lunedì 1 febbraio 2010

7 febbraio 2010 - V domenica del tempo ordinario

1Cor 15,3-5

3 παρέδωκα γὰρ ὑμῖν ἐν πρώτοις, ὃ καὶ παρέλαβον, ὅτι Χριστὸς ἀπέθανεν ὑπὲρ τῶν ἁμαρτιῶν ἡμῶν κατὰ τὰς γραφάς, 4 καὶ ὅτι ἐτάφη, καὶ ὅτι ἐγήγερται τῇ ἡμέρᾳ τῇ τρίτῃ κατὰ τὰς γραφάς, 5 καὶ ὅτι ὤφθη Κηφᾷ, εἶτα τοῖς δώδεκα.
A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, e cioè che Cristo:
- morì per i nostri peccati secondo le Scritture
- fu sepolto
- è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
- apparve a Cefa e quindi ai Dodici.

I nuclei generatori del capitolo 15 della 1 Corinzi, che sono poi altrettanti problemi che si ponevano nella comunità di Corinto, sono due. Alcuni affermavano che:
1. non esiste risurrezione dei morti (v. 12)
2. ammesso che esista, come e con quale corpo i morti risorgono? (v. 35).
La lettura si occupa del primo problema. Paolo ricorda l'unanime insegnamento apostolico, tramandato nella Chiesa: Cristo è morto e risorto. Questa Buona Notizia (Vangelo) non è manipolabile a piacimento.
Non è possibile sapere di preciso quali dottrine gli oppositori professassero. Forse non negavano direttamente la risurrezione di Cristo, ma quella degli altri uomini morti, pensando che il caso di Cristo fosse a sé, diverso (=la vicenda di Gesù non fa testo); oppure intendevano la risurrezione di Gesù come "spirituale" (=non la si deve intendere alla lettera). Dall'andamento dell'argomentazione paolina sembra più probabile la prima ipotesi. Paolo infatti recupera l'unità tra la risurrezione di Cristo e la nostra, stabilisce un rapporto fondato sulla misteriosa solidarietà che lega il genere umano: ciò che Cristo ha vissuto non riguarda lui solo, ha conseguenze su tutti.

Paolo riflette comunque anche sul problema della "realtà" del corpo risorto, perché se i risorti hanno un corpo "angelico" e se la loro sorte è quella di Cristo, anche il Cristo risorto è da considerare un angelo. Molto presto si diffuse tale idea, ossia che il Cristo risorto non avesse un corpo e fosse un "demone", ovvero un essere spirituale divino (il "demonio" in senso nostro non c'entra, possiamo appunto dire un "angelo"). Lo testimonia questo passo della lettera di S. Ignazio di Antiochia agli smirnesi, scritta intorno al 100. Notiamo come egli sottolinei il realismo dell'incarnazione, della morte e della risurrezione. Le tre cose sono legate, e tale legame ha qualcosa da dire anche a chi, oggi, accoglie volentieri il realismo dell'incarnazione e della morte ma nega - con argomentazioni più o meno sofisticate - quello della risurrezione, che non sarebbe da intendere sulla base di una "mentalità realista, fisicista, metafisica, aristotelico-scolastica". In tal caso si deve fare la stessa operazione nei confronti dell'incarnazione e della morte. Ignazio, e prima di lui Paolo, sottolinea che la vittoria sulla morte del Cristo è una vera e totale vittoria, e che solo per questo anche il cristiano può sconfiggere la morte. "Ciascuno, però nel suo ordine (ἐν τῷ ἰδίῳ τάγματι). Primizia è Cristo" (15,23). Converrà guardarsi anche oggi dalle varie necrofile e necrofore "belve in forma umana".

2,1. Ταῦτα γὰρ πάντα ἔπαθεν δι’ἡμᾶς, ἵνα σωθῶμεν· καὶ ἀληθῶς ἔπαθεν, ὡς καὶ ἀληθῶς ἀνέστησεν ἑαυτόν, οὐχ ὥσπερ ἄπιστοί τινες λέγουσιν, τὸ δοκεῖν αὐτὸν πεπονθέναι, αὐτοὶ τὸ δοκεῖν ὄντες· καὶ καθὼς φρονοῦσιν, καὶ συμβήσεται αὐτοῖς, οὖσιν ἀσωμάτοις καὶ δαιμονικοῖς.

2,1. Tutto questo soffrì il Signore perché fossimo salvi. E soffrì realmente come realmente risuscitò se stesso, non come dicono alcuni increduli - ma sono essi a essere "apparenza" - che soffrì "in apparenza". Come pensano, avverrà loro di essere incorporei e simili ai demoni.

3,1. Ἐγὼ γὰρ καὶ μετὰ τὴν ἀνάστασιν ἐν σαρκὶ αὐτὸν οἶδα καὶ πιστεύω ὄντα. 2. καὶ ὅτε πρὸς τοὺς περὶ Πέτρον ἦλθεν, ἔφη αὐτοῖς· Λάβετε, ψηλαφήσατέ με καὶ ἴδετε, ὅτι οὐκ εἰμὶ δαιμόνιον ἀσώματον. καὶ εὐθὺς αὐτοῦ ἥψαντο καὶ ἐπίστευσαν, κραθέντες τῇ σαρκὶ αὐτοῦ καὶ τῷ πνεύματι. διὰ τοῦτο καὶ θανάτου κατεφρόνησαν, ηὑρέθησαν δὲ ὑπὲρ θάνατον. 3. μετὰ δὲ τὴν ἀνάστασιν συνέφαγεν αὐτοῖς καὶ συνέπιεν ὡς σαρκικός, καίπερ πνευματικῶς ἡνωμένος τῷ πατρί.
3,1. So e credo che dopo la risurrezione egli era nella carne. 2. Quando andò da quelli che erano con Pietro disse: "Prendete, toccatemi e vedete che non sono un demone senza corpo". E subito lo toccarono e credettero, al contatto della sua carne e del suo sangue. Per questo disprezzarono la morte e le furono superiori. 3. Dopo la risurrezione mangiò e bevve con loro come nella carne, sebbene spiritualmente unito al Padre.

4,1. Ταῦτα δὲ παραινῶ ὑμῖν, ἀγαπητοί, εἰδὼς ὅτι καὶ ὑμεῖς οὕτως ἔχετε. προφυλάσσω δὲ ὑμᾶς ἀπὸ τῶν θηρίων τῶν ἀνθρωπομόρφων, οὓς οὐ μόνον δεῖ ὑμᾶς μὴ παραδέχεσθαι, ἀλλ’εἰ δυνατὸν μηδὲ συναντᾶν, μόνον δὲ προεύχεσθε ὑπὲρ αὐτῶν, ἐὰν πως μεταμοήσωσιν, ὅπερ δύσκολον, τούτου δὲ ἔχει ἐξουσίαν Ἰησοῦς Χριστός, τὸ ἀληθινὸν ἡμῶν ζῆν. 2. εἰ γὰρ τὸ δοκεῖν ταῦτα ἐπράχθη ὑπὸ του κυρίου ἡμῶν, κἀγὼ τὸ δοκεῖν δέδεμαι. τί δὲ καὶ ἑαυτὸν ἔκδοτον δέδωκα τῷ θανάτῳ, πρὸς πῦρ, πρὸς μάχαιραν, πρὸς θηρία; ἀλλ’ἐγγυς μαχαίρας ἐγγὺς θεοῦ· μόνον ἐν τῷ ὀνόματι Ἰησοῦ Χριστοῦ εἰς τὸ συμπαθεῖν αὐτῷ πάντα ὑπομένω, αὐτοῦ με ἐνδυναμοῦντος τοῦ τελείου ἀνθρώπου.
4,1. Questo vi raccomando, carissimi, sapendo che così l'avete nell'animo. Vi metto in guardia da queste belve in forma umana, che non solo non bisogna ricevere, ma se possibile neanche incontrare; (occorre) soltanto pregare per loro che si ravvedano, cosa difficile. Gesù Cristo, nostra vera vita, ne ha la potenza. Se è un'apparenza quanto è stato fatto dal Signore, anch'io sono in apparenza incatenato. Allora perché mi sono offerto alla morte? Per il fuoco, per la spada, per le belve? Ma vicino alla spada si è vicino a Dio, vicino alle belve vicino a Dio, solo nel nome di Gesù Cristo. Per patire con lui tutto sopporto, ed è lui me ne dà la forza, che si è fatto uomo perfetto.

5,1. Ὅν τινες ἀγνοοῦντες ἀρνοῦνται, μᾶλλον δὲ ἠρνήθησαν ὑπ’αὐτοῦ, ὄντες συνήγοροι του θανάτου μᾶλλον ἢ τῆς ἀληθείας· οὒς οὐκ ἔπεισαν αἱ προφητεῖαι οὐδὲ ὁ νόμος Μωύσεως, ἀλλ’ οὐδὲ μέχρι νῦν τὸ εὐαγγέλιον, οὐδὲ τὰ ἡμέτερα τῶν κατ’ἄνδρα παθήματα. 2. καὶ γὰρ περὶ ἡμῶν τὸ αὐτὸ φρονοῦσιν. τί γάρ με ὠφελεῖ τις, εἰ ἐμὲ ἐπαινεῖ, τὸν δὲ κύριόν μου βλασφημεῖ, μὴ ὁμολογῶν αὐτὸν σαρκοφόρον; ὁ δὲ τοῦτο λέγων τελείως αὐτὸν ἀπήρνηται, ὢν νεκροφόρος. 3. τὰ δὲ ὀνόματα αὐτῶν, ὄντα ἄπιστα, οὐκ ἔδοξέν μοι ἐγγράψαι. οὗ μετανοήσωσιν εἰς τὸ πάθος, ὅ ἐστιν ἡμῶν ἀνάστασις.
5,1. Alcuni non conoscendolo lo rinnegano e più che mai sono da lui rinnegati. Difensori della morte più che della verità, non li hanno convinti né i profeti né la legge di Mosè, e ora né il vangelo né le nostre sofferenze personali. 2. Di noi la pensano allo stesso modo. Cosa mi importa se uno mi loda, e poi bestemmia il mio Signore, dicendo che non si è incarnato? Chi dice così lo rinnega completamente: è un necroforo. 3. Non mi è parso opportuno scrivere neanche i loro nomi di increduli. Non li ricordo sino a quando non si convertono alla passione, che è la nostra risurrezione.

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