giovedì 31 dicembre 2015

Battesimo del Signore, ufficio delle letture

Tradizionalmente, in oriente si celebrava in una festa unica, il 6 gennaio, la nascita di Gesù, la manifestazione ai Magi e il suo battesimo (festa della Teofania, Epifania, delle luci). Gregorio di Nazianzo fu a Costantinopoli dall'inizio del 379 alla metà del 381, e qui pronunziò i discorsi 38 (per il Natale), 39 e 40 (per il Battesimo del Signore). Il complesso di questi discorsi mostra che egli aveva celebrato in modo distinto il Natale, probabilmente il 25 dicembre, e l'Epifania. Non è agevole stabilire se si trattasse di una sua innovazione o di un uso locale (già influenzato dall'occidente). Comunque sia, il discorso 39 "per le sante luci" (Εἰς τὰ ἅγια Φῶτα, In Sancta Lumina) fu pronunziato, con il seguente (in due giorni consecutivi), nella festa del Battesimo del Signore, il 6 gennaio del 380 oppure del 381. Il titolo fa riferimento al fatto che, con la sua manifestazione, la luce di Cristo si diffonde nel mondo. Il testo greco dell'intero sermone si può leggere qui.

Dai Discorsi di san Gregorio Nazianzeno, vescovo (Discorso 39, per il battesimo del Signore, 14-16.20)

14. Χριστὸς φωτίζεται, συναναστράψωμεν· Χριστὸς βαπτίζεται, συγκατέλθωμεν, ἵνα καὶ συνανέλθωμεν. (…)
15. Πλὴν Ἰωάννης βαπτίζει, πρόσεισιν Ἰησοῦς· ἁγιάσων τυχὸν μὲν καὶ τὸν βαπτιστήν· τὸ δὲ πρόδηλον, πάντα τὸν παλαιὸν Ἀδὰμ, ἵν' ἐνθάψῃ τῷ ὕδατι· πρὸ δὲ τούτων καὶ διὰ τούτους, τὸν Ἰορδάνην· ὥσπερ ἦν πνεῦμα καὶ σὰρξ, οὕτω Πνεύματι τελειῶν καὶ ὕδατι. Οὐ δέχεται ὁ Βαπτιστής· ὁ Ἰησοῦς ἀγωνίζεται· Ἐγὼ χρείαν ἔχω ὑπὸ σοῦ βαπτισθῆναι, ὁ λύχνος τῷ Ἡλίῳ φησὶν, ἡ φωνὴ τῷ Λόγῳ, ὁ φίλος τῷ Νυμφίῳ, ὁ ἐν γεννητοῖς γυναικῶν ὑπὲρ ἅπαντας, τῷ Πρωτοτόκῳ πάσης κτίσεως, ὁ προσκιρτήσας ἀπὸ γαστρὸς, τῷ ἐν γαστρὶ προσκυνηθέντι, ὁ προδραμὼν καὶ προδραμούμενος, τῷ φανέντι καὶ φανησομένῳ. Ἐγὼ χρείαν ἔχω ὑπὸ σοῦ βαπτισθῆναι· πρόσθες καὶ τὸ, ὑπὲρ σοῦ. Ἤιδει γὰρ τῷ μαρτυρίῳ βαπτισθησόμενος· ἢ, ὡς Πέτρος, μὴ τοὺς πόδας μόνον καθαρθησόμενος. (…)
16. Ἀλλὰ καὶ ἄνεισιν Ἰησοῦς ἐκ τοῦ ὕδατος. Συναναφέρει γὰρ ἑαυτῷ τὸν κόσμον, καὶ ὁρᾷ σχιζομένους τοὺς οὐρανοὺς, οὓς ὁ Ἀδὰμ ἔκλεισεν ἑαυτῷ τε καὶ τοῖς μετ' αὐτὸν, ὥσπερ καὶ τῇ φλογίνῃ ῥομφαίᾳ τὸν παράδεισον. Καὶ τὸ Πνεῦμα μαρτυρεῖ τὴν θεότητα· τῷ γὰρ ὁμοίῳ προστρέχει· καὶ ἡ ἐξ οὐρανῶν φωνή· ἐκεῖθεν γὰρ ὁ μαρτυρούμενος· καὶ ὡς περιστερὰ, τιμᾷ γὰρ τὸ σῶμα, ἐπεὶ καὶ τοῦτο τῇ θεώσει Θεὸς, σωματικῶς ὁρωμένη. Καὶ ἅμα πόῤῥωθεν εἴθισται περιστερὰ κατακλυσμοῦ λύσιν εὐαγγελίζεσθαι. (…)
20. Ἡμεῖς δὲ τιμήσωμεν τὸ Χριστοῦ βάπτισμα σήμερον, καὶ καλῶς ἑορτάσωμεν, μὴ γαστρὶ τρυφῶντες, ἀλλὰ πνευματικῶς εὐφραινόμενοι. (…) Πάντως δὲ καθάρθητε καὶ καθαίρεσθε. Ὡς οὐδενὶ τοσοῦτον χαίρει Θεὸς, ὅσον ἀνθρώπου διορθώσει καὶ σωτηρίᾳ, ὑπὲρ οὗ λόγος ἅπας καὶ ἅπαν μυστήριον· ἵνα γένησθε ὡς φωστῆρες ἐν κόσμῳ, ζωτικὴ τοῖς ἄλλοις ἀνθρώποις δύναμις, ἵνα φῶτα τέλεια τῷ μεγάλῳ φωτὶ παραστάντες, καὶ τὴν ἐκεῖσε μυηθῆτε φωταγωγίαν, ἐλλαμπόμενοι τῇ Τριάδι καθαρώτερον καὶ τρανότερον, ἧς νῦν μετρίως ὑποδέδεχθε τὴν μίαν αὐγὴν ἐκ μιᾶς τῆς θεότητος, ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ τῷ Κυρίῳ ἡμῶν, ᾧ ἡ δόξα εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. Ἀμήν.

14. Cristo è illuminato, brilliamo con lui. Cristo riceve il battesimo, scendiamo (nell'acqua) con lui, per risalire con lui. (…)
15. Giovanni dà il battesimo, Gesù gli si accosta, forse anche per santificare colui dal quale viene battezzato, di certo per santificare tutto il vecchio Adamo e seppellirlo nelle acque. Prima di santificare costoro, e per costoro, santifica il Giordano. Come è spirito e carne, santifica nello Spirito e nell'acqua.
Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste. «Sono io che devo ricevere da te il battesimo» (Mt 3,14) dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l'amico dello sposo allo sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna al primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che precorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che si era già manifestato e si sarebbe nuovamente manifestato. «Io devo ricevere il battesimo da te», e aggiungi pure «per te». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, avrebbe avuto lavati non solo i piedi (cf. Gv 13,6-ss). (…)
16. Gesù poi risale dalle acque: porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, come chiuso era il paradiso dalla spada fiammeggiante (cf. Gen 3,24). Lo Spirito testimonia la divinità del Cristo, presentandosi sopra colui che gli è simile. Una voce viene dai cieli; da lì infatti proveniva chi riceveva testimonianza. Lo Spirito appare visibilmente come colomba perché onora il corpo in quanto, in virtù della divinizzazione, anche il corpo è Dio. Inoltre, fin dai tempi antichi la colomba è solita annunziare la fine del diluvio. (…)
20. Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamolo com'è giusto. (…) Purificatevi completamente, e continuate a farlo, perché di nessuna cosa Dio si rallegra tanto, quanto della conversione e della salvezza dell'uomo. Per l'uomo è ogni parola e ogni mistero, perché voi diveniate come lampade nel mondo (cf. Fil 2,15), forza vivificante per gli altri. Come luci perfette poste dinanzi alla grande luce, sarete iniziati alla illuminazione celeste, più puramente e splendidamente illuminati dalla Trinità, dalla quale finora avete ricevuto con misura un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale siano gloria nei secoli dei secoli. Amen.

domenica 27 dicembre 2015

Epifania del Signore, ufficio delle letture

Per la Manifestazione del Signore, la Liturgia Horarum ci propone brani del sermone 33 di S. Leone Magno, che nella edizione della Biblioteca Patristica (Fiesole 1998) porta il n. 14 (la suddivisione dei capitoli in paragrafi è propria della BP). La lettura liturgica consta di tre passi dai primi tre capitoli (1.2; 2.2; 3.2-3) e della conclusione del sermone (5.1-5), nella quale viene scelta, per i paragrafi 4 e 5, la redazione α. Lo studio della tradizione manoscritta consente di stabilire con sufficiente certezza che in diversi casi Leone ha riutilizzato sermoni pronunziati nel primo quinquennio di pontificato (440-445), all'occorrenza modificandoli in base alle mutate circostanze; fatto che consente di parlare di una prima e di una seconda edizione, contrassegnate nel testo rispettivamente dalle lettere greche α e β. La prima edizione di questo sermone risale al 443. Non esistono elementi - se non tenuissimi - per datare la seconda edizione.
Tornando al finale, nelle due edizioni la perorazione ha prospettive diverse: nella prima (quella riportata nella lettura liturgica, sia pure tagliata e alquanto stravolta) il papa esorta ad essere “stella” per gli altri; nella seconda, a saper contemplare rettamente il mistero. Ecco dunque il sermone intero, nella traduzione di d. Mario Naldini per la Biblioteca Ptristica, riedita dalle EDB nel 2015. Il testo latino si può trovare qui.

1.1. Benché io sappia, carissimi, che alla vostra santità non si nasconde il motivo dell’odierna festività, e che del resto ce lo ha spiegato, come di consueto, la parola del vangelo, tuttavia, perché nulla vi manchi del nostro ministero, oserò dire di questo motivo quel che il Signore mi ispirerà: affinché nella gioia comune la pietà di tutti sia tanto più santa quanto più compresa sarà la solennità. 1.2. La provvidenza misericordiosa di Dio, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo ormai al suo tramonto, prestabilì di salvare tutti i popoli in Cristo. In effetti, dato che l’empio errore dell’idolatria aveva da tempo allontanato tutti i popoli dal culto del vero Dio, e d’altra parte lo stesso Israele, popolo di Dio tutto speciale, si era quasi interamente distaccato dalle prescrizioni della legge della provvidenza, avendo racchiuso tutti nel peccato, ebbe misericordia di tutti. 1.3. Venendo infatti a mancare dovunque la giustizia e rovinando tutto il mondo nella vanità e nel male, l’umanità intera avrebbe subito la sentenza di condanna se la potenza divina non avesse differito il suo giudizio. Ma l’ira si tramutò in indulgenza, e perché più splendida divenisse la grandezza della grazia che doveva apparire, per cancellare i peccati dell’uomo piacque a Dio di accordare il sacramento del perdono, proprio nel momento in cui nessuno poteva gloriarsi dei propri meriti.
2.1. La manifestazione di questa ineffabile misericordia, carissimi, avvenne quando la potestà regia sui giudei era nelle mani di Erode, poiché, venendo a mancare la successione legittima e divenuto inesistente il potere dei sacerdoti, la sovranità era toccata a uno straniero; cosicché la nascita del vero re veniva confermata dalla voce del profeta che aveva detto: «Lo scettro non si distaccherà da Giuda, né il capo dalla sua discendenza, finché non venga colui a cui appartiene, ed egli è l’atteso dei popoli» (Gn 49,10). 2.2. Una discendenza innumerevole da questi popoli era stata promessa un giorno al beatissimo patriarca Abramo, non mediante generazione da seme carnale, ma con la fecondità della fede, generazione perciò paragonata alla moltitudine delle stelle, perché il padre di tutte le genti si attendesse una posterità non terrena bensì celeste. 2.3. E per suscitare questa discendenza promessa, gli eredi indicati nelle stelle sono mossi dall’apparizione di un nuovo astro, sicché, come si era fatto ricorso alla testimonianza del cielo, fosse ancora il cielo a prestare l’ossequiente servizio. Una stella più splendente di tutte le altre scuote quei Magi del lontano Oriente, ed essi, da uomini non ignari di spettacoli del genere, dal meraviglioso fulgore dell’astro ne comprendono la grandezza dell’annuncio: perché l’ispirazione divina nei loro cuori faceva sì che non sfuggisse loro il mistero di una visione così straordinaria, e non rimanesse oscuro al loro animo quel che agli occhi appariva insolito. 2.4. Essi allora si accingono a eseguire il loro compito con animo religioso, e si forniscono di doni per far capire così che nell’adorare uno solo la loro fede si rivolgeva a tre realtà, in quanto che con l’oro lo onoravano come re, con la mirra come uomo, con l’incenso come Dio.
3.1. Entrano pertanto nella capitale del regno giudaico, e nella città regale chiedono che sia loro mostrato il bambino che, da quanto avevano appreso, era nato per regnare. Erode si turba, teme per la sua sicurezza, è preso dalla paura per il suo potere, domanda ai sacerdoti e ai dottori della Legge che cosa avesse predetto la Scrittura sulla nascita del Cristo, viene a sapere quel che era stato profetizzato, la verità illumina i Magi, l’incredulità acceca i maestri, Israele carnale non comprende quello che legge, non vede ciò che mostra agli altri, si serve di libri alle cui parole non crede. 3.2. «Dov’è, o giudeo, il tuo vanto?» (Rom 3,27). Dov’è la nobiltà ereditata dal padre Abramo?
[β: Non è forse la tua circoncisione divenuta non circoncisione?] Ecco, «tu che sei primogenito diventi servo del minore» (Gn 25,23b), e con la lettura di quel Testamento, di cui ti servi soltanto nella lettera, fai un servizio a stranieri che subentrano a te nella tua eredità. Entri dunque, entri l’intera moltitudine delle nazioni nella famiglia dei patriarchi, e i gli della promessa ricevano la benedizione riservata alla stirpe di Abramo, alla quale i figli secondo la carne rinunciano. 3.3. Tutti i popoli presenti nei tre Magi adorino l’autore dell’universo, e Dio sia conosciuto non soltanto in Giudea ma in tutto il mondo, sicché dovunque «in Israele sia grande il suo nome» (Ps 75,2): perché come l’infedeltà dimostra la degenerazione di questa dignità del popolo eletto nei suoi discendenti, così è la fede ora che la rende comune a tutti.
4.1. Dopo aver adorato il Signore e reso tutto l’ossequio della loro pietà, i Magi, seguendo l’avvertimento avuto in sogno, ritornano al loro Paese per una via diversa da quella percorsa nel venire. Bisognava in realtà che ormai quei credenti in Cristo camminassero non sulle vie del vecchio genere di vita, ma, intrapreso un nuovo cammino, si astenessero dagli errori già abbandonati, perché in tal modo fossero vanificate le trame di Erode, che sotto la maschera dell’ossequio preparava un empio inganno contro il [α: Signore] [β: bambino] Gesù. 4.2. Perciò, svanita la speranza di tale trama, l’ira del re esplode con maggior furore. Rammentandosi del tempo indicato dai Magi, riversa su tutti i bambini di Betlemme la sua rabbiosa ferocia, [α: e con un generale massacro infierisce sull’infanzia benedetta di quella città,] [β: e con un generale massacro sopprime ferocemente l’infanzia di quell’intera città, candidata così alla gloria eterna,] ritenendo che, con l’uccisione di tutti quanti i bambini, vi restasse ucciso anche Cristo. 4.3. Ma egli, volendo rinviare a un altro momento lo spargimento del suo sangue per la redenzione del mondo, si era recato in Egitto, portatovi dalla premura dei genitori; faceva così ritorno all’antica culla del popolo ebraico, e preparava la sovranità del vero Giuseppe con il potere di una provvidenza maggiore: 4.4. egli cioè, lui pane venuto dal cielo e cibo dell’anima, mirava a saziare quella fame ben più crudele di ogni inedia, che tormentava gli animi degli egiziani per la mancanza della verità, e a preparare il mistero dell’unica vittima senza escludere quella regione, dove per la prima volta con l’immolazione dell’agnello era stato prefigurato il segno salvifico della croce e la Pasqua del Signore.
5.1. Istruiti, perciò, da questi misteri della grazia divina, carissimi, celebriamo con gioia interiore il giorno delle nostre primizie e l’inizio della vocazione dei popoli pagani, rendendo grazie al Dio della misericordia, «il quale ci ha resi degni [α: – come dice il beato Apostolo –] di partecipare alla sorte dei santi nella luce, ci ha strappati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1,12b-13); poiché, come ha profetato Isaia, «il popolo dei gentili che sedeva nelle tenebre vide una grande luce, e su coloro che abitavano in terra di ombra mortale, è sorta una luce» (Is 9,2; Mt 4,16). 5.2. Di costoro lo stesso profeta dice rivolto al Signore: «Popoli che non ti conoscevano ti invocheranno, e nazioni che non ti conoscono accorreranno a te» (Is 55,5). Abramo «vide questo giorno e ne gioì» (Gv 8,56), quando conobbe che i suoi figli nella fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, cioè Cristo, e previde di diventare per la sua fede padre di tutti i popoli: «dando gloria a Dio e pienamente persuaso che egli quel che ha promesso ha anche il potere di farlo» (Rom 4,20b-21). 5.3. David cantava questo giorno nei salmi dicendo: «Tutti i popoli che tu hai fatto verranno e ti adoreranno, Signore, e glori cheranno il tuo nome» (Sal 85,9). E ancora: «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia» (Sal 97,2). E questo, come ben sappiamo, si è avverato da quando la stella, chiamando i tre Magi a varcare i lontani confini della loro terra, li condusse fino a conoscere e a adorare il Re del cielo e della terra.
[α: 5.4. Il fedele servizio di quella stella ci esorta a imitarne l’obbedienza, perché ci mettiamo al servizio, come possiamo, di questa grazia che chiama tutti gli uomini a Cristo. Di fatto, chiunque nella Chiesa vive con pietà e castità, chi pensa alle cose di lassù, non alle cose della terra, è in qualche modo come una luce del cielo, e conservando il nitore di una vita santa, indica a molti come una stella la via che porta al Signore. 5.5. È in questo impegno, carissimi, che dovete essere di giovamento gli uni agli altri, perché possiate risplendere come figli della luce nel regno di Dio, al quale si giunge grazie alla retta fede e alle buone opere, per Cristo Signore nostro.]
[β: 5.4. Ed essa non cessa di manifestarsi ogni giorno a quanti contemplano con rettitudine, e se fu capace di svelare il Cristo celato nella sua infanzia, quanto più sarà in grado di manifestare lui stesso che regna nella maestà insieme al Padre e allo Spirito Santo nei secoli dei secoli! Amen.]

mercoledì 23 dicembre 2015

1 gennaio, Maria SS. Madre di Dio, ufficio delle letture

Dalle Lettere di sant'Atanasio, vescovo (Epistola ad Epitteto 5-9)

5. (…) Σπέρματος γὰρ Ἀβραὰμ ἐπιλαμβάνεται, ὡς εἶπεν ὁ Ἀπόστολος· ὅθεν ὤφειλε κατὰ πάντα τοῖς ἀδελφοῖς ὁμοιωθῆναι, καὶ λαβεῖν ὅμοιον ἡμιν σῶμα. Διὰ τοῦτο γοῦν καὶ ὑπόκειται ἀληθῶς ἡ Μαρία, ἱν'ἐξ αὐτῆς τοῦτο λἀβῃ, καὶ ὡς ἴδιον ὑπὲρ ἡμῶν αὐτὸ προσενέγκῃ. (…)
Διὸ καὶ τοῦ τίκτειν μνημονεύει ἡ Γραφὴ, καί φησιν· Ἐσπαργάνωσε· καὶ ἐμακαρίζοντο μαστοὶ, οὕς ἐθήλασε, καὶ προσενέχθη θυσία, ὡς διανοίξαντος τοῦ τεχθέντος τὴν μήτραν. Καὶ ὁ Γαβριὴλ δὲ ἀσφαλῶς εὐηγγελίζετο αὐτῇ, λἐγων οὐχ ἁπλῶς, τὸ γεννώμενον ἐν σοὶ, ἱνα μὴ ἔξωθεν ἐπεισαγόμενον αὐτῇ, σῶμα νομισθῇ· ἀλλ'ἐκ σοῦ, ἵν'ἐξ αὐτῆς φύσει τὸ γεννώμενον εἶναι πιστευθῇ. (…)
6. (…) Καὶ ἐγένετο οὕτως, ἵνα, τὰ ἡμῶν αὐτὸς δεχόμενος, καὶ προσενεγκὼν εἰς θυσίαν, ἐξαφανίσῃ, καὶ λοιπὸν τοῖς ἐσυτοῦ περιβαλὼν ἡμᾶς, ποιήσῃ τὸν Ἀπόστολον εἰπεῖν· Δεῖ τὸ φθαρτὸν τοῦτο ἐνδύσασθαι ἀφθαρσίαν, καὶ τὸ θνητὸν τοῦτο ἐνδύσασθαι ἀθανασίαν.
7. Οὐ θέσει δὲ ταῦτα ἐγίνετο, μὴ γένοιτο, ὥς τινες πάλιν ὑπέλαβον· ἀλλ'ὄντως ἀληθείᾳ ἀνθρώπον γενομένου τοῦ Σωτῆρος, ὅλου τοῦ ἀνθρώπου σωτηρία ἐγίνετο. Ἀλλὰ μὴν οὐ φαντασία ἡ σωτηρία ἡμῶν, οὐδὲ σώματος μόνου, ἀλλ'ὅλου τοῦ ἀνθρώπου, ψυχῆς καὶ σώματος ἀληθῶς, ἡ σωτηρία γέγονεν ἐν αὐτῷ τῷ Λόγω. Ἀνθρώπινον ἄρα φύσει τὸ ἐκ τῆς Μαρίας κατὰ τὰς θείας Γραφὰς, καὶ ἀληθινὸν ἦν τὸ σῶμα τοῦ Κυρίου· ἀληθινὸν δὲ ἦν, ἐπεὶ ταὐτὸν ἦν τῷ ἡμετέρῳ· ἀδελφὴ γὰρ ἡμῶν ἡ Μαρία, ἐπεὶ καὶ πάντες ἐκ τοῦ Ἀδάμ ἐσμεν. (…)
8. (…) Τὸ γὰρ παρὰ τῷ Ἰωάννῃ λεγόμενον· ὁ Λόγος σὰρξ ἐγένετο, ταύτην ἔχει τὴν διάνοιαν, καθὼς καὶ ἐκ τοῦ ὁμοίου τοῦτο δυνατὸν εὑρεῖν· γέγραπται γὰρ παρὰ τῷ Παύλῳ· Χριστὸς ὑπὲρ ἡμῶν γέγονε κατάρα. (…)
9. (…) μᾶλλον γὰρ αὐτῷ τῷ ἀνθρωπίνῳ σώματι προσθήκη μεγάλη γέγονεν ἐκ τῆς τοῦ Λόγου πρὸς αὐτὸ κοινωνίας τε καὶ ἑνώσεως· ἀπὸ γὰρ θνητοῦ γέγονεν ἀθάνατον· καὶ ψυχικὸν ὄν, γέγονε πνευματικὸν, καὶ ἐκ γῆς γενόμενον, τὰς οὐρανίους διέβη πύλας. Ἡ μέντοι Τριάς, καὶ λαβόντος ἐκ Μαρίας σῶμα τοῦ Λόγου, Τριάς ἐστιν, οὐ δεχομένη προσθήκην, οὐδὲ ἀφαίρεσιν· ἀλλ'ἀεὶ τελεία ἐστὶ, καὶ ἐν Τριάδι μία θεότης γινώσκεται, καὶ οὕτως ἐν τῇ Ἐκκλησίᾳ εἷς θεὸς κηρύσσεται, ὁ τοῦ Λόγου Πατήρ.

Epitteto, vescovo di Corinto, aveva posto ad Atanasio una serie di domande su alcune idee in circolazione. Queste le espressioni problematiche:

1. il corpo da Maria è consustanziale con la Trinità
2. il Logos si è mutato nel corpo
3. l'incarnazione avviene mediante una thesis (positivo atto di adozione)
4. sulla croce è morta la divinità
5. il corpo di Gesù viene dall'essenza divina
6. se il corpo è da Maria, la Trinità diventa quaternità
7. il corpo non è più recente della divinità
8. non è figlio di Maria per il corpo
9. il crocifisso non è il Logos
10. il Logos è sopraggiunto su un santo
11. Logos e Gesù sono cose diverse
12. Logos e Figlio sono cose diverse

Come si vede, alcune sbagliavano nel senso della confusione tra le due nature (nn. 1, 2, 4, 5, 6, 7, 8), altre nel senso opposto, della separazione (nn. 3, 9, 10, 11, 12).
La lettura LO riunisce una serie di pezzetti tratti dai nn. 5-9 della lettera con la quale Atanasio risponde a Epitteto. Siamo intorno all'anno 367. Poiché la lettura è molto tagliuzzata, riporto tra parentesi quadre il senso di parti mancanti del discorso, in modo da cogliere meglio lo svolgimento logico.
Un'ultima annotazione: "adozione", in greco θέσις - che significa posizione, deposizione, deposito, situazione, tesi, ma anche appunto adozione e naturalizzazione -, indica un atto di libera volontà (distinto quindi da un atto naturale o necessario) mediante il quale il Padre avrebbe adottato Gesù come Figlio; cf. nella medesima epistola il n. 2: θέσει καὶ οὐ φύσει (per adozione e non per natura).
Ed ecco la traduzione italiana:

[Se il corpo da Maria è consustanziale con la Trinità, allora Dio si prende cura di se stesso. Se il Logos si è mutato nel corpo, non avrebbe avuto alcun bisogno di espiare per se stesso]

5. (…) Il Verbo di Dio, come dice l'Apostolo, «della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,16-17) e prendere un corpo simile al nostro. Per questo dunque è veramente costituita anche Maria, perché da lei Cristo prendesse questo corpo e lo offrisse come suo proprio per noi.

[Segni della vera maternità di Maria]

Perciò la Scrittura, quando parla della nascita, dice: «Lo avvolse in fasce» (Lc 2,7) e fu detto «beato» il seno da cui prese il latte; e, nato come primogenito, fu offerto in sacrificio.

[Altri segni della vera maternità di Maria]

E Gabriele senza fallo diede il buon annunzio a Maria non dicendole semplicemente «colui che nascerà in te», perché non si pensasse a un corpo estraneo, ma: «da te» (Lc 1,35), perché si credesse che colui che ella generava aveva origine proprio da lei.

[Il Verbo non si è mutato nel corpo, ma ha assunto il corpo; esso non è corpo-Logos ma il corpo del Logos]

6. Il Verbo, accogliendo ciò che era nostro, lo offrì in sacrificio e lo distrusse. Poi rivestì noi di quanto era suo, secondo quanto dice l'Apostolo: «Bisogna che questo corpo corruttibile si vesta d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità» (1Cor 15,53).

7. Ciò non avvenne certo per adozione, come alcuni invece suppongono: divenuto veramente uomo, il Salvatore fu salvezza di tutto l'uomo.

[In tal caso, anche la nostra salvezza e risurrezione sarebbe solo un fatto ideale]

In nessuna maniera la nostra salvezza può dirsi immaginaria, né solo per il corpo: nello stesso Verbo si è veramente realizzata la salvezza di tutto l'uomo, corpo e anima.
Veramente umana era la natura che nacque da Maria, secondo le Scritture, e realmente umano il corpo del Signore, perché del tutto identico al nostro: Maria è infatti nostra sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo.

[Apparizione postpasquale in Lc 24,36-43. Il Logos non si è trasformato nella carne, ma è nato nella carne]

8. Ciò che leggiamo in Giovanni, «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), ha questo significato, come si capisce da altre parole simili. Sta scritto infatti in Paolo: «per noi divenne lui stesso maledizione» (Gal 3,13).

[Propriamente, non è divenuto maledizione, ma ha accolto la nostra maledizione. L'incarnazione, così concepita, non costituisce un'aggiunta alla Trinità, un suo accrescimento]

9. Piuttosto, in questa intima unione del Verbo il corpo umano stesso ricevette un accrescimento grande: da mortale divenne immortale; da psichico spirituale; fatto di terra, è entrato nel regno del cielo. Benché il Verbo abbia preso un corpo mortale da Maria, la Trinità è rimasta in se stessa qual era, senza nessuna aggiunta o sottrazione: assoluta perfezione, Trinità e unica divinità. E così nella Chiesa si proclama un solo Dio Padre del Verbo.

lunedì 14 dicembre 2015

Natale del Signore, ufficio delle letture

Per il Natale presento l'intero sermone di S. Leone, che per una parte (1.1-1.2; 2.4-3.3: l'inizio e la fine) viene assegnato dalla Liturgia delle Ore al 25 dicembre, e per l'altra (1.3-2.5, il corpo centrale) al 16 luglio, memoria della B. V. Maria del Monte Carmelo. La traduzione è di d. Mario Naldini per la Biblioteca Patristica (Fiesole 1998 e Bologna 2015), che numera il sermone come 1, mentre per lo più esso reca il numero 21 (anche la suddivisione dei capitoli in paragrafi è propria della BP).
Il testo latino si può trovare qui. Con stupito rammarico noto che LO taglia la conclusione: "...e perché sarai giudicato secondo verità da colui che ti ha redento nella sua misericordia, Cristo Signore nostro". Probabilmente non stava bene far menzione del fatto che ci sarà un giudizio sul modo in cui abbiamo messo a frutto il dono del bambino nato per noi... meglio lasciar perdere!
Il sermone è del 440: Leone era papa da tre mesi.

S. Leone Magno, Discorso I nel Natale del Signore

1.1. Oggi, carissimi, è nato il nostro Salvatore: esultiamo! Perché non vi è posto per la tristezza dove si celebra il natale della vita, e questa, annientando la paura della morte, infonde in noi la gioia dell’eternità promessa. Nessuno è escluso dalla partecipazione a questa gioia, il motivo del gaudio è unico per tutti, perché il Signore nostro, che ha distrutto il peccato e la morte, come non ha trovato nessuno immune dalla colpa, così è venuto a liberare tutti gli uomini. Esulti il santo, perché si avvicina alla palma. Gioisca il peccatore, perché è invitato al perdono. Riprenda animo il pagano, perché è chiamato alla vita. 1.2. Il Figlio di Dio, infatti, nella pienezza del tempo stabilita dall’imperscrutabile profondità del disegno divino, ha assunto la natura propria del genere umano per riconciliarla con il suo Creatore, in modo che il diavolo artefice della morte fosse vinto dalla stessa natura che egli aveva vinto. E in questa lotta intrapresa per noi, la battaglia fu condotta seguendo una norma grande e meravigliosa di equità: il Signore onnipotente infatti si scontra con il crudelissimo nemico non nella sua maestà, ma nell’umiltà del nostro essere, opponendogli la nostra medesima esistenza e natura, partecipe sì della nostra condizione mortale, ma immune da ogni peccato. 1.3. Non si applica certo a questa nascita quanto è scritto per tutti gli uomini: «Nessuno è libero dal peccato, nemmeno un bambino che viva un sol giorno sulla terra» (Gb 14,4-5 LXX). In questa eccezionale nascita nulla si trasmise della concupiscenza della carne, nulla s’infiltrò della legge del peccato. Viene scelta una vergine regale della stirpe di David, perché, destinata ad essere fecondata del sacro feto, concepisse il Figlio divino e umano nello spirito prima che nel corpo. 1.4. E perché, ignorando il disegno, non provasse timore dinanzi a eventi straordinari, apprende nel colloquio con l’angelo quello che in lei dovrà essere operato dallo Spirito Santo. E sul punto di diventare madre di Dio non crede che ne subirà danno la sua integrità. 1.5. Perché infatti non dovrebbe aver fiducia nella novità del concepimento, se proprio a lei ne viene promessa la realizzazione per la potenza dell’Altissimo? La sua fede viene confermata anche dalla testimonianza di un miracolo che precede, e viene donata a Elisabetta una fecondità impensata, perché non si dubitasse che chi aveva concesso di concepire a una sterile, lo avrebbe concesso anche a una vergine.

2.1. Il Verbo di Dio, Dio Figlio di Dio, che «in principio era presso Dio, per mezzo del quale tutto è stato fatto e senza del quale nulla è stato fatto» (Gv 1,1-3), per liberare l’uomo dalla morte eterna si è fatto uomo. Egli si è abbassato ad assumere l’umiltà della nostra condizione senza che ne fosse diminuita la sua maestà, in modo tale da unire, rimanendo quel che era e assumendo quel che non era, la reale natura di servo con quella natura nella quale è identico a Dio Padre; e così univa insieme le due nature con un legame tanto forte che l’inferiore non venisse assorbita in questa glorificazione né la natura superiore fosse diminuita da questa assunzione. 2.2. Rimanendo intatte dunque le proprietà di ambedue le nature e congiungendosi in un’unica persona, la maestà assume in sé l’umiltà della condizione umana, la potenza l’infermità, l’eternità la condizione mortale, e per pagare il debito contratto dalla nostra condizione umana, la natura immune da ogni contaminazione si è unita alla natura passibile, e il Dio vero e l’uomo vero si associano armonicamente nell’unità del Signore: cosicché l’unico e medesimo mediatore fra Dio e gli uomini, come si conveniva al soccorso per la nostra salvezza, potesse morire in virtù di una natura e anche risorgere in forza dell’altra. 2.3. A buon diritto il parto del Salvatore non portò alcun elemento di corruzione all’integrità della Vergine, perché generare la Verità in persona fu la salvaguardia del suo pudore. Una tale nascita era dunque conveniente, carissimi, a «Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,24), perché egli potesse associarsi a noi con la sua umanità ed essere a noi superiore per la sua divinità. 2.4. In realtà, se non fosse stato vero Dio, non avrebbe potuto darci la salvezza, se non fosse stato vero uomo non avrebbe potuto fornirci il suo esempio. Alla nascita del Signore gli angeli cantano con gioia: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli», e annunciano: «pace in terra agli uomini di buona volontà» (Lc 2,14). 2.5. Infatti, essi vedono che la Gerusalemme celeste si edifica con la partecipazione di tutti i popoli della terra: e di questa ineffabile opera della bontà divina quanto non dovranno rallegrarsi gli uomini nella loro umile condizione, dal momento che così grande è il gaudio degli angeli, creature sublimi!

3.1. Ringraziamo dunque, carissimi, Dio Padre mediante il suo Figlio nello Spirito Santo, lui che, «per la grande carità con cui ci ha amati, ha avuto compassione di noi, e mentre eravamo morti a causa del peccato, ci ha fatti rinascere in Cristo» (Ef 2,4-5), per essere in lui una nuova creatura e da lui nuovamente plasmati. «Spogliamoci perciò dell’uomo vecchio con le sue azioni» (Col 3,8-9), e una volta divenuti partecipi della nascita di Cristo, rinunciamo alle opere della carne. 3.2. Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e divenuto partecipe della natura divina, non voler ricadere nell’antica abbiezione con una vita indegna. Ricordati del tuo capo e di quale corpo tu sei membro. Rammentati che tu, strappato dal potere delle tenebre, sei stato inserito nella luce e nel regno di Dio. 3.3. Mediante il sacramento del battesimo sei divenuto tempio dello Spirito Santo: non cacciar via da te con azioni perverse un ospite tanto grande, non assoggettarti di nuovo alla schiavitù del diavolo; perché il prezzo del tuo riscatto è il sangue di Cristo, e perché sarai giudicato secondo verità da colui che ti ha redento nella sua misericordia, Cristo Signore nostro.

lunedì 7 dicembre 2015

III domenica di avvento, ufficio delle letture

Dai Discorsi di sant'Agostino, vescovo (Disc. 293,3; PL 1328-9)

3. Giovanni la voce, il Signore, invece, in principio era il Verbo. Giovanni voce nel tempo, Cristo in principio Parola eterna. Togli la parola, che cos'è la voce? Non ha nulla di intellegibile, è strepito a vuoto. La voce, senza la parola, colpisce l'orecchio, non apporta nulla alla mente. Nondimeno, proprio nell'edificazione della nostra mente, ci rendiamo conto dell'ordine delle cose. Se penso a quel che dirò, la parola è già dentro di me; ma, volendo parlare a te, cerco in qual modo sia anche nella tua mente ciò che è già nella mia. Cercando come possa arrivare a te e trovar posto nella tua mente la parola che occupa già la mia, mi servo della voce e, mediante la voce, ti parlo. Il suono della voce ti reca l'intelligenza della parola; appena il suono della voce ti ha recato l'intelligenza della parola, il suono stesso passa oltre; ma la parola, a te recata dal suono, è ormai nella tua mente e non si è allontanata dalla mia. Perciò il suono, proprio il suono, quando la parola è penetrata in te, non ti sembra dire: Egli deve crescere ed io, invece, diminuire? La sonorità della voce ha vibrato nel far servizio, quindi si è allontanata, come per dire: Questa mia gioia è completa. Conserviamo la parola, badiamo a non perdere la parola concepita nel profondo dell'essere. Vuoi aver la prova che la voce passa e il Verbo rimane? Dov'è ora il battesimo di Giovanni? Egli adempì il suo servizio e scomparve. Ora si accorre con frequenza al Battesimo di Cristo. Tutti siamo credenti in Cristo, speriamo salvezza in Cristo: questo annunziò la voce. E poiché è certo difficile distinguere la parola dalla voce, anche lo stesso Giovanni fu ritenuto il Cristo. La voce fu creduta la Parola: ma la voce riconobbe se stessa per non recare danno alla Parola. Disse: Io non sono il Cristo, né Elia, né un profeta. Gli fu chiesto: Dunque, chi sei? Io sono - disse - la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via al Signore. Voce di uno che grida nel deserto, voce di uno che rompe il silenzio. Preparate la via al Signore, quasi a dire: per questo io grido, per introdurre lui nel cuore; ma non può degnarsi di venire per dove voglio introdurlo se non preparerete la via. Che vuol dire: preparate la via, se non: elevate suppliche degne? Che vuoi dire: preparate la via, se non: siate umili nei vostri pensieri? Da lui stesso prendete esempio di umiltà. È ritenuto il Cristo, afferma di non essere quel che viene creduto, né sfrutta per il suo prestigio l'errore altrui. Se avesse detto: Sono io il Cristo, con quanta facilità egli non avrebbe convinto, dal momento che se ne aveva la persuasione prima ancora che parlasse? Non lo disse: si riconobbe, si distinse, si umiliò. Avvertì dov'era per lui la salvezza: comprese di essere lucerna ed ebbe timore perché non venisse spenta dal vento della superbia.
(traduzione: Nuova Biblioteca Agostiniana)

3. Vox Ioannes, Dominus autem in principio erat Verbum. Ioannes vox ad tempus, Christus Verbum in principio aeternum. Tolle verbum, quid est vox? Ubi nullus est intellectus, inanis est strepitus. Vox sine verbo aurem pulsat, cor non aedificat. Verumtamen in ipso corde nostro aedificando advertamus ordinem rerum. Si cogito quid dicam, iam verbum est in corde meo: sed loqui ad te volens, quaero quemadmodum sit etiam in corde tuo, quod iam est in meo. Hoc quaerens quomodo ad te perveniat, et in corde tuo insideat verbum quod iam est in corde meo, assumo vocem, et assumpta voce loquor tibi: sonus vocis ducit ad te intellectum verbi: et cum ad te duxit sonus vocis intellectum verbi, sonus quidem ipse pertransit; verbum autem quod ad te sonus perduxit, iam est in corde tuo, nec recessit a meo. Sonus ergo, transacto verbo ad te, nonne tibi videtur dicere sonus ipse: Illum oportet crescere, me autem minui? Sonus vocis strepuit in ministerium, et abiit, quasi dicens: Hoc gaudium meum completum est. Verbum teneamus, verbum medullitus conceptum non amittamus. Vis videre vocem transeuntem, et Verbi divinitatem manentem? Baptismus Ioannis modo ubi est? Ministravit, et abiit. Christi nunc Baptismus frequentatur. Omnes in Christum credimus, salutem in Christo speramus: hoc sonuit vox. Nam quia discernere difficile est a voce verbum, et ipse Ioannes putatus est Christus. Vox verbum putata est: sed agnovit se vox, ne offenderet verbum. Non sum, inquit: Christus, nec Elias, nec propheta. Responsum est: Tu ergo quis es? Ego sum, inquit, vox clamantis in eremo, Parate viam Domino. Vox clamantis in eremo, vox rumpentis silentium. Parate viam Domino, tamquam diceret, Ego ideo sono, ut illum in cor introducam: sed quo introducam non dignatur venire, nisi viam praeparetis. Quid est: Viam parate; nisi, congrue supplicate? Quid est: Viam parate; nisi, humiliter cogitate? Ab ipso accipite humilitatis exemplum. Putatur Christus, dicit se non esse quod putatur, nec ad suum fastum errorem assumit alienum. Si diceret: Ego sum Christus; quam facillime crederetur, qui antequam diceret, credebatur? Non dixit: agnovit se, distinxit se, humiliavit se. Vidit ubi haberet salutem: lucernam se intellexit, et ne exstingueretur vento superbiae timuit.

La lettura comprende l'intero n. 3 del sermone 293, "per il Natale di S. Giovanni il Battista", cioè per la festa del suo martirio, già allora (siamo nel 413) celebrata in occidente il 24 giugno. Tenuto a Cartagine nella Basilica Maiorum (probabilmente l'odierna località Mcidfa), dove si conservavano le reliquie delle sante Perpetua e Felicita e dei loro compagni, martirizzati nel 203 (cf. Vittore di Vita, Storia della persecuzione vandala I,9), il sermone sviluppa una ricca lettura teologica della figura di Giovanni il Battista. Eccone un sommario:

1. Paragone tra le nascite di Giovanni e Cristo.
2. Giovanni è come un limite tra Antica e Nuova Alleanza.
3. Giovanni è la voce, Cristo la Parola.
4. Perché era opportuno che un santo così grande rendesse testimonianza al Messia.
5. Cristo è Dio incarnato.
6. Fu conveniente che il più grande fra gli uomini rendesse testimonianza a Dio nascosto nella carne.
7. Nelle nozze di Cristo, Giovanni è l'amico dello sposo, che in quanto uomo è mediatore.
8. La grazia che passa attraverso il Mediatore è indispensabile a tutti.
9. Tutti sono morti in Adamo, tutti ricevono vita in Cristo.
10. Anche i bambini hanno bisogno del Salvatore.
11. Cristo è Gesù - cioè Salvatore - anche per i bambini.
12. Giovanni stesso, nato con la colpa, ha avuto bisogno del Salvatore.

lunedì 30 novembre 2015

Pier Paolo Pasolini, Porcile

Desolato e desolante, Porcile racconta il malessere di Julian, nel quale si ravvisa agevolmente lo stesso Pasolini, impigliato nella duplice rete del mondo esteriore e interiore. Il primo è rappresentato dai Klotz, i suoi genitori, ricchi borghesi, dei quali è figlio «né ubbidiente né disubbidiente», e dalla sua ragazza, Ida, con la quale non riesce a trovare un rapporto definito e sereno. In questo mondo Julian è un disadattato, che cerca rifugio altrove, appunto nel porcile della fattoria di cui è proprietaria la famiglia. Qui egli è solito rifugiarsi segretamente per misteriosi appuntamenti non meglio identificati (il testo rimane ambiguo e non occorre definire, anzi è bene mantenere il mistero). Qui, in questa cifra del mondo interiore, ritrova se stesso, o almeno ci prova. L'esito di questo tentativo sarà infatti tragico: i porci lo divoreranno interamente, senza lasciar di lui "nemmeno un capello", e del suo tormentato passaggio in questo mondo non resterà traccia alcuna. L'intero dramma si trova posto sotto il segno della voracità: voracità della borghesia capitalista e del consumismo edonista, che in nome del profitto scende a patti con chiunque (l'ex nazista Herditze diviene socio del padre, traendo infine profitto dalla scomparsa di Julian); ma anche voracità dell'istinto, portatore a un tempo di vita e morte. Non sarà un caso se in molte culture il simbolo suino è ambivalente, rappresentando da un lato abbondanza di vita e prosperità (il porcellino salvadanaio), dall'altro bassezza istintuale e voracità insaziabile. L'ambiguità stringe Julian in una morsa che lo annienta. Mangiare ed essere mangiati: chi rifiuta di mangiare l'altro, di sfruttarlo per ingrassare se stesso, chi prova a cercar vita altrove, si trova non tanto ad essere mangiato dall'altro (a questo si potrebbe forse porre rimedio), quanto piuttosto - peggio - fagocitato da se stesso. Un grido di dolore, quello di Pasolini, tanto più profetico quanto più il mondo occidentale odierno è riuscito a coniugare "felicemente" sotto il segno dell'assolutizzazione delle libertà individuali, quanto negli anni Settanta appariva ancora discorde: capitalismo e protesta, poetere e fantasia, realtà e alternativa. Adempiuta perfettamente la parabola del "rivoluzionario conformista", a un tempo divoratore e divorato, l'uomo contemporaneo s'immagina d'essere alternativo nel momento stesso in cui si adegua scrupolosamente ai dettami delle varie mode e del politicamente corretto. Rimane nel dramma un appello, sussurrato a mezza voce, a cercare scampo in quella cultura umanistica dalla quale oggi invece la stessa scuola italiana, diligente discepola della maestra Europa, sembra ahimè prendere sempre più le distanze (e si noti bene: il mito greco già presentava in Erisìttone la figura del divoratore divorato). Oramai soltanto i sogni hanno ancora la missione di "renderci ansiosi della verità". A patto che la si voglia ancora cercare.
Porcile, di Pier Paolo Pasolini, regia di Valerio Binasco, nuova coproduzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con la collaborazione di Spoleto58 Festival dei 2Mondi, Teatro Metastasio, Prato, 5-15 novembre 2015.

domenica 29 novembre 2015

II domenica di avvento, ufficio delle letture

Dal Commento sul profeta Isaia di Eusebio, vescovo di Cesarea (PG 24,366-367)

Lettura quanto mai maltrattata dai curatori di LO: non ci sono solo i soliti tagli e le solite traduzioni piamente fantasiose, ma anche due trasposizioni di testo. Prima di tutto riportiamo il testo greco nella sua forma originale, eccetto i tagli maggiori, segnalati da (...). Siamo nel libro II:

16. (...) φωνὴ βοῶντος ἐν τῇ ἐρήμῳ Ἑτοιμάσατε τὴν ὁδὸν κυρίου, ⸤τοῦτ’ ἔστι τὸ εὐαγγελικὸν κήρυγμα <ἢ> ἡ καινὴ παράκλησις αὕτη ἡ πᾶσιν ἀνθρώποις γνωσθήσεσθαι τὸ σωτήριον τοῦ θεοῦ ἐπιζητοῦσα.⸥
⸢σαφῶς παρίστη μὴ ἐν τῇ Ἰερουσαλὴμ γενήσεσθαι τὰ θεσπιζόμενα, ἀλλ’ ἐπὶ τῆς ἐρήμου, λέγω δὲ τὸ ὀφθήσεσθαι τὴν δόξαν κυρίου καὶ τὸ πάσῃ σαρκὶ γνωσθήσεσθαι τὸ σωτήριον τοῦ θεοῦ. καὶ ταῦτα μὲν ἐπληροῦτο πρὸς ἱστορίαν καὶ λέξιν ἐπὶ τοῦ βαπτιστοῦ Ἰωάννου κηρύσσοντος τὴν σωτήριον θεοφάνειαν ἐν τῇ ἐρήμῳ τοῦ Ἰορδάνου, ἐν ᾗ καὶ τὸ σωτήριον ὤφθη τοῦ θεοῦ. αὐτὸς ὁ Χριστός, ἥ τε δόξα αὐτοῦ τοῖς πᾶσιν ἐγνώσθη, ὅτε βαπτισθέντος αὐτοῦ «ἠνεῴχθησαν οἱ οὐρανοί», καὶ ‹τὸ πνεῦμα τὸ ἅγιον ἐν εἴδει περιστερᾶς καταβὰν› «ἔμεινεν ἐπ’ αὐτόν», «φωνή» τε ἠνέχθη πατρικὴ τῷ υἱῷ μαρτυροῦσα· «οὗτός ἐστιν ὁ υἱός μου ὁ ἀγαπητός, αὐτοῦ ἀκούετε».⸣
(...)
⸢ὡς γὰρ μέλλοντος ἐπιδημεῖν τῇ ἐρήμῳ καὶ τῇ ἐξ αἰῶνος ἀβάτῳ τοῦ θεοῦ ταῦτα ἐλέγετο. ἦν δὲ τὰ ἔθνη πάντα ἔρημα θεοῦ γνώσεως καὶ ἄβατα πᾶσι τοῖς τοῦ θεοῦ δικαίοις τε καὶ προφήταις ἀνδράσι. διόπερ ἡ φωνὴ παρακελεύεται ὁδὸν εὐτρεπίζειν τῷ τοῦ θεοῦ λόγῳ καὶ τὴν ἄβατον καὶ τραχεῖαν ὁμαλὴν ποιεῖν, ἵνα ἐπιβῇ ἐπιδημήσας ὁ θεὸς ἡμῶν⸣ μετὰ προσθήκης τῆς ἡμῶν· εὐθείας γάρ φησι ποιεῖτε τὰς τρίβους τοῦ θεοῦ ἡμῶν·
(...)
17. ⸢Σφόδρα καὶ ταῦτα τῇ τῶν προλεχθέντων ἕπεται διανοίᾳ εὐκαίρως καὶ τῶν εὐαγγελιστῶν μνήμην ποιούμενα καὶ παρουσίαν θεοῦ ἀνθρώποις εὐαγγελιζόμενα, μετὰ τὰ περὶ ‹τῆς ἐν τῇ ἐρήμῳ βοώσης φωνῆς›. εἵπετο γὰρ τῇ περὶ Ἰωάννου τοῦ βαπτιστοῦ προφητείᾳ ὁ περὶ τῶν εὐαγγελιστῶν τοῦ σωτῆρος λόγος, ἥ τε τῆς θεοφανείας αὐτοῦ δήλωσις.⸣ κατὰ δὲ τοὺς λοιποὺς ἑρμηνευτὰς ἀντὶ τοῦ· ὁ εὐαγγελιζόμενος, ἡ εὐαγγελιζομένη εἴρηται· λέγει γοῦν ὁ Σύμμαχος· ἐπ’ ὄρος ὑψηλὸν ἀνάβηθι σεαυτῇ <ἡ> εὐαγγελιζομένη Σιών, καὶ ἔπαρον ὑψηλῶς τὴν φωνήν σου <ἡ> εὐαγγελιζομένη Ἰερουσαλήμ, ἔπαρον, μὴ φοβοῦ. καὶ διὰ τούτων δὲ θέα ὡς ἔμψυχον καὶ ζῶσαν τὴν Σιὼν καὶ τὴν Ἰερουσαλὴμ οἶδεν ὁ λόγος· ἀναβῆναι γοῦν αὐτὴν ἑαυτῆς ἐπὶ ὑψηλὸν ὄρος καὶ τὴν φωνὴν αὐτῆς ὑψῶσαι ἐν τῷ εὐαγγελίζεσθαι τὴν τοῦ θεοῦ παρουσίαν παρεκελεύετο. ⸢τίς οὖν ἐστιν αὕτη Σιὼν ἐπ’ ὄρος ὑψηλὸν ἕτερον παρ’ αὐτὴν ἀνιοῦσα; καὶ αὕτη γὰρ ὄρος ἦν, ὡς δηλοῖ ἡ φάσκουσα γραφή· «ὄρος Σιὼν τοῦτο, ὃ κατεσκήνωσας ἐν αὐτῷ», καὶ ὁ Ἀπόστολος· «προσεληλύθατε Σιὼν ὄρει», ἢ πάντως που ἡ διὰ τῶν ἔμπροσθεν ‹καρδία Ἰερουσαλὴμ› ὠνομασμένη. καὶ μήποτε νῦν ὁ χορὸς ὁ ἀποστολικὸς ὁ ἐκ τοῦ προτέρου λαοῦ ἐκ περιτομῆς ἐξειλεγμένος τοῦτον σημαίνεται τὸν τρόπον; αὕτη γάρ ἐστι Σιὼν καὶ Ἰερουσαλὴμ ἡ «τὸ σωτήριον τοῦ θεοῦ» παραδεδεγμένη, ἐπηρτημένη τις οὖσα καὶ αὕτη καὶ τῷ ὄρει τοῦ θεοῦ τῷ μονογενεῖ αὐτοῦ λόγῳ παρεικασμένη, ᾗ προστάττει εὐαγγελίζεσθαι ἀνελθούσῃ ἐπ’ ὄρος ὑψηλὸν τὸν σωτήριον λόγον. καὶ δὴ ὁ εὐαγγελικὸς χορὸς καὶ αἱ ἅγιαι καὶ ἐπηρτημέναι τῷ τῆς ἀρετῆς φρονήματι ψυχαὶ Σιὼν καὶ Ἰερουσαλὴμ ὀνομαζόμεναι ἐπὶ τὸ ὄρος τὸ ὑψηλὸν τῆς θεότητος τοῦ μονογενοῦς τοῦ θεοῦ κελεύονται ἀνιέναι κἀκεῖθεν ἄνωθεν ἀφ’ ὑψηλοῦ εὐαγγελίζεσθαι καὶ κηρύττειν ἅπασιν ἀνθρώποις τοῦ Χριστοῦ τοῦ θεοῦ τὴν ἐπὶ γῆς παρουσίαν.⸣ (Ed. J. Ziegler, GCS 1975)

Ecco la mia traduzione del testo nella sua disposizione originale; il testo tra parentesi quadre è quello spostato.

Voce di uno che grida nel deserto: "Preparate la strada del Signore" (Is 40,3)[, cioè l'annunzio evangelico, quella nuova paraclesi che brama di far nota a tutti gli uomini la salvezza di Dio (1)]. Espone chiaramente che quanto dice l'oracolo - cioè che si sarebbe veduta la gloria del Signore e la salvezza di Dio si sarebbe fatta conoscere ad ogni carne - non si verificherà a Gerusalemme, ma nel deserto. Ciò si è realizzato storicamente e letteralmente in Giovanni il Battista, quando predicò la salutare teofania nel deserto del Giordano, dove appunto si manifestò anche la salvezza di Dio. Proprio Cristo, la sua gloria, fu nota a tutti quando, dopo il suo battesimo, "si aprirono i cieli", "lo Spirito Santo, scendendo in forma di colomba, si posò su di lui" (Mt 3,16; Mc 1,10-11; Lc 3,22; Gv 1,32), e risuonò la voce del Padre che al Figlio rendeva questa testimonianza: "questi è il mio Figlio diletto: ascoltatelo" (Mt 17,5; Mc 9,7; Lc 9,35).
(...)
Si diceva questo, in quanto Dio stava per venire in quel deserto che da sempre gli era inaccessibile. Tutti i popoli erano "deserto" quanto a conoscenza di Dio, inaccessibili a tutti i giusti e i profeti di Dio. Perciò la voce esorta a preparare la strada al Verbo di Dio, ad appianare la strada, perché, al suo arrivo, il nostro Dio potesse camminarci [con il nostro contributo, omette LO]; dice infatti: "fate diritte le strade del nostro Dio".
[qui LO inserisce il testo (1)]
(...)
[Molto opportunamente a quelli di prima seguono anche questi pensieri, e dopo la menzione della voce che grida nel deserto si fa riferimento agli evangelizzatori, e si annunzia la venuta di Dio fra gli uomini. Infatti alla profezia di Giovanni il Battista doveva seguire il discorso sui predicatori del Salvatore e l'annunzio della sua teofania. (2)]
(...)
"Sali per te su un alto monte, o Sion che evangelizzi, alza in alto la tua voce, o Gerusalemme che evangelizzi, alzala, non temere!" (Is 40,9).
[qui LO inserisce il testo (2)]
(...)
Chi è dunque questa Sion che deve salire su un altro alto monte vicino? Anch'essa infatti era un monte, come mostra la Scrittura dicendo: "il monte Sion, dove hai preso dimora" (Sal 73,2), e l'apostolo: "vi siete accostati al monte Sion" (Eb 12,22) [, chiamata precedentemente "cuore di Gerusalemme, omette LO]. Ma in questo modo non si indica forse il coro apostolico, raccolto dal primo popolo, quello della circoncisione? Questa infatti è la Sion e la Gerusalemme che ha accolto "la salvezza di Dio", essendo essa stessa come innalzata e comparata al monte di Dio che è il Verbo unigenito: ad essa ordina di annunziare, salita sull'alto monte, la buona notizia della salvezza.
Il coro evangelico e le anime sante, elevate dall'animo virtuoso, chiamati "Sion" e "Gerusalemme", sono invitati a salire sull'alto monte della divinità dell'Unigenito, e da lì, dalla sommità, a evangelizzare e annunziare a tutti la venuta del Cristo di Dio sulla terra.
Siccome poi era verosimile che molti si sarebbero ribellati, aggiunge: "alzate la voce, non temete". Ordina di annunziare per prime alle città di Giuda, cioè alle sinagoghe dei giudei, che è arrivato il Dio annunziato dai profeti, proprio quel Signore che essi da tempo attendevano.

LO riporta il commento di Eusebio ai vv. 3 e 9 del c. 40 di Isaia (anche se, in verità, il testo spostato [2] si riferisce ai vv. 7-8). Nel commento al v. 3 domina il tema "paraclesi nel deserto"; nel commento al v. 9 il confronto tra i tre monti: Sion, l'Unigenito, gli apostoli. Si noti, per quanto riguarda questo secondo versetto, che Eusebio commenta il testo d'Isaia nella traduzione non dei LXX ma di Simmaco (e altri), com'egli stesso scrive: «Secondo gli altri interpreti invece di "colui che evangelizza" si deve leggere "che evangelizzi". Dice dunque Simmaco: "Sali etc."».
Complessivamente, Eusebio segnala tre tempi: Isaia, Cristo, oggi. Sono i tempi di ogni buona esegesi: significato storico, adempimento cristologico, attualizzazione. Quest'ultimo elemento è tuttavia presente soprattutto nelle parti tagliate.
Nel ciclo annuale del breviario è questa l'unica lettura di Eusebio, a parte una lettura dalla Storia Ecclesiastica sulla pace costantiniana, annessa alla memoria facoltativa di papa Silvestro al 31 dicembre.

lunedì 23 novembre 2015

I domenica di avvento, ufficio delle letture

Dalle Catechesi di S. Cirillo di Gerusalemme, vescovo (15,1-3; PG 33, 870-874)

1. Noi annunziamo la venuta di Cristo. Non però una sola, ma anche la seconda, molto più bella della prima. La prima, infatti, doveva mostrare la pazienza, mentre l'altra porta la corona della regalità. Per lo più, infatti, tutto è duplice nel Signore nostro Gesù Cristo. Duplice è la generazione, una da Dio, prima del tempo, e l'altra da una vergine nella pienezza del tempo. Due sono anche le discese. Una nascosta, come sul vello (Gdc 6,37-40), la seconda, futura, manifesta. Nella prima venuta fu avvolto in fasce in una mangiatoia, nella seconda vestirà la luce come un manto (Sal 104,2). Nella prima accettò la croce disprezzando il disonore (Eb 12,2), nell'altra avanzerà pieno di gloria, scortato da schiere di angeli. Non rimaniamo dunque soltanto alla prima venuta, ma attendiamo anche la seconda. E se nella prima abbiamo acclamato: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21,9), anche nella seconda acclameremo allo stesso modo. Andando incontro al Signore insieme agli angeli e adorandolo canteremo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore». Il Salvatore viene non per essere di nuovo giudicato, ma giudicare coloro che lo hanno giudicato. Egli che taceva quando subiva la condanna, ricorda a quegli ingiusti gli scherni che gli inflissero sulla croce: «hai agito così, e io ho taciuto» (Sal 50,21). Allora venne per un disegno provvidente per istruire gli uomini con la persuasione, ma alla fine tutti, lo vogliano o no, dovranno necessariamente sottomettersi al suo dominio regale.
2. Il profeta Malachia parla delle due venute: «E subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate…» (Ml 3,1). Ecco la prima venuta. E poi riguardo alla seconda dice: «… e l'angelo dell'alleanza, che voi desiderate. Ecco, viene il Signore onnipotente: chi sopporterà il giorno del suo arrivo? Chi resisterà al suo apparire? Egli verrà come fuoco di fonditore e come lisciva di lavandai. Siederà per fondere e purificare» (Ml 3,1-3).
(…)
Anche Paolo si riferisce a queste due venute scrivendo a Tito: «È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2, 11-13). Vedi come parla della prima venuta, per la quale ringrazia, e della seconda, che aspettiamo? Perciò adesso vi sono affidati gli articoli della fede che abbiamo appena annunziato: credere in colui che "è salito al cielo e siede alla destra del Padre; verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine".
3. Viene dunque il Signore nostro Gesù Cristo dai cieli. Viene per la fine di questo mondo, nella gloria dell'ultimo giorno. C'è infatti la fine di questo mondo: questo mondo creato sarà ricreato.

1. Χριστοῦ παρουσίαν καταγγέλλομεν οὐ μίαν μόνον, ἀλλὰ καὶ δευτέραν τῆς προτέρας πολὺ καλλίονα. ἡ μὲν γὰρ ὑπομονῆς εἶχεν ἐπίδειξιν, ἡ δὲ θείας βασιλείας φέρει τὸ διάδημα. ὡς γὰρ ἐπὶ τὸ πλεῖστον πάντα διπλᾶ παρὰ τῷ κυρίῳ ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστῷ. Διπλῆ γέννησις, μία ἐκ θεοῦ πρὸ τῶν αἰώνων, καὶ μία ἐκ παρθένου ἐπὶ συντελείᾳ τῶν αἰώνων. Διπλαῖ αἱ κάθοδοι, μία ἡ ἀσυμφανής, ἡ ὡς ἐπὶ πόκον, καὶ δευτέρα ἡ ἐπιφανής, ἡ μέλλουσα. Ἐν τῇ προτέρᾳ παρουσίᾳ ἐσπαργανώθη ἐν τῇ φάτνῃ, ἐν τῇ δευτέρᾳ ἀναβάλλεται φῶς ὡς ἱμάτιον. ἐν τῇ προτέρᾳ ὑπέμεινε σταυρόν, αἰσχύνης καταφρονήσας, ἐν τῇ δευτέρα ἔρχεται ὑπὸ στρατιᾶς ἀγγέλων δορυφορούμενος, δοξαζόμενος. Οὐχ ἱστάμεθα τοίνυν ἐπὶ τῇ πρώτῃ παρουσίᾳ μόνον, ἀλλὰ καὶ τὴν δευτέραν προσδοκῶμεν. Καὶ ἐν τῇ προτέρᾳ μὲν εἰπόντες εὐλογημένος ὁ ἐρχόμενος ἐν ὀνόματι κυρίου, καὶ ἐν τῇ δευτέρᾳ ἐροῦμεν πάλιν τὸ αὐτό, ἵνα μετὰ ἀγγέλων συναντήσαντες τῷ δεσπότῃ προσκυνοῦντες εἴπωμεν εὐλογημένος ὁ ἐρχόμενος ἐν ὀνόματι κυρίου. Ἔρχεται ὁ σωτὴρ οὐ δικασθῆναι πάλιν, ἀλλὰ δικάσαι τοὺς δικάσαντας. Ὁ πρότερον ἐν τῷ κρίνεσθαι σιωπήσας ὑπομιμνήσκων λέγει τοῖς παρανόμοις τοῖς τὰ τολμηρὰ ἐπὶ τοῦ σταυροῦ πεποιηκόσιν· ταῦτα ἐποίησας καὶ ἐσίγησα. Δι' οἰκονομίαν τότε ἦλθε, σὺν πειθοῖ διδάσκων ἀνθρώπους, τότε δὲ καὶ ἀνάγκῃ βασιλευθήσονται κἂν μὴ θέλωσιν.
2. Καὶ περὶ τῶν δύο τούτων παρουσιῶν λέγει Μαλαχίας ὁ προφήτης· καὶ ἐξαίφνης ἥξει εἰς τὸν ναὸν αὐτοῦ κύριος, ὃν ὑμεῖς ζητεῖτε. Ἰδοὺ μία παρουσία. καὶ πάλιν περὶ τῆς δευτέρας παρουσίας φησίν· καὶ ὁ ἄγγελος τῆς διαθήκης, ὃν ὑμεῖς ζητεῖτε. ἰδοὺ ἔρχεται κύριος παντοκράτωρ. Καὶ τίς ὑπομενεῖ ἡμέραν εἰσόδου αὐτοῦ; ἢ τίς ὑποστήσεται ἐν τῇ ὀπτασίᾳ αὐτοῦ; διότι αὐτὸς εἰσπορεύεται ὡς πῦρ χωνευτηρίου καὶ ὡς πόα πλυνόντων. Καὶ καθιεῖται χωνεύων καὶ καθαρίζων. [καὶ ἑξῆς εὐθὺς ὁ σωτήρ φησιν αὐτός· καὶ προσάξω πρὸς ὑμᾶς ἐν κρίσει, καὶ ἔσομαι μάρτυς ταχὺς ἐπὶ τοὺς φαρμακοὺς καὶ ἐπὶ τὰς μοιχαλίδας καὶ ἐπὶ τοὺς ὀμνύοντας τῷ ὀνόματί μου ἐπὶ ψεύδει, καὶ τὰ ἑξῆς. Διὰ τοῦτο προασφαλιζόμενος ἡμᾶς ὁ Παῦλός φησιν· εἴ τις ἐποικοδομεῖ ἐπὶ τὸν θεμέλιον τοῦτον χρυσὸν καὶ ἄργυρον καὶ λίθους τιμίους, ξύλα, χόρτον, καλάμην, ἑκάστου τὸ ἔργον φανερὸν γενήσεται· ἡ γὰρ ἡμέρα δηλώσει, ὅτι ἐν πυρὶ ἀποκαλύπτεται.] Ἤδη καὶ ὁ Παῦλος τὰς δύο παρουσίας ταύτας σημαίνει γράφων πρὸς Τίτον καὶ λέγων· ἐπεφάνη ἡ χάρις τοῦ θεοῦ τοῦ σωτῆρος πᾶσιν ἀνθρώποις, παιδεύουσα ἡμᾶς, ἵνα ἀρνησάμενοι τὴν ἀσέβειαν καὶ τὰς κοσμικὰς ἐπιθυμίας σωφρόνως καὶ εὐσεβῶς καὶ δικαίως ζήσωμεν ἐν τῷ νῦν αἰῶνι, προσδεχόμενοι τὴν μακαρίαν ἐλπίδα καὶ ἐπιφάνειαν τῆς δόξης τοῦ μεγάλου θεοῦ καὶ σωτῆρος ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ. Βλέπεις ὅπως εἶπε πρώτην μὲν ἐφ' ᾗ εὐχαριστεῖ, δευτέραν δὲ ἣν προσδοκῶμεν; διὰ τοῦτο καὶ τὰ τῆς πίστεως τῆς ἐπαγγελλομένης ὑφ' ἡμῶν νῦν οὕτως παρεδόθη, πιστεύειν εἰς τὸν καὶ ἀνελθόντα εἰς τοὺς οὐρανοὺς καὶ καθίσαντα ἐκ δεξιῶν τοῦ πατρός, καὶ ἐρχόμενον ἐν δόξῃ κρῖναι ζῶντας καὶ νεκρούς, οὗ τῆς βασιλείας οὐκ ἔσται τέλος.
3. Ἔρχεται τοίνυν ὁ κύριος ἡμῶν Ἰησοῦς Χριστὸς ἐξ οὐρανῶν. Ἔρχεται δὲ περὶ τὴν συντέλειαν τοῦ κόσμου τούτου μετὰ δόξης ἐν τῇ ἐσχάτῃ ἡμέρᾳ. Γίνεται γὰρ τοῦ κόσμου τούτου συντέλεια, καὶ ὁ γενητὸς οὗτος κόσμος πάλιν ἀνακαινοποιεῖται.

La traduzione è mia, visto che quella che si legge sul breviario (LO = Liturgia delle Ore) mi lascia – una volta di più – perplesso. Notiamo l'erroneità della traduzione, laddove recita: "Una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso, come la pioggia sul vello". Il greco dice semplicemente "come sul vello". Parlando di "pioggia" l'immagine non funziona più, in quanto mentre la rugiada è inavvertita, e si nota solo dai suoi effetti, della pioggia ci si accorge benissimo. Ora, il fulcro dell'immagine è proprio il fatto che la fecondazione del grembo di Maria rimane nascosta e misteriosa, rendendosi visibile solo nei suoi effetti. Come si dice nei primi vespri della solennità di Maria Ss. Madre di Dio (2.a antifona): "Hai compiuto le Scritture, quando in modo unico sei nato dalla Vergine; come rugiada sul vello sei disceso a salvare l'uomo. Lode a te, nostro Dio!".
Altro punto è la "dolce fermezza", che nel greco è semplicemente "persuasione". La prima venuta è cioè caratterizzata dal fatto che Dio si rivolge alla libertà dell'uomo. Ma che c'entra la "dolce fermezza", che nel testo non c'è, ed è fuori dal processo logico?
Anche nella citazione di Malachia è ingiustificato cambiare "verrà" in "è", in quanto sopprime proprio l'idea per la quale il testo è citato, ovvero quella della venuta. Qui come altrove i traduttori hanno seguito la traduzione CEI, ma la cosa genera - qui come altrove -  incongruenze.
Non è pensabile un cristianesimo senza giudizio. Ricordo i nn. 41-48 della Spe Salvi di Benedetto XVI: il giudizio di Dio è "luogo di speranza"! Se non ci fosse, dovremmo o rinunziarvi (in tal caso ciò che è storto mai si raddrizzerà), oppure surrogarlo, sostituirlo col nostro giudizio, la nostra giustizia umana (raddrizziamo noi ciò che è storto) e allora si apre la via ai totalitarismi di vario tipo. Il giudizio è già iniziato con la risurrezione di Cristo, e consiste nell'incontro con lui.

Ecco qua la traduzione LO:

1. Noi annunziamo che Cristo verrà. Infatti non è unica la sua venuta, ma ve n'è una seconda, la quale sarà molto più gloriosa della precedente. La prima, infatti, ebbe il sigillo della sofferenza, l'altra porterà una corona di divina regalità. Si può affermare che quasi sempre nel nostro Signore Gesù Cristo ogni evento è duplice. Duplice è la generazione, una da Dio Padre, prima del tempo, e l'altra, la nascita umana, da una vergine nella pienezza dei tempi.
Due sono anche le sue discese nella storia. Una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso, come la pioggia sul vello. Una seconda volta verrà nel futuro in splendore e chiarezza davanti agli occhi di tutti.
Nella sua prima venuta fu avvolto in fasce e posto in una stalla, nella seconda si vestirà di luce come di un manto. Nella prima accettò la croce senza rifiutare il disonore, nell'altra avanzerà scortato dalle schiere degli angeli e sarà pieno di gloria.
Perciò non limitiamoci a meditare solo la prima venuta, ma viviamo in attesa della seconda. E poiché nella prima abbiamo acclamato: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9), la stessa lode proclameremo nella seconda. Così andando incontro al Signore insieme agli angeli e adorandolo canteremo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9).
Il Salvatore verrà non per essere di nuovo giudicato, ma per farsi giudice di coloro che lo condannarono. Egli, che tacque quando subiva la condanna, ricorderà il loro operato a quei malvagi, che gli fecero subire il tormento della croce, e dirà a ciascuno di essi: «Tu hai agito così, io non ho aperto bocca» (cfr. Sal 38, 10).
Allora in un disegno di amore misericordioso venne per istruire gli uomini con dolce fermezza, ma alla fine tutti, lo vogliano o no, dovranno sottomettersi per forza al suo dominio regale.
2. Il profeta Malachia preannunzia le due venute del Signore: «E subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate» (Ml 3, 1). Ecco la prima venuta. E poi riguardo alla seconda egli dice: «Ecco l'angelo dell'alleanza, che voi sospirate, ecco viene... Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare» (Ml 3, 1-3).
Anche Paolo parla di queste due venute scrivendo a Tito in questi termini: «E' apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo» (Tt 2, 11-13). Vedi come ha parlato della prima venuta ringraziandone Dio? Della seconda invece fa capire che è quella che aspettiamo.
Questa è dunque la fede che noi proclamiamo: credere in Cristo che è salito al cielo e siede alla destra Padre. Egli verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti. E il suo regno non avrà fine.
3. Verrà dunque, verrà il Signore nostro Gesù Cristo dai cieli; verrà nella gloria alla fine del mondo creato, nell'ultimo giorno. Vi sarà allora la fine di questo mondo, e la nascita di un mondo nuovo.

domenica 22 novembre 2015

Ruminare i salmi: siamo alla conclusione

Caro amico, cara amica,
iniziato tre anni fa, il percorso di 'Ruminar salmi' finisce. Il ciclo liturgico è completato, e questo è sufficiente. E' stato un bell'arricchimento per me e, spero, anche per te. Chi vuole, continuerà da solo. Ecco tre testi utili per approfondire:
* Una monaca cistercense, La Parola ruminata, Ed. Paoline, 2000
* Franco Mosconi, Ruminare la Scrittura. Introduzione alla Lectio divina, Ed. Il Margine 2010.
* Clodovis Boff, Come fare meditazione. Il metodo della «ruminazione», Ed. Paoline 2010.

Grazie per questo tratto percorso insieme e auguri per il tuo cammino! Ti lascio con questo testo di S. Agostino (Esposizione sul Salmo 141,1):

«"Un tesoro desiderabile è riposto nella bocca del sapiente; lo stolto viceversa se lo inghiotte" (Pr 21,20). Esortiamo pertanto la vostra Carità a nascondere - ci si permetta la parola - nel ventre della memoria le cose ascoltate: meditatele ancora e col pensiero in certo qual modo ruminatele. Questo infatti è il senso della massima: Un tesoro desiderabile è riposto nella bocca del sapiente; lo stolto viceversa se lo inghiotte. Avrebbe potuto dire più succintamente: il sapiente rumina, lo stolto no. Questo ruminare poi, a volerlo dire con chiarezza e con termini latini, che significa? Il sapiente ripensa alle cose ascoltate, lo stolto se ne scorda. Né per altro motivo nella Legge vengon chiamati mondi gli animali che ruminano e immondi quelli che non ruminano, se è vero che in se stesso ogni essere creato da Dio è mondo. Dinanzi a Dio creatore il porco è mondo alla stessa maniera dell'agnello. Tutte le cose create erano infatti assai buone e, come dice l'Apostolo, ogni creatura di Dio è buona, e ancora: Tutto è puro per chi è puro. In se stessi dunque e per natura porco e agnello sono mondi; come simboli invece l'agnello rappresenta qualcosa di puro, il porco al contrario qualcosa di impuro. L'agnello rappresenta l'innocenza del saggio che medita, il porco il sudiciume dello stolto che dimentica.»

Thesaurus desiderabilis requiescit in ore sapientis; vir autem stultus glutit illum. Unde admonemus Caritatem vestram ut ea quae audiendo tamquam ventre memoriae conditis, rursus revolvendo et cogitando quodammodo ruminetis. Hoc est enim: Thesaurus desiderabilis requiescit in ore sapientis; vir autem stultus glutit illum: breviter dixit: Sapiens ruminat, stultus non ruminat. Hoc autem aperte et latine quid est? Sapiens cogitat ea quae audierit; stultus autem audita oblivioni tradit. Neque enim propter aliud in Lege, munda ea dicta sunt animalia quae ruminant, immunda quae non ruminant: nam creatura Dei omnis munda est. Artifici Deo tam mundus est porcus quam agnus. Creavit enim omnia bona valde: et: Omnis creatura Dei bona est, dicit Apostolus; et: Omnia munda mundis. Cum ergo in natura utrumque sit mundum; significatione tamen agnus significat aliquid mundum, porcus significat aliquid immundum: agnus significat innocentiam sapientiae ruminantis; porcus significat immunditiam stultitiae obliviscentis.

La versione CEI del versetto che Agostino commenta, recita: "Tesori preziosi e profumi sono nella dimora del saggio, ma l'uomo stolto dilapida tutto". Il testo è piuttosto diverso! Nondimeno si può mantenere il senso: ricordando e tenendo in sé quanto ha ascoltato, il sapiente ha in casa i tesori e i profumi della Parola di Dio; mentre lo stolto, nella dissipazione, ne dilapida le ricchezze.
Chi ha orecchi, ascolti... e rumini!

giovedì 12 novembre 2015

Non dirlo. Il Vangelo di Marco secondo Veronesi

Scelta doppiamente coraggiosa, quella di Sandro Veronesi. Mettere e tenere su uno spettacolo di pressoché due ore interamente consistente in un monologo non è cosa da poco, né di poco rischio. Peggio che mai se la storia è il Vangelo, da tempo retrocesso dalla serie A della cultura come roba da preti e catechismo, sottocultura per vecchiette più o meno arzille. Al più, tratto fuori dal cilindro come materia su cui esercitare e sfoggiare la propria superiore dialettica, ennesima prova - se necessaria - della ben nota superiorità dell'uomo moderno, che lo salvaguarda dai vecchi e rassicuranti dogmi dei quali (ahimè) il premoderno invece aveva disperato bisogno. "Non dirlo" supera a pieni voti tutte queste prove. Veronesi si dimostra abile e avvincente narratore, rispettando il testo evangelico senza stravolgerlo né strumentalizzarlo. Sia chiaro: non siamo di fronte a un discorso pio, ma a un tentativo, pienamente laico, di cogliere e accogliere il Vangelo per quel che è agli occhi di chiunque non voglia farsi guidare da ignoranza e pregiudizio: un grande, grandissimo, geniale e fondamentale testo. Non varrebbe la pena sottolinearlo se la realtà non fosse quella che è: abbondano ignoranza, pressappochismo, faciloneria, presunzione. Nello spettacolo non c'è nulla che offenda il credente, nulla che un ateo (di larghe vedute…) non possa accogliere; non come assenso di fede (questa è altra questione) ma come stimolo potente alla riflessione e riserva inesauribile di suggestioni: è questa la cultura o no? Lo spettacolo mostra che è possibile ascoltare e raccontare la vicenda di Gesù (qui secondo Marco) con serenità e apertura, senza entrare in diatribe e alterchi, lasciando a ciascuno il compito di farne ciò che crede. Qualche lieve inesattezza e qualche valutazione discutibile (p. es. l'esclusione di un sonno degli apostoli per tristezza, quando è noto che esso rappresenta un rifugio per chi non vuol prendere atto della realtà) non pregiudicano in alcun modo la felice sorpresa di trovarsi di fronte a un bene prezioso: l'onestà. Semmai si può contestare la scelta di non parlare dell'eucarestia in quanto questa sarebbe "questione di fede". Per il racconto dell'ultima cena vale né più né meno quanto vale per il resto, ovvero la distinzione del duplice livello: messaggio e adesione di fede al messaggio. Quel racconto è, a prescindere dall'assenso credente, degno di essere raccontato, ancor più di altri e per più ragioni; se non altro per quella geniale intuizione di Gesù di legare la propria presenza nei secoli a due simboli così ricchi come il pane e il vino. Appropriata, infine, la scelta di legare il messaggio di Marco ai suoi destinatari: per portare la Buona Notizia a Pierino, si deve conoscere la Buona Notizia e Pierino. Pierino Romano.
3/4 novembre 2015 - Fabbricone (17/20 dicembre 2015 e 21/24 marzo 2016). Monologo di Sandro Veronesi, tratto dall’omonimo libro pubblicato da Bompiani. Produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana.

lunedì 9 novembre 2015

Cristo Re dell'universo, anno B: Salmo 93,2

Ruminare i Salmi - Salmo 93 (Vulgata / liturgia 92),2:

CEI Stabile è il tuo trono da sempre,
dall’eternità tu sei.
TILC Tu sei eterno, o Signore,
saldo è il tuo trono, da sempre.
NV Firmata sedes tua ex tunc,
a saeculo tu es.
V Parata sedes tua ex tunc,
a saeculo tu es.

Apocalisse 1,8 Dice il Signore Dio: «Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!».
Giovanni 18,37 «Io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Cassiodoro: Con queste parole, il salmo allude all'umanità e alla divinità unite nella persona di Cristo, che siede re a un tempo alla destra del Padre e nei cuori dei fedeli.
'Parata sedes tua, Deus, ex tunc; a saeculo tu es'. Ipse est quartus locus quem supra diximus a potestate. Sive illam sedem vult intelligi qua sedet ad dexteram Patris, sive istam quam habet in mente fidelium, sicut legitur: 'Super quem requiescit Spiritus meus, nisi super humilem, et quietum, et trementem verba mea?' (Is LXVI,2). 
'Parata' significat praedestinationem, quia totum in illa veritate consistit quidquid in administratione mundi evenire contigerit. 
'Ex tunc' significat Christi incarnationem, quae fuit ex Maria Virgine, quando apostolos suos et caeteros fideles plenitudine [plenitudinem] suae maiestatis edocuit. 
'A saeculo' deitatem significat, qua coaeternus regnans cum Patre, nescit esse sub tempore.
Per haec enim verba, una quidem persona, sed duae significantur naturae Domini Christi. Unde necessarium est hanc regulam per loca congrua (sicut patrum firmat auctoritas) saepius commonere. Atque utinam sic dementium haereticorum conquiescat improbitas, ut hoc magis importune quam necessarie repetere videamur. (Expositio in Psalterium, In ps. XCII)

Nessun potere umano può gestire o manipolare la Verità eterna, né arrestare il suo avvento.


venerdì 6 novembre 2015

XXXIII domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 16,5

Ruminare i Salmi - Salmo 16 (Vulgata / liturgia 15),5:

CEI Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
TILC Sei tu, Signore, la mia eredità,
il calice che mi dà gioia;
il mio destino è nelle tue mani.
NV Dominus pars haereditatis meae et calicis mei:
tu es qui detines sortem meam.
V Dominus pars haereditatis meae et calicis mei:
tu es qui restitues haereditatem meam mihi.

Ebrei 10,12-14 Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.
Marco 13,28-29 Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

Baldovino di Ford: Giacobbe chiede al figlio Giuseppe di non essere sepolto in Egitto ma nella terra dei padri (cf. Gn 47,29-30). In tal modo mostra che l'eredità non dev'essere cercata in Egitto, cioè nel mondo, ma nella terra promessa, cioè in Dio. Se Esaù rappresenta gli amanti del mondo, che perdono l'eredità per un breve godimento, Giacobbe rappresenta chi ama Dio ed entra nel suo riposo.
Et de Iacob: Elegit nobis haereditatem suam, speciem Iacob quem dilexit (Psal. XLVI). Nobis, inquit, elegit; quia nobis prodest quod elegit, sed suam haereditatem elegit. Quam haereditatem, nisi speciem Iacob, quam dilexit? Haec est autem species Iacob, forma scilicet fidei et iustitiae, quam exhibuit Iacob omnibus proponendam, et omnibus imitandam: qui habitare consensit in Aegypto ad tempus ubi nec mortuus remanere voluit, sed transferri ad terram, quam in promissione acceperat (Gen. XLVII): praemonstrans haereditatem non esse quaerendam in Aegypto, hoc est in mundo, nec in hac vita; sed cum dederit Deus dilectis suis somnum (Psal. CXXVI). Haereditas autem Israel non alia est, nisi illa de qua Propheta dicit: Portio mea, Domine (Psal. CXVIII). Et iterum: Dominus pars haereditatis meae (Psal. XV). Esau autem, et qui in ipso figurantur amatores mundi, propter edulium vilissimae voluptatis, et propter unam escam, semel scilicet, et cito finiendam, ius haereditarium contemnunt et perdunt. De qualibus scriptum est: Pro nihilo habuerunt terram desiderabilem (Psal. CV). At Iacob edulium contempsit, et ius primitivorum prudenter acquisivit, unde et benedictionem haereditavit. Haec enim haereditas dilectione Dei acquiritur. Extra hanc haereditatem requies frustra quaeritur. Propterea quaerenti eam dicitur: In Israel haereditare, hoc est, stude, satage, ut haerediteris in Israel, non in Aegypto, non inter gentes quae ignorant Deum, sed in populo Israel. Sola ergo haereditas Israel requiem quaerentibus est quaerenda, et perseveranter. Nam qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit (Matth. X). (Tractatus V. De requie quam sibi et nobis Christus quaesivit et paravit)
Guerrico d'Igny: I poveri in ispirito possiedono già da subito, pur in vasi di terra, il pegno dell'eredità futura in quel Regno, il cui Re già portano nel cuore. Altri litighino per le eredità, il Signore è mia parte: meravigliosa eredità dei poveri!
Recte itaque Dominus beatitudinem praedicans pauperum, non ait, ipsorum erit, sed, est regnum coelorum: non solum propter ius firmissimum, sed etiam propter pignus certissimum usumque felicissimum; non solum quia paratum est eis ab origine mundi, sed etiam quia iam in quamdam ipsius possessionem coeperunt introduci, iam habentes thesaurum coelestem in vasis fictilibus, iam portantes Deum in corporibus suis et cordibus. Quam beata gens, cuius est Dominus Deus eius! Quam vicini sunt Dei regno qui regem ipsum, cui servire regnare est, iam possident, et gestant in corde suo! Funes, inquit, ceciderunt mihi in praeclaris; etenim haereditas mea praeclara est mihi. Litigent alii de dividenda haereditate huius mundi: Dominus pars haereditatis meae et calicis mei (Psal. XV,6-5). Pugnent inter se quis eorum fiat miserior, nihil omnium quae ambiunt, illis invideo: ego enim et anima mea delectabimur in Domino. O praeclara haereditas pauperum! O beata possessio nihil habentium! Quoniam non solum omnem sufficientiam nobis subministras, sed etiam ad omnem gloriam abundas, ad omnem laetitiam redundas, tanquam in sinu reposita supereffluens mensura. Prorsus tecum sunt divitiae et gloria, opes superbae et iustitia. (In solemnitate omnium sanctorum, sermo de pauperibus spiritu 6)

La fiduciosa beatitudine dei poveri è anticipazione e segno della venuta vittoriosa di Cristo e del suo Regno.


sabato 31 ottobre 2015

XXXII domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 146,6

Ruminare i Salmi - Salmo 146 (Vulgata / liturgia 145),6:

CEI Il Signore rimane fedele per sempre.
TILC [Il Signore] mantiene la sua parola.
NV e V qui custodit veritatem in saeculum.

Ebrei 9,26-28 Una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Marco 12,43-44 «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Liturgia: O Dio, Padre degli orfani e delle vedove,
... tutti impariamo a donare
sull’esempio di colui che ha donato se stesso,
Gesù Cristo nostro Signore.

Ilario: Non è pensiero fallace la speranza posta nel Creatore del cielo e della terra, che non inganna e rimane assolutamente fedele.
Sed ut ita in istiusmodi reges fiduciam non conferas, in quem sperandum esset ostendit ... Non est caduca cogitatio in regem istiusmodi sperare: et spes illa non interit, quae in Creatorem coeli et terrae et maris et omnis universitatis huius extenditur. Hic sperandus adiutor est, in quo dolus non est. Nam cum, secundum prophetiam, omnis homo mendax sit; veritatem in saeculo solus ille custodit: et custodiens veritatem, iudicium facit ob eos qui patiuntur iniuriam. Beatus ille est, quem adiuvando ex Iacob faciet Israel. Spes eius aeterna est, quia in Creatorem coeli et terrae marisque confidit. Creator autem horum omnium hic et verus et iudex est, et veritatem custodiendo, et faciendo iudicium.
Bruno di Colonia: Come uno che ama qualcosa la custodisce con cura, il Signore è custode rigoroso della verità, e non manda a vuoto la speranza posta in lui.
Ideoque cum tantus sit, in eo sperandum est. Nec vane ponitur spes in eo, qui nempe non ad horam in promissione verus est, sed custodit veritatem in saeculum, id est in aeternum, nunquam scilicet veritatem omittit, sed eam semper diligit, a similitudine viri qui hoc quod diligit bene custodit. Cum igitur in aeternum verus sit et sperantibus in se salutem promiserit, in eo procul dubio sperandum est.

Chi getta la propria vita con, in e per Cristo, sperimenta infallibilmente la sua salvezza.



martedì 13 ottobre 2015

XXX domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 126,4

Ruminare i Salmi - Salmo 126 (Vulgata / liturgia 125),4:

CEI Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
TILC Cambia ancora, Signore, le nostre sorti
come risvegli i torrenti nel deserto.
NV Converte, Domine, captivitatem nostram,
sicut torrentes in austro.
V Converte, Domine, captivitatem nostram,
sicut torrens in austro.

Ebrei 5,5-6 Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek».
Marco 10,46-48 Mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Ilario: Scit quidem propheta se liberum; sed tamquam captus Deo subditus est, sive per propriae confessionis disciplinam: quia ubi peccati confessio est, ibi et iustificatio a Deo est; quod in publicano et pharisaeo Dominus testatus est, cum pharisaeus iustum se gloriatus est, publicanus vero pro peccatis orasset, ait enim: Amen dico vobis, quoniam magis iustificatus est publicanus quam pharisaeus (Luc. XVIII, 14). Sive ergo ob id propheta converti captivitatem in commune precatur, seu quod populum omnem a peccatis captum sciebat; et sicut, cum Apostolo (iuxta Apostolum), membro uni corpus omne compatitur (I Cor. XII, 26), ita et populo captivo a peccatis propheta concaptus est.
ps. Massimo di Torino: Ideoque alio in loco patriarcha decantat: Converte, Domine, captivitatem nostram, sicut torrens in austrum (Psal. CXXV). Converte, ait, non averte, id est praesta, Domine, ut qui iam dudum capti a diabolo sumus, tui tandem mereamur esse captivi. Scimus enim quia diabolo esse subiectum peramara conditio est et inexpleta; tibi, Domine, servire iucunditas. Nec ambiguum hoc, fratres, quia ipse Dominus ait: Iugum meum suave est, et onus meum leve (Matth. XI). Idcirco disrumpentes infidelitatis vincula, et proiicientes a cervicibus nostris iugum diaboli, omni cum devotione colla nostra dominico subdamus imperio, quia magnam credentibus confert Evangelii iugum et Christi captivitas suavitatem. (Sermo XLIV, De Ascensione D.ni)
Benedetto XVI: Questo salmo acquistava particolare significato quando veniva cantato nei giorni in cui Israele si sentiva minacciato e impaurito, perché sottomesso di nuovo alla prova. (...) Esso diventava, così, una preghiera del popolo di Dio nel suo itinerario storico, irto di pericoli e di prove, ma sempre aperto alla fiducia in Dio, Salvatore e Liberatore, sostegno dei deboli e degli oppressi.

Nota: L'immagine dei torrenti del Negheb richiama un cambiamento repentino e impensato: i torrenti del deserto del sud, di solito asciutti, a seguito di una pioggia si riempiono improvvisamente d'acqua abbondante. Ciò che fino a un momento prima era arido, si riempie di vita.

Gridiamo a Gesù, costituito dal Padre sacerdote supremo, perché ci restituisca alla vita e alla luce.


giovedì 8 ottobre 2015

XXIX domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 33,20

Ruminare i Salmi - Salmo 33 (Vulgata / liturgia 32),20:

CEI L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
TILC Noi speriamo nel Signore:
è lui che ci aiuta e ci protegge.
NV e V Anima nostra sustinet Dominum,
quoniam adiutor et protector noster est.

Ebrei 4,15-16 Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
Marco 10,43-44 Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti.

Bruno di Colonia: Sapendo che gli occhi del Signore sono su di noi, lo attendiamo con perseveranza; e sappiamo che tale fiducia non è vuota, perché abbiamo già dei pegni: egli ci aiuta a operare bene e ci protegge nelle tribolazioni.
Ergo quia oculi Domini sunt super metuentes eum, ut eruet et alat; anima nostra sustinet, id est patienter expectat Dominum. Et hoc bona fiducia, cum inde iam arrham habeat, hanc scilicet: Quoniam adiutor ad bene operandum, et protector noster est, ne cadamus in tribulationibus.
Tommaso d'Aquino: Se Dio ci manda qualche prova, da un lato sopportiamo con pazienza, dall'altro attendiamo con fiducia, in quanto abbiamo fatto l'esperienza della sua benevolenza e nutriamo la speranza nella realizzazione delle promesse.
Consequenter cum dicit, Anima, ostendit quis effectus sequitur in istis ex hac consideratione. Et est duplex. Primus effectus sperandi. Secundus orandi, ibi, Fiat misericordia tua etc. Circa primum duo facit. Primo enim ostendit, quomodo in eis consurgit effectus spei. Secundo assignatur ratio, ibi, Quoniam adjutor. Dicit ergo ita, Oculi Domini super metuentes eum etc. Et ideo Anima nostra sustinet Dominum, idest si qua mala nobis a Deo immittuntur, patienter sustineamus. Jac. 1: Sufferentiam Job audistis. Item expectando ejus promissa. Sustinet ergo punientem et promittentem. Et est duplex ratio. Una est propter experientiam beneficiorum; alia vero propter spem futurorum, ibi, In eo laetabitur. Experientia beneficiorum est in bonorum promotione; unde dicit, Quoniam adjutor. Item in protectione a malis; et ideo dicit, Et protector.

Nella sua prova, Gesù prende l'ultimo posto, quello del servizio, continuando ad attendere il Padre e a confidare nella sua fedeltà. Glorificato, è divenuto per noi sorgente della misericordia e motivo di piena fiducia.


domenica 4 ottobre 2015

XXVIII domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 90,12

Ruminare i Salmi - Salmo 90 (Vulgata / liturgia 89),12:

CEI Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
TILC Facci capire che abbiamo i giorni contati,
allora troveremo la vera saggezza.
NV Dinumerare dies nostros sic doce nos,
ut inducamus cor ad sapientiam.
V Dexteram tuam sic notam fac,
et eruditos corde in sapientia.

Ebrei 4,12 La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Marco 10,23 Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!».

Liturgia: O Dio, nostro Padre,
che scruti i sentimenti e i pensieri dell’uomo,
non c’è creatura che possa nascondersi davanti a te;
penetra nei nostri cuori
con la spada della tua parola,
perché alla luce della tua sapienza
possiamo valutare le cose terrene ed eterne,
e diventare liberi e poveri per il tuo regno.

Benedetta Bianchi Porro: Io so che, in fondo alla via, Gesù mi aspetta. Prima nella poltrona, ora nel letto che è la mia dimora, ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini. Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza, fino alla consumazione dei secoli (...) la vita è breve, passa velocemente. Tutto è una brevissima passerella, pericolosa per chi vuole sfrenatamente godere, ma sicura per chi coopera con lui, per giungere in Patria.


sabato 26 settembre 2015

Und wovon lebt so ein Tier?

"Di che cosa vive un simile animale?". La domanda può essere una buona chiave di lettura per questo dramma dai molteplici risvolti. A dispetto del titolo scanzonato, "Le Mutande" di Carl Sternheim, autore semisconosciuto in Italia (poco della sua produzione è tradotto) ma meritevole di attenzione, è un testo di notevole impegno, sia in scena che in platea. Non è intrattenimento fine a se stesso, questo, e ne va dato atto a chi lo ha proposto a un pubblico chiamato a fare una certa fatica per "andare al di là", così come richiesto dal teatro espressionista di questa "commedia borghese". Non che vi si trovi alcuna vera proposta positiva: essa è piuttosto una critica della visione borghese, raccontata nell'impiegato Theobald Maske. La commedia, rappresentata per la prima volta nel 1911, è come lo svelamento di atteggiamenti e valori che saranno propri dell'intero XX secolo (significativamente l'azione è posta nel 1900). Non si può fare a meno di notare come la concezione borghese vi abbia sopraffatto e sbaragliato ogni tentativo di alternativa, proprio come accade in scena, dove la moglie di Theobald, Luise, dopo aver tentato di sottrarsi a quella gabbia, deve alla fine rinunciare al sogno di libertà che per un momento le è balenato dinanzi. È ancora una volta l'eros a sobbarcarsi il compito (ingrato) di rappresentare l'alternativa al grigiore borghese del computo dei talleri, alternativa invero insufficiente ma indubbiamente accattivante del "fate l'amore, non la guerra". Ci sono in campo altre proposte, da Wagner a Nietzsche, dal darwinismo all'estetismo, ma quel che trionfa è il calcolo, nel quale l'eroe borghese si esalta, che pretende di sottomettere e regolamentare ogni altra cosa, compreso l'eros e la stessa fecondità: l'indiscutibile dogma odierno del "(non) potersi permettere un figlio" viene qui spietatamente svelato. Siamo così tornati al punto di partenza: "Di che cosa vive un simile animale?". Ma di quale animale si sta parlando? Del "serpente di mare" di cui dice il giornale letto da Theobald; oppure del canarino in gabbia, di fronte al quale Luise chiude mestamente la propria vicenda? Di tutti e due, certo. Ma essi sono specchio di quell'altro ben misterioso animale, l'uomo, che, come Luise, si sente chiuso in una gabbia, magari dorata. La storia umana non è in fondo storia di tentativi di evasione? Eppure, a dispetto delle risposte che si sono date e si daranno, la domanda rimane: di che cosa ha veramente bisogno l'uomo per vivere? Per il credente, risuona qui l'eco della parola biblica, che per il moderno, e per Sternheim, rimane nel suo semplice aspetto problematico: di che cosa vive l'uomo? Manca la risposta, certo: di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Ma si raccogliesse seriamente la sfida che questa domanda continua a porci, senza affogarla nelle comode "stanzine" nelle quali, a dispetto di un mondo iperconnesso, oggi (forse più di ieri?) continuiamo a vivere! Onore dunque a tutta la squadra che si è impegnata a leggere con attenzione un testo meritevole, per la regia attenta del pratese Luca Cortina, che ameremmo rivedere all'opera sulle scene della sua e nostra città.

Le Mutande, di Carl Sternheim.15/20 settembre 2015, Fabbricone, regia di Luca Cortina; traduzione Giorgio Zampa, dramaturg Paolo Magelli, scene e costumi Lorenzo Banci, luci Roberto Innocenti, assistente alla regia Giulia Barni, con: Valentina Banci, Fabio Mascagni, Elisa Cecilia Langone, Francesco Borchi, Fulvio Cauteruccio; produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana. Prima Nazionale.

venerdì 25 settembre 2015

XXVII domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 128,3

Ruminare i Salmi - Salmo 128 (Vulgata / liturgia 127),3:

CEI La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa.
NV Uxor tua sicut vitis fructifera
in lateribus domus tuae.
V Uxor tua sicut vitis abundans
in lateribus domus tuae.

Ebrei 2,11: Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli.
Marco 10,6-9: Dall'inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto.

Ilario e Cassiodoro: La sposa è la sapienza: chi s'innamora di lei e l'accoglie nell'intimo della propria casa, il cuore, gusta del suo piacevole frutto.
Ilario: 9. Ut autem nunc cognoscamus quid sub uxoris nuncupatione intelligi oporteat; contuendum est quid et alibi sub hoc eodem uxoris nomine tractetur. Salomon itaque ait: Quaesivi sapientiam sponsam adducere mihi ipsi (Sap. VIII, 2). Et quia qui sponsam requirit, divitem quaerit; huius sponsae suae opes memorat, dicens: Honestatem glorificat, convictum Dei habens, et omnium Dominus dilexit eam (Ibid. 3); et si multam quis cognitionem desiderat, novit et quae a principio sunt, et quae futura sunt conspicit (Ibid. 8). Et item: Uxorem virilem quis inveniet? Pretiosior est autem lapidibus multi pretii istius modi (Pr XXXI, 10). Et haec in Proverbiis dicta sunt: quia proverbium non hoc quod verbis sonat explicat, sed dictorum virtutem ex usu verborum communium nuntiat. Docet autem Dominus in Evangeliis, quid proverbia intelligenda sint, dicens: Veniet hora, ut iam non in proverbiis loquar vobis, sed palam de Patre annuntiem vobis (Jn XVI, 25). Ergo secundum proverbiorum rationem uxorem virilem nosse debemus, eam nempe quam sibi Salomon sponsam optavit assumere: de qua et rursum ait: Iudicavi igitur hanc adducere ad convivendum mecum, et amator factus sum pulchritudinis eius (Sap. VIII, 9). Haec igitur tamquam uxor assumpta sapientia virilis est, perficiens omnia, et sibi subdens, et in labore utilium operum valida. Ipsa Deo placita, et per doctrinam ejus digna, et praeteritorum scientia et futurorum cognitione perfecta. 10. Haec timentis Deum uxor totis domus suae lateribus diffusa, fecundae vitis modo, se per omnia operum nostrorum latera extendit. Domum autem non ambigitur hoc animae nostrae esse domicilium, quod sibi unusquisque, per timorem Dei et vias eius ineundo, ad habitationem Sapientiae emundat. (Sup. ps. CXXVII,9-10)
Cassiodoro: Simili modo intellectus ad litteram et hic quoque vitandus est. Nam cum plures sanctissimos viros uxores et filios perspicias non habere, et iterum sceleratos haec omnia possidere, quomodo in istam partem beatitudinis applicabis, quae subtracta plerumque bonis, et iniquis potius attributa cognoscis? Uxor enim dicta est, quasi ut soror. Quapropter uxorem hic beati viri sapientiam debemus accipere, sicut Salomon dicit: Qui voluerit sapientiam ducere sibi sponsam [Sap. VIII, 2]; et alibi: Ama illam, et amplexabitur te; et circumda illam, et servabit te [Prov. IV, 6]. Ipsa ergo uxor est iustorum, quae casto amplexu complectitur maritum. Vitis vero mater est uvarum, quae dulcia vina profundens, corda nostra recreat: sic et ista uxor, id est sapientia, fructus inferens iucundos, suavi nos delectatione laetificat. Domus autem nostra recte dicitur propria cogitatio, quando in eadem defixi, quasi in quibusdam aedibus commoramur. Istius autem domus parietes, duo sunt testamenta, in quibus mens sancta velut quibusdam lateribus firmata solidatur.
Prospero: Il mistero dell'unione tra Cristo e la Chiesa è espresso da molti simboli, tra i quali quello del matrimonio. Chiunque si lega a Cristo, partecipa della fecondità della sua sposa, la Chiesa.
Cum multi sanctorum non habuerint coniugia, neque filios, quomodo accipientur huius benedictionis fuisse participes, nisi harum affectionum societas in totius Ecclesiae corpore intelligatur, per illud scilicet spiritale coniugium, quo viro suo Christo, id est, sponso sponsa connectetur? Sacramentum vero istius copulae multis nominibus significatur, ut qui adhaerent capiti, nunc membra eius, nunc mater et fratres, nunc uxor et filii, nunc templum et vinea nuncupentur: dum per has necessitudinum species illa individua unitas fidei, et spei, et charitatis ostenditur; et quidquid Christo subiungitur, sibi quoque invicem colligatur, ut totius domus latera fecundae vitis abundantia vestiantur. (Expositio Psalmorum a C usque ad CL - Ps. CXXVII)

Progetto di Dio è il mistero dell'unità, che si svela al sapiente e dà fecondità alla vita.


giovedì 17 settembre 2015

XXVI domenica del tempo ordinario, anno B: Salmo 19,14a

Ruminare i Salmi - Salmo 19 (Vulgata / liturgia 18),14a:

CEI Anche dall’orgoglio salva il tuo servo
perché su di me non abbia potere.
TILC Difendi il tuo servo dall'orgoglio:
su di me non abbia presa.
NV et a superbia custodi servum tuum, 
ne dominetur mei.
V et ab alienis parce servo tuo.
Si mei non fuerint dominati, tunc immaculatus ero,
et emundabor a delicto maximo.

Giacomo 5,1-3 Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco.
Marco 9,42-48 Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.

Pietro Cantore: La superbia è il peccato massimo, in quanto ci separa da Dio.
... nihil adeo Deo displicet sicut cervix erecta post peccatum. Item idem: «Si mei non fuerint dominati, tunc immaculatus ero, et emundabor a delicto maximo», id est superbia. Nihil enim gravius est quam «apostatare a Deo» (Eccli X,14), quod facit superbia. (...) «Et emundabor a delicto maximo», id est a delicto superbiae, quod vere est maximum. Non enim est maius peccatum quam «apostatare a Deo», quod est vitium superbiae hominis et angeli. «Superbia vero est initium» et causa «omnis peccati» (Eccli X,15), id est omnis generis peccati, qua, qui caret, ille vero est immunis ab omni peccato. (Verbum Abbreviatum X, De Suggillatione Superbiae)
Bruno di Colonia: Quando gli disobbediamo, montiamo in superbia contro Dio e ci allontaniamo da lui.
Tunc immaculatus ero, id est innocens. Et tunc emundabor, id est mundus ero a delicto maximo, id est a superbia, quae delictum maximum recte dicitur eo quod per illam primum a Deo recedimus. Cum enim inobedientes sumus, contra Deum superbimus. (In ps. XVIII)
Tommaso d'Aquino: Praeterea, super illud Psalm. XVIII,14: emundabor a delicto maximo, dicit Glossa quod delictum maximum est superbia; qua qui caret, omni vitio caret. Ex quo videtur quod superbia sit vitium commune. Sed commune non dividitur contra proprium. Ergo non debet superbia poni vitium capitale condivisum ab aliis, sicut a quibusdam ponitur.
...
Ad decimumsextum dicendum, quod sicut dictum est, superbia dupliciter accipi potest. Uno modo secundum quod importat quamdam rebellionem ad legem Dei; et sic est universalis radix omnium peccatorum, ut Gregorius dicit, unde non enumerat eam inter vitia capitalia, sed inanem gloriam. Alio modo potest accipi superbia secundum quod est inordinatus appetitus cuiusdam excellentiae; et sic ponitur vitium capitale aliis condivisum. Et quia ad huiusmodi excellentiam maxime videtur pertinere humana gloria, ideo Gregorius loco huius superbiae specialis, inanem gloriam ponit. (De malo, q. 8 a. 1 arg. 16)

Il grande scandalo, cioè inciampo, è la superbia, usurpazione di una qualche ricchezza, che ha il potere di far marcire tra le nostre mani ogni buon dono di Dio.