giovedì 4 febbraio 2010

14 febbraio 2010 - VI domenica del tempo ordinario

1Cor 15,16-19
16 Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;
17 ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.
19 Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.

16 εἰ γὰρ νεκροὶ οὐκ ἐγείρονται, οὐδὲ Χριστὸς ἐγήγερται:
17 εἰ δὲ Χριστὸς οὐκ ἐγήγερται, ματαία ἡ πίστις ὑμῶν, ἔτι ἐστὲ ἐν ταῖς ἁμαρτίαις ὑμῶν.
19 εἰ ἐν τῇ ζωῇ ταύτῃ ἐν Χριστῷ ἠλπικότες ἐσμὲν μόνον, ἐλεεινότεροι πάντων ἀνθρώπων ἐσμέν.

Su questo articolo del Credo - la risurrezione - si decide se la nostra fede è vuota. La sostanza della fede cristiana sta infatti proprio in questo: nella vittoria totale sulla morte. Vivere da cristiani significa acquisire progressivamente la vita del Risorto. Niente deve andare perduto. Se non è questo, il cristianesimo è una dottrina tra le altre, una filosofia tra le tante.
Se la morte mantiene il suo dominio, allora il mistero pasquale risulta un guscio vuoto, privo di contenuto. Se ciò con cui la morte ci uccide è il peccato (v. 56), il perdurare del dominio della morte può significare solo che la croce non ci ha salvato ed è irrilevante, perché il peccato non ci è stato perdonato e noi "siamo ancora nei nostri peccati" (v. 17).
Su questo articolo del Credo si decide - seconda conseguenza - se la fatica cristiana è vuota (v. 58). Se infatti la morte vince, si deve cercare di scappare il più lontano possibile da essa. Se rimane la più forte, allora devo cercare quello che mi mette in salvo, che mi dà vita qui e ora, subito: "mangiamo e beviamo, perché domani moriremo" (v. 32). Se la morte trionfa, devo solo cercare di aggrapparmi - come posso è più che posso - alla vita. Ma in questo modo è chiaro che si demolisce del tutto la vita cristiana. Essa infatti è caratterizzata dalla speranza (v. 19), diventa incomprensibile e insostenibile se non si guarda oltre il presente e l'attuale situazione, nella quale la morte ha ancora una sua supremazia, che verrebbe in tale prospettiva a essere definitiva. Qui si deve fare bene attenzione: si demolisce la speranza cristiana quando si pone la salvezza
* del tutto nel futuro e per niente nel presente (perché in tal caso il futuro diventa fuori portata e quindi irrilevante);
* del tutto nel presente e per niente nel futuro (perché il presente non è ancora il luogo dell'annientamento totale della morte, e non può essere solo questa la salvezza).
Per Paolo una vita cristiana che non sia proiettata sulla salvezza totale, che si accontenti solo della parziale salvezza che qui e ora si può sperimentare, è mal fondata, non regge. L'impegno che essa richiede ("fatica") non è sostenibile con motivazioni di ordine puramente ideale o morale, comunque umane: "se abbiamo sperato in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (v. 19). Tale fatica, infatti, comporta - invece di fuggirla - di affrontare la morte, e a doppio titolo.
In primo luogo perché il cristiano porta in sé la morte di Cristo, muore al peccato (cf. Rom 6,2-14), mette a morte le sue membra terrestri (cf. Col 3,5), deve cioè uccidere una parte di sé (o almeno qualcosa che sembra tale), ossia tutto quello che è difforme da Cristo. La condizione infatti perché si manifesti in lui l'energia della risurrezione è appunto che agisca in lui la morte del Signore.
In secondo luogo, perché egli mette se stesso al servizio del Cristo nel mondo, e questo lo porta a rischiare la vita; e qui Paolo cita la sua esperienza: "Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe?" (v. 32). Se non esiste resurrezione, perché dovrei affrontare la morte, espormi a essa?
No, conclude Paolo, la fatica cristiana non è impegno vano e infondato.
Stiamo saldi nella fede apostolica e abbondiamo nell'impegno: esso produce effettivamente vita, salvezza piena per l'anima e per il corpo.

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