sabato 30 aprile 2016

Ascensione del Signore, ufficio delle letture

Per l'Ascensione LO propone i nn. 1 (completo) e 2 (parziale) di un sermone di Agostino (263/A). Riporto la conclusione del n. 2, omessa da LO, che completa l'argomentazione (traduzione NBA). Il n. 3 vuole poi rispondere a una obiezione dei Manichei, tesa a mostrare come Gesù non poteva essere asceso con il corpo. Il n. 4 è una digressione sul significato del numero 40.

Dai Discorsi di sant'Agostino, vescovo (sull'Ascensione del Signore, ed. A. Mai 98,1-2; PLS 2,494-495)

Ascensione del Signore (Discorso 263/A).
1. Oggi il Signore nostro Gesù Cristo è asceso al cielo: salga con lui anche il nostro cuore. Ascoltiamo le parole dell'Apostolo: "Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, dov'è Cristo, assiso alla destra di Dio: aspirate alle cose di lassù e non a quelle della terra" (Col 3,1-2). Come infatti egli è asceso al cielo ma non si è allontanato da noi, così anche noi siamo già lassù con lui, benché ancora non si sia realizzato nel nostro corpo quanto ci è stato promesso. Egli è stato già esaltato sopra i cieli; tuttavia sulla terra soffre ogni pena a cui noi, sue membra, siamo soggetti. Di ciò ha dato la prova quando gridò dall'alto: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" (At 9,4); "Ebbi fame e mi avete dato da mangiare" (Mt 25,35). Perché anche noi, qui in terra, non ci adoperiamo a far sì che, per mezzo della fede, della speranza e della carità che ci uniscono a lui, già riposiamo con lui nei cieli? Cristo, pur essendo nei cieli, è anche con noi; e noi, pur stando qui in terra, siamo anche con lui. Egli lo può fare per la divinità, la potenza e l'amore che ha; noi, anche se non possiamo farlo per la divinità come lui, tuttavia lo possiamo con l'amore, però in lui. Egli non abbandonò il cielo quando ne discese per venire a noi né si è allontanato da noi quando salì di nuovo al cielo. Che egli fosse in cielo mentre era anche qui sulla terra lo afferma lui stesso: "Nessuno - disse - è asceso al cielo se non chi è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo che è in cielo" (Gv 3,13). [Non disse: "Il Figlio dell'uomo che sarà in cielo", ma: "Il Figlio dell'uomo che è in cielo".
2. Che Cristo rimanga con noi anche quando è in cielo, ce lo ha promesso prima di salirvi, dicendo: "Ecco, io sono con voi sino alla fine dei secoli" (Mt 28,20). I nostri nomi sono lassù, perché egli ha detto: "Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti in cielo" (Lc 10,20); anche se ancora con i nostri corpi e le nostre fatiche pestiamo la terra e siamo pestati dalla terra. Ci radunerà di qui integralmente colui che possiede le primizie del nostro spirito (cf. Rm 8,23). Ma quando, dopo la risurrezione del nostro corpo, avremo cominciato a vivere nella gloria di Cristo, il nostro corpo non dimorerà più in mezzo a queste realtà mortali né su queste si riverserà il nostro affetto. Non dobbiamo pensare che per noi sia preclusa la perfetta dimora celeste degli angeli, per il fatto che Cristo ha detto: "Nessuno è asceso al cielo se non chi è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo che è in cielo" (Gv 3,13). Dicendo così sembra che solo a se stesso attribuisca questa possibilità, e che nessuno di noi la possa avere.] Ma ha parlato così a motivo dell'unità [che c'è tra noi e lui], perché egli è nostro capo e noi sue membra. Certo, nessuno se non lui [ascenderà in cielo], perché anche noi siamo lui, nel senso che egli è Figlio dell'uomo per noi e noi siamo figli di Dio per lui. Così dice infatti l'Apostolo: "Come il corpo è uno solo ed ha molte membra, ma tutte le sue membra, pur essendo molte, non sono che un corpo solo, così anche Cristo" (1Cor 12,12). Non ha detto: "Così Cristo", ma: "così anche Cristo". Cristo dunque è formato da varie membra, pur essendo un corpo solo. Discese dunque dal cielo per misericordia e vi ascese lui solo; noi siamo ascesi in lui per grazia. Per questo soltanto Cristo è disceso e soltanto Cristo è asceso; non nel senso che la dignità del capo si diluisca nel corpo, ma che l'unità del corpo non viene separata dal capo. [Non dice: "alle discendenze [di Abramo]", come se si trattasse di molte, ma come di una sola: "e alla tua discendenza" che è Cristo (Gal 3,16). Chiama Cristo discendenza di Abramo; e tuttavia lo stesso Apostolo disse: "Voi siete discendenza di Abramo" (Gal 3,29). Se dunque si parla non delle discendenze [di Abramo] come se si trattasse di molte, ma come di una sola; se questa discendenza di Abramo è Cristo; se anche noi siamo discendenza di Abramo: quando Cristo ascende in cielo, noi non veniamo separati da lui. Colui che è disceso dal cielo non ci rifiuta il cielo, ma in un certo qual senso grida: Siate mie membra se volete salire in cielo. Nel frattempo dunque rafforziamoci in questa fede, bramiamo questo con ogni desiderio. Pensiamo, ora qui in terra, che siamo già contati in cielo. Allora deporremo la carne mortale, ora deponiamo la vecchiezza del cuore. Facilmente il corpo sarà elevato nell'alto dei cieli se il peso dei peccati non opprime lo spirito.]

De Ascensione Domini.
1. Hodie Dominus noster Iesus Christus ascendit in caelum; ascendat cum illo cor nostrum. Audiamus Apostolum dicentem: Si consurrexistis cum Christo, quae sursum sunt sapite, ubi Christus est in dextera Dei sedens; quae sursum sunt quaerite, non quae super terram (Col 3,1-2). Sicut enim ille ascendit, nec recessit a nobis, sic et nos cum illo ibi iam sumus, quamvis nondum in corpore nostro factum sit quod promittitur nobis. Ille iam exaltatus est super caelos; patitur tamen in terris quicquid laborum nos tamquam eius membra sentimus. Cui rei testimonium perhibuit desuper clamans: Saule, Saule, quid me persequeris? (Act 9,4) Et: Esurivi, et dedistis mihi manducare (Mt 25,35). Cur non etiam nos ita laboramus in terris, ut per fidem, spem, caritatem, qua illi connectimur, iam cum illo requiescamus in caelis? Ille cum ibi est, etiam nobiscum est; et nos cum hic sumus, etiam cum illo sumus. Illud ipse et divinitate et potestate et dilectione; hoc autem nos, etsi divinitate non possumus sicut ipse, dilectione tamen possumus, sed in ipsum. Ille de caelo non recessit, cum ad nos inde descendit; nec a nobis recessit, cum in caelum rursus ascendit. Nam quia ibi erat cum hic esset, ita ipse testatur: Nemo, inquit, ascendit in caelum, nisi qui de caelo descendit, Filius hominis qui est in caelo (Io 3,13). [Non dixit: Filius hominis qui erit in caelo, sed: Filius hominis qui est in caelo.
2. Quod vero nobiscum est etiam cum ibi est, ante quam ascenderet hoc promisit dicens: Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem saeculi (Mt 28,20). Nos autem nominibus ibi sumus, quoniam ipse dixit: Gaudete, quia nomina vestra scripta sunt in caelo (Lc 10,20); quamvis a corporibus et laboribus conteramus terram, et conteramur a terra. Sed cum post resurrectionem corporis esse in eius gloria coeperimus, nec ista mortalia nostrum incolet corpus, nec in ista inclinabitur noster affectus; totus hinc colligit, qui primitias nostri spiritus tenet (cf. Rm 8,23). Neque enim propterea nobis desperanda est perfecta et angelica caelestis habitatio, quia dixit: Nemo ascendit in caelum, nisi qui de caelo descendit, Filius hominis qui est in caelo (Io 3,13); de solo enim se ipso videtur dixisse, quasi hoc nemo nostrum possit accipere;] sed dictum est propter unitatem, quia caput nostrum est, et nos corpus eius. Hoc ergo nemo nisi ipse, quia et nos ipse secundum id quod ipse filius hominis propter nos, et nos Dei filii propter ipsum. Ita quippe Apostolus dicit: Sicut enim corpus unum est, et membra habet multa; omnia autem corporis membra cum sint multa, unum est corpus, ita et Christus (1Cor 12,12). Non ait: ita Christus; sed ait: ita et Christus. Christus ergo membra multa, unum corpus. Descendit itaque de caelo per misericordiam, nec ascendit nisi ipse, cum et nos in ipso per gratiam. Ac per hoc non nisi Christus descendit, nec nisi Christus ascendit; non quod capitis dignitas confundatur in corpore, sed quod corporis unitas non separetur a capite. [Non enim dicit ex seminibus tamquam in multis, sed tamquam in uno, in semine tuo quod est Christus (Gal 3,16). Proinde Christum dicit semen Abrahae; et tamen idem ipse Apostolus: Vos ergo, inquit, Abrahae semen estis (Gal 3,29). Si ergo non in seminibus tamquam in multis, sed tamquam in uno: et hoc semen Abrahae, quod est Christus: et hoc semen Abrahae, quod sumus nos; cum ascendit in caelum, nos ab illo non separamur. Qui descendit de caelo, non nobis invidet caelum, sed quodammodo clamat: Mea membra estote, si ascendere vultis in caelum. Et hoc ipso interim roboremur, in hoc votis omnibus aestuemus; hoc meditemur in terris, quod computamur in caelis. Tunc exuturi carnem mortalitatis, nunc exuamus animi vetustatem: facile corpus levabitur in alta caelorum, si non premant spiritum sarcinae peccatorum.]

Il Cristo totale (Christus totus), capo e membra, trionfa in cielo e lotta in terra (cf. In Io. ev. tr. 21,8; En. in ps. 3,1,9; 55,3; Ep. 187,40; si veda anche la lettura agostiniana per la I domenica di quaresima qui). Se la nostra fatica terrena è vissuta in unione con Cristo mediante fede, speranza e carità, in essa è già possibile fare una certa anticipata esperienza del riposo ultimo. In virtù dell'unione con lui, la nostra vita sulla terra consente già una qualche esperienza del cielo, che pertanto viene a orientare e motivare il cammino terreno.

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