986, pp. 94-99, basata sul testo PG) non hanno la stessa numerazione dei paragrafi interni ai capitoli.

Dalle Lettere di sant'Atanasio, vescovo (Lett. 1 a Serapione, 28-30)

28.1. Vediamo tuttavia oltre a ciò anche la stessa tradizione, dottrina e fede che la Chiesa cattolica ha avuto fin dall'inizio, quella che il Signore ha consegnato, che gli Apostoli hanno predicato e che i Padri (*) hanno custodito. Su di essa infatti la Chiesa è stata fondata, e chi ne esce fuori non potrebbe più né essere né dirsi cristiano.
2. Pertanto la Trinità è santa e perfetta, riconosciuta Dio nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Essa non è mescolata con nulla di estraneo o estrinseco; non consta di Creatore e realtà prodotta, ma tutta intera crea e produce. È identica in se stessa, indivisibile nella natura, unica nella sua operazione. Il Padre infatti opera ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo, e cosi è mantenuta l'unità della Santa Trinità. Pertanto nella Chiesa si predica un solo Dio che è sopra tutti, attraverso tutti e in tutti. È sopra tutti come Padre, principio e fonte; attraverso tutti per mezzo del Verbo; in tutti nello Spirito Santo.
(...)
30.4. [Se invece, secondo la trovata di voi «sconnessi» (**) non è cosi, ma vi siete sognati di dire che lo Spirito Santo è creatura, allora la vostra fede non è più «una», e il vostro battesimo non è «uno», ma due: uno nel Padre e nel Figlio, l'altro in un angelo che è creatura, per cui tra voi nulla più è sicuro e vero.
5. Quale comunanza vi è infatti tra la creatura e il Creatore? Quale unità tra le cose create di quaggiù e il Verbo che le ha fatte?] Il beato Paolo, che sapeva bene ciò, non separa la Trinità, come voi fate; volendo invece insegnare l'unità di essa, ha scritto ai Corinzi sui doni spirituali, e ricapitola ogni cosa riconducendola all'unico Dio e Padre dicendo: "Vi sono diversità di carismi, ma lo Spirito è lo stesso; vi sono diversità di ministeri, ma il Signore è lo stesso; vi sono diversità di operazioni, ma Dio è lo stesso che opera tutto in tutti" (1Cor 12,6).
6. Ciò infatti che lo Spirito distribuisce a ciascuno in dono, proviene dal Padre mediante il Verbo. Poiché tutto ciò che è del Padre, appartiene al Figlio, per cui i carismi elargiti dal Figlio nello Spirito sono del Padre.
7. Inoltre, se lo Spirito è in noi, anche il Verbo, datore di esso, è in noi, e nel Verbo vi è il Padre; e cosi si verifica il passo: "Io e il Padre verremo e faremo dimora presso di lui" (Gv 14,23), come è stato detto. Dove infatti c'è la luce, lì vi è pure lo splendore; e dove vi è splendore, lì vi è anche la sua operazione e la sua grazia luminosa.
8. Insegnando ancora ciò, Paolo scriveva di nuovo ai Corinzi nella Seconda Lettera: "La grazia del Signore nostro Gesù Cristo e l'amore di Dio e la partecipazione dello Spirito Santo (sia) con tutti voi" (2Cor 13,13). Infatti la grazia data e il dono sono dati nella Trinità, dal Padre mediante il Figlio nello Spirito Santo. Come infatti la grazia data ha origine dal Padre e passa per il Figlio, cosi non ci potrebbe essere partecipazione di questo dono in noi se non nello Spirito Santo. Poiché solo partecipando di lui abbiamo l'amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunicazione dello stesso Spirito.
31.1. [Anche da ciò dunque appare che l'operazione della Trinità è unica. Infatti l'Apostolo non vuol dire che ciascuno (dei Tre) dà doni diversi e separati, ma che i doni vengono dati nella Trinità e che tutto ha origine dall'unico Dio.]

28. (1) Ἴδωμεν δὲ ὅμως καὶ πρὸς τούτοις καὶ αὐτὴν τὴν ἐξ ἀρχῆς παράδοσιν καὶ διδασκαλίαν καὶ πίστιν τῆς καθολικῆς ἐκκλησίας, ἣν ὁ μὲν κύριος ἔδωκεν, οἱ δὲ ἀπόστολοι ἐκήρυξαν καὶ οἱ πατέρες ἐφύλαξαν. ἐν ταύτῃ γὰρ ἡ ἐκκλησία τεθεμελίωται καὶ ὁ ταύτης ἐκπίπτων οὔτ’ ἂν εἴη οὔτ’ ἂν ἔτι λέγοιτο Χριστιανός. (2) τριὰς τοίνυν ἁγία καὶ τελεία ἐστίν, ἐν πατρὶ καὶ υἱῷ καὶ ἁγίῳ πνεύματι θεολογουμένη, οὐδὲν ἀλλότριον ἢ ἔξωθεν ἐπιμιγνύμενον ἔχουσα οὐδὲ ἐκ δημιουργοῦ καὶ γενητοῦ συνισταμένη, ἀλλ’ὅλη τοῦ κτίζειν καὶ δημιουργεῖν οὖσα. ὁμοία δὲ ἑαυτῇ καὶ ἀδιαίρετός ἐστι τῇ φύσει καὶ μία ταύτης ἡ ἐνέργεια. (3) ὁ γὰρ πατὴρ διὰ τοῦ λόγου ἐν πνεύματι ἁγίῳ τὰ πάντα ποιεῖ, καὶ οὕτως ἡ ἑνότης τῆς ἁγίας τριάδος σώζεται, καὶ οὕτως εἷς θεὸς ἐν τῇ ἐκκλησίᾳ κηρύττεται· «ὁ ἐπὶ πάντων καὶ διὰ πάντων καὶ ἐν πᾶσιν». «ἐπὶ πάντων» μὲν ὡς πατήρ, ὡς ἀρχὴ καὶ πηγή, «διὰ πάντων» δὲ διὰ τοῦ λόγου, «ἐν πᾶσι» δὲ ἐν τῷ πνεύματι τῷ ἁγίῳ.
(...)
30. (3) [εἰ δὲ κατὰ τὴν ὑμῶν τῶν Τροπικῶν ἐπεξεύρεσιν οὐχ οὕτως ἐστίν, ἀλλ’ ἐνυπνιάσθητε κτίσμα λέγειν τὸ πνεῦμα τὸ ἅγιον, οὐκέτι μία πίστις ἐστὶν ὑμῶν οὐδὲ ἓν βάπτισμα, ἀλλὰ δύο· ἓν μὲν εἰς πατέρα καὶ υἱόν, ἕτερον δὲ εἰς ἄγγελον κτίσμα ὄντα. καὶ οὐδὲν λοιπὸν ὑμῶν ἀσφαλὲς οὐδὲ ἀληθές. ποία γὰρ κοινωνία γενητῷ καὶ δημιουργῷ; ἢ ποία ἑνότης τοῖς κάτω κτίσμασι καὶ τῷ ταῦτα δημιουργήσαντι λόγῳ;] (4) τοῦτο εἰδὼς ὁ μακάριος Παῦλος οὐ διαιρεῖ τὴν τριάδα ὥσπερ ὑμεῖς, ἀλλὰ τὴν ἑνότητα ταύτης διδάσκων ἔγραφε Κορινθίοις περὶ τῶν πνευματικῶν καὶ τὰ πάντα εἰς ἕνα θεὸν τὸν πατέρα ἀνακεφαλαιοῖ λέγων· «διαιρέσεις δὲ χαρισμάτων εἰσί, τὸ δὲ αὐτὸ πνεῦμα· καὶ διαιρέσεις διακονιῶν εἰσίν, ὁ δὲ αὐτὸς κύριος· καὶ διαιρέσεις ἐνεργημάτων εἰσίν, ὁ δὲ αὐτὸς θεὸς ὁ ἐνεργῶν τὰ πάντα ἐν πᾶσιν». ἃ γὰρ τὸ πνεῦμα ἑκάστῳ διαιρεῖ, ταῦτα παρὰ τοῦ πατρὸς διὰ τοῦ λόγου χορηγεῖται. πάντα γὰρ τὰ τοῦ πατρὸς τοῦ υἱοῦ ἐστι. διὸ καὶ τὰ παρὰ τοῦ υἱοῦ ἐν πνεύματι διδόμενα τοῦ πατρός ἐστι χαρίσματα. (5) καὶ τοῦ πνεύματος δὲ ὄντος ἐν ἡμῖν καὶ ὁ λόγος ὁ τοῦτο διδούς ἐστιν ἐν ἡμῖν καὶ ἐν τῷ λόγῳ ἐστὶν ὁ πατήρ, καὶ οὕτως ἐστὶ τὸ «ἐλευσόμεθα ἐγὼ καὶ ὁ πατὴρ καὶ μονὴν παρ’ αὐτῷ ποιήσομεν» καθάπερ εἴρηται. ἔνθα γὰρ τὸ φῶς, ἐκεῖ καὶ τὸ ἀπαύγασμα. καὶ ἔνθα τὸ ἀπαύγασμα, ἐκεῖ καὶ ἡ τούτου ἐνέργεια καὶ αὐγοειδὴς χάρις. (6) καὶ τοῦτο πάλιν διδάσκων ὁ Παῦλος ἔγραφεν αὖθις Κορινθίοις καὶ ἐν τῇ δευτέρᾳ ἐπιστολῇ λέγων· «ἡ χάρις τοῦ κυρίου Ἰησοῦ Χριστοῦ καὶ ἡ ἀγάπη τοῦ θεοῦ καὶ ἡ κοινωνία τοῦ ἁγίου πνεύματος μετὰ πάντων ὑμῶν». ἡ γὰρ διδομένη χάρις καὶ δωρεὰ ἐν τριάδι δίδοται παρὰ τοῦ πατρὸς δι’ υἱοῦ ἐν πνεύματι ἁγίῳ. (7) ὥσπερ γὰρ ἐκ τοῦ πατρός ἐστι δι’ υἱοῦ ἡ διδομένη χάρις, οὕτως οὐκ ἂν γένοιτο κοινωνία τῆς δόσεως ἐν ἡμῖν εἰ μὴ ἐν τῷ πνεύματι τῷ ἁγίῳ. τούτου γὰρ μετέχοντες ἔχομεν τοῦ πατρὸς τὴν ἀγάπην καὶ τοῦ υἱοῦ τὴν χάριν καὶ αὐτοῦ τοῦ πνεύματος τὴν κοινωνίαν.
[31. (1) Μία ἄρα καὶ ἐκ τούτων ἡ τῆς τριάδος ἐνέργεια δείκνυται. οὐ γὰρ ὡς παρ’ ἑκάστου διάφορα καὶ διῃρημένα τὰ διδόμενα σημαίνει ὁ ἀπόστολος, ἀλλ’ ὅτι τὰ διδόμενα ἐν τριάδι δίδοται καὶ τὰ πάντα ἐξ ἑνὸς θεοῦ ἐστι.]

(*) Si tratta dei padri conciliari di Nicea.
(**) Atanasio chiama i suoi avversari, con espressione non chiara, τροπικόι (tropikoi). Tenendo conto dei significati di τρόπος / τροπή (tropos / trope), essa potrebbe significare che questa gente 1. è volubile 2. si esprime in modo stilisticamente elaborato 3. si esprime con metafore 4. segue procedimenti logici. Cattaneo opta per l'ultima opzione: Atanasio si riferirebbe in modo ironico ai suoi avversari, che pretendono di essere logici ma sono in realtà squinternati. Aggiungo che, in tal caso, Atanasio userebbe a sua volta un tropo, cioè una figura retorica, l'ironia, nella quale si dice il contrario di quel che si vuole in realtà affermare (ma il traduttore l'ha a sua volta posta in chiaro).