mercoledì 3 febbraio 2010

La "mistica a rovescio" di Platonov, parassita dell'amore

Platònov, questo il nome del protagonista, maestro elementare della provincia russa, dongiovanni da sempre e sino alla fine, ovvero agli spari esplosi da una delle sue deluse amanti. Difficile ritenere casuale l'assonanza con il nome di Platone, tanto più che nel dramma si fa cenno al famoso "amore platonico", nell'uso comune l'amore non sensuale che trova il suo appagamento nella pura unione degli spiriti (il che di autenticamente platonico non ha poi molto). L'amore platonico è per l'appunto quel che è del tutto assente dalla vicenda di Platonov, ovviamente impegnato a sedurre, con successo, i vari personaggi femminili. Egli ama, ama molto, ama tutte, dando davvero l'impressione di essere, come lui stesso dice, uno scarafaggio che vaga nella stanza senza trovare mai il proprio posto. Il fatto è che, semplicemente, quel posto non c'è. Non c'è alcun "dopo" che dia senso e direzione al "prima". Non c'è bisogno di sottolineare la modernità di una simile prospettiva (o meglio mancanza). "Uomo nuovo", "vita nuova", concetti familiari al cristianesimo ma anche all'entusiasmo degli amanti di ogni tempo, non riescono ad esercitare su di lui nessuna durevole attrattiva. Certo, proprio questo le sue donne, tutte convinte del potere trasformante dell'amore, gli propongono. E sarà proprio il gusto inebriante di sentirsi sacerdotesse di tale amore catartico a far perdere loro il senso della realtà? Esse sentono che la vita è tale soltanto quando qualcuno ha bisogno di loro – veramente. Ma lui è un parassita dell'amore, ne succhia la linfa e ne sfrutta il fascino, per poi gettarlo non appena il succo sia spremuto. Primo nemico di se stesso, è un "mistico alla rovescia", immolandosi senza riserve per una causa che porta a distruzione le sue spasimanti e lui stesso, in una "divina indifferenza" che probabilmente ha a che fare con l'anima russa e la sua sete di assolutezza, forse suggerita dagli spazi immensi di quella terra. L'approdo non può essere che il nichilismo. "Vita nuova" e "vita vecchia" divengono irrilevanti e indifferenti. Più niente vale, niente è da proteggere. Il brillante conversatore che affascina le sue vittime non ha in fondo da dire assolutamente niente, se non forse proprio questo: il niente. La vicenda è di certo attuale, e non c'è bisogno di dire perché. La regia ha teso ad attualizzarla, trasponendola nel momento seguito alla dissoluzione dell'Unione Sovietica. Non che questo sia andato molto oltre l'adattamento dei costumi. Ma in fondo non occorreva altro, perché il dramma era già tutto lì, ed è di ogni tempo, anche se vestito di altri costumi. Il tema è difficile, rischia di scadere nei luoghi comuni, primo fra tutti quello della donna ingenua vittima del seduttore. Ma Don Giovanni è sempre là. Con altri costumi, talvolta anche di un altro sesso, forse meno mistico e più pragmatico; ma sempre emblema dell'amore alienato, che distrugge e si distrugge; sempre condannato a galleggiare nel vuoto di infinite relazioni che vieppiù serrano nella solitudine.
Platonov, di Anton Cechov; regia di Nanni Garella, con Alessandro Haber. Teatro Metastasio, Prato, 20 - 24 gennaio 2010.

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