giovedì 2 marzo 2017

MDLSX: forte l'impatto, debole l'ideologia

Già dal punto di vista formale MDLSX è spettacolo inconsueto: un Dj/Vj Set, ossia la performance di un dj che presenta una serie di video e audio. Qui però la dj è attrice (la brava Silvia Calderoni) e mette in gioco (decisamente) il proprio corpo. C'è qui una prima triade: audio, video, corpo. Lo spettacolo ne cela poi una seconda, fatta di tre livelli. Il primo livello, il fondamentale, è la vicenda narrata in Middlesex, romanzo di J. Eugenides del 2002, del quale è protagonista una ragazza dai caratteri sessuali misti, ermafrodita. Tale vicenda è l'ossatura del discorso, come lo stesso titolo suggerisce: MDLSX è eco di Middlesex. Il secondo livello è la modalità di rappresentazione della vicenda Middlesex, potremmo dire il personale modo di sentire/interpretarla, che passa necessariamente attraverso il filtro personale, in questo caso dell'attrice/dj (che in alcuni video compare ragazzina). Il terzo livello è quello ideologico, con la proclamazione di teorie proprie del queer, l'ambito delle eccentricità sessuali, oltre e contro ogni definizione. Dall'incontro della doppia triade nasce uno spettacolo avvincente e provocante, che quasi obbliga il pubblico a avventurarsi per vie diverse (sicuramente dal punto di vista musicale per chi, come il sottoscritto, non ha dimestichezza alcuna col tipo di musica proposto). Vale la pena di fare lo sforzo, onde entrare per così dire dal di dentro in questioni che oggi suscitano discussioni e tensioni anche eccessive, e coglierne lo spessore esistenziale. Qui credo che il pregio stia in primo luogo nel romanzo, del quale vengono letti ampi stralci. Pure il livello dell'interpretazione, testimonianza di un'appassionata volontà di interazione - col testo da una parte, col pubblico dall'altra - merita attenzione. Quanto ai manifesti ideologici, sono la parte debole dello spettacolo. Non parlo del contenuto, quanto del fatto che sanno un po' di appiccicato, didascalico, a suo modo convenzionale. L'esperienza umana è sempre degna di attenzione, ed esige che ci si accosti ad essa come in punta di piedi. In questo senso il famoso "chi sono io per giudicare?" è esemplare. Qui i princìpi, tutti, devono per un attimo tacere e mettersi in ascolto. Quando l'espressione artistica diventa luogo di dichiarazioni teoriche, scade nella propaganda. Il livello della teoria, pur legittimo e anzi doveroso, non è quello dell'arte, che si propone piuttosto la rappresentazione - viva, efficace, eloquente e sconcertante - della vita, dalla quale semmai scaturisce l'intellezione, o almeno i suoi semi. A questo punto si dovrebbe proprio entrare nell'arena del dibattito che le questioni in gioco, sicuramente complesse, esigono. Ci fermiamo qui, paghi di aver colto ancora una volta la grandezza di questo microcosmo in cui si specchia il macrocosmo, questo magnifico universo che è l'essere umano: pianta e animale, maschio e femmina, corpo e spirito, terra e cielo.
MDLSX, con Silvia Calderoni; regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò; drammaturgia Daniela Nicolò e Silvia Calderoni; produzione Motus 2015. Teatro Fabbricone, Prato, 23-26 febbraio 2017.

venerdì 24 febbraio 2017

La donna nella "Casa di Bambola"

"Quale bellezza! Ma non ha cervello". Con le celebri parole della volpe che trova una maschera teatrale abbandonata in campagna si potrebbe sintetizzare l'atteggiamento paternalista che la buona borghesia della Norvegia luterana di fine '800 assume nei confronti della donna. È il tema del celebre dramma di Ibsen, oramai un classico del teatro, reso con grande concentrazione e dedizione da Roberto Valerio che, oltre ad essere impegnato in scena, ne ha curato adattamento e regia. La "bambola" - potremmo dire la "pupa" - è Nora Helmer, alle prese col suo ruolo di figlia, sposa e madre. Già, perché la drammaticità degli eventi, che si consumano interamente in un ambiente quotidiano e borghese, l'ambito appunto della "casa", è il conflitto tra il ruolo e la persona, leggi sociali e spinte personali. Ibsen denuncia un approccio che, con parola abbastanza recente, diremmo "paternalistico": quell'atteggiamento benevolo e bonario col quale si fanno a un altro, per qualche verso inferiore, delle concessioni, considerandolo peraltro perennemente incapace di autoregolarsi onde perseguire il proprio bene in modo autonomo. Non per caso c'è di mezzo il "padre", che ha sempre trattato la figlia come un burattino. Emblematico il "gioco" che i due erano soliti fare: la figlia si immedesima nel padre e ne assume il pensiero. Tale oscuramento della persona proseguirà col marito e i figli (ma quest'ultima dimensione è solo accennata). In un primo tempo Nora si mostra abbondantemente integrata nel sistema e disposta a goderne fino in fondo i benefici. A scombinare tutto arriva però il demone Krogstad (che peraltro alla fine troverà redenzione grazie all'amore) col suo tentativo di ricatto, volto a salvare il proprio posto di lavoro. Nora è travolta. Dopo aver sognato "la meraviglia" di un marito che rimane fedele ai suoi principi anche a costo di rimetterci tutto, deve costatarne la pochezza: la sua rigidità morale cela in realtà un sostanziale egoismo (grande tema!). La dolorosa presa di coscienza ha il suo esito nella richiesta di rispetto e nella consapevolezza di dover uscire dalla gabbia per crescere in un processo di autoeducazione. In verità non sappiamo se questo avverrà: il finale è ambiguo. In effetti Ibsen apre soltanto il discorso, in una pars destruens che abbatte in modo sacrosanto una serie di dogmi borghesi (contro i quali oramai non sembra necessario accanirsi più di tanto), spesso - a torto - identificati con la visione cristiana. Il problema è naturalmente la pars construens, ovvero quale strada la donna debba prendere per ottenere rispetto e considerazione in quanto persona umana. Che la parola giusta sia proprio "auto-educazione"? È passato quasi un secolo e mezzo dalla creazione di Ibsen e molta strada è stata percorsa, al punto che oggi parlare della donna come sposa e madre è divenuto problematico, se non addirittura proibitivo. Ma davvero le bambole sono sparite?
Casa di Bambola, di Henrik Ibsen. Adattamento e regia di Roberto Valerio. Produzione Associazione Teatrale Pistoiese, Centro di Produzione Teatrale. Prato, Teatro Metastasio, 16-19 febbraio 2017.

giovedì 12 gennaio 2017

Il "Natale in casa Cupiello" di Latella

Per chi allestisce come per lo spettatore, questa commedia è difficile, per l'ovvio condizionamento costituito dalle celebri realizzazioni, teatrali e televisive, curate dal suo stesso autore. Latella è entrato gagliardamente nella mischia, sottoponendo il testo a un intenso lavorìo che ha dato esito a una rappresentazione originale, che probabilmente ha lasciato delusi, o almeno perplessi, quanti sono andati a teatro con il semplice intento di godersi una commedia alla quale sono affezionati. Se Eduardo scruta i suoi personaggi con sguardo bonario e indulgente, qui si ha una presa di distanza, l'azione appare quasi osservata e analizzata con una sorta di freddezza cerebrale.
La messa in scena delimita con chiarezza le tre parti del dramma. Più propriamente "rappresentata", la parte centrale ne è anche il nucleo originario ed essenziale. La prima parte è proposta quasi come semplice lettura di un testo scritto per il teatro, comprese le didascalie, a sottolineare da un lato il testo teatrale come testo letterario e dall'altro l'intento di piena fedeltà: in effetti il dettato originale è pienamente mantenuto. La parte finale assume, curiosamente, i tratti dell'opera comica settecentesca, ove i personaggi del contorno appaiono in stridente contrasto col dramma, fisico e morale, del protagonista.
Superfluo ribadire l'attualità di un testo scritto più di settant'anni fa, al centro del quale sta quel crocevia d'incontri e scontri che è da sempre la famiglia, con la quale ben si lega il tema del Natale, che ancor oggi un po' per tutti sa di famiglia. Non che vi sia un'attenzione alla dimensione religiosa del Natale: il presepe rappresenta qui un dato poetico e tradizionale, una certa immagine di mondo e famiglia, alla quale Lucariello intende tenacemente rimanere legato e che vuole trasmettere attorno e dietro a sé. Perché al cuore del dramma sta il problema, acuto oggi forse più di sempre, della tradizione: è possibile trasmettere alle nuove generazioni il "patrimonio" delle vecchie? Esso può essere conservato, oppure ci si deve rassegnare alla sua dissipazione? Possiamo consegnare nelle mani di qualcuno le cose che per noi sono state preziose? Il presepe è in fondo la narrazione concreta del mondo di Lucariello; il suo dramma è che il suo racconto non interessa a nessuno e non pare trovare nei figli se non flebile eco. Alla fine farà la "fine" di Gesù bambino - e qui mi pare sia una delle trovate più felici della drammaturgia -: il capezzale di Lucariello si trasforma nella culla del bambino Gesù. La conclusione pare aperta: i due mondi, quello del bambino-Lucariello e quello di tutti gli altri, non possono più incontrarsi? oppure in fondo da questa morte nascerà pur qualcosa? Molto dipende dal senso del flebile "sì" emesso dal figlio Tommasino che, dopo una serie di "no" al presepe, muta in extremis. Ma una sillaba non è troppo poco per reggere il peso della speranza?
Natale in casa Cupiello, di Eduardo De Filippo; regia Antonio Latella, produzione Teatro di Roma - Teatro Nazionale. Prato, Teatro Metastasio, 5/8 gennaio 2017.

venerdì 11 novembre 2016

16 novembre, Santa Geltrude (Gertrude) la Grande, vergine (memoria facoltativa) - ufficio delle letture

La Liturgia delle Ore ci presenta una passo del Legatus Divinae Pietatis, "L'Araldo del Divino Amore", noto anche come "Rivelazioni di S. Gertrude", testo in cinque libri dei quali solo il secondo, dal quale è tratta la lettura, redatto nel 1289, è di mano di Gertrude. Il c. XXIII è un ringraziamento che presenta una sintesi dei favori da lei ricevuti.

XXIII. Gratiarum actio, cum expositione diversorum beneficiorum, quam cum orationibus tam praecedentibus quam subsequentibus statutis temporibus prout potuit devotius legere consuevit.

1. Benedicat tibi anima mea, Domine Deus, Creator meus; benedicat tibi anima mea et ex medullis intimarum mearum confiteantur tibi miserationes tuae, quibus incontinentissima pietas tua tam indebite circumvenit me, [o dulcissime amator meus]. Gratias ago, ut undecumque possum, immensae misericordiae tuae, cum qua laudans glorifico longanimem patientiam tuam, qua dissimulasti, cum annos omnes infantiae et pueritiae, adulescentiae et iuventutis meae, usque pene ad finem vicesimi quinti anni tam caecata dementia pertransirem, ut cogitationibus, verbis et factis perficerem absque remorsione conscientiae, ut mihi nunc videtur, omne quod libebat, ubicumque licebat, non te praecavente, sive per naturaliter mihi insitam mali detestationem et boni delectationem, sive per exteriorem proximorum redargutionem, ac si pagana inter paganos vixissem, et numquam intellexissem quod tu, Deus meus, vel bonum remunerares, vel malum punires; cum tamen ab infantia, a quinto scilicet anno, me inter devotissimos amicos tuos in triclinio sanctae religionis tibi elegeris habilitari.

3. Unde [in eadem commotione] pro emendatione offero tibi, Pater amantissime, omnem passionem tui dilectissimi Filii, ab illa hora quae in praesepio super foenum reclinatus vagitum dedit, et deinceps pertulit per infantiles necessitates, pueriles defectos, adulescentiles adversitates et iuveniles passiones, usque post horam illam qua, inclinato capite, in cruce cum clamore valido spiritum emisit. Item in suppletionem omnium negligentiarum mearum, offero tibi, Pater amantissime, omnem cogitationem illam sanctissimam, quae in omnibus cogitationibus, verbis et factis perfectissima ab hora qua missus ab arce throni introivit [per aurem virginis] in regionem nostram tuus Unigenitus, usque post illam horam qua tuis paternis vultibus praesentavit gloriam carnis victricis.

5. Item pro gratiarum actione, in profundissimam abyssum humilitatis me demergens, cum superexcellenti misericordia tua simul collaudo et adoro illam dulcissimam benignitatem, qua, me sic deperdite vivente, tu Pater misericordiarum, cogitasti super me cogitationes pacis et non afflictionis, quomodo scilicet me sic multitudine et magnitudine beneficiorum tuorum exaltares.

8. Addidisti etiam inter haec mihi inaestimabilem amicitiae familiaritatem impendere, diversis modis illam nobilissimam arcam divinitatis, scilicet deificatum Cor tuum praebendo in copiam omnium delectationum mearum.

10. Insuper tam fidelibus promissionibus allexisti animam meam, qualiter mihi in morte et post mortem velles benefacere; quod iure etiam si nullum aliud donum haberem, pro hoc solo iugiter viva spe anhelaret ad te cor meum.

Ecco la traduzione LO, con qualche annotazione:

1. L'anima mia ti benedica, o Signore Dio, mio creatore: l'anima mia ti benedica e dall'intimo del mio cuore ti lodi la tua stessa misericordia, di cui il tuo amore infinito [1] mi ha circondato senza mio merito [2]. Ringrazio, come meglio sono capace, la tua immensa bontà e rendo gloria alla tua longanimità, alla tua pazienza e alla tua indulgenza [3]. Ho trascorso tutti gli anni della mia infanzia, della mia fanciullezza, della mia adolescenza e della mia gioventù fino all'età di venticinque anni come una cieca e una pazza. Parlavo e agivo secondo i miei capricci [4] e non sentivo alcun rimorso di questa mia condotta. Ne prendo coscienza solo ora. Non ti prestavo alcuna attenzione quando mi mettevi in guardia sui pericoli del mio comportamento o mediante una certa naturale avversione che sentivo verso il male, o attraverso le attrattive al bene che mi sollecitavano, o anche per mezzo dei rimproveri e delle riprensioni dei miei familiari. Vivevo come una pagana, che dimora fra i pagani, come una che mai avesse sentito dire che tu, mio Dio, ricompensi il bene e punisci il male. Ti ringrazio ancora che già dall'infanzia, esattamente fin dal quinto anno di età, mi hai scelta per farmi vivere fra i tuoi santi amici nell'ambito della santa religione.

3. Perciò per la conversione [5] ti offro, o Padre amatissimo, tutta la passione del tuo dilettissimo Figlio a cominciare dal momento che, posato sopra la paglia nel presepio, emise il primo vagito e poi sopportò le necessità dell'infanzia, le privazioni dell'adolescenza [6], le sofferenze della gioventù fino a quando, chinata la testa, spirò sulla croce con un forte grido. Così pure, per supplire alle mie negligenze, ti offro, o Padre amatissimo, tutto lo svolgersi [7] della vita santissima che il tuo Unigenito condusse in modo perfettissimo nei suoi pensieri, nella parole e azioni dal momento in cui fu mandato dall'altezza del tuo trono sulla nostra terra [8], fino a quando presentò al tuo sguardo paterno la gloria della sua carne vittoriosa.

5. In rendimento di grazie, mi immergo nel profondissimo abisso dell'umiltà e, assieme alla tua impagabile misericordia, lodo e adoro la tua dolcissima bontà. Tu, Padre della misericordia, mentre io sciupavo così la mia vita, hai nutrito a mio riguardo pensieri di pace e non di sventura, e hai deciso di sollevarmi così con la moltitudine e la grandezza dei tuoi benefici.

8. Hai voluto anche, tra l'altro, concedermi l'inestimabile familiarità della tua amicizia con l'aprirmi i diversi modi quel nobilissimo scrigno della divinità, che é il tuo cuore divino e offrirmi in esso, in grande abbondanza, ogni tesoro di gioia.

10. Hai attratto l'anima mia con la promessa sicura dei benefici che mi darai in morte e dopo la morte. Per cui anche se non avessi altro dono, per questo solo il mio cuore avrebbe ogni diritto di anelare a te con viva speranza.

[1] Incontinentissima pietas tua: una misericordia "incontinente", che non è capace di trattenersi e trabocca.
[2] Fa sorridere l'omissione in LO di o dulcissime amator meus: evidentemente è un po' troppo audace dire a Gesù: "mio dolcissimo amante"!
[3] Longanimem patientiam tuam, qua dissimulasti: la paziente longanimità con la quale mi hai tollerato. Dissimulo è usato in senso assoluto: Dio ha fatto le viste di non sapere, di non vedere il peccato.
[4] Secondo i miei capricci: la traduzione pare assai debole. Il latino è più forte e preciso: ut cogitationibus, verbis et factis perficerem absque remorsione conscientiae, ut mihi nunc videtur, omne quod libebat, ubicumque licebat, e cioè: in pensieri, parole e opere facevo senza rimorso di coscienza - lo vedo ora - tutto quello che mi piaceva, laddove era possibile.
[5] Pro emendatione: più che per conversione, direi che si tratta di una offerta fatta per rimediare, per riparare e fare ammenda.
[6] Qui il latino recita: per infantiles necessitates, pueriles defectos, adulescentiles adversitates et iuveniles passiones, ossia: le necessità dei neonati, i bisogni dei bambini, le difficoltà dei ragazzi, gli impeti dei giovani. Gertrude passa in rassegna tutte le fasi dello sviluppo. Intenderei le passiones giovanili (LO: sofferenze) come gli slanci propri di quell'età. A meno che si tratti dei problemi e delle fatiche della gioventù.
[7] Più che di svolgimento, il latino parla di pensiero: omnem cogitationem illam sanctissimam, tutto quel santissimo pensiero. L'accento è posto sull'interiorità.
[8] Qui LO omette per aurem virginis: il Verbo scende in terra attraverso l'orecchio della Vergine. Il tema è assai diffuso nella letteratura medievale: la fecondazione sarebbe avvenuta per insufflazione dello Spirito mediante le parole dell'arcangelo. Nella tradizione figurativa la si rappresenta come un cartiglio con le parole del saluto, che entra nell'orecchio di Maria (vedi p. es. la bellissima Annunciazione di Simone Martini e Lippo Memmi agli Uffizi, 1333).

giovedì 15 settembre 2016

Esaltazione della S. Croce, ufficio delle letture

Nel discorso I per la festa dell'Esaltazione della S. Croce di S. Andrea di Creta, si legge un passo che non risulta immediatamente perspicuo (PG 97, 1020D):
Διὰ τοῦτο μέγα τι χρῆμα καὶ τίμιον ὁ σταυρός. Μέγα μὲν, ὅτι πολλὰ δι'αὐτὸν τῶν ἀγαθῶν κατωρθώθη, καὶ τοσούτῳ πολλὰ, ὅσῳ καὶ τὰ Χριστοῦ θαύματα καὶ παθήματα κατὰ παντὸς ἔχει λόγου τὰ νικητήρια.
Il problema è come intendere κατὰ παντὸς ἔχει λόγου τὰ νικητήρια.

Gretser-Combefis: Magna igitur et pretiosa res crux est. Magna quidem, quia multa per ipsam bona effecta sunt; et tanto plura quanto magis Christi miraculis et cruciatibus potiores partes tribuendae sunt.
LO: È dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo.

Qui LO sembra dipendere dalla traduzione latina di PG (come probabilmente avviene spesso), ovviamente confondendo ulteriormente le idee rispetto a una traduzione giù fumosa. Io tradurrei così:

Perciò la croce è un bene grande e prezioso. Grande, perché per suo mezzo abbiamo ricevuto doni tanto più immensi, quanto più anche i miracoli e le sofferenze di Cristo la vincono su ogni possibile discorso.

Ciò che avviene sulla croce, la sofferenza e la morte del Logos incarnato, è un prodigio indicibile, che ἔχει τὰ νικητήρια - riporta vittoria, vince - κατὰ παντὸς λόγου - contro ogni discorso -. Per un modo di esprimersi simile si veda Gregorio di Nissa, Encomium in XL martyres II, PG 46, 776A.

mercoledì 7 settembre 2016

Natività della B. V. Maria, ufficio delle letture

Di Andrea di Creta (per una breve nota biografica si veda qui) ci restano quattro omelie per la festa della Natività di Maria, che apre l'anno liturgico bizantino. LO ci propone alcuni passi della I (PG 97, 806-810): in quanto primo evento connesso direttamente con l'incarnazione, la nascita di Maria rappresenta una pietra di confine tra Antica e Nuova Alleanza, prefigurazione e realizzazione, legge e grazia, lettera e spirito.

[…] Τέλος γὰρ νόμου, Χριστός· οὐ μᾶλλον ἡμᾶς ἀπάγων τοῦ γράμματος, ὅσον ἐπανάγων ἐπὶ τὸ πνεῦμα. Τοῦτο γὰρ ἠ τελείωσις, κατὰ αὐτὸς ὁ τοῦ νόμου δοτὴρ ἅπαντα συμπεράνας, ἐπὶ τὸ πνεῦμα τὸ γράμμα μετήνεγκεν, ἀνακεφαλαιώσας εἰς ἑαυτὸν τὰ πάντα, καὶ διαιτήσας νόμῳ τῇ χαριτι. Καὶ τὸν μὲν ὑποζεύξας, τὴν δὲ συνάψας ἐναρμονίως· οὐ φύρας τὰ θατέρου πρὸς θάτερον ἴδια, μετοχετεύσας δὲ καὶ λίαν θεοπρεπῶς, ἐπὶ τὸ κοῦφόν τε καὶ ἐλευθέριον ὅσον δυσαχθές τε καὶ δοῦλον, καὶ ὑποχείριον· ἵνα μηκέτι ὦμεν ὑπὸ τὰ στοιχεῖα τοῦ κόσμου δεδουλωμένοι, καθώς φησιν ὁ Ἀπόστολος, μηδὲ ζυγῷ δουλείας τοῦ νομικοῦ γράμματος ἐνεχώμεθα.
Τοῦτο γὰρ τῶν περὶ ἡμᾶς εὐεργετημάτων Χριστοῦ τὸ κεφάλαιον. Τοῦτο ἡ τοῦ μυστηρίου φανέρωσις· τοῦτο ἠ κενωθεῖσα φύσις, Θεὸς καὶ ἄνθρωπος, καὶ ἡ τοῦ προσλήμματος θέωσις. Ἀλλὰ τῆς οὕτω λαμπρᾶς τε καὶ περιφανεστάτης Θεοῦ πρὸς ἀνθρώπους ἐπιδημίας, ἔδει τι πάντως εἶναι καὶ χαρᾶς ἐπεισόδιον, δι'οὗ τὸ μέγα τῆς σωτηρίας εἰς ἡμᾶς πρόεισι δῶρον. Τὸ δέ ἐστιν ἡ παροῦσα πανήγυρις, προοίμιον ἔχουσα τῆς Θεοτόκου τῆν γέννησιν· συμπέρασμα δὲ, τῆς τοῦ Λόγου πρὸς σάρκα συμπήξεως τὴν ἀπόταξιν.
[…]
Παρθένος γὰρ ἄρτι γεννᾶται καὶ τιθηνεῖται καὶ πλάττεται, καὶ τῷ Θεῷ τῷ παμβασιλεῖ τῶν αἰώνων ἑτοιμάζεται μήτηρ.
[…]
Ἐπεὶ καὶ διπλοῦν ἐντεῦθεν ἡμῖν προσέσται ποιουμένοις τὸ κέρδος· τὸ μέν τι πρὸς τὴν ἀλήθειαν ἡμᾶς ἐπανάγον, τὸ δέ τι τῆς νομικῆς ἐν γράμματι δουλείας καὶ πολιτείας ἀπάγον. Πῶς, καὶ τίνα τρόπον; Ὑποχωρούσης δηλαδὴ τῆς σκιᾶς τῇ τοῦ φωτὸς παρουσίᾳ, καὶ τὴν ἐλευθερίαν τοῦ γράμματος ἀντεισφερούσης τῆς χάριτος· ὧν ἡ παροῦσα πανήγυρις μεθόριος ἵσταται, τὴν ἀλήθειαν τῶν τυπικῶν συμβόλων ἀντιπαραζευγνῦσα, καὶ τὰ νέα τῶν παλαιῶν ἀντεισφέρουσα.
[…]
Πᾶσα τοίνυν ἡ κτίσις ὑμνείτω καὶ χορευέτω, καὶ συνεισφερέτω τι τῶν τῆς ἡμέρας ἐπάξιον. Γενέσθω μία κοινὴ σήμερον οὐρανίων καὶ ἐπιγείων πανήγυρις· καὶ συνεορταζέτω πᾶν ὅσον ἐγκόσμιόν τε καὶ ὑπερκόσμιον σύγκριμα. Σήμερον γὰρ τοῦ Παντοκτίστου τὸ κτιστὸν ᾠκοδόμηται τέμενος· καὶ τὸ κτίσμα, τῷ Κτίστῃ θεῖον ἐναύλισμα καινοπρεπῶς ἑτοιμάζεται.

Ecco la traduzione che ne dà Vittorio Fazzo (Andrea di Creta, Omelie mariane, Città Nuova, Roma 1987, pp. 43-47). Per una migliore comprensione, riporto tra parentesi quadre alcune frasi omesse da LO:

[La celebrazione odierna è per noi l'inizio delle feste: è la prima per quanto riguarda la Legge e l'ombra, ma in realtà è anche l'ingresso per quanto riguarda la grazia e la verità. Inoltre essa è anche centrale e finale, poiché essa contiene l'inizio — e cioè il passaggio della Legge -, la centralità — e cioè il collegamento degli estremi -, e la fine — e cioè la manifestazione della verità.]
"Infatti, il termine della Legge è Cristo" (Rm 10,4), il quale ci allontana di tanto dalla lettera, di quanto ci innalza allo spirito: e questa è la perfezione, così come l'autore stesso della Legge, dopo aver compiuto tutte le cose, trasferì la lettera nello spirito avendo ricapitolato in se stesso tutte le cose ed essendosi posto ad arbitro della Legge con la grazia. Infatti pose la prima sotto il giogo congiungendovi armoniosamente la seconda, senza confondere la parte dell'una con quella dell'altra ma avendo incanalato meravigliosamente verso la leggerezza e la libertà ciò che era intollerabile, servile e assoggettato: affinché noi non fossimo più asserviti dalla schiavitù della lettera della Legge.
Questo e il punto essenziale dei benefici di Cristo verso di noi, questa è la manifestazione dei misteri; questa e la natura spogliata, il Dio e l'uomo, e la divinizzazione di ciò che si era aggiunto. E tuttavia, malgrado ciò, del soggiorno di Dio tra gli uomini — cosi splendido e brillantissimo — era proprio necessario che almeno ci fosse anche un'introduzione di gioia, attraverso la quale il grande dono della salvezza si avanza verso di noi. E questa appunto è la celebrazione odierna, che ha come esordio la nascita della Madre di Dio e come conclusione il decisivo atto dell'unione del Verbo con la carne: quell'atto per il quale la portentosa notizia più meravigliosa tra tutte, invocata da sempre, rimane difficile a comprendere e a dimostrare, essendo manifesta quanto più si nasconde, nascosta quanto più si manifesta.
[In verità, questo giorno gradito a Dio, e il primo delle feste, portando sul capo la luce della verginità e come se raccogliesse una corona di illibati fiori dai pascoli spirituali della Scrittura, annuncia la gioia comune a tutta la creazione, dicendo: "Abbiate fiducia, la celebrazione è per un genetliaco ma è anche per la rigenerazione della stirpe umana.] Ora una vergine è generata, nutrita e plasmata, ed è preparata come Madre di Dio, universale re dei secoli".
[...]
Perciò ogni creatura elevi inni e intrecci danze, e apporti qualcosa di degno per questo giorno! Ci sia oggi una sola e comune celebrazione degli esseri celesti e di quelli terreni, e tutto quanto il concerto mondano e sopramondano festeggi insieme unito. Oggi è stato edificato il creato santuario del creatore di tutte le cose, e in modo straordinario la creatura è preparata al creatore come sua divina dimora.
[La natura che prima era stata ridotta in terra oggi riceve l'inizio della divinizzazione, e la polvere si affretta a correre in alto verso la gloria suprema. Oggi Adamo, che presenta per noi a Dio la primizia proveniente da noi, gli offre Maria; e per mezzo di lei la primizia, che fra tutto l'impasto non ne era stata intrisa, diventa pane per la rigenerazione della stirpe.]

Dal punto di vista testuale, fa difficoltà la frase iniziale: οὐ μᾶλλον ἡμᾶς ἀπάγων τοῦ γράμματος, ὅσον ἐπανάγων ἐπὶ τὸ πνεῦμα. Essa alla lettera suona: (Cristo) "non di più ci distoglie dalla lettera, di quanto ci riconduce allo spirito" o anche "non piuttosto ci distoglie dalla lettera, quanto ci riconduce allo spirito". La difficoltà è testimoniata dalle traduzioni:
* Combefis (PG): qui non minus abducat a lege, quam ad spiritum provehat
* Fazzo: il quale ci allontana di tanto dalla lettera, di quanto ci innalza allo spirito
* LO: Si degni egli di innalzarci verso lo spirito ancora più di quanto ci libera dalla lettera della legge (soliti voli di fantasia).
Tralasciando la terza, troppo libera, le prime due traduzioni presuppongono l'eliminazione della negazione - o che οὐ sia espunto, o che sia corretto in οὗ (pronome relativo), e allora si riferirebbe alla legge, dalla cui lettera il Cristo distoglie, così: "(tanto) più ci distoglie dalla sua (=della legge) lettera, quanto ci riconduce allo spirito" -. In entrambi i casi il senso sarebbe: quanto più Cristo ci avvicina allo Spirito, tanto più ci distoglie dalla legge.
A mio avviso, in attesa di una edizione critica, si può mantenere il testo attuale, traducendo però: "... il quale (Cristo) non ci distoglie tanto dalla lettera, quanto ci riconduce allo spirito". Il senso è che la lettera non viene abolita, ma trasfigurata nello spirito. In effetti, Andrea s'impegna subito dopo a mostrare il rapporto tra questi due poli: la legge rimane, sottomessa però alla grazia e da essa regolata. Perciò questo distoglimento non è abolizione, ma liberazione da ogni servile pesantezza. Di tale liberazione è primo bagliore la nascita della Vergine.

domenica 31 luglio 2016

Diciottesima Domenica del Tempo Ordinario, ufficio delle letture

In effetti la Lettera di Barnaba è uno scritto non facile, denso, anche oscuro. Pertanto la traduzione LO si preoccupa giustamente di chiarirlo... in modo che davvero non si capisca più nulla! Così si legge sul breviario:

"Tre sono le grandi realtà rivelate dal Signore: la speranza della vita, inizio e fine della nostra fede; la salvezza, inizio e fine del piano di Dio; il suo desiderio di farci felici, pegno e promessa di tutti i suoi interventi salvifici." (1,6)

Sfido chiunque a capirci qualcosa. Il greco dice:

Τρία οὖν δόγματά ἐστιν κυρίου· ζωῆς ἐλπίς, ἀρχὴ καὶ τέλος πίστεως ἡμῶν, καὶ δικαιοσύνη, κρίσεως ἀρχὴ καὶ τέλος, ἀγάπη, εὐφροσύνης καὶ ἀγαλλιάσεως ἔργων ἐν δικαιοσύνῃ μαρτυρία.

Così traduce Omero Soffritti (La Lettera di Barnaba, EP 1974, p. 68):

"Ordunque, tre sono i principi del Signore: speranza di vita [è] inizio e fine della nostra fede; giustizia, inizio e fine di giudizio; amore di gioia e d'allegrezza (=amore gioioso), testimonianza di opere di giustizia."

Lo stesso commentatore, morto proprio nel febbraio di quest'anno in età avanzata, illustra il passo così:

"I tre «precetti del Signore» possono essere così spiegati: la «speranza di vita» è perfezione (= «principio e fine») di fede; la «giustizia» è perfezione di giudizio, cioè perfezione comprovata da giudizio; l'«amore gioioso e gaudioso» è testimonianza di opere di giustizia. Giustizia è concetto giudaico significante santità al cospetto di Dio; «opere di giustizia» sono opere giuste, in cui si dimostra e si comprova la giustizia. Wengst, pp. 11s., interpreta così: «Fondamento e scopo della fede è la speranza nella vita eterna; ciò che decide sulla partecipazione a questa vita e il giudizio, il cui criterio sarà la giustizia; testimone della giustizia che si manifesta nelle opere giuste e sulla quale avviene il giudizio, è l'amore... Ne risulta che fondamento della speranza è la giustizia... Essa è quindi per Barnaba il comportamento teologico fondamentale»" (ibidem, p. 69).