lunedì 18 aprile 2016

V domenica di pasqua, ufficio delle letture

Il sermone 53 di Massimo di Torino (così numerato in CCL, mentre in PL 57 è il n. 57) è centrato sul v. 24 del salmo 118 (117 nella Vulgata, e nella liturgia), salmo pasquale per eccellenza: Haec dies, quam fecit Dominus: exsultemus et laetemur in ea («questo è il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso»). Il giorno fatto dal Signore è la domenica della risurrezione. LO omette interamente il n. 3, che parla del sole, e questo non disturba. Al n. 2 è tagliata l'obiezione che dà origine a un lungo sviluppo: questo 'giorno' è terreno e pertanto non può riguardare gli inferi né il cielo. Con tre citazioni (Gv 1,9; Is 9,2; Sal 89,30) Massimo mostra invece come tutte e tre le dimensioni - cielo, terra, sotterra - siano illuminate da questa luce senza tramonto, e si sofferma in particolare a sviluppare l'idea di Cristo come «giorno del cielo». LO taglia le tre citazioni, nonché la successiva, di Sal 19,3 («il giorno al giorno nel trasmette la parola»), il che rende poco intelligibile il discorso sul Figlio che riceve luce dal Padre. LO conserva invece la citazione di Siracide 24,6a, che nella Vulgata (mantenuta nella Nova Vulgata) suona: Ego feci in caelis, ut oriretur lumen indeficiens (="Io [la sapienza] feci sorgere in cielo una luce indefettibile"). Il testo non si trova nel testo greco del Siracide, e Massimo lo cita in forma leggermente diversa, senza che cambi il senso: Ego feci, ut oriretur in coelo lumen indeficiens; con implicita identificazione tra la Sapienza e Cristo.

Dai Discorsi di san Massimo di Torino, vescovo (53,1-2.4; CCL 23,214-216)

1. [Non senza ragione, fratelli, oggi si legge questo salmo, nel quale il profeta dice che dobbiamo esultare e rallegrarci: il santo Davide invita tutte le creature a partecipare alla festa di questo giorno (cf. Sal 118,24). Oggi infatti la risurrezione di Cristo apre il Tartaro, grazie ai neofiti della Chiesa si rinnova la terra, per l'opera dello Spirito Santo il cielo si dischiude, il Tartaro, aperto, rende i morti, la terra, rinnovata, germina risorti, il cielo aperto accoglie quanti vi salgono. Per questo il buon malfattore sale in paradiso (cf. Lc 23,43), i corpi dei santi entrano nella città santa (cf. Mt 27,51-53), i morti tornano tra i vivi. Insomma tutto, per impulso della risurrezione del Cristo, si muove verso l'alto. Il Tartaro rende ai viventi quanti deteneva, la terra manda in cielo i sepolti, il cielo presenta al Signore quelli che accoglie. Con una medesima azione la passione del Salvatore trae dal profondo, innalza dalla terra e colloca nelle altezze. La risurrezione di Cristo è infatti vita per i morti, perdono per i peccatori, gloria per i santi. Tutte le creature dunque sono invitate dal santo Davide alla festa della risurrezione di Cristo, quando dice che bisogna esultare, ed allietarsi in questo giorno fatto dal Signore (cf. Sal 118,24).
2. (...) La luce di Cristo è giorno senza notte, giorno senza fine. Ovunque risplende, ovunque irradia, da nessuna parte si oscura. Che questo giorno sia Cristo stesso, lo dice l'Apostolo: «La notte è inoltrata, il giorno è vicino» (Rm 13,12). «La notte - dice - è inoltrata», non «viene in seguito», perché tu intenda che, al sopraggiungere della luce di Cristo, le tenebre del diavolo son messe in fuga e non segue il buio del peccato: da splendore perenne sono vinte le vecchie oscurità, e chiuso è il varco a ulteriori colpe.[La Scrittura attesta che questo giorno, Cristo, illumina cielo, terra e inferi. Che rifulga sulla terra, lo dice Giovanni: «Era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene nel mondo» (Gv 1,9). Che rifulga negli inferi, lo dice il profeta: «Per coloro che giacevano nella regione dell'ombra di morte è sorta una luce» (Is 9,2). Che codesto giorno permanga nei cieli, lo attesta David, dicendo: "Stabilirò per sempre il suo seme, e il suo trono come il giorno del cielo" (Sal 89,30). Chi è il giorno del cielo se non il Cristo Signore, del quale si dice per mezzo del Salmo: «Il giorno al giorno ne trasmette la parola» (Sal 19,3)?] Egli è il giorno-Figlio, al quale il giorno-Padre comunica il segreto della sua divinità. Egli è il giorno che per bocca di Salomone dice: «io feci sorgere in cielo un giorno indefettibile» (Sir 24,6). Come la notte non segue assolutamente il giorno del cielo, così alla giustizia donata da Cristo non segue tenebra di peccato. Sempre infatti il giorno del cielo splende, brilla e rifulge, senza che nessuna oscurità possa soffocarlo; cosí anche la luce di Cristo risplende, irradia e sfolgora, senza che nessun peccato la possa sopraffare, per cui l'evangelista Giovanni dice: «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,5).
(...)
4. Dunque, o fratelli, in questo santo giorno tutti dobbiamo esultare. Nessuno si sottragga alla comune letizia per la consapevolezza dei propri peccati, nessuno si distolga dalla preghiera comune per il peso delle colpe. Per quanto peccatore, non deve disperare in questo giorno, c'è infatti un precedente importante: se un malfattore ha meritato il paradiso, un cristiano non meriterebbe il perdono? [Se a quello il Signore perdonò sulla croce, molto piú perdonerà a questo risorgendo; se l'umiliazione della passione tanto perdonò a chi si riconosceva peccatore, quanto concederà la gloria della risurrezione a chi supplica? Lo sapete bene: si è meglio disposti a concedere favori nella gioia della vittoria che nella prigionia della servitù.]

1. [Non immerito, fratres, hodierna die psalmus hic legitur , in quo propheta exsultandum praecipit et laetandum; omnes enim creaturas ad huius diei festivitatem David sanctus invitat; nam in hac die] per resurrectionem Christi aperitur tartarum, per neophytos ecclesiae innovatur terra, coelum per sanctum Spiritum reseratur; apertum enim tartarum reddit mortuos, innovata terra germinat resurgentes, coelum reseratum suscipit ascendentes. Denique ascendit latro in paradisum, sanctorum corpora ingrediuntur in sanctam civitatem, ad vivos mortui revertuntur; et profectu quodam in resurrectione Christi ad altiora cuncta elementa se tollunt. Tartarum quos habet reddit ad superos, terra quos sepelit mittit ad coelum, coelum quos suscipit repraesentat ad Dominum; et una eademque operatione Salvatoris passio elevat de imis, suscitat de terrenis, collocat in excelsis. Resurrectio enim Christi defunctis est vita, peccatoribus venia, sanctis est gloria. Omnem ergo creaturam ad festivitatem resurrectionis Christi David sanctus invitat: ait enim exsultandum in hac die quam fecit Dominus et laetandum (cf. Ps 118,24).
2. [Sed dicit aliquis: «Si in die gratulandum est, his utique gratulandum est quos dies ipsa complectitur; caelum autem et tartarus extra huius mundi diem sunt constituta. Quomodo igitur possunt ea elementa ad festivitatem huius diei vocari, cuius diei ambitu non tenentur?» Sed hic dies quem fecit Dominus penetrat omnia, universa continet, caelum, terram tartarumque conplectitur. Lux enim Christi non parietibus obstruitur, non elementis dividitur, non tenebris obscuratur.]
Lux, inquam, Christi dies est sine nocte, dies sine fine; ubique splendet, ubique radiat, ubique non deficit. Quod autem iste dies Christus sit, Apostolus dicit: Nox praecessit, dies autem appropinquavit (Rm 13,12). Praecessit, inquit, nox, non sequitur: ut intelligas, superveniente Christi lumine, diaboli tenebras effugari, et peccatorum obscura non subsequi; et iugi splendore praeteritas caligines depelli, subrepentia delicta prohiberi.
[Nam quia hic dies Christus caelum, terram, tartarumque collustret Scriptura testatur. Quod enim super terram fulgeat, dicit Ioannes: Erat lux vera quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum (Io 1,9). Quod in inferno luceat, ait propheta: Qui sedebant in regione umbrae mortis, lux orta est illis (Is 9,2). Quod in caelis dies iste permaneat, refert David dicens: Ponam in saeculum saeculi semen eius, et sedem eius sicut dies coeli (Ps 89,30). Quis autem est dies coeli nisi Christus Dominus, de quo dicitur per prophetam: Dies diei eructat Verbum (Ps 19,3)?]
Ipse est enim dies Filius, cui Pater dies divinitatis suae eructat arcanum. Ipse, inquam, est dies qui ait per Salomonem: Ego feci, ut oriretur in coelo lumen indeficiens (Sir 24,6). Sicut ergo diem caeli nox omnino non sequitur, ita et Christi iustitiam peccatorum tenebrae non sequuntur. Semper enim dies caeli splendet, lucet et fulget, neque aliqua potest obscuritate concludi; ita et lumen Christi semper micat, radiat, coruscat, nec aliqua potest delictorum caligine comprehendi, unde ait evangelista Ioannes: Et lux in tenebris lucet, et tenebrae eam non comprehenderunt (Io 1,5).
(...)
4. Igitur, fratres, omnes in hac die sancta exsultare debemus. Nullus se a communi laetitia peccatorum conscientia subtrahat, nullus a publicis votis delictorum sarcina revocetur. Quamvis enim peccator, in hac die de indulgentia non debet desperare; est enim praerogativa non parva. Si enim latro paradisum meruit, cur non mereatur veniam christianus? [Et si illi Dominus cum crucifigitur miseretur, multo magis huic miserebitur, cum resurgit; et si passionis humilitas tantum praestitit confitenti, resurrectionis gloria quantum tribuet deprecanti? Largior enim ad praestandum solet esse, sicut ipsi scitis, laeta victoria quam addicta captivitas.]

Per riferirsi agli inferi, Massimo parla di «Tartaro»: nella mitologia greco-latina si trattava originariamente di una regione particolare del mondo infero, molto bassa, nella quale erano relegati non uomini ma esseri mitici come i Titani o i Ciclopi. Col tempo, questo nome è passato a indicare semplicemente il mondo dei morti (Ade), l’aldilà sotterraneo. La traduzione LO parla di inferno, il che non è molto felice, in quanto rischia di indurre una confusione tra il semplice mondo dei morti e il luogo proprio dei dannati. Inoltre LO traduce in modo a mio vedere erroneo, laddove dice: «L'inferno restituisce al paradiso quanti teneva prigionieri». In latino: Tartarum quos habet reddit ad superos. Superi significa quelli che stanno sulla terra, i viventi, contrapposto a inferi, quelli che stanno sotterra, i morti, come si vede bene dal triplice movimento che Massimo evidenzia: da sotto terra si sale sulla terra, dalla terra al cielo, dal cielo a Dio. E così, prosegue LO, «in virtù dell'unica ed identica passione del Signore l'anima risale dagli abissi, viene liberata dalla terra e collocata nei cieli». Il traduttore introduce l'anima, che non c'è nel testo, intendendo, a quanto pare, il tutto come un processo riguardante il singolo, il che non è certo ne pensiero di Massimo, che sta invece dipingendo un quadro cosmico. Non mi piace nemmeno la moralizzazione che LO opera qui: «Dice: 'avanzata'; non dice che debba ancora venire, per farti comprendere che quando Cristo ti illumina con la sua luce, devi allontanare da te le tenebre del diavolo, troncare l'oscura catena del peccato, dissipare con questa luce le caligini di un tempo e soffocare in te gli stimoli delittuosi». Dove, se si va a vedere il testo latino (o la traduzione), si trova che Massimo sta parlando all'indicativo (esprime una realtà) e non all'imperativo (dice quello che si deve fare). Infine, ingenua la traduzione di latro con «ladro» («se il ladro ha ottenuto il paradiso...»); meglio allora «ladrone», come LO all'inizio, che è quasi termine tecnico..., altrimenti: malfattore, delinquente.

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