domenica 27 dicembre 2015

Epifania del Signore, ufficio delle letture

Per la Manifestazione del Signore, la Liturgia Horarum ci propone brani del sermone 33 di S. Leone Magno, che nella edizione della Biblioteca Patristica (Fiesole 1998) porta il n. 14 (la suddivisione dei capitoli in paragrafi è propria della BP). La lettura liturgica consta di tre passi dai primi tre capitoli (1.2; 2.2; 3.2-3) e della conclusione del sermone (5.1-5), nella quale viene scelta, per i paragrafi 4 e 5, la redazione α. Lo studio della tradizione manoscritta consente di stabilire con sufficiente certezza che in diversi casi Leone ha riutilizzato sermoni pronunziati nel primo quinquennio di pontificato (440-445), all'occorrenza modificandoli in base alle mutate circostanze; fatto che consente di parlare di una prima e di una seconda edizione, contrassegnate nel testo rispettivamente dalle lettere greche α e β. La prima edizione di questo sermone risale al 443. Non esistono elementi - se non tenuissimi - per datare la seconda edizione.
Tornando al finale, nelle due edizioni la perorazione ha prospettive diverse: nella prima (quella riportata nella lettura liturgica, sia pure tagliata e alquanto stravolta) il papa esorta ad essere “stella” per gli altri; nella seconda, a saper contemplare rettamente il mistero. Ecco dunque il sermone intero, nella traduzione di d. Mario Naldini per la Biblioteca Ptristica, riedita dalle EDB nel 2015. Il testo latino si può trovare qui.

1.1. Benché io sappia, carissimi, che alla vostra santità non si nasconde il motivo dell’odierna festività, e che del resto ce lo ha spiegato, come di consueto, la parola del vangelo, tuttavia, perché nulla vi manchi del nostro ministero, oserò dire di questo motivo quel che il Signore mi ispirerà: affinché nella gioia comune la pietà di tutti sia tanto più santa quanto più compresa sarà la solennità. 1.2. La provvidenza misericordiosa di Dio, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo ormai al suo tramonto, prestabilì di salvare tutti i popoli in Cristo. In effetti, dato che l’empio errore dell’idolatria aveva da tempo allontanato tutti i popoli dal culto del vero Dio, e d’altra parte lo stesso Israele, popolo di Dio tutto speciale, si era quasi interamente distaccato dalle prescrizioni della legge della provvidenza, avendo racchiuso tutti nel peccato, ebbe misericordia di tutti. 1.3. Venendo infatti a mancare dovunque la giustizia e rovinando tutto il mondo nella vanità e nel male, l’umanità intera avrebbe subito la sentenza di condanna se la potenza divina non avesse differito il suo giudizio. Ma l’ira si tramutò in indulgenza, e perché più splendida divenisse la grandezza della grazia che doveva apparire, per cancellare i peccati dell’uomo piacque a Dio di accordare il sacramento del perdono, proprio nel momento in cui nessuno poteva gloriarsi dei propri meriti.
2.1. La manifestazione di questa ineffabile misericordia, carissimi, avvenne quando la potestà regia sui giudei era nelle mani di Erode, poiché, venendo a mancare la successione legittima e divenuto inesistente il potere dei sacerdoti, la sovranità era toccata a uno straniero; cosicché la nascita del vero re veniva confermata dalla voce del profeta che aveva detto: «Lo scettro non si distaccherà da Giuda, né il capo dalla sua discendenza, finché non venga colui a cui appartiene, ed egli è l’atteso dei popoli» (Gn 49,10). 2.2. Una discendenza innumerevole da questi popoli era stata promessa un giorno al beatissimo patriarca Abramo, non mediante generazione da seme carnale, ma con la fecondità della fede, generazione perciò paragonata alla moltitudine delle stelle, perché il padre di tutte le genti si attendesse una posterità non terrena bensì celeste. 2.3. E per suscitare questa discendenza promessa, gli eredi indicati nelle stelle sono mossi dall’apparizione di un nuovo astro, sicché, come si era fatto ricorso alla testimonianza del cielo, fosse ancora il cielo a prestare l’ossequiente servizio. Una stella più splendente di tutte le altre scuote quei Magi del lontano Oriente, ed essi, da uomini non ignari di spettacoli del genere, dal meraviglioso fulgore dell’astro ne comprendono la grandezza dell’annuncio: perché l’ispirazione divina nei loro cuori faceva sì che non sfuggisse loro il mistero di una visione così straordinaria, e non rimanesse oscuro al loro animo quel che agli occhi appariva insolito. 2.4. Essi allora si accingono a eseguire il loro compito con animo religioso, e si forniscono di doni per far capire così che nell’adorare uno solo la loro fede si rivolgeva a tre realtà, in quanto che con l’oro lo onoravano come re, con la mirra come uomo, con l’incenso come Dio.
3.1. Entrano pertanto nella capitale del regno giudaico, e nella città regale chiedono che sia loro mostrato il bambino che, da quanto avevano appreso, era nato per regnare. Erode si turba, teme per la sua sicurezza, è preso dalla paura per il suo potere, domanda ai sacerdoti e ai dottori della Legge che cosa avesse predetto la Scrittura sulla nascita del Cristo, viene a sapere quel che era stato profetizzato, la verità illumina i Magi, l’incredulità acceca i maestri, Israele carnale non comprende quello che legge, non vede ciò che mostra agli altri, si serve di libri alle cui parole non crede. 3.2. «Dov’è, o giudeo, il tuo vanto?» (Rom 3,27). Dov’è la nobiltà ereditata dal padre Abramo?
[β: Non è forse la tua circoncisione divenuta non circoncisione?] Ecco, «tu che sei primogenito diventi servo del minore» (Gn 25,23b), e con la lettura di quel Testamento, di cui ti servi soltanto nella lettera, fai un servizio a stranieri che subentrano a te nella tua eredità. Entri dunque, entri l’intera moltitudine delle nazioni nella famiglia dei patriarchi, e i gli della promessa ricevano la benedizione riservata alla stirpe di Abramo, alla quale i figli secondo la carne rinunciano. 3.3. Tutti i popoli presenti nei tre Magi adorino l’autore dell’universo, e Dio sia conosciuto non soltanto in Giudea ma in tutto il mondo, sicché dovunque «in Israele sia grande il suo nome» (Ps 75,2): perché come l’infedeltà dimostra la degenerazione di questa dignità del popolo eletto nei suoi discendenti, così è la fede ora che la rende comune a tutti.
4.1. Dopo aver adorato il Signore e reso tutto l’ossequio della loro pietà, i Magi, seguendo l’avvertimento avuto in sogno, ritornano al loro Paese per una via diversa da quella percorsa nel venire. Bisognava in realtà che ormai quei credenti in Cristo camminassero non sulle vie del vecchio genere di vita, ma, intrapreso un nuovo cammino, si astenessero dagli errori già abbandonati, perché in tal modo fossero vanificate le trame di Erode, che sotto la maschera dell’ossequio preparava un empio inganno contro il [α: Signore] [β: bambino] Gesù. 4.2. Perciò, svanita la speranza di tale trama, l’ira del re esplode con maggior furore. Rammentandosi del tempo indicato dai Magi, riversa su tutti i bambini di Betlemme la sua rabbiosa ferocia, [α: e con un generale massacro infierisce sull’infanzia benedetta di quella città,] [β: e con un generale massacro sopprime ferocemente l’infanzia di quell’intera città, candidata così alla gloria eterna,] ritenendo che, con l’uccisione di tutti quanti i bambini, vi restasse ucciso anche Cristo. 4.3. Ma egli, volendo rinviare a un altro momento lo spargimento del suo sangue per la redenzione del mondo, si era recato in Egitto, portatovi dalla premura dei genitori; faceva così ritorno all’antica culla del popolo ebraico, e preparava la sovranità del vero Giuseppe con il potere di una provvidenza maggiore: 4.4. egli cioè, lui pane venuto dal cielo e cibo dell’anima, mirava a saziare quella fame ben più crudele di ogni inedia, che tormentava gli animi degli egiziani per la mancanza della verità, e a preparare il mistero dell’unica vittima senza escludere quella regione, dove per la prima volta con l’immolazione dell’agnello era stato prefigurato il segno salvifico della croce e la Pasqua del Signore.
5.1. Istruiti, perciò, da questi misteri della grazia divina, carissimi, celebriamo con gioia interiore il giorno delle nostre primizie e l’inizio della vocazione dei popoli pagani, rendendo grazie al Dio della misericordia, «il quale ci ha resi degni [α: – come dice il beato Apostolo –] di partecipare alla sorte dei santi nella luce, ci ha strappati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1,12b-13); poiché, come ha profetato Isaia, «il popolo dei gentili che sedeva nelle tenebre vide una grande luce, e su coloro che abitavano in terra di ombra mortale, è sorta una luce» (Is 9,2; Mt 4,16). 5.2. Di costoro lo stesso profeta dice rivolto al Signore: «Popoli che non ti conoscevano ti invocheranno, e nazioni che non ti conoscono accorreranno a te» (Is 55,5). Abramo «vide questo giorno e ne gioì» (Gv 8,56), quando conobbe che i suoi figli nella fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, cioè Cristo, e previde di diventare per la sua fede padre di tutti i popoli: «dando gloria a Dio e pienamente persuaso che egli quel che ha promesso ha anche il potere di farlo» (Rom 4,20b-21). 5.3. David cantava questo giorno nei salmi dicendo: «Tutti i popoli che tu hai fatto verranno e ti adoreranno, Signore, e glori cheranno il tuo nome» (Sal 85,9). E ancora: «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia» (Sal 97,2). E questo, come ben sappiamo, si è avverato da quando la stella, chiamando i tre Magi a varcare i lontani confini della loro terra, li condusse fino a conoscere e a adorare il Re del cielo e della terra.
[α: 5.4. Il fedele servizio di quella stella ci esorta a imitarne l’obbedienza, perché ci mettiamo al servizio, come possiamo, di questa grazia che chiama tutti gli uomini a Cristo. Di fatto, chiunque nella Chiesa vive con pietà e castità, chi pensa alle cose di lassù, non alle cose della terra, è in qualche modo come una luce del cielo, e conservando il nitore di una vita santa, indica a molti come una stella la via che porta al Signore. 5.5. È in questo impegno, carissimi, che dovete essere di giovamento gli uni agli altri, perché possiate risplendere come figli della luce nel regno di Dio, al quale si giunge grazie alla retta fede e alle buone opere, per Cristo Signore nostro.]
[β: 5.4. Ed essa non cessa di manifestarsi ogni giorno a quanti contemplano con rettitudine, e se fu capace di svelare il Cristo celato nella sua infanzia, quanto più sarà in grado di manifestare lui stesso che regna nella maestà insieme al Padre e allo Spirito Santo nei secoli dei secoli! Amen.]

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