lunedì 15 marzo 2010

28 marzo 2010 - Domenica delle Palme

Lc 23,34:
Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno.
Πάτερ, ἄφες αὐτοῖς, οὐ γὰρ οἴδασιν τί ποιοῦσιν.
Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt.

A meditare la frase di Gesù e la sua croce, ecco un passo dei Moralia in Iob (Commento al libro di Giobbe, libro XIII, cc. 21-23) di S. Gregorio Magno. Il passo si legge nell'ufficio delle letture del venerdi della III settimana di quaresima (la traduzione è riveduta). Il papa sta commentando il capitolo 16 ai vv. 16-18:

[versione CEI 2008]
16 La mia faccia è rossa per il pianto e un'ombra mortale mi vela le palpebre,
17 benché non ci sia violenza nelle mie mani e sia pura la mia preghiera.
18 O terra, non coprire il mio sangue né un luogo segreto trattenga il mio grido!

[Nova Vulgata]
16 Facies mea rubuit a fletu, et palpebrae meae caligaverunt;
17 attamen absque iniquitate manus meae, cum haberem mundas preces.
18 Terra, ne operias sanguinem meum, neque inveniat in te locum latendi clamor meus.

Per capire il v. 18 si tenga presente che il sangue versato e non coperto reclamava l'intervento di Dio (cfr. Gn 4,10; 37,26; Is 26,21; Ez 24,7).

XXI

... Il beato Giobbe, figura della santa Chiesa, a volte parla con la voce del corpo (=la chiesa), a volte invece del capo (=Cristo). E mentre parla delle membra di lei, si eleva improvvisamente alle parole del capo. Perciò anche qui si soggiunge:

XXII
"Questo soffro, eppure non c'è violenza nelle mie mani e pura è stata la mia preghiera" (Gb 16, 17).
Sollevò le sue mani senza colpa colui che "non commise peccato, né si trovò inganno sulla sua bocca" (1Pt 2,22), e tuttavia sopportò la sofferenza della croce per la nostra redenzione. Egli solo fra tutti levò pura la sua preghiera a Dio, perché anche nello stesso dolore della passione pregò per i persecutori, dicendo: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Che cosa si può dire, che cosa immaginare di più puro nella preghiera, del fatto che si doni la propria intercessione misericordiosa proprio a quelli dai quali viene inflitta la sofferenza? Avvenne perciò che il sangue del nostro Redentore, versato con crudeltà dai suoi persecutori, fu poi da essi bevuto con fede, e annunziarono Cristo quale Figlio di Dio. Di questo sangue ben a proposito si soggiunge:

XXIII
«O terra, non coprire il mio sangue, e il mio grido non rimanga nascosto in te» (Gb 16,18).
All'uomo, dopo che aveva peccato, fu detto: "Sei terra e in terra ritornerai" (Gn 3,19). E la terra non ha tenuto nascosto il sangue del nostro Redentore, perché ciascun peccatore, bevendo il riscatto della sua redenzione, lo fa oggetto della sua fede e della sua lode, e per quanto può lo annunzia ad altri. La terra non coprì il suo sangue, anche perché la santa Chiesa ha predicato ormai il mistero della sua redenzione in tutte le parti del mondo.
E' da notare, poi, quanto si soggiunge: «E il mio grido non rimanga nascosto in te». Il grido del nostro Redentore è lo stesso sangue della redenzione che viene bevuto. Perciò anche Paolo parla del «sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Eb 12,24). E del sangue di Abele era stato detto: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo» (Gn 4,10). Ma il sangue di Gesù parla meglio di quello di Abele, perché il sangue di Abele domandava la morte del fratricida, mentre il sangue del Signore ottenne la vita ai persecutori.
Perché il mistero della passione del Signore non sia vanificato in noi, dobbiamo dunque imitare ciò che beviamo e annunziare agli altri ciò che veneriamo. Il suo grido rimane nascosto in noi se la lingua tace quanto il cuore crede. Ma perché il suo grido non resti nascosto in noi, è necessario che ciascuno, secondo le sue possibilità, dia testimonianza ai fratelli del mistero della sua nuova vita.

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CAPUT XXI
V. 16b: "et palpebrae meae caligaverunt."
Palpebrae enim recte appellati sunt qui ad praevidenda pedum itinera vigilant. Sed cum occulta Dei iudicia nec praepositi vigilantes intelligunt, palpebrae sanctae Ecclesiae caligant. Sed ut saepe iam me dixisse memini, beatus Iob sanctae Ecclesiae typum tenens, modo voce corporis, modo autem voce capitis utitur; et dum de membris eius loquitur, repente ad verba capitis levatur. Unde hic quoque subiungitur:

CAPUT XXII
V. 17: "Haec passus sum absque iniquitate manus meae, cum haberem mundas ad Deum preces."
Absque iniquitate enim manus suae pertulit, qui "peccatum non fecit, nec inventus est dolus in ore eius" (1Pt 2,22), et tamen dolorem crucis pro nostra redemptione toleravit. Qui solus prae omnibus mundas ad Deum preces habuit, quia et in ipso dolore passionis pro persecutoribus oravit, dicens: "Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt" (Lc 23,34). Quid enim dici, quid cogitari in prece mundius potest quam cum et illis misericordia intercessionis tribuitur a quibus toleratur dolor? Unde factum est ut Redemptoris nostri sanguinem, quem persecutores saevientes fuderant, postmodum credentes biberent, eumque esse Dei Filium praedicarent. De quo videlicet sanguine apte subiungitur:

CAPUT XXIII
V. 18: "Terra, ne operias sanguinem meum, neque inveniat in te latendi locum clamor meus."
Peccanti homini dictum est: "Terra es, et in terram ibis" (Gn 3,19). Quae scilicet terra Redemptoris nostri sanguinem non abscondit, quia unusquisque peccator redemptionis suae pretium sumens, confitetur ac laudat, et quibus valet proximis innotescit. Terra etiam sanguinem eius non operuit, quia sancta Ecclesia redemptionis suae mysterium in cunctis iam mundi partibus praedicavit. Notandum quod subditur: "Neque inveniat in te latendi locum clamor meus". Ipse enim sanguis redemptionis qui sumitur clamor nostri Redemptoris est. Unde etiam Paulus dicit: "Et sanguinis aspersionem melius loquentem quam Abel" (Hb 12,24). De sanguine Abel dictum fuerat: "Vox sanguinis fratris tui clamat ad me de terra" (Gn 4,10). Sed sanguis Iesu melius loquitur quam Abel, quia sanguis Abel mortem fratricidae fratris petiit, sanguis autem Domini vitam persecutoribus impetravit. Ut ergo in nobis sacramentum dominicae passionis non sit otiosum, debemus imitari quod sumimus, et praedicare caeteris quod veneramur. Locum enim latendi clamor eius in nobis invenit, si hoc quod mens credidit lingua tacet. Sed ne in nobis clamor eius lateat, restat ut unusquisque iuxta modulum suum vivificationis suae mysterium proximis innotescat. Libet mentis oculos ad dominicae passionis horam reducere, cum Iudaei persequentes saevirent, discipuli timentes fugerent. Qui enim carne mori videbatur nequaquam Deus esse credebatur.

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