lunedì 13 novembre 2017

Un mistero a due facce

Al cospetto della morte, si prende posizione di fronte alla vita. La commedia di Spiro Scimone, tutta giocata su due coppie che si muovono intorno a due tombe «a due piazze», è una delle infinite declinazioni del mai esaurito tentativo di decifrare l'unico mistero a due facce di vita e morte. Si può anche dire: al cospetto della morte, si prende posizione di fronte all'altro. Amore e morte, allora, un classico qui indagato - sia pure con levità - nella caratteristica emersione di una serie di elementi, latenti finché la vita si presenta come successione indefinita e talora sonnacchiosa di tempi; elementi che invece escono alla scoperto nella prossimità - cronologica e esistenziale - della morte. Allora le parolacce fino a quel momento solo pensate si proferiscono ad alta voce. Non solo: anche le parole d'amore, con quegli atteggiamenti che definiscono chi non può più permettersi il lusso di avere paura o vergogna di esprimere il proprio sentimento, semplicemente perché il tempo scorre. Da giovani ci si può permettere di non parlare, da vecchi no; giovani si può rimanere indefiniti, vecchi no. Il vecchio non è affatto uno che «ha già fatto tutto», come facilmente si pensa, al contrario: gli resta da fare qualcosa di essenziale: precisare se stesso, in particolare rispetto all'altro. La commedia sottolinea l'eros come forza vitale. Un eros oramai libero dalle minacciose fiamme delle sue potenzialità sconvolgenti e addirittura distruttive (le cronache sono eloquenti); un eros che si esprime in modi prima impensabili, persino paradossali agli occhi del pensiero unico giovanilistico. Intendiamoci: si tratta di un segmento, di un frammento di realtà, che sarebbe insensato assolutizzare. La commedia vi si concentra in modo esclusivo, estromettendo ogni altra visuale. Pregio e difetto: concentrazione o parzialità, brevità o incompiutezza. Rimane il mistero di un silenzio che ci attende. Ma chissà, forse anche in e oltre esso risuonerà una parola. Meglio allora attenderlo mano nella mano. Perché quella parola potrebbe davvero essere proprio «amore».
Amore, di Spiro Scimone, regia di Francesco Sframeli, produzione Compagnia Scimone Sframeli in collaborazione con Théâtre Garonne Toulouse. Prato, Teatro Fabbricone, 9-12 novembre 2017.

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