lunedì 3 febbraio 2014

La Bisbetica Domata


Il grido rabbioso di Caterina, la protagonista "bisbetica domata", con la quale si conclude la rappresentazione (La Bisbetica Domata, di William Shakespeare, 23/26 gennaio 2014, Teatro Metastasio, regia e adattamento di Andrej Konchalovskij), grido non certo previsto dall'originale shakespeariano, dice tutta la difficoltà di mettere in scena oggi un testo come questo classico del teatro (più volte ripreso dal cinema), e in fondo ne cambia il senso. Il lungo intervento conclusivo di Caterina, che presenta il marito come signore, re, governatore, capo e custode della moglie, la quale da parte sua gli deve amore rispettoso, garbato sorriso e convinta obbedienza, non può intendersi oggi che come un tentativo malriuscito di apporre la parola "fine" all'eterna questione dell'incontro-scontro tra i sessi, tentativo che s'infrange appunto contro l'iroso grido della non troppo domata bisbetica Caterina. Ancora lungo doveva essere il cammino di un dibattito nemmeno lontanamente sopito in questi nostri giorni, nei quali l'ideologia di genere intende decisamente archiviare come residuo del passato il biblico "maschio e femmina li creò", per puntare verso il radioso avvenire del genitore A e B, della genitorialità omoparentale e dell'affrancamento della donna dall'onere della riproduzione mediante il progresso delle tecniche di gravidanza artificiale. La vena giocosa e farsesca, che pure la messa in scena di Konchalovskij e la vivacissima performance degli attori mira con buon esito a evidenziare, non riesce a risparmiare allo spettatore il disagio di un testo così politicamente scorretto. La bisbetica incarna l'idea tradizionale della donna come essere irrazionale e capriccioso che, analogamente al bambino, dev'essere ammansita e ricondotta nel recinto delle direttive maschili, ricorrendo sostanzialmente alla forza. Petruccio, colui che si è preso l'incarico di domarla divenendone marito, raggiunge il suo scopo da un lato col blandirla mediante una gentilezza ch'è solo apparenza, dall'altro divenendo ancor più scontroso e capriccioso di lei, al punto da prostrarla fisicamente e psicologicamente. Con gentilezza la demolisce, l'annienta dando prova di una ostinazione ancor più violenta della sua. Nello scontro il debole carattere femminile soccombe. In fondo non c'è alternativa: quando si è fuori da una prospettiva di comunione, il rapporto tra le diversità, particolarmente tra due poli irriducibili come quello maschile e femminile, può tramutarsi solo in uno scontro, nel quale ciascuno ricorre agli strumenti del proprio potere. "S'è fatto per scherzare", dice l'allegro ballo di tutti gli attori col quale si conclude l'adattamento di Konchalovskij; ma anche per denunziare un certo maschilismo perdurante; nonché qualunque tentativo di snaturare sotto forma di scontro e rapporto di potere quella meravigliosa, singolare e problematica invenzione di Chi volle fare all'uomo "un aiuto che gli stesse di fronte", onde raccogliere la sfida di una irriducibile alterità.

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