venerdì 8 aprile 2016

IV domenica di pasqua, ufficio delle letture

Per questa domenica LO ci propone il commento di Gregorio Magno a Gv 10,11-16 (Homiliae in Evangelia 14). La prima parte dell'omelia, omessa, parla dei pastori e dei mercenari, mentre la seconda, con tagli segnalati dalle parentesi quadre, delle pecore. La traduzione italiana è di Ovidio Lari, EP 1968, che proprio in quell'anno fu nominato vescovo di Aosta.

Dalle Omelie sui Vangeli di san Gregorio Magno, papa (Om. 14,3-6; PL 76,1129-1130)

3. (...) [Ma il Signore, dopo aver denunciato le colpe del falso pastore, ci presenta ancora il modello, quasi lo stampo nel quale noi dobbiamo formarci; dice infatti:] «Io sono il buon Pastore». Poi aggiunge: «Io conosco - cioè amo - le mie pecore, e le mie pecore conoscono me». E' come se dicesse: le anime che mi amano, mi obbediscono, perché chi non ama la verità non la conosce ancora.

4. Ora che avete udito, fratelli carissimi, il pericolo in cui siamo noi pastori d'anime, pensate a scoprire nelle parole del Signore anche i pericoli che correte voi. Domandatevi se siete le sue pecore, domandatevi se lo conoscete, domandatevi se possedete la luce della verità. Dico possedere la luce della verità, non solo per fede, ma anche per amore; non solo credendo, ma anche operando. Infatti, lo stesso Giovanni evangelista, che ci ha lasciato la pagina del Vangelo odierno, ci assicura che «colui il quale dice di conoscere Dio, e poi non osserva i suoi comandamenti, è un bugiardo» (1Gv 2,4). Per questo, nel Vangelo, il Signore aggiunge: «Come il Padre conosce me, così io conosco il Padre, e per le mie pecore do la mia vita».
E' come se dicesse: da questo si dimostra chiaramente che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre: dal fatto che offro la mia vita per le mie pecore. In altre parole: dall'amore con cui mi offro alla morte per le mie pecore, si può arguire quanto sia grande il mio amore per il Padre.
[Ma siccome il Signore era venuto per redimere tutti, non solo gli Ebrei, ma anche i gentili, il Vangelo prosegue: «Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche quelle bisogna che io guidi; e daranno ascolto alla mia voce, sicché si avrà un solo gregge e un solo pastore».
Quando il Signore diceva di voler guidare e chiamare anche altre pecore, prevedeva la nostra redenzione: noi, infatti, proveniamo dal paganesimo. Questo, fratelli miei, vedete che si avvera ogni giorno; questo vedete già avverato dopo che i pagani sono riconciliati con Dio.
Dio ha fatto di due greggi un gregge solo quando ha riunito nella sua fede il popolo ebreo e quello pagano. Ascoltiamo come lo afferma san Paolo: «Egli è la nostra pace, colui che ha uniti i due in un sol popolo» (Ef 2,14).
Quando Dio chiama da ogni nazione i semplici alla, vita eterna, conduce le pecore al suo gregge.]

5. Sempre parlando delle sue pecore il Redentore divino dice: «Le mie pecore ascoltano la mia voce ; e io le conosco, ed esse mi seguono. Anzi, io dò loro la vita eterna» (Gv 10,27).
Sempre sullo stesso tema poco avanti aveva detto: «Io sono la porta. Chi per me passerà, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascoli» (Gv 10,9). Entrerà alla fede; uscirà, cioè passerà dalla fede oscura alla visione chiara; troverà i pascoli nel convito eterno.
Le sue pecore troveranno i pascoli perché chiunque segue Gesù con cuore semplice, è nutrito con il cibo dei campi eterni. E quali sono i pascoli di queste pecore, se non le gioie spirituali del paradiso nel quale la primavera è eterna? Pascolo degli eletti è il volto sempre presente di Dio che, contemplato senza intermissione, sazia l'anima con un cibo che non viene mai meno.
[Nei pascoli celesti godono di eterna sazietà tutti coloro che sono sfuggiti ai lacci dei piaceri mondani. Là i cori degli angeli cantano inni, là è l'accolta dei cittadini celesti, là si celebra la dolce solennità di coloro che tornano dalla triste fatica di questo pellegrinaggio terrestre, là i cori dei profeti che videro lontano, là lo stuolo degli apostoli assisi a giudicare, là un esercito innumerevole di martiri vittoriosi. E questo stuolo tanto più sarà lieto quanto più nella presente vita fu afflitto.
Là sarà premiata la costanza dei confessori che si vedranno così consolati; là gli uomini fedeli che non si lasciarono ritrarre dalla loro fortezza virile per le blandizie del mondo presente; là quelle sante donne che insieme con il mondo vinsero pure la loro naturale debolezza; là i fanciulli che sulla terra vissero in modo assai superiore alla loro età; là i vecchi che quantunque indeboliti dagli anni non tralasciarono di agire fortemente.]

6. Cerchiamo, dunque, fratelli carissimi, questi pascoli nei quali ci sarà dato di godere in compagnia di tanti concittadini nostri. La stessa gioia di quei beati ci sia di invito.
[Se da qualche parte si facesse un mercato; se il popolo accorresse perché è stata data notizia della dedicazione di una chiesa, sono certo che ci affretteremmo per ritrovarci insieme e ciascuno si studierebbe di essere presente e si riterrebbe colpito da grave disgrazia se non potesse partecipare alla gioia comune.
Ecco, tra i cittadini del cielo si fa festa. Tutti si trovano insieme e ognuno gode della gioia dell'altro. Noi, tuttavia, tiepidi amanti della gioia eterna, non ci accendiamo di desiderio, non cerchiamo di essere presenti a una festa così bella. Siamo senza gioia e stiamo contenti!]
Accendiamo, dunque, gli animi nostri, fratelli carissimi; si riaccenda la fede in quel che abbiamo creduto, arda il nostro desiderio per le cose celesti. Amare così il cielo, è già andarci.
Nessuna avversità ci distolga dalla gioia della nostra festa spirituale. Quando uno desidera andare in un luogo che si è scelto, non c'è asprezza di cammino che gli faccia mutare proposito. Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perché è un viaggiatore sciocco quello che dimentica la meta a cui tende per aver trovato lungo il cammino un prato fiorito.
[L'anima nostra aspiri con tutte le sue forze alla patria celeste, niente cerchi in questo mondo che - lo sappiamo bene - dovremo lasciare ben presto. Se saremo veramente pecore del Pastore celeste, non ci fermeremo a strappare qualche gioia che offre la via, e saremo alla fine saziati nei pascoli eterni.]

Habita ad populum in basilica beati Petri apostoli, Dominica secunda post Pascha.

3. (...) [Sed quia Redemptor noster culpas ficti pastoris innotuit iterum formam cui debeamus imprimi ostendit, dicens:] Ego sum Pastor bonus. Atque subiungit: Et cognosco oves meas, hoc est diligo, et cognoscunt me meae. Ac si patenter dicat: Diligentes obsequuntur. Qui enim veritatem non diligit, adhuc minime cognovit.

4. Quia ergo audistis, fratres charissimi, periculum nostrum, pensate in verbis dominicis etiam periculum vestrum. Videte si oves eius estis, videte si eum cognoscitis, videte si lumen veritatis scitis. Scitis autem dico, non per fidem, sed per amorem. Scitis dico, non ex credulitate, sed ex operatione. Nam idem ipse qui hoc loquitur Ioannes evangelista testatur, dicens: Qui dicit se nosse Deum, et mandata eius non custodit, mendax est (1Io 2,4). Unde et in hoc loco Dominus protinus subdit: Sicut novit me Pater, et ego agnosco Patrem, et animam meam pono pro ovibus meis. Ac si aperte dicat: In hoc constat quia et ego agnosco Patrem, et cognoscor a Patre, quia animam meam pono pro ovibus meis; id est, ea charitate qua pro ovibus morior quantum Patrem diligam ostendo.
[Quia vero non solum Iudaeam, sed etiam gentilitatem redimere venerat, adiungit: Et alias oves habeo quae non sunt ex hoc ovili, et illas oportet me adducere, et vocem meam audient, et fiet unum ovile et unus pastor. Redemptionem nostram, qui ex gentili populo venimus, Dominus aspexerat cum se adducere et alias oves dicebat. Hoc quotidie fieri, fratres, aspicitis, hoc reconciliatis gentibus factum hodie videtis. Quasi enim ex duobus gregibus unum ovile efficit, quia Iudaicum et gentilem populum in sua fide coniungit, Paulo attestante, qui ait: Ipse est pax nostra, qui fecit utraque unum (Eph 2,14). Dum enim ad aeternam vitam ex utraque natione simplices eligit, ad ovile proprium oves deducit.]

5. De quibus profecto ovibus rursum dicit: Oves meae vocem meam audiunt, et ego cognosco eas, et sequuntur me, et ego vitam aeternam do eis (Io 10,27). De quibus et paulo superius dicit: Per me si quis introierit, salvabitur, et ingredietur, et egredietur, et pascua inveniet (Io 10,9). Ingredietur quippe ad fidem, egredietur vero a fide ad speciem, a credulitate ad contemplationem, pascua autem inveniet in aeterna refectione. Oves ergo eius pascua inveniunt, quia quisquis illum corde simplici sequitur, aeternae viriditatis pabulo nutritur. Quae autem sunt istarum ovium pascua, nisi interna gaudia semper virentis paradisi? Pascua namque electorum sunt vultus praesens Dei, qui dum sine defectu conspicitur, sine fine mens vitae cibo satiatur.
[In istis pascuis de aeternitatis satietate laetati sunt qui iam laqueos voluptuosae temporalitatis evaserunt. Ibi hymnidici angelorum chori, ibi societas supernorum civium. Ibi dulcis solemnitas a peregrinationis huius tristi labore redeuntium. Ibi providi prophetarum chori, ibi iudex apostolorum numerus, ibi innumerabilium martyrum victor exercitus, tanto illic laetior, quanto hic durius afflictus; ibi confessorum constantia, praemii sui perceptione consolata; ibi fideles viri quos a virilitatis suae robore voluptas saeculi emollire non potuit; ibi sanctae mulieres quae cum saeculo et sexum vicerunt; ibi pueri qui hic annos suos moribus transcenderunt; ibi senes quos hic et aetas debiles reddidit, et virtus operis non reliquit.]

6. Quaeramus ergo, fratres charissimi, haec pascua, in quibus cum tantorum civium solemnitate gaudeamus. Ipsa nos laetantium festivitas invitet.
[Certe sicubi populus nundinas celebraret, si ad alicuius Ecclesiae dedicationem denuntiata solemnitate concurreret, festinaremus omnes simul inveniri, et interesse unusquisque satageret, gravi se damno afflictum crederet si solemnitatem communis laetitiae non videret. Ecce in coelestibus electorum civium laetitia agitur, vicissim de se omnes in suo conventu gratulantur, et tamen nos, ab amore aeternitatis tepidi, nullo desiderio ardemus, interesse tantae solemnitati non quaerimus, privamur gaudiis, et laeti sumus.]
Accendamus ergo animum, fratres, recalescat fides in id quod credidit, inardescant ad superna nostra desideria, et sic amare iam ire est. Ab internae solemnitatis gaudio nulla nos adversitas revocet, quia et si quis ad locum propositum ire desiderat, eius desiderium quaelibet viae asperitas non immutat. Nulla nos prosperitas blandiens seducat, quia stultus viator est, qui in itinere amoena prata conspiciens, obliviscitur ire quo tendebat.
[Toto ergo desiderio ad supernam patriam animus anhelet, nil in hoc mundo appetat, quod constat quia citius relinquat, ut si coelestis Pastoris veraciter oves sumus, quia in viae delectatione non figimur aeternis pascuis in perventione satiemur.]

Mi duole osservare che la traduzione LO, spesso molto libera, non raramente più parafrasi che traduzione, è in un punto cruciale francamente sbagliata o per lo meno fuorviante. Scrive Gregorio: Et cognosco oves meas, hoc est diligo, et cognoscunt me meae. Ac si patenter dicat: Diligentes obsequuntur. Qui enim veritatem non diligit, adhuc minime cognovit. Così traduce Lari: '«Io conosco - cioè amo - le mie pecore, e le mie pecore conoscono me». E' come se dicesse: le anime che mi amano, mi obbediscono, perché chi non ama la verità non la conosce ancora'. Così LO: '«conosco le mie pecore», cioè le amo, «e le mie pecore conoscono me». Come a dire apertamente: corrispondono all'amore di chi le ama. La conoscenza precede sempre l'amore della verità'. Il lettore del breviario è indotto a pensare che Gregorio intenda insistere sul (primato del)la conoscenza, che appunto 'precede sempre l'amore'. Mentre qui il papa, è l'idea centrale, insiste sul fatto che la conoscenza (la fede) non basta, occorre l'amore. Si obbedisce al pastore, si ascolta la sua voce e la si riconosce, lo si segue effettivamente soltanto se si è nell'amore. Si conosce la verità soltanto amandola. Il fatto che la conoscenza preceda l'amore è cosa che qui non interessa minimamente.
Anche questo "corrispondono all'amore di chi le ama" lo trovo più che altro buono a confondere le idee, nel probabile tentativo di chiarire un pensiero già di per sé chiarissimo, che è: le pecore mi seguono (effettivamente) amandomi. Una semplice traduzione sarebbe stata sicuramente preferibile a questi tentativi di "miglioramento" del testo.

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