venerdì 3 dicembre 2010

Testori e I Promessi Sposi, ovvero la fede come via di salvezza

Il teatro mette in scena se stesso. Mediante il ricorso al "teatro di teatro", Giovanni Testori offre la sua lettura del celebre capolavoro di Manzoni. Una compagnia teatrale mette in scena I Promessi Sposi, e la prova teatrale diviene prova non solo di quel testo, ma della vita. Perché il teatro è parola che si fa realtà, carne e vita, e perciò prova e verifica della parola scritta. La dinamica chiave individuata da Testori è quella del potere. È il gusto per il potere a mettere in moto, nella prepotenza di don Rodrigo, l'intera vicenda. Ma si tratta di un gusto opportunamente colto nella radice spirituale. Si tratta alla fine della ribellione stessa di Satana, che pretende di assoggettare Dio stesso alle proprie condizioni, mettendolo al proprio servizio. In questo senso il signorotto spagnolo del XVII secolo diviene icona dell'uomo "davvero moderno", vero innovatore nel quale si specchia un'epoca che nega Dio per affermare l'uomo. Anche l'Innominato viene colto (della sua conversione non si narra) nella fascinosa e mortifera vertigine di un laghetto che anela dilatarsi a dismisura fino a diventare, nell'offuscamento di una esaltazione distruttiva, mare. La medaglia dell'autoaffermazione illimitata presenta necessariamente un'altra faccia: l'oppressione (eventualmente la soppressione) dell'altro. La cosa risalta particolarmente evidente nel caso della monaca di Monza, personaggio al quale Testori dà grande risalto. La sua sventura è infatti determinata all'origine da un atto di potere dei suoi genitori, i quali per ragioni di convenienza sociale la costringono al convento. Ella è già "abusiva" (clandestina, diremmo oggi) nel grembo materno; e in tale condizione si manterrà per tutta la vita. Nascendo e vivendo sotto il segno di una forza che le si impone, grida contro la Provvidenza, reagendo come può ed entrando nell'illegalità. In fondo domanda solo di "essere se stessa". Ma anche questa strada – uno degli slogan indiscutibili, veri dogmi laici del nostro tempo, che Testori non manca di sbeffeggiare – è illusoria. Poché anche qui siamo alla fin fine di fronte a una autoaffermazione, sia pure perdente, a scapito dell'altro. No, la strada è un'altra, ed è quella rappresentata dalla popolana Lucia: la fede, che emerge come effettiva salvezza. In questo dramma di "domestica infinitezza", in questa peripezia di gente umile e di cose di casa, emerge con chiarezza l'anelito dello spirito umano al superamento del proprio limite; e albeggia un'aurora. Nella luce che comincia a rischiarare i luoghi della vita quotidiana si intravede la via vera all'autotrascendimento: non l'autoaffermazione, bensì l'affidamento di sé nelle mani di quel Dio che "abbassa i superbi ed esalta gli umili". Importante lettura di un grande testo.

23-28 Novembre 2010, teatro Metastasio (Prato), I Promessi Sposi Alla Prova, di Giovanni Testori; regia di Federico Tiezzi.

mercoledì 24 novembre 2010

28 novembre 2010 - I Domenica di avvento

Romani 13,11
E' ormai tempo di svegliarvi dal sonno.
ὥρα ἤδη ὑμᾶς ἐξ ὕπνου ἐγερθῆναι.

S. Tommaso (Super Epistolam B. Pauli ad Romanos lectura, cap. 13 lectio 3), distingue sei tipi di sonno:

1. la morte (1Ts 4,12)
2. il sonno in senso proprio (Gv 11,12)
3. la quiete dell'eterna gloria ("sonno di grazia", Sal 4,9)
4. la contemplazione (Ct 5,2)
5. il peccato (Ef 5,14; Sal 127,2)
6. la negligenza (spirituale, Pr 6,9; Sir 32,15 [CEI 32,11]; Is 21,5).

"Hora est iam nos de somno surgere". Quod quidem intelligendum est non de somno naturae, qui quandoque dicitur mors, secundum illud I Thess. IV, 12: nolumus vos ignorare de dormientibus, quandoque autem est quies animalium virtutum, secundum illud Io. XI, v. 12: si dormit, salvus erit. Nec enim intelligendum est de somno gratiae, qui quandoque dicitur quies aeternae gloriae, secundum illud Ps. IV, 9: in pace in idipsum, etc., quandoque autem est quies contemplationis etiam in hac vita. Cant. V, 2: ego dormio, et cor meum vigilat.
Sed intelligitur de somno culpae, secundum illud Eph. V, 14: exurge, qui dormis, et exurge a mortuis, etc., vel etiam negligentiae, secundum illud Prov. c. VI, 9: usquequo, piger, dormies? Tempus ergo est surgendi a somno culpae per poenitentiam Ps. CXXVI, 2: surgite, postquam sederitis, etc., a somno vero negligentiae per sollicitudinem bene operandi Is. XXI, 5: surgite, principes, accipite clypeum. Eccli. XXXII, 15: hora surgendi non te tristet.

lunedì 1 novembre 2010

7 novembre 2010 - XXXII domenica del tempo ordinario

2Tessalonicesi 2,16-17

Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.

16 Αὐτὸς δὲ ὁ κύριος ἡμῶν Ἰησοῦς Χριστὸς καὶ [ὁ] θεὸς ὁ πατὴρ ἡμῶν, ὁ ἀγαπήσας ἡμᾶς καὶ δοὺς παράκλησιν αἰωνίαν καὶ ἐλπίδα ἀγαθὴν ἐν χάριτι, 17 παρακαλέσαι ὑμῶν τὰς καρδίας καὶ στηρίξαι ἐν παντὶ ἔργῳ καὶ λόγῳ ἀγαθῷ.

Così S. Tommaso, nel suo commento all'epistolario paolino (Super II Thess., cap. 2 lectio 3):

Deinde cum dicit "itaque" etc., monet tenere veritatem, et primo ponit monitionem; secundo orationem, ibi "ipse autem Dominus" et cetera.
(...)
Deinde ponit orationem, ibi "ipse autem Dominus noster Iesus Christus" etc.; quasi dicat: sic moneo, sed nihil valet nisi adsit divinum auxilium. Et ideo ponit primo duplex Dei beneficium.
Primum est amor eius ad nos, quo alia nobis impendit; ideo dicit "dilexit nos".
Secundum est spiritualis consolatio, ibi "et dedit consolationem aeternam".
II Cor. I, v. 4: qui consolatur nos in omni tribulatione nostra.
Is. XL,1: consolamini, consolamini, popule meus, dicit Dominus Deus vester, et cetera.
Et dicit consolationem aeternam, scilicet contra omnia mala imminentia et futura. Et ideo expectamus spem bonam, id est, bonorum aeternorum infallibilitatem.
I Petr. I,3: qui secundum magnam misericordiam suam regeneravit nos in spem vivam.
Et hoc "in gratia", scilicet per quam speramus consequi vitam aeternam.
Rom. VI,23: gratia Dei vita aeterna.
Petit autem pro eis exhortationem, quae est monitio ducens animum ad volendum. Et hanc potest facere homo exterius; sed non esset efficax, nisi esset interius Spiritus Dei. Unde dicit "exhortetur corda vestra", id est, instiget.
Os. II,14: ducam eam in solitudinem, et loquar ad cor eius.
Item petit confirmationem, unde dicit "et confirmet".
Ps. LXVII,29: confirma hoc, Deus, quod operatus es in nobis.
Quasi dicat: exhortetur per gratiam, ut velimus, et confirmet ut efficaciter velimus. "Et hoc in omni opere bono et sermone". Praecedit opus sermonem, quia "coepit Iesus facere et docere", Act. I,1.

Si tratta di una preghiera volta a chiedere quello che sopra era oggetto dell'ammonimento dell'apostolo, ovverosia attenersi saldamente alla verità. La preghiera si fonda sulla consapevolezza del duplice dono di Dio ("grazia"), che è il suo amore e la consolazione/esortazione dello Spirito Santo. Egli fa sì che l'insegnamento proveniente dall'esterno (in questo caso dall'apostolo) porti effettivamente a volere quanto è richiesto, e a realizzarlo con fortezza nonostante ogni contrarietà nella forma di "ogni buona opera e parola". L'opera precede la parola. Come Gesù: prima fare, poi insegnare!

sabato 30 ottobre 2010

Stabile come il cielo

E' appena uscito presso le Edizioni Dehoniane Bologna "Stabile come il cielo. Commento all'Antico Testamento della liturgia festiva. Anni A B C", 264 pp., che raccoglie i miei commenti alla prima lettura del ciclo festivo.
IV di copertina:
Nel commento, orale o scritto, alla liturgia festiva, la prima lettura risulta spesso trascurata: va perduto un tesoro. «La fede cristiana nasce dall'interazione di questi due poli: l'esperienza degli Apostoli e la Scrittura ebraica. Questa ha permesso di cogliere la portata della Pasqua di Gesù, e si è a sua volta illuminata di senso nuovo proprio nel confronto, anche duro, con quella. I due poli vanno tenuti insieme, nella consapevolezza che la vicenda di Gesù si spiega nel confronto con l'Antico Testamento e che questo prende il suo senso ultimo solo alla luce di quella» (dall'Introduzione).
Il volume commenta i brani dell'Antico Testamento, che costituiscono la prima lettura del ciclo triennale delle domeniche ABC e delle feste. Spesso si tratta dei brani veterotestamentari in assoluto più importanti e significativi: attraverso crisi grandi e piccole, l'Antico Testamento proclamato nella liturgia festiva presenta il cammino della promessa di Dio che, in lotta per liberare l'uomo dagli idoli, 'preme' per stringere un'alleanza finalmente piena.

domenica 24 ottobre 2010

31 ottobre 2010 - XXXI domenica del tempo ordinario

2Tessalonicesi 2,1-2

Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente (o: imminente).

1 Ἐρωτῶμεν δὲ ὑμᾶς, ἀδελφοί, ὑπὲρ τῆς παρουσίας τοῦ κυρίου ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ καὶ ἡμῶν ἐπισυναγωγῆς ἐπ' αὐτόν, 2 εἰς τὸ μὴ ταχέως σαλευθῆναι ὑμᾶς ἀπὸ τοῦ νοὸς μηδὲ θροεῖσθαι μήτε διὰ πνεύματος μήτε διὰ λόγου μήτε δι' ἐπιστολῆς ὡς δι' ἡμῶν, ὡς ὅτι ἐνέστηκεν ἡ ἡμέρα τοῦ κυρίου.

L'operetta di S. Tommaso Contra impugnantes Dei cultum et religionem (Contro coloro che combattono il culto di Dio e la vita religiosa) ci riporta a una pagina poco nota della storia della Chiesa, a uno scontro che - negli anni 1250-60 - oppose dell’Università di Parigi gli insegnanti tradizionalmente provenienti dal clero secolare ai nuovi, provenienti dai nuovi ordini mendicanti. I vecchi maestri volevano che ai nuovi fosse precluso l'insegnamento, vedendovi una deviazione della vita religiosa, che fino a quel momento aveva assunto la sola forma monastica. Circolava un libretto De periculis novissimorum temporum (I pericoli degli ultimi tempi, opera di Guglielmo di Sant’Amore), dove si contestava la nuova forma di vita religiosa e si sosteneva in particolare che i frati non dovevano predicare, insegnare né fare attività apostolica. Si arrivava a riconoscere in loro quei falsi maestri che sarebbero stati segno dell'imminente avvento dell'anticristo e della fine dei tempi.
S. Tommaso risponde con questa operetta, che nella sua V parte, al capo 5, esamina la questione se i tempi dell'anticristo - e della fine - siano imminenti.

Quod autem non longe sint tempora novissima, ex hoc probare volunt quod apostolus dicit, I Cor. X,11: nos sumus in quos fines saeculorum devenerunt; et I Ioan. II,18: filioli, novissima hora est; et Hebr. X,37: qui venturus est veniet, et non tardabit; et Iac. V,9: ecce iudex ante ianuam assistit. Ex quibus omnibus habere volunt, quod cum a temporibus apostolorum, quando haec dicebantur, iam tantum temporis sit elapsum, quod nunc prope immineat tempus Antichristi. Quae quidem verba si sic intelligant ut tempus Antichristi propinquum esse denuntient, eo modo loquendi quo temporis quantuncumque spatium in sacra Scriptura breve solet accipi in comparatione aeternitatis, secundum quem modum dicitur I Cor. VII,29: tempus breve est; in nullo reprehensibiles inveniuntur. Sed tamen haec eorum assertio ad suam sententiam confirmandam efficaciam non habebit; quia videlicet volunt astruere quod nunc sunt cavenda illa pericula quae propinquissimis temporibus Antichristi praedicuntur futura, et quod per religiosos qui nunc sunt, evenient; de quibus inquiri volunt a praelatis. Si autem ex his verbis aliquod diffinitum tempus significari volunt, utpote quod Antichristus veniet intra septem annos, aut centum, aut mille; inveniuntur praesumptuosissimi multis auctoritatibus convicti. Dominus enim Act. I,7, quaerentibus discipulis de hoc ipso, respondit: non est vestrum nosse tempora vel momenta quae pater posuit in sua potestate; ex quo argumentatur Augustinus in epistola ad Hesychium, quod si non est eorum nosse, multo minus aliorum. Et Matth. XXIV,36: de die autem illa et hora nemo scit, neque Angeli caelorum. Et hoc idem habetur Marc. XIII,32, et II Thess. II, 2: non moveamini a vestro sensu quasi instet dies domini. Et Augustinus ad Hesychium loquens: dixisti: Evangelium dicit, de die et hora nemo scit. Ego autem, inquit, pro possibilitate intellectus mei dico, neque mensem neque annum adventus ipsius sciri posse. Ita enim hoc videtur sonare tanquam non possit sciri quo anno venturus sit, sed posset sciri qua hebdomade annorum, vel qua decade; et infra: quod si ne hoc quidem comprehendi potest, quaero utrum sic saltem possit diffiniri tempus adventus eius, ut eum venturum dicamus infra istos, verbi gratia, vel quinquaginta, vel centum annos, vel quotlibet seu maioris numeri seu minoris annorum; et infra: si autem nec hoc te comprehendisse praesumis, hoc sentis quod ego. In primitiva etiam Ecclesia, ut Hieronymus narrat in Lib. de illustribus viris, et Eusebius in ecclesiastica historia, quorundam doctrina est reprobata, propter hoc quod adventum domini instare dicebant, sicut et isti nunc dicere videntur. Non ergo potest quantumlibet spatium determinari, parvum vel magnum tempus, quo finis mundi, in quo Christus et Antichristus expectantur, expectetur. Et propter hoc dicitur I Thess. V, 2, quod dies domini sicut fur veniet: et Matth. XXIV, 38: sicut in diebus Noe non cognoverunt donec venit diluvium, et tulit omnes; ita erit adventus filii hominis. Unde etiam Augustinus in epistola ad Hesychium proponit tres adventum domini expectantes: quorum unus citius, alter tardius dominum putat esse venturum; tertius suam de hoc ignorantiam confitetur: et hunc magis commendat, primum vero magis increpat.

La risposta di Tommaso, che segue Agostino, è chiara: se esistono passi del Nuovo Testamento che parlano di fine imminente, ne esistono altri (tra i quali il nostro) che affermano chiaramente l'impossibilità di individuare anticipatamente il momento del ritorno di Cristo. E ciò valga anche oggi. Il capitolo continua passando in rassegna e discutendo otto segni dell'avvento dell'anticristo.

martedì 19 ottobre 2010

24 ottobre 2010 - XXX domenica del tempo ordinario

2Timoteo 4,7-8

7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. 8 Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.

7 τὸν καλὸν ἀγῶνα ἠγώνισμαι, τὸν δρόμον τετέλεκα, τὴν πίστιν τετήρηκα: 8 λοιπὸν ἀπόκειταί μοι ὁ τῆς δικαιοσύνης στέφανος, ὃν ἀποδώσει μοι ὁ κύριος ἐν ἐκείνῃ τῇ ἡμέρᾳ, ὁ δίκαιος κριτής, οὐ μόνον δὲ ἐμοὶ ἀλλὰ καὶ πᾶσι τοῖς ἠγαπηκόσι τὴν ἐπιφάνειαν αὐτοῦ.

Alla sua spiegazione dei 10 comandamenti, S. Tommaso premette una breve trattazione sulla legge evangelica, la carità, che reca con sé quattro beni: 1. produce la vita nell'anima 2. produce l'osservanza dei comandamenti di Dio 3. difende contro le insidie 4. conduce alla beatitudine. A proposito di quest'ultimo punto si cita il nostro testo:

Quartum vero est quod ad felicitatem perducit. Solum enim caritatem habentibus aeterna beatitudo promittitur. Omnia enim absque caritate insufficientia sunt. II Tim. IV, 8: "in reliquo reposita est mihi corona iustitiae, quam reddet mihi in illa die iustus iudex: non solum autem mihi, sed et his qui diligunt adventum eius". Et sciendum, quod solum secundum differentiam caritatis est differentia beatitudinis et non secundum aliquam aliam virtutem. Multi enim magis abstinentes fuerunt quam apostoli; sed ipsi in beatitudine omnes alios excellunt propter excellentiam caritatis: ipsi enim fuerunt primitias spiritus habentes, sicut dicit apostolus, Rom. VIII. Unde differentia beatitudinis est ex differentia caritatis. (Collationes in decem praeceptis, prooemium)

Dove si noti che la traduzione CEI è alquanto fuorviante: "a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione". Sarebbe meglio rimanere più letterali: "che hanno amato la sua manifestazione" (Vulgata: qui diligunt adventum eius). Tommaso cita il passo di 2Tim proprio a proposito della carità, che è qui precisamente amore alla epifania di Cristo. La santità, e la relativa beatitudine, dipende dalla qualità di tale amore.
Nella Summa Theologiae (Iª-IIae q. 114 a. 3) Tommaso si domanda se meritiamo la vita eterna ex condigno, cioè per giustizia, con una ricompensa adeguata al merito, oppure ex congruo, per grazia, con una ricompensa di molto eccedente rispetto al merito. A sostegno della prima tesi sta il nostro passo:

Sed contra, id quod redditur secundum iustum iudicium, videtur esse merces condigna. Sed vita aeterna redditur a Deo secundum iudicium iustitiae; secundum illud II ad Tim. IV, in reliquo reposita est mihi corona iustitiae, quam reddet mihi dominus in illa die, iustus iudex. Ergo homo meretur vitam aeternam ex condigno.

Risposta: dal punto di vista dell'azione umana c'è una enorme sproporzione tra merito e ricompensa, che dunque è retribuito de congruo. Dal punto di vista dell'azione dello Spirito Santo tra merito e ricompensa c'è proporzione, in quanto entrambi sono opera dello stesso Spirito. E' dunque retribuito de condigno.

Respondeo dicendum quod opus meritorium hominis dupliciter considerari potest, uno modo, secundum quod procedit ex libero arbitrio; alio modo, secundum quod procedit ex gratia Spiritus Sancti.
* Si consideretur secundum substantiam operis, et secundum quod procedit ex libero arbitrio, sic non potest ibi esse condignitas, propter maximam inaequalitatem. Sed est ibi congruitas, propter quandam aequalitatem proportionis, videtur enim congruum ut homini operanti secundum suam virtutem, Deus recompenset secundum excellentiam suae virtutis.
* Si autem loquamur de opere meritorio secundum quod procedit ex gratia Spiritus Sancti, sic est meritorium vitae aeternae ex condigno. Sic enim valor meriti attenditur secundum virtutem spiritus sancti moventis nos in vitam aeternam; secundum illud Ioan. IV, fiet in eo fons aquae salientis in vitam aeternam. Attenditur etiam pretium operis secundum dignitatem gratiae, per quam homo, consors factus divinae naturae, adoptatur in filium Dei, cui debetur hereditas ex ipso iure adoptionis, secundum illud Rom. VIII, si filii, et heredes.

mercoledì 13 ottobre 2010

17 ottobre 2010 - XXIX domenica del tempo ordinario

2Timoteo 3,16-17

16 Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, 17 perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

16 πᾶσα γραφὴ θεόπνευστος καὶ ὠφέλιμος πρὸς διδασκαλίαν, πρὸς ἐλεγμόν, πρὸς ἐπανόρθωσιν, πρὸς παιδείαν τὴν ἐν δικαιοσύνῃ, 17 ἵνα ἄρτιος ᾖ ὁ τοῦ θεοῦ ἄνθρωπος, πρὸς πᾶν ἔργον ἀγαθὸν ἐξηρτισμένος.

E' veramente fondamentale che ogni cristiano legga la S. Scrittura, e in primo luogo i Vangeli. Le strade sono tre.

1. Si prende come riferimento le letture della liturgia domenicale (tutte oppure una sola) con due momenti settimanali: uno per riprendere la liturgia della domenica precedente e uno per prepararsi a quella della domenica seguente.

2. Si prende come riferimento la liturgia di ogni giorno (feriale o festiva, tutta oppure una sola lettura).

3. Si legge in modo continuo un libro biblico, dall'inizio alla fine, un passo al giorno, anche pochi versetti (non è necessario, anzi è sconsigliabile, seguire l'ordine biblico).
Qualunque strada si segua, si dovrebbe ogni giorno tenere in mente e ruminare un versetto della S. Scrittura tratto dal brano in meditazione (potrebbe essere anche il responsorio del salmo responsoriale), in modo da nutrire il cuore della Parola di Dio.

venerdì 1 ottobre 2010

S. Teresa di Gesù Bambino, ufficio delle letture: seconda lettura

« Être ton épouse, ô Jésus, être carmélite, être par mon union avec toi la mère des âmes, cela devrait me suffire… il n’en est pas ainsi… Sans doute, ces trois privilèges sont bien ma vocation, Carmélite, Épouse et Mère, cependant je sens en moi d’autres vocations, je me sens la vocation de GUERRIER, de PRÊTRE, d’APÔTRE, de DOCTEUR, de MARTYR ; enfin, je sens le besoin, le désir d’accomplir pour toi Jésus toutes les œuvres les plus héroïques… Je sens en mon âme le courage d’un Croisé, d’un Zouave Pontifical, je voudrais mourir sur un champ de bataille pour la défense de l’Eglise… Je sens en moi la vocation de PRETRE ; avec quel amour, ô Jésus, je te porterais dans mes mains lorsque, à ma voix, tu descendrais du Ciel… Avec quel amour je te donnerais aux âmes !… Mais hélas ! tout en désirant d’être Prêtre, j’admire et j’envie l’humilité de Saint François d’Assise et je me sens la vocation de l’imiter en refusant la sublime dignité du Sacerdoce. O Jésus ! mon amour, ma vie… comment allier ces contrastes ? Comment réaliser les désirs de ma pauvre petite âme ?… Ah ! malgré ma petitesse, je voudrais éclairer les âmes comme les Prophètes, les Docteurs, j’ai la vocation d’être Apôtre… je voudrais parcourir la terre, prêcher ton nom et planter sur le sol infidèle ta Croix glorieuse, mais, ô mon Bien-Aimé, une seule mission ne me suffirait pas, je voudrais en même temps annoncer l’Evangile dans les cinq parties du monde et jusque dans les îles les plus reculées… Je voudrais être missionnaire non seulement pendant quelques années, mais je voudrais l’avoir été depuis la création du monde et l’être jusqu’à la consommation des siècles… Mais je voudrais par-dessus tout, ô mon Bien-Aimé Sauveur, je voudrais verser mon sang pour toi jusqu’à la dernière goutte… Le Martyre, voilà le rêve de ma jeunesse, ce rêve il a grandi avec moi sous les cloîtres du Carmel… Mais là encore, je sens que mon rêve est une folie, car je ne saurais me borner à désirer un genre de martyre… Pour me satisfaire, il me les faudrait tous… Comme toi, mon époux Adoré, je voudrais être flagellée et crucifiée… Je voudrais mourir dépouillée comme Saint Barthélémy… Comme Saint Jean, je voudrais être plongée dans l’huile bouillante, je voudrais subir tous les supplices infligés aux martyrs… Avec Sainte Agnès et Sainte Cécile, je voudrais présenter mon cou au glaive et comme Jeanne d’Arc, ma sœur chérie, je voudrais sur le bûcher murmurer ton nom, ô JÉSUS… En songeant aux tourments qui seront le partage des chrétiens au temps de l’Antéchrist, je sens mon cœur tressaillir et je voudrais que ces tourments me soient réservés… Jésus, Jésus, si je voulais écrire tous mes désirs, il me faudrait emprunter ton livre de vie, là sont rapportées les actions de tous les Saints et ces actions, je voudrais les avoir accomplies pour toi… O mon Jésus ! à toutes mes folies que vas-tu répondre ?… Y a-t-il une âme plus petite, plus impuissante que la mienne !… Cependant à cause même de ma faiblesse, tu t’es plu, Seigneur, à combler mes petits désirs enfantins, et tu veux aujourd’hui, combler d’autres désirs plus grands que l’univers… A l’oraison mes désirs me faisant souffrir un véritable martyre, j’ouvris les épîtres de Saint Paul afin de chercher quelque réponse. Les chapitres XII et XIII de la première épître aux Corinthiens me tombèrent sous les yeux… J’y lus, dans le premier, que tous ne peuvent être apôtres, prophètes, docteurs, etc… que l’Eglise est composée de différents membres et que l’œil ne saurait être en même temps la main… La réponse était claire mais ne comblait pas mes désirs, elle ne me donnait pas la paix… Comme Madeleine se baissant toujours auprès du tombeau vide finit par trouver ce qu’elle cherchait, ainsi, m’abaissant jusque dans les profondeurs de mon néant je m’élevai si haut que je pus atteindre mon but. Sans me décourager je continuai ma lecture et cette phrase me soulagea : »Recherchez avec ardeur les DONS les PLUS PARFAITS, mais je vais encore vous montrer une voie plus excellente.« Et l’Apôtre explique comment tous les dons les plus PARFAITS ne sont rien sans l’AMOUR… Que la Charité est la VOIE EXCELLENTE qui conduit sûrement à Dieu. Enfin j’avais trouvé le repos… Considérant le corps mystique de l’Eglise, je ne m’étais reconnue dans aucun des membres décrits par Saint Paul, ou plutôt je voulais me reconnaître en tous… La Charité me donna la clef de ma vocation. Je compris que si l’Eglise avait un corps, composé de différents membres, le plus nécessaire, le plus noble de tous ne lui manquait pas, je compris que l’Église avait un Cœur, et que ce Cœur était BRULANT d’AMOUR. Je compris que l’Amour seul faisait agir les membres de l’Eglise, que si l’Amour venait à s’éteindre, les Apôtres n’annonceraient plus l’Evangile, les Martyrs refuseraient de verser leur sang… Je compris que l’AMOUR RENFERMAIT TOUTES LES VOCATIONS, QUE L’AMOUR ETAIT TOUT, QU’IL EMBRASSAIT TOUS LES TEMPS ET TOUS LES LIEUX … EN UN MOT, QU’IL EST ETERNEL ! … Alors, dans l’excès de ma joie délirante, je me suis écriée : O Jésus, mon Amour… ma vocation, enfin je l’ai trouvée, MA VOCATION, C’EST L’AMOUR !… Oui j’ai trouvé ma place dans l’Eglise et cette place, ô mon Dieu, c’est vous qui me l’avez donnée… dans le Cœur de l’Eglise, ma Mère, je serai l’AMOUR… ainsi je serai tout… ainsi mon rêve sera réalisé !… Pourquoi parler d’une joie délirante ? non, cette expression n’est pas juste, c’est plutôt la paix calme et sereine du navigateur apercevant le phare qui doit le conduire au port… O Phare lumineux de l’amour, je sais comment arriver jusqu’à toi, j’ai trouvé le secret de m’approprier ta flamme. Je ne suis qu’une enfant, impuissante et faible, cependant c’est ma faiblesse même qui me donne l’audace de m’offrir en Victime à ton Amour, ô Jésus ! Autrefois les hosties pures et sans taches étaient seules agréées par le Dieu Fort et Puissant. Pour satisfaire la justice Divine, il fallait des victimes parfaites, mais à la loi de crainte a succédé la loi d’Amour, et l’Amour m’a choisie pour holocauste, moi, faible et imparfaite créature… Ce choix n’est-il pas digne de l’Amour ? Oui, pour que l’Amour soit pleinement satisfait, il faut qu’il s’abaisse, qu’il s’abaisse jusqu’au néant et qu’il transforme en feu ce néant… » (Ms B, 2v-3v)

martedì 28 settembre 2010

3 ottobre 2010 - XXVII domenica del tempo ordinario

2Timoteo 1,6-8

Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.

6 δι'ἣν αἰτίαν ἀναμιμνῄσκω σε ἀναζωπυρεῖν τὸ χάρισμα τοῦ θεοῦ, ὅ ἐστιν ἐν σοὶ διὰ τῆς ἐπιθέσεως τῶν χειρῶν μου: 7 οὐ γὰρ ἔδωκεν ἡμῖν ὁ θεὸς πνεῦμα δειλίας, ἀλλὰ δυνάμεως καὶ ἀγάπης καὶ σωφρονισμοῦ.
8 μὴ οὖν ἐπαισχυνθῇς τὸ μαρτύριον τοῦ κυρίου ἡμῶν μηδὲ ἐμὲ τὸν δέσμιον αὐτοῦ, ἀλλὰ συγκακοπάθησον τῷ εὐαγγελίῳ κατὰ δύναμιν θεοῦ.

Ecco il commento di S. Tommaso (Super II Tim., caput 1 lectio 3):

Gratia Dei est sicut ignis qui quando obtegitur cinere, non lucet: sic gratia obtegitur in homine per torporem, vel humanum timorem. Unde et Timotheus effectus pusillanimis, torpuerat circa praedicationem. Et ideo dicit ut resuscites gratiam sopitam. I Thess. V, 19: spiritum nolite extinguere.
Et addit "quae est in te per impositionem manuum mearum", a quo scilicet ordinatus erat episcopus. In qua manus impositione data est ei gratia spiritus sancti. Deinde cum dicit "non enim", ponitur ratio monitionis, et sumitur ex conditione divinorum munerum. Qui enim accipit munus, debet operari secundum congruentiam muneris; ergo secundum conditionem divinorum munerum debemus Deo servire. Est autem duplex spiritus, huius mundi, et Dei. Et horum distinctio est: spiritus enim significat amorem, quia nomen spiritus impulsionem importat, et amor impellit. Duplex autem est amor, scilicet Dei, et hic est per spiritum Dei, et amor mundi, et hic est per spiritum mundi. I Cor. II, 12: non enim accepimus spiritum huius mundi, et cetera. Spiritus autem mundi facit amare bona mundi, et timere mala temporalia; et ideo dicit non enim dedit nobis Deus spiritum timoris, scilicet mundani, quia hunc Deus aufert a nobis. Matth. X, 28: nolite timere eos, qui occidunt corpus, et cetera. Est alius spiritus timoris domini et sanctus, et iste facit, ut timeatur Deus; hic autem est sine poena et sine offensa, et hic est a Deo. Matth. X, 28: timete eum, qui potest et animam et corpus perdere in Gehennam.
Et addit "sed virtutis", quia per spiritum sanctum dirigimur in malis, et hoc per virtutem, scilicet fortitudinis contra adversa mundi. Lc. c. ult.: sedete in civitate donec induamini virtute ex alto. Item dirigimur in bonis, quia quantum ad affectionem ordinamur per dilectionem charitatis, dum quis omnia quae diligit, refert in Deum. Unde dicit et dilectionis. I Io. III, 14: qui non diligit, manet in morte. Item quantum ad bona exteriora; et ideo dicit et sobrietatis, id est, omnis temperantiae, servando debitum modum et mensuram ut scilicet temperate utamur bonis mundi. Tit. II, 12: sobrie et iuste et pie vivamus in hoc saeculo. I Tim. c. III, 2: oportet episcopum esse irreprehensibilem, unius uxoris virum, sobrium.
Deinde cum dicit "noli", specificat usum gratiae; et primo excludit contraria huic usui; secundo hortatur ad usum gratiae, ibi "sed collabora". A solita autem praedicatione poterat impediri propter duo. Primo per erubescentiam, secundo ex poena apostoli, quam patiebatur propter Evangelium. Et ideo, quantum ad primum, dicit "noli itaque", scilicet ex quo habes spiritum fortitudinis, "erubescere", et cetera. Praedicatio enim Christi, si referatur ad sapientiam mundi, videbatur stulta, unde erubescentiam habere videbatur. I Cor. I, 23: nos praedicamus Christum crucifixum, Iudaeis quidem scandalum, gentibus autem stultitiam. Rom. I, 16: non enim erubesco Evangelium. Lc. IX, 26: qui me erubuerit et meos sermones, hunc filius hominis erubescet. Quantum ad secundum sciendum est, quod si latro videt aliquem suspensum, erubescit se confiteri socium eius. Sic quia apostolus erat vinctus, poterat eum Timotheus erubescere; et ideo dicit neque me vinctum eius. Eph. VI, v. 20: pro quo legatione fungor in catena. Eccli. IV, 27: ne reverearis proximum tuum in casu suo.

In sintesi: l'azione della grazia di Dio è ostacolata dal timore umano, che a sua volta nasce dal lasciarsi guidare dallo "spirito del mondo", ossia dall'amore per i beni del mondo, con il relativo timore di perderli. Nel caso specifico, ciò che può (e non deve) impedire la manifestazione dell'opera dello Spirito è la vergogna e la paura: vergogna di fronte alle varie sapienze umane, che ridicolizzano la sapienza evangelica; paura di finire perseguitato, come S. Paolo.

giovedì 23 settembre 2010

26 settembre 2010 - XXVI domenica del tempo ordinario

1Timoteo 6,16:
il solo che possiede l'immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen.

ὁ μόνος ἔχων ἀθανασίαν, φῶς οἰκῶν ἀπρόσιτον, ὃν εἶδεν οὐδεὶς ἀνθρώπων οὐδὲ ἰδεῖν δύναται: ᾧ τιμὴ καὶ κράτος αἰώνιον: ἀμήν.

A commento, S. Tommaso, In 'De divinis nominibus', caput I lectio I:

Ex iam dictis, principalem conclusionem infert cum subdit: "de hac igitur, sicut dictum est, supersubstantiali et occulta deitate, non est audendum dicere neque cogitare aliquid praeter illa quae divinitus nobis ex sanctis eloquiis sunt expressa"; quod est supra expositum. Deinde, cum subdit: "etenim sicut ipsa" et cetera, quod supra rationibus ostendebatur, ostendit auctoritate, cum dicit quod: "ipsa", deitas, de seipsa in sacris eloquiis tradidit, sicut decet bonam", idest bonitatem eius, ut veritatem, scilicet, de seipsa tradat; hoc inquam, "tradidit, quod omnibus existentibus scientia et contemplatio ipsius est invia", idest nullus ad eam accedere potest, non quidem qualicumque scientia vel contemplatione, sed qua quod quid est scitur vel contemplatur de ea quod quid est; quae quidem est scientia comprehensiva substantiae ipsius. Et haec "quidem scientia" vel contemplatio ea ratione est invia, quia "est ab omnibus segregata supersubstantialiter", idest secundum supersubstantialem deitatis excessum. Ei enim soli competit de se cognoscere quod quid est. Et hoc praecipue videtur sumptum ex hoc quod dicitur Exod. 33: "non videbit me homo et vivet" et I Tim. 6: "lucem inhabitat inaccessibilem, quem nullus hominum vidit sed nec videre potest".
"Et multos theologorum invenies laudavisse ipsum non solum sicut invisibilem et incomprehensibilem, sed etiam sicut inscrutabilem et non investigabilem", secundum illud Iob II: forsitan vestigia Dei comprehendes et Rom. II: quam incomprehensibilia sunt iudicia eius et investigabiles viae eius.

Tommaso commento l'opera dello Ps. Dionigi "I Nomi di Dio" (1,2). Nella S. Scrittura Dio ha voluto parlare di se stesso: dobbiamo pertanto attenerci ai Nomi che egli stesso ha rivelato. Pur tuttavia nemmeno essi danno una conoscenza che ci faccia "comprendere" (afferrare, padroneggiare, abbracciare) la "sostanza" (l'essere) di Dio, il che può fare solo egli stesso. Tale conoscenza rimane preclusa in quanto "sovrasostanziale": il suo modo di essere è diverso da quello di tutto quanto ha l'essere. Egli abita una luce inaccessibile, che tale rimarrà sempre.

venerdì 17 settembre 2010

19 settembre 2010 - XXV domenica del tempo ordinario

1Timoteo 2,4
Il quale (Dio) vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità.
ὃς πάντας ἀνθρώπους θέλει σωθῆναι καὶ εἰς ἐπίγνωσιν ἀληθείας ἐλθεῖν.

Ancora la Summa Contra Gentiles (III,159) per commentare la famosa espressione. Tommaso risponde all'obiezione: "se non si può tendere a Dio senza la grazia, non si ha colpa se non lo si fa" (n. 1). Risposta: il libero arbitrio può negarsi alla grazia, che di per sé è data a tutti. Dio vuole la salvezza di tutti: sono privati della grazia solo quelli che le oppongono ostacolo (n. 2).

Quod rationabiliter homini imputatur si ad Deum non convertatur, quamvis hoc sine gratia non possit.
1. Cum autem, sicut ex praemissis habetur, in finem ultimum aliquis dirigi non possit nisi auxilio divinae gratiae; sine qua etiam nullus potest habere ea quae sunt necessaria ad tendendum in ultimum finem, sicut est fides, spes, dilectio, et perseverantia: potest alicui videri quod non sit homini imputandum si praedictis careat; praecipue cum auxilium divinae gratiae mereri non possit, nec ad Deum converti nisi Deus eum convertat; nulli enim imputatur quod ab alio dependet. Quod si hoc concedatur, plura inconvenientia consequi manifestum est. Sequetur enim quod ille qui fidem non habet, nec spem, nec dilectionem Dei, nec perseverantiam in bono, non sit poena dignus: cum expresse dicatur, Jn 3,36: qui incredulus est filio, non videbit vitam, sed ira Dei manet super eum. Et cum nullus ad beatitudinis finem sine praemissis perveniat, sequetur ulterius quod aliqui homines sint qui nec beatitudinem consequantur, nec poenam patiantur a Deo. Cuius contrarium ostenditur ex eo quod dicitur Mt 25, quod omnibus in divino iudicio existentibus dicetur, venite, possidete paratum vobis regnum; vel, discedite in ignem aeternum.
2. Ad huius dubitationis solutionem considerandum est quod, licet aliquis per motum liberi arbitrii divinam gratiam nec promereri nec advocari possit, potest tamen seipsum impedire ne eam recipiat: dicitur enim de quibusdam, Jb 21,14, dixerunt Deo: recede a nobis, scientiam viarum tuarum nolumus; et Jb 24,13, ipsi fuerunt rebelles lumini. Et cum hoc sit in potestate liberi arbitrii, impedire divinae gratiae receptionem vel non impedire, non immerito in culpam imputatur ei qui impedimentum praestat gratiae receptioni. Deus enim, quantum in se est, paratus est omnibus gratiam dare, vult enim omnes homines salvos fieri, et ad cognitionem veritatis venire, ut dicitur 1Tm 2,4: sed illi soli gratia privantur qui in seipsis gratiae impedimentum praestant; sicut, sole mundum illuminante, in culpam imputatur ei qui oculos claudit, si ex hoc aliquod malum sequatur, licet videre non possit nisi lumine solis praeveniatur.

venerdì 27 agosto 2010

29 agosto 2010 - XXII domenica del tempo ordinario

Ebrei 12,18-19.22-24

18 Voi infatti non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, 19 né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola.
22 Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all'adunanza festosa 23 e all'assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, 24 a Gesù, mediatore dell'alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele.

18 Οὐ γὰρ προσεληλύθατε ψηλαφωμένῳ καὶ κεκαυμένῳ πυρὶ καὶ γνόφῳ καὶ ζόφῳ καὶ θυέλλῃ
19 καὶ σάλπιγγος ἤχῳ καὶ φωνῇ ῥημάτων, ἧς οἱ ἀκούσαντες παρῃτήσαντο μὴ προστεθῆναι αὐτοῖς λόγον:
[20 οὐκ ἔφερον γὰρ τὸ διαστελλόμενον, Κἂν θηρίον θίγῃ τοῦ ὄρους, λιθοβοληθήσεται: 21 καί, οὕτω φοβερὸν ἦν τὸ φανταζόμενον, Μωϋσῆς εἶπεν, Ἔκφοβός εἰμι καὶ ἔντρομος.]
22 ἀλλὰ προσεληλύθατε Σιὼν ὄρει καὶ πόλει θεοῦ ζῶντος, Ἰερουσαλὴμ ἐπουρανίῳ, καὶ μυριάσιν ἀγγέλων, πανηγύρει 23 καὶ ἐκκλησίᾳ πρωτοτόκων ἀπογεγραμμένων ἐν οὐρανοῖς, καὶ κριτῇ θεῷ πάντων, καὶ πνεύμασι δικαίων τετελειωμένων, 24 καὶ διαθήκης νέας μεσίτῃ Ἰησοῦ, καὶ αἵματι ῥαντισμοῦ κρεῖττον λαλοῦντι παρὰ τὸν Αβελ.

A commento riporto il c. 116 del libro III della Summa Contra Gentiles di S. Tommaso, il quale spiega come la legge antica (l'Antico Testamento) sia legge di timore, la nuova di amore. La volontà infatti aderisce a qualcosa per timore o per amore. Ma quando aderisce per timore, aderisce "per altro", per evitare un male. La vera adesione è quella dell'amore. Pertanto il fine della legge divina è l'amore, perché mediante l'amore:
1-2. si aderisce perfettamente a Dio
3. si è resi buoni
4. si agisce bene in modo costante e piacevole
5. si partecipa del movimento di Dio.

Quod finis legis divinae est dilectio Dei

n. 1
Quia vero intentio divinae legis ad hoc principaliter est ut homo Deo adhaereat; homo autem potissime adhaeret Deo per amorem: necesse est quod intentio divinae legis principaliter ordinetur ad amandum.

n. 2
Quod autem per amorem homo maxime Deo adhaereat, manifestum est. Duo enim sunt in homine quibus Deo potest adhaerere, intellectus scilicet et voluntas: nam secundum inferiores animae partes Deo adhaerere non potest, sed inferioribus rebus. Adhaesio autem quae est per intellectum, completionem recipit per eam quae est voluntatis: quia per voluntatem homo quodammodo quiescit in eo quod intellectus apprehendit. Voluntas autem adhaeret alicui rei vel propter amorem, vel propter timorem: sed differenter. Nam ei quidem cui inhaeret propter timorem, inhaeret propter aliud: ut scilicet evitet malum quod, si non adhaereat ei, imminet. Ei vero cui adhaeret propter amorem, adhaeret propter seipsum. Quod autem est propter se, principalius est eo quod est propter aliud. Adhaesio igitur amoris ad Deum est potissimus modus ei adhaerendi. Hoc igitur est potissime intentum in divina lege.

n. 3
Item. Finis cuiuslibet legis, et praecipue divinae, est homines facere bonos. Homo autem dicitur bonus ex eo quod habet voluntatem bonam, per quam in actum reducit quicquid boni in ipso est. Voluntas autem est bona ex eo quod vult bonum: et praecipue maximum bonum, quod est finis. Quanto igitur huiusmodi bonum magis voluntas vult, tanto magis homo est bonus. Sed magis vult homo id quod vult propter amorem, quam id quod vult propter timorem tantum: nam quod vult propter timorem tantum, dicitur mixtum involuntario; sicut aliquis vult in mari proiectionem mercium propter timorem. Ergo amor summi boni, scilicet Dei, maxime facit bonos, et est maxime intentum in divina lege.

n. 4
Praeterea. Bonitas hominis est per virtutem: virtus enim est quae bonum facit habentem. Unde et lex intendit homines facere virtuosos; et praecepta legis sunt de actibus virtutum. Sed de conditione virtutis est ut virtuosus et firmiter et delectabiliter operetur. Hoc autem maxime facit amor: nam ex amore aliquid firmiter et delectabiliter facimus. Amor igitur boni est ultimum intentum in lege divina.

n. 5
Adhuc. Legislatores imperio legis editae movent eos quibus lex datur. In omnibus autem quae moventur ab aliquo primo movente, tanto aliquid perfectius movetur quanto magis participat de motione primi moventis, et de similitudine ipsius. Deus autem, qui est legis divinae dator, omnia facit propter suum amorem. Qui igitur hoc modo tendit in ipsum, scilicet amando, perfectissime movetur in ipsum. Omne autem agens intendit perfectionem in eo quod agit. Hic igitur est finis totius legislationis, ut homo Deum amet.

n. 6
Hinc est quod dicitur I Tim. 1-5: finis praecepti caritas est. Et Matth. 22, dicitur quod primum et maximum mandatum in lege est, diliges dominum Deum tuum. Inde est etiam quod lex nova, tanquam perfectior, dicitur lex amoris: lex autem vetus, tanquam imperfectior, lex timoris.

martedì 3 agosto 2010

8 agosto 2010 - XIX domenica del tempo ordinario

Ebrei 11,1-2

CEI 2008
1 La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede.
2 Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.

TILC
1 La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono.
2 A causa di questa fede la Bibbia dà una buona testimonianza ad alcuni uomini del passato.

1 Ἔστιν δὲ πίστις ἐλπιζομένων ὑπόστασις, πραγμάτων ἔλεγχος οὐ βλεπομένων.
2 ἐν ταύτῃ γὰρ ἐμαρτυρήθησαν οἱ πρεσβύτεροι.

A commento di questi versetti, riporto il n. 7 dell'enciclica Spe Salvi:

7. Nell'undicesimo capitolo della Lettera agli Ebrei (v.1) si trova una sorta di definizione della fede che intreccia strettamente questa virtù con la speranza. Intorno alla parola centrale di questa frase si è creata fin dalla Riforma una disputa tra gli esegeti, nella quale sembra riaprirsi oggi la via per una interpretazione comune. Per il momento lascio questa parola centrale non tradotta. La frase dunque suona così: « La fede è hypostasis delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono ». Per i Padri e per i teologi del Medioevo era chiaro che la parola greca hypostasis era da tradurre in latino con il termine substantia. La traduzione latina del testo, nata nella Chiesa antica, dice quindi: «Est autem fides sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium» – la fede è la «sostanza» delle cose che si sperano; la prova delle cose che non si vedono. Tommaso d'Aquino, utilizzando la terminologia della tradizione filosofica nella quale si trova, spiega questo così: la fede è un «habitus», cioè una costante disposizione dell'animo, grazie a cui la vita eterna prende inizio in noi e la ragione è portata a consentire a ciò che essa non vede. Il concetto di «sostanza» è quindi modificato nel senso che per la fede, in modo iniziale, potremmo dire «in germe» – quindi secondo la «sostanza» – sono già presenti in noi le cose che si sperano: il tutto, la vita vera. E proprio perché la cosa stessa è già presente, questa presenza di ciò che verrà crea anche certezza: questa «cosa» che deve venire non è ancora visibile nel mondo esterno (non «appare»), ma a causa del fatto che, come realtà iniziale e dinamica, la portiamo dentro di noi, nasce già ora una qualche percezione di essa. A Lutero, al quale la Lettera agli Ebrei non era in se stessa molto simpatica, il concetto di «sostanza», nel contesto della sua visione della fede, non diceva niente. Per questo intese il termine ipostasi/sostanza non nel senso oggettivo (di realtà presente in noi), ma in quello soggettivo, come espressione di un atteggiamento interiore e, di conseguenza, dovette naturalmente comprendere anche il termine argumentum come una disposizione del soggetto. Questa interpretazione nel XX secolo si è affermata – almeno in Germania – anche nell'esegesi cattolica, cosicché la traduzione ecumenica in lingua tedesca del Nuovo Testamento, approvata dai Vescovi, dice: «Glaube aber ist: Feststehen in dem, was man erhofft, Überzeugtsein von dem, was man nicht sieht» (fede è: stare saldi in ciò che si spera, essere convinti di ciò che non si vede). Questo in se stesso non è erroneo; non è però il senso del testo, perché il termine greco usato (elenchos) non ha il valore soggettivo di «convinzione», ma quello oggettivo di «prova». Giustamente pertanto la recente esegesi protestante ha raggiunto una convinzione diversa: «Ora però non può più essere messo in dubbio che questa interpretazione protestante, divenuta classica, è insostenibile». La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, e questa realtà presente costituisce per noi una «prova» delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro, così che quest'ultimo non è più il puro «non-ancora». Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente viene toccato dalla realtà futura, e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future.

sabato 10 luglio 2010

18 luglio 2010 - XVI domenica del tempo ordinario

Colossesi 1,15-20 15

Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, 16 perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 17 Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. 18 Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. 19 È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza 20 e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.  

15 ὅς ἐστιν εἰκὼν τοῦ θεοῦ τοῦ ἀοράτου, πρωτότοκος πάσης κτίσεως, 16 ὅτι ἐν αὐτῷ ἐκτίσθη τὰ πάντα ἐν τοῖς οὐρανοῖς καὶ ἐπὶ τῆς γῆς, τὰ ὁρατὰ καὶ τὰ ἀόρατα, εἴτε θρόνοι εἴτε κυριότητες εἴτε ἀρχαὶ εἴτε ἐξουσίαι: τὰ πάντα δι'αὐτοῦ καὶ εἰς αὐτὸν ἔκτισται, 17 καὶ αὐτός ἐστιν πρὸ πάντων καὶ τὰ πάντα ἐν αὐτῷ συνέστηκεν. 18 καὶ αὐτός ἐστιν ἡ κεφαλὴ τοῦ σώματος, τῆς ἐκκλησίας: ὅς ἐστιν ἀρχή, πρωτότοκος ἐκ τῶν νεκρῶν, ἵνα γένηται ἐν πᾶσιν αὐτὸς πρωτεύων, 19 ὅτι ἐν αὐτῷ εὐδόκησεν πᾶν τὸ πλήρωμα κατοικῆσαι 20 καὶ δι'αὐτοῦ ἀποκαταλλάξαι τὰ πάντα εἰς αὐτόν, εἰρηνοποιήσας διὰ τοῦ αἵματος τοῦ σταυροῦ αὐτοῦ, [δι' αὐτοῦ] εἴτε τὰ ἐπὶ τῆς γῆς εἴτε τὰ ἐν τοῖς οὐρανοῖς.

Paolo si trova davanti alle prime riflessioni di tipo gnostico, che stabiliscono una specie di genealogia del divino, una gerarchia di emanazioni attraverso le quali esso si manifesta nel mondo e lo riconduce a Dio. In questo sistema, nel quale si dà anche ampio spazio alla gerarchia angelica, il Cristo è uno degli elementi: non più inizio e fine, diviene un elemento nella serie. Paolo si oppone decisamente: il Cristo è alla fine e all'inizio della serie. Pertanto la inquadra, e non è inquadrato da altro. Egli non viene posto in una sintesi a partire da un altro principio, ma è lui principio della sintesi; non riceve senso da altro, ma dà senso al resto. Egli è la pienezza, non un elemento in essa. La cosa è capitale. Se è così, ogni tempo e spazio può trovare in Cristo il suo senso, perché egli li comprende tutti. Se è così, egli deve stare al centro. Se è così, non posso giudicare il Cristo alla luce dei miei criteri, ma devo lasciar giudicare i miei criteri dal Cristo. Se è così, non posso farmi una religione privata, prendendo elementi qua e là e - perché no - anche dal Vangelo, trascegliendo e risistemando il tutto alla luce di quanto mi pare bene, di un nuovo principio (magari chiamandolo, come fa alcuno dei "sapienti" di turno, "logos") che giudica anche il Vangelo. La storia partorisce incessantemente questi tentativi di sottomettere il Cristo alle proprie visuali. Ma no, non possiamo proprio contenerlo: è lui che ci contiene; non possiamo misurarlo, è lui che ci misura. Egli sta prima e dopo di noi, principio e meta, pienezza del divino. Davanti a lui, ai suoi piedi, ogni padroneggiare, gestire, controllare va deposto: a lui possiamo solo consegnarci. 

lunedì 24 maggio 2010

30 maggio 2010 - SS. Trinità

Romani 5,1-5:

Giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

1 Δικαιωθέντες οὖν ἐκ πίστεως εἰρήνην ἔχωμεν πρὸς τὸν θεὸν διὰ τοῦ κυρίου ἡμῶν Ἰησοῦ Χριστοῦ 2 δι’ οὗ καὶ τὴν προσαγωγὴν ἐσχήκαμεν [τῇ πίστει] εἰς τὴν χάριν ταύτην ἐν ᾗ ἐστήκαμεν καὶ καυχώμεθα ἐπ’ ἐλπίδι τῆς δόξης τοῦ θεοῦ. 3 οὐ μόνον δὲ ἀλλὰ, καὶ καυχώμεθα ἐν ταῖς θλίψεσιν, εἰδότες ὅτι ἡ θλῖψις ὑπομονὴν κατεργάζεται, 4 ἡ δὲ ὑπομονὴ δοκιμήν, ἡ δὲ δοκιμὴ ἐλπίδα. 5 ἡ δὲ ἐλπὶς οὐ καταισχύνει, ὅτι ἡ ἀγάπη τοῦ θεοῦ ἐκκέχυται ἐν ταῖς καρδίαις ἡμῶν διὰ πνεύματος ἁγίου τοῦ δοθέντος ἡμῖν.

L'apostolo Paolo mette in luce la struttura trinitaria della vita cristiana. L'amore del Padre è riversato nei nostri cuori mediante il suo Spirito. Proprio lo Spirito in noi è il solido fondamento della speranza (che in sostanza ha per oggetto la gloria), la quale è espressione caratteristica dello "stato di gratuità" (unica vera possibile pace con Dio) che ci è aperto mediante il Figlio, nel rapporto personale con lui.
Si può anche mettere così: entro in rapporto con Cristo e ricevo il suo Spirito; opera congiunta del Cristo e dello Spirito è lo "stato di grazia", situazione in cui sono riconciliato con Dio in quanto sono (e mi sento) da lui gratuitamente amato, e mi attivo per ricambiarlo. Se è davvero così, lo si vede dal prendere forza della speranza, per la quale - anche in una situazione di tribolazione - il mondo futuro è già presente ed è già motivazione sufficiente - anzi sempre più determinante - a influire sul presente e sulle scelte.

lunedì 17 maggio 2010

23 maggio 2010 - Pentecoste

Romani 8,8-17

Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio.
E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

8 οἱ δὲ ἐν σαρκὶ ὄντες θεῷ ἀρέσαι οὐ δύνανται. 9 ὑμεῖς δὲ οὐκ ἐστὲ ἐν σαρκὶ ἀλλὰ ἐν πνεύματι, εἴπερ πνεῦμα θεοῦ οἰκεῖ ἐν ὑμῖν. εἰ δέ τις πνεῦμα Χριστοῦ οὐκ ἔχει, οὗτος οὐκ ἔστιν αὐτοῦ. 10 εἰ δὲ Χριστὸς ἐν ὑμῖν, τὸ μὲν σῶμα νεκρὸν διὰ ἁμαρτίαν, τὸ δὲ πνεῦμα ζωὴ διὰ δικαιοσύνην. 11 εἰ δὲ τὸ πνεῦμα τοῦ ἐγείραντος τὸν Ἰησοῦν ἐκ νεκρῶν οἰκεῖ ἐν ὑμῖν, ὁ ἐγείρας Χριστὸν ἐκ νεκρῶν ζῳοποιήσει καὶ τὰ θνητὰ σώματα ὑμῶν διὰ τοῦ ἐνοικοῦντος αὐτοῦ πνεύματος ἐν ὑμῖν. 12 Ἄρα οὖν, ἀδελφοί, ὀφειλέται ἐσμέν, οὐ τῇ σαρκὶ τοῦ κατὰ σάρκα ζῆν: 13 εἰ γὰρ κατὰ σάρκα ζῆτε μέλλετε ἀποθνῄσκειν, εἰ δὲ πνεύματι τὰς πράξεις τοῦ σώματος θανατοῦτε ζήσεσθε. 14 ὅσοι γὰρ πνεύματι θεοῦ ἄγονται, οὗτοι υἱοὶ θεοῦ εἰσιν. 15 οὐ γὰρ ἐλάβετε πνεῦμα δουλείας πάλιν εἰς φόβον, ἀλλὰ ἐλάβετε πνεῦμα υἱοθεσίας, ἐν ᾧ κράζομεν, Αββα ὁ πατήρ: 16 αὐτὸ τὸ πνεῦμα συμμαρτυρεῖ τῷ πνεύματι ἡμῶν ὅτι ἐσμὲν τέκνα θεοῦ. 17 εἰ δὲ τέκνα, καὶ κληρονόμοι: κληρονόμοι μὲν θεοῦ, συγκληρονόμοι δὲ Χριστοῦ, εἴπερ συμπάσχομεν ἵνα καὶ συνδοξασθῶμεν.

Di chi sono debitore, ossia: a chi debbo la mia vita? Di chi sono? Verso chi mi sento obbligato? A chi appartengo? Chi è mio signore? La Parola di Dio ci impone di farci queste domande. Potremmo anche dire: "Di che spirito sono?". Avere lo Spirito Santo significa "essere di Cristo", appartenergli. Egli, lo Spirito Santo, è come il "sigillo" che segnala una precisa appartenenza, che in concreto si esprime nel "lasciarsi portare", farsi condurre dal soffio interiore (in-spiratio) dello Spirito Santo, il quale conduce nel senso di un radicale azzeramento di tutto quanto è pensato e vissuto "nella carne", di una totale distruzione delle "opere del corpo", ossia di quanto è ispirato e mosso da altri spiriti, altre appartenenze e altri "creditori". Tutti hanno questo in comune: nascono dalla inesperienza dell'amore di Dio, dal non sentirsi e comprendersi figli amati di Dio. Perché, al contrario, lo Spirito Santo ti rende interiormente certo ("testimonia") che tu sei figlio amato, e ti porta a vivere di conseguenza, rendendoti anche certo del fatto che Dio tiene in serbo per te un tesoro incalcolabile, una ricchezza immensa, la stessa di Cristo risorto. Ne hai qualche anticipo, ma ancora non ne disponi appieno: lo Spirito Santo ti rende già ora vivo sostanzialmente, ma parzialmente. Il tuo cuore è già nella vita - e questo cambia tutto! - ma c'è una dimensione di morte che ancora grava su di te (il "corpo mortale"). Si ridurrà progressivamente, finché niente si sottragga più all'abbraccio della vita: è l'opera dello Spirito vivificatore.

sabato 8 maggio 2010

16 maggio 2010 - Ascensione del Signore

Ebrei 9,24-28;10,19-23

Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
...
Poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.

24 οὐ γὰρ εἰς χειροποίητα εἰσῆλθεν ἅγια Χριστός, ἀντίτυπα τῶν ἀληθινῶν, ἀλλ' εἰς αὐτὸν τὸν οὐρανόν, νῦν ἐμφανισθῆναι τῷ προσώπῳ τοῦ θεοῦ ὑπὲρ ἡμῶν: 25 οὐδ' ἵνα πολλάκις προσφέρῃ ἑαυτόν, ὥσπερ ὁ ἀρχιερεὺς εἰσέρχεται εἰς τὰ ἅγια κατ' ἐνιαυτὸν ἐν αἵματι ἀλλοτρίῳ, 26 ἐπεὶ ἔδει αὐτὸν πολλάκις παθεῖν ἀπὸ καταβολῆς κόσμου: νυνὶ δὲ ἅπαξ ἐπὶ συντελείᾳ τῶν αἰώνων εἰς ἀθέτησιν [τῆς] ἁμαρτίας διὰ τῆς θυσίας αὐτοῦ πεφανέρωται. 27 καὶ καθ' ὅσον ἀπόκειται τοῖς ἀνθρώποις ἅπαξ ἀποθανεῖν, μετὰ δὲ τοῦτο κρίσις, 28 οὕτως καὶ ὁ Χριστός, ἅπαξ προσενεχθεὶς εἰς τὸ πολλῶν ἀνενεγκεῖν ἁμαρτίας, ἐκ δευτέρου χωρὶς ἁμαρτίας ὀφθήσεται τοῖς αὐτὸν ἀπεκδεχομένοις εἰς σωτηρίαν.
...
19 Ἔχοντες οὖν, ἀδελφοί, παρρησίαν εἰς τὴν εἴσοδον τῶν ἁγίων ἐν τῷ αἵματι Ἰησοῦ, 20 ἣν ἐνεκαίνισεν ἡμῖν ὁδὸν πρόσφατον καὶ ζῶσαν διὰ τοῦ καταπετάσματος, τοῦτ' ἔστιν τῆς σαρκὸς αὐτοῦ, 21 καὶ ἱερέα μέγαν ἐπὶ τὸν οἶκον τοῦ θεοῦ, 22 προσερχώμεθα μετὰ ἀληθινῆς καρδίας ἐν πληροφορίᾳ πίστεως, ῥεραντισμένοι τὰς καρδίας ἀπὸ συνειδήσεως πονηρᾶς καὶ λελουσμένοι τὸ σῶμα ὕδατι καθαρῷ: 23 κατέχωμεν τὴν ὁμολογίαν τῆς ἐλπίδος ἀκλινῆ, πιστὸς γὰρ ὁ ἐπαγγειλάμενος.

Gesù entra nel Cielo: questo ingresso inaugura una relazione nuova tra Dio e l'umanità. Il sacrificio di Gesù (è infatti questo che gli ha aperto l'accesso al Cielo) ha abbattuto una volta per tutte ogni barriera tra gli uomini e Dio. Adesso ognuno ha libero e intero accesso al Santuario Celeste. Ora il Cielo è aperto per tutti. Per entrarci non esiste altra condizione se non credere a questa Buona Notizia. In questo non esiste alcuna differenza tra battezzati. Si deve però ulteriormente precisare che questo ingresso nel Santuario Celeste attraverso Cristo, significa la possibilità di offrire se stessi, la propria vita, come offerta valevole per Dio, come "sacrificio gradito a Dio" (in questo questo consiste il "sacerdozio comune" dei fedeli). Se ciò fosse impossibile l'uomo, con tutte le sue possibili offerte, rimarrebbe sulla terra: la sua vita, cioè, non potrebbe avere alcuno "sbocco" nel mondo di Dio, sfociare in Dio né trovare nella vita trinitaria alcuna vera "collocazione". Il che equivale a dire: noi rimarremmo condannati a vagabondare senza meta, senza sapere che cosa fare dei nostri doni e di ciò che con fatica ("sangue") abbiamo conquistato e prodotto sulla terra. Per questo occorre un cuore autenticamente credente, nel quale l'integrità battesimale sia mantenuta intatta, dove non sia ammessa alcuna volontaria contraddizione alla grazia battesimale, e che in nessun modo devii dalla speranza e dalla condotta da essa esigita. La nostra realtà sembra ben diversa, e lo è. Ma questo è il progetto di Dio nella sua splendente compiutezza.

domenica 2 maggio 2010

9 maggio 2010 - VI Domenica di pasqua

Apocalisse 21,10-14.22-23

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.
...
La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

10 καὶ ἀπήνεγκέν με ἐν πνεύματι ἐπὶ ὄρος μέγα καὶ ὑψηλόν, καὶ ἔδειξέν μοι τὴν πόλιν τὴν ἁγίαν Ἰερουσαλὴμ καταβαίνουσαν ἐκ τοῦ οὐρανοῦ ἀπὸ τοῦ θεοῦ, 11 ἔχουσαν τὴν δόξαν τοῦ θεοῦ: ὁ φωστὴρ αὐτῆς ὅμοιος λίθῳ τιμιωτάτῳ, ὡς λίθῳ ἰάσπιδι κρυσταλλίζοντι.
...
23 καὶ ἡ πόλις οὐ χρείαν ἔχει τοῦ ἡλίου οὐδὲ τῆς σελήνης, ἵνα φαίνωσιν αὐτῇ, ἡ γὰρ δόξα τοῦ θεοῦ ἐφώτισεν αὐτήν, καὶ ὁ λύχνος αὐτῆς τὸ ἀρνίον.

Cogliendo l'insistenza di questo brano sul tema della luce, ecco un commento di S. Tommaso a Sal 35,5 ("nella tua luce vedremo la luce"):

Super Ps. 35 (ebr. 36),9
Et in lumine. Duo sunt privilegia rationalis creaturae. Unum, quod rationalis creatura videt in lumine Dei, et quia alia animalia non vident in lumine Dei, ideo dicit "in lumine tuo". Non intelligitur de lumine creato a Deo, quia sic intelligitur illud quod dicitur Gen. 1,3: "fiat lux". Sed "in lumine tuo", quo scilicet tu luces, quod est similitudo substantiae tuae. Istud lumen non participant animalia bruta; sed rationalis creatura primo participat illud in cognitione naturali: nihil enim est aliud ratio naturalis hominis, nisi refulgentia divinae claritatis in anima, propter quam claritatem est ad imaginem Dei, Psalm. 4,6: "signatum est super nos lumen vultus tui Domine". Secundum est lumen gratiae, Eph. 5,14: "exurge qui dormis" et cetera. Tertium est lumen gloriae, Isa. 60,1: "Surge, illuminare Jerusalem, quia venit lumen tuum" et cetera.
Vel, "in lumine tuo", idest in Christo, qui est lumen de lumine: et sic est lumen quod est verus Deus. Est ergo lumen Christus, inquantum procedit a Patre: est fons vitae, inquantum est principium Spiritus vivificantis.
Aliud privilegium est, quia sola creatura rationalis videt hoc lumen; unde dicit: "videbimus lumen". Hoc lumen vel est Veritas creata, idest Christus, secundum quod homo; vel est Veritas increata, qua aliqua vera cognoscimus. Lumen enim spirituale veritas est: quia sicut per lumen aliquid cognoscitur inquantum lucidum; ita cognoscitur, inquantum est verum. Animalia bruta bene cognoscunt aliqua vera, puta hoc dulce: sed non veritatem hujus propositionis, hoc est verum; quia hoc consistit in adaequatione huius intellectus ad rem, quod non possunt facere bruta. Ergo bruta non habent lumen creatum. Similiter nec lumen increatum, quia solus homo factus est ad videndum Deum per fidem et per spem; et sicut nunc videmus per fidem in lumine, sic videbimus eum in specie, quando erimus in patria.

Nella tua luce.
(A.)
I privilegi della creatura razionale (spirituale) sono due. Primo: essa vede nella luce di Dio. Appunto perché gli altri viventi non vedono nella luce di Dio dice: "nella tua luce". Ciò non è inteso di quella luce della cui creazione si legge in Genesi 1,3: "sia fatta la luce". Ma "nella tua luce", quella luce nella quale tu (Dio) risplendi, che è analogia della tua sostanza. Gli animali non partecipano di codesta luce, ma la creatura spirituale sì, in primo luogo nella conoscenza naturale. La ragione umana non è altro che lo splendore del fulgore divino nell'anima, per il quale è ad immagine di Dio: "ci benedica risplendendo su noi la luce del tuo volto, Signore" (Sal 4,6). In secondo luogo nella luce della grazia: "sorgi, tu che dormi, etc..." (Ef 5,14). In terzo luogo nella luce della gloria: "sorgi, risplendi Gerusalemme, perché viene la tua luce, etc..." (Is 60,1).
Oppure "nella tua luce" si può intendere "in Cristo", lui che è "luce da luce": è luce in quanto vero Dio. Cristo è dunque luce, in quanto procede dal Padre; ed è fonte di vita, in quanto è principio dello Spirito che dà la vita.
(B.)
Un altro privilegio della creatura spirituale, è che solo essa vede questa luce; per cui aggiunge: "vedremo la luce". Questa luce è la Verità creata, cioè Cristo in quanto uomo; o la Verità increata, per la quale conosciamo alcune verità. La verità, infatti, è la luce del mondo spirituale. Come attraverso la luce (fisica) si conosce qualcosa in quanto viene illuminato, così si conosce qualcosa in quanto è vero. Gli animali possono conoscere correttamente alcune cose vere, come per esempio che questa cosa è dolce; ma non possono conoscere la verità di questa affermazione, "questo è vero"; perché ciò consiste nell'adeguamento dell'intelletto alla realtà, cosa che gli animali non possono fare. Perciò essi non hanno la luce creata. E neppure l'increata, perché solo l'uomo è creato per vedere Dio mediante fede e speranza; e come ora lo vediamo attraverso la luce della fede, così quando saremo in patria lo vedremo in visione.

Dunque, vedere alla luce e vedere la stessa luce, a tre livelli: naturale (ragione), soprannaturale in via (grazia), soprannaturale in patria (gloria).

lunedì 26 aprile 2010

2 maggio 2010 - V Domenica di pasqua

Apocalisse 21,1-5

Vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c'era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

1 Καὶ εἶδον οὐρανὸν καινὸν καὶ γῆν καινήν: ὁ γὰρ πρῶτος οὐρανὸς καὶ ἡ πρώτη γῆ ἀπῆλθαν, καὶ ἡ θάλασσα οὐκ ἔστιν ἔτι. 2 καὶ τὴν πόλιν τὴν ἁγίαν Ἰερουσαλὴμ καινὴν εἶδον καταβαίνουσαν ἐκ τοῦ οὐρανοῦ ἀπὸ τοῦ θεοῦ, ἡτοιμασμένην ὡς νύμφην κεκοσμημένην τῷ ἀνδρὶ αὐτῆς. 3 καὶ ἤκουσα φωνῆς μεγάλης ἐκ τοῦ θρόνου λεγούσης, Ἰδοὺ ἡ σκηνὴ τοῦ θεοῦ μετὰ τῶν ἀνθρώπων, καὶ σκηνώσει μετ' αὐτῶν, καὶ αὐτοὶ λαοὶ αὐτοῦ ἔσονται, καὶ αὐτὸς ὁ θεὸς μετ' αὐτῶν ἔσται, [αὐτῶν θεός,] 4 καὶ ἐξαλείψει πᾶν δάκρυον ἐκ τῶν ὀφθαλμῶν αὐτῶν, καὶ ὁ θάνατος οὐκ ἔσται ἔτι, οὔτε πένθος οὔτε κραυγὴ οὔτε πόνος οὐκ ἔσται ἔτι: [ὅτι] τὰ πρῶτα ἀπῆλθαν. 5 Καὶ εἶπεν ὁ καθήμενος ἐπὶ τῷ θρόνῳ, Ἰδοὺ καινὰ ποιῶ πάντα. καὶ λέγει, Γράψον, ὅτι οὗτοι οἱ λόγοι πιστοὶ καὶ ἀληθινοί εἰσιν.

La profezia di Giovanni insiste molto sulla novità di quanto il veggente contempla: sono nuovi il cielo e la terra, Gerusalemme, e finalmente tutto (v. 5). Ciò che c'era prima è passato (vv. 1 e 4). Come potrebbe non trattarsi di qualcosa di radicalmente nuovo, se davvero il male (simboleggiato dal mare) non c'è più, e la sofferenza nemmeno? Non conosciamo niente del genere, e a fatica possiamo rappresentarcelo. La novità è opera diretta di Dio: «Ecco, io faccio tutto nuovo». Ascoltiamo bene questa affermazione. Essa potrebbe esprimere una volontà di azzerare tutto e ripartire, analogamente a quanto leggiamo prima del diluvio, oppure in Es 32,10: adesso basta, rifacciamo tutto. E' evidente che l'espressione non va presa in questo senso. Allora che questa nuova creazione non soppianta la precedente. Dio non è stufo di essa, non la getta dopo averla usata come teatro delle battaglie della storia. Al contrario la rinnova, portando al suo compimento il progetto. Questa è una Buona Notizia, un Vangelo, perché diversamente noi, nati e vissuti in questa creazione, non potremmo trovarci nella nuova che come estranei. Allora tra noi e il mondo attuale ci sarebbe un legame del tutto estrinseco e superficiale. Allora la proposta cristiana sul compimento risulterebbe profondamente mutata: il nostro vero mondo non sarebbe affatto questo, ma "qualcos'altro", di cui non potremmo avere la minima idea, magari proprio qualcosa di totalmente "spirituale". Allora, forse, non potremmo nemmeno vivere, come uomini, in un simile mondo, e dovremmo subire una "trasformazione" che, come quella del mondo circostante, sarebbe un rifacimento totale. Allora la salvezza non riguarderebbe me, ma qualcun altro. Invece è proprio il contrario: il cielo e la terra esistono ancora, esiste un "ambiente" per l'uomo, che mantiene una certa continuità con quello attuale. Certo, rimane per noi impossibile rappresentarci una simile situazione e dettagliarne l'immagine. Non potrebbe essere diversamente, giacché Dio si riserva di sorprendere tutti. Tuttavia è importante averlo chiaro: questo mondo è destinato non alla semplice distruzione ma alla trasformazione, «affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia - senza più alcun ostacolo - al servizio dei giusti» (Ireneo di Lione, Adversus haereses V,32,1).

giovedì 22 aprile 2010

25 aprile 2010 - IV Domenica di pasqua

Ap 7,9.14-17

Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.
...
E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.
Non avranno più fame né avranno più sete,
non li colpirà il sole né arsura alcuna,
perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono,
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

9 Μετὰ ταῦτα εἶδον, καὶ ἰδοὺ ὄχλος πολύς, ὃν ἀριθμῆσαι αὐτὸν οὐδεὶς ἐδύνατο, ἐκ παντὸς ἔθνους καὶ φυλῶν καὶ λαῶν καὶ γλωσσῶν, ἑστῶτες ἐνώπιον τοῦ θρόνου καὶ ἐνώπιον τοῦ ἀρνίου, περιβεβλημένους στολὰς λευκάς, καὶ φοίνικες ἐν ταῖς χερσὶν αὐτῶν:
...
14 καὶ εἴρηκα αὐτῷ, Κύριέ μου, σὺ οἶδας. καὶ εἶπέν μοι, Οὗτοί εἰσιν οἱ ἐρχόμενοι ἐκ τῆς θλίψεως τῆς μεγάλης, καὶ ἔπλυναν τὰς στολὰς αὐτῶν καὶ ἐλεύκαναν αὐτὰς ἐν τῷ αἵματι τοῦ ἀρνίου. 15 διὰ τοῦτό εἰσιν ἐνώπιον τοῦ θρόνου τοῦ θεοῦ, καὶ λατρεύουσιν αὐτῷ ἡμέρας καὶ νυκτὸς ἐν τῷ ναῷ αὐτοῦ, καὶ ὁ καθήμενος ἐπὶ τοῦ θρόνου σκηνώσει ἐπ'αὐτούς. 16 οὐ πεινάσουσιν ἔτι οὐδὲ διψήσουσιν ἔτι, οὐδὲ μὴ πέσῃ ἐπ'αὐτοὺς ὁ ἥλιος οὐδὲ πᾶν καῦμα, 17 ὅτι τὸ ἀρνίον τὸ ἀνὰ μέσον τοῦ θρόνου ποιμανεῖ αὐτούς, καὶ ὁδηγήσει αὐτοὺς ἐπὶ ζωῆς πηγὰς ὑδάτων: καὶ ἐξαλείψει ὁ θεὸς πᾶν δάκρυον ἐκ τῶν ὀφθαλμῶν αὐτῶν.

Giovanni vede prima un gruppo di 144.000 persone che ricevono "il sigillo del Dio vivente" (parte non letta); successivamente una moltitudine immensa e incalcolabile di gente biancovestita con rami di palma in mano. I due gruppi sono in realtà un gruppo unico, contemplato da diversi punti di vista: sia i 144.000 che la moltitudine incalcolabile rappresentano i salvati, i santi. Per Giovanni hanno particolare rilievo i martiri e i santi che attraverseranno l'ultima grande persecuzione; nondimeno, possiamo allargare il nostro sguardo fino ad abbracciare "tutti i santi", di ogni tempo e di ogni tipo. Quanto il veggente contempla attraverso i cieli aperti è ciò a cui siamo chiamati tutti - nell'eternità e nel presente, da subito.

Il bianco è il colore della vittoria, e lo stesso dice la palma: questi santi sono usciti vincitori dalla "grande tribolazione". In tale angoscia essi "hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello": la loro vittoria, cioè, è dovuta al sangue dell'Agnello, che è stata la loro arma decisiva. Da lì essi hanno attinto la forza e la luce necessaria per non venir meno. Di fronte alla preponderanza del male e della morte, essi non sono passati dalla sua parte, non lo hanno ritenuto davvero vittorioso, e ciò solo perché non hanno perduto il riferimento al mistero pasquale dell'Agnello. Nella loro paziente fortezza, di fronte alle varie forze contrarie, che sviano e disorientano, hanno mantenuto fermo il retto orientamento: la Pasqua è stata loro bussola. Perciò essi possono stare di fronte a Dio nella totalità del loro essere e del loro tempo ed essere da lui totalmente avvolti e protetti da ogni male. "Nella tenda dell'Agnello", oramai al riparo da ogni debilitante arsura (tutto quanto toglie energie e deprime la vita), essi sono nella perenne freschezza di Dio. Altra "porta" per entrare nella tenda dell'Agnello non c'è. Se non "la tribolazione, quella grande".

sabato 10 aprile 2010

18 aprile 2010 - III Domenica di pasqua

Ap 5,11-14

Vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce:
«L’Agnello immolato è degno di ricevere
potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».
Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano:
«A Colui che siede sul trono e all’Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli».
E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.

11 Καὶ εἶδον, καὶ ἤκουσα φωνὴν ἀγγέλων πολλῶν κύκλῳ τοῦ θρόνου καὶ τῶν ζῴων καὶ τῶν πρεσβυτέρων, καὶ ἦν ὁ ἀριθμὸς αὐτῶν μυριάδες μυριάδων καὶ χιλιάδες χιλιάδων, 12 λέγοντες φωνῇ μεγάλῃ, Ἄξιόν ἐστιν τὸ ἀρνίον τὸ ἐσφαγμένον λαβεῖν τὴν δύναμιν καὶ πλοῦτον καὶ σοφίαν καὶ ἰσχὺν καὶ τιμὴν καὶ δόξαν καὶ εὐλογίαν. 13 καὶ πᾶν κτίσμα ὃ ἐν τῷ οὐρανῷ καὶ ἐπὶ τῆς γῆς καὶ ὑποκάτω τῆς γῆς καὶ ἐπὶ τῆς θαλάσσης, καὶ τὰ ἐν αὐτοῖς πάντα, ἤκουσα λέγοντας, Τῷ καθημένῳ ἐπὶ τῷ θρόνῳ καὶ τῷ ἀρνίῳ ἡ εὐλογία καὶ ἡ τιμὴ καὶ ἡ δόξα καὶ τὸ κράτος εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων. 14 καὶ τὰ τέσσαρα ζῷα ἔλεγον, Ἀμήν: καὶ οἱ πρεσβύτεροι ἔπεσαν καὶ προσεκύνησαν.

Sette e quattro: numeri significativi, che corrispondono alla lode adorante proveniente da due distinti "gruppi", che si trovano di fronte all'Agnello sgozzato. Il primo è costituito da miliardi di angeli, che proclamano: "L’Agnello immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione". Il secondo è formato da "tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare" (anche i "quattro viventi" ne sono simbolo, e torna il quattro), che gridano: "A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza". La lode di un terzo gruppo, i seniori, che rappresentano il popolo di Dio, è qui solo accennata, sviluppata altrove. Al centro sta l'Agnello immolato (meglio tradurre così e non "che è stato immolato", in quanto egli è tuttora, nell'eterno presente di Dio, immolato: questa immolazione non è un fatto solo passato), associato nell'adorazione a Dio stesso, colui che "sta sul trono". Sette termini descrivono l'adorazione angelica: la totalità della lode vi è qui espressa; quattro l'adorazione creaturale: essa è universale e nulla nel creato vi si sottrae. Sarebbe interessante vedere uno per uno i termini, onde scoprire che cosa vuol dire adorare Dio e l'Agnello sgozzato. Notiamo solo che la lode della Chiesa, i seniori, è tutt'uno con la lode degli angeli e della creazione intera: una lode a tre voci. Nelle sue diverse manifestazioni, essa ha comunque al centro Dio e l'Agnello sgozzato, raggiungendo il suo vertice terreno nella liturgia dell'Eucaristia quando, "uniti agli angeli e ai santi" del cielo e "fatti voce di ogni creatura, esultanti cantiamo" che tutto, proprio tutto quanto di buono viviamo, sperimentiamo e facciamo, scaturisce dal trono di Dio e dal perdurante gesto oblativo dell'Agnello.

lunedì 5 aprile 2010

11 aprile 2010 - II Domenica di pasqua

Apocalisse 1,9-11a.12-13.17-19
Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù.
Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese».
Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.
Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito».

9 Ἐγὼ Ἰωάννης, ὁ ἀδελφὸς ὑμῶν καὶ συγκοινωνὸς ἐν τῇ θλίψει καὶ βασιλείᾳ καὶ ὑπομονῇ ἐν Ἰησοῦ, ἐγενόμην ἐν τῇ νήσῳ τῇ καλουμένῃ Πάτμῳ διὰ τὸν λόγον τοῦ θεοῦ καὶ τὴν μαρτυρίαν Ἰησοῦ. 10 ἐγενόμην ἐν πνεύματι ἐν τῇ κυριακῇ ἡμέρᾳ, καὶ ἤκουσα ὀπίσω μου φωνὴν μεγάλην ὡς σάλπιγγος 11 λεγούσης, Ὃ βλέπεις γράψον εἰς βιβλίον καὶ πέμψον ταῖς ἑπτὰ ἐκκλησίαις, [εἰς Ἔφεσον καὶ εἰς Σμύρναν καὶ εἰς Πέργαμον καὶ εἰς Θυάτειρα καὶ εἰς Σάρδεις καὶ εἰς Φιλαδέλφειαν καὶ εἰς Λαοδίκειαν]. 12 Καὶ ἐπέστρεψα βλέπειν τὴν φωνὴν ἥτις ἐλάλει μετ' ἐμοῦ: καὶ ἐπιστρέψας εἶδον ἑπτὰ λυχνίας χρυσᾶς, 13 καὶ ἐν μέσῳ τῶν λυχνιῶν ὅμοιον υἱὸν ἀνθρώπου, ἐνδεδυμένον ποδήρη καὶ περιεζωσμένον πρὸς τοῖς μαστοῖς ζώνην χρυσᾶν: [14 ἡ δὲ κεφαλὴ αὐτοῦ καὶ αἱ τρίχες λευκαὶ ὡς ἔριον λευκόν, ὡς χιών, καὶ οἱ ὀφθαλμοὶ αὐτοῦ ὡς φλὸξ πυρός, 15 καὶ οἱ πόδες αὐτοῦ ὅμοιοι χαλκολιβάνῳ ὡς ἐν καμίνῳ πεπυρωμένης, καὶ ἡ φωνὴ αὐτοῦ ὡς φωνὴ ὑδάτων πολλῶν, 16 καὶ ἔχων ἐν τῇ δεξιᾷ χειρὶ αὐτοῦ ἀστέρας ἑπτά, καὶ ἐκ τοῦ στόματος αὐτοῦ ῥομφαία δίστομος ὀξεῖα ἐκπορευομένη, καὶ ἡ ὄψις αὐτοῦ ὡς ὁ ἥλιος φαίνει ἐν τῇ δυνάμει αὐτοῦ.] 17 Καὶ ὅτε εἶδον αὐτόν, ἔπεσα πρὸς τοὺς πόδας αὐτοῦ ὡς νεκρός: καὶ ἔθηκεν τὴν δεξιὰν αὐτοῦ ἐπ' ἐμὲ λέγων, Μὴ φοβοῦ: ἐγώ εἰμι ὁ πρῶτος καὶ ὁ ἔσχατος, 18 καὶ ὁ ζῶν, καὶ ἐγενόμην νεκρὸς καὶ ἰδοὺ ζῶν εἰμι εἰς τοὺς αἰῶνας τῶν αἰώνων, καὶ ἔχω τὰς κλεῖς τοῦ θανάτου καὶ τοῦ ἅ|δου. 19 γράψον οὖν ἃ εἶδες καὶ ἃ εἰσὶν καὶ ἃ μέλλει γενέσθαι μετὰ ταῦτα.

Giovanni, il veggente, si trova confinato nell'isola di Patmos per la sua attività apostolica. Egli condivide con le chiese alle quali scrive l'esperienza della persecuzione (nelle 7 lettere vedi 2,2-3;3,10). In questa situazione, ai cristiani (i "santi") è richiesta la pazienza: perseverare nel cammino nonostante ogni forza contraria. Giovanni non insiste tanto sul lottare per "cambiare le cose" ("se uno Dio lo mette in prigione, andrà in prigione; se uno uccide con la spada, bisogna che sia ucciso con la spada. Qui sta la costanza e la fede dei santi", 13,9-10); insiste piuttosto sulla "pazienza dei santi", che si esprime nel rifiuto di adorare la bestia (il male e tutto ciò che è contro Dio), come si legge in 14,12.
In questa situazione Giovanni vive la sua esperienza di visione nel giorno del Signore. La domenica è il giorno del Risorto, in questo giorno egli incontra Gesù risorto, vivo e attivamente presente nella storia e nelle chiese. Questo è la domenica per ogni cristiano. Il Risorto affida a Giovanni un messaggio per le chiese, ha qualcosa da dire alle comunità cristiane. Le sette chiese dell'Asia Minore rappresentano le chiese di tutti i tempi (il numero sette indica totalità). Il Risorto parla quindi anche per la mia comunità. Notiamo: il messaggio non è tanto per i singoli, quanto per le comunità. La Parola di Dio, tutta, è per la comunità cristiana. Ognuno, certo, deve personalmente farla propria; ma può farlo autenticamente solo nella misura in cui è vitalmente inserito nel cammino della sua concreta comunità: le sette chiese sono anche comunità precise e concrete.

lunedì 29 marzo 2010

4 aprile 2010 - Pasqua

Col 3,1-4

1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; 2 rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

1 Εἰ οὖν συνηγέρθητε τῷ Χριστῷ,
τὰ ἄνω ζητεῖτε, οὗ ὁ Χριστός ἐστιν ἐν δεξιᾷ τοῦ θεοῦ καθήμενος:
2 τὰ ἄνω φρονεῖτε, μὴ τὰ ἐπὶ τῆς γῆς:
3 ἀπεθάνετε γάρ, καὶ ἡ ζωὴ ὑμῶν κέκρυπται σὺν τῷ Χριστῷ ἐν τῷ θεῷ.
4 ὅταν ὁ Χριστὸς φανερωθῇ, ἡ ζωὴ ὑμῶν, τότε καὶ ὑμεῖς σὺν αὐτῷ φανερωθήσεσθε ἐν δόξῃ.

Proclamare che "Cristo è risorto" significa credere che egli è il Signore, "sta alla destra di Dio". Significa anche credere che, in questa "posizione", egli - mediante il suo Spirito - costituisce l'anima di ognuno che crede nella sua risurrezione, di chi trova in essa qualcosa di bello per sé: egli "è la nostra vita", la vita nascosta al fondo del nostro essere. Ma allora il trono di Dio, il "cielo", è il nostro cuore. Perciò, credere alla risurrezione, significa credere che il mio cuore è abitato e animato dal Risorto:
"L'opera della salvezza di Cristo è già interamente realizzata nel cuore di ogni battezzato. Nel mio cuore sta la vittoria della croce. Il che si può anche dire: sta lo Spirito Santo, che è il dono che scaturisce dalla croce e apre ad ogni altro dono. Ma il cuore è ancora nascosto. La vita cristiana non sarà allora che questo: che il cuore si manifesti, che a partire da esso la gloria del Risorto, il suo Spirito, progressivamente si irradi in tutta la persona, psiche e corpo (cf. Rm 6,4). Si tratta allora di scendere in noi fino al cuore, fino a trovare la fonte di acqua viva che il Signore vi ha posto (lo Spirito, dice Gv 7,38-39), e lasciare che irrighi tutto il nostro essere: "l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori" (Rm 5,5)! Si tratta di imparare a vivere a quel livello del nostro essere che è già “nei cieli” (cf. Ef 2,6), in modo che gradatamente tutto entri in questa dimensione. Si tratta di scendere laddove abita la luce, in modo che tutta la nostra vita da quella sia riempita; d'imparare ad abitare laddove la nostra vita è definitivamente al sicuro, finché la nostra condotta non sia più determinata dalla paura del male (cf. Gv 10,28). Si tratta di vivere secondo quello Spirito che in profondità è già la nostra vita (cf. Gal 5,25)." (La via del cuore, p. 34)
Ciò presuppone e richiede una morte: "voi siete morti". Perché la mia vita non sta più laddove l'uomo vecchio aveva la sua dimora di elezione, la "terra" - lì non ci sono più -, ovvero in quella dimensione dove tutto verifico e domino o, se preferiamo, dove al centro c'è il mio ego. Senza tale morte il mio "pensare/sentire le cose del cielo" è solo evasione e illusione. Grazie a questa morte la mia vita assume la forma del "cercare" e del "pensare/sentire" (phronein) il cielo. Il che non significa per niente disinteresse per la vita terrena (il Risorto stesso non vi è assente né indifferente, ma attivamente impegnato, e per il cristiano non potrebbe essere diversamente). Significa invece vivere "cercando" il cielo, protesi oltre, verso la dimensione ove la signoria del Cristo è completa; e "pensando" il cielo; avvertendo, come Giovanni il Battista che esulta nel grembo della madre, la presenza della novità che si fa sempre più prossima.

giovedì 25 marzo 2010

1 aprile 2010 - Giovedi Santo, In Coena Domini

1Cor 11,23-26
23 Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, per voi; fate questo in mia anàmnesi". 25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in mia anàmnesi". 26 Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.

23 Ἐγὼ γὰρ παρέλαβον ἀπὸ τοῦ κυρίου, ὃ καὶ παρέδωκα ὑμῖν, ὅτι ὁ κύριος Ἰησοῦς ἐν τῇ νυκτὶ ἧ παρεδίδετο ἔλαβεν ἄρτον 24 καὶ εὐχαριστήσας ἔκλασεν καὶ εἶπεν, Τοῦτό μού ἐστιν τὸ σῶμα τὸ ὑπὲρ ὑμῶν: τοῦτο ποιεῖτε εἰς τὴν ἐμὴν ἀνάμνησιν. 25 ὡσαύτως καὶ τὸ ποτήριον μετὰ τὸ δειπνῆσαι, λέγων, Τοῦτο τὸ ποτήριον ἡ καινὴ διαθήκη ἐστὶν ἐν τῷ ἐμῷ αἵματι: τοῦτο ποιεῖτε, ὁσάκις ἐὰν πίνητε, εἰς τὴν ἐμὴν ἀνάμνησιν. 26 ὁσάκις γὰρ ἐὰν ἐσθίητε τὸν ἄρτον τοῦτον καὶ τὸ ποτήριον πίνητε, τὸν θάνατον τοῦ κυρίου καταγγέλλετε, ἄχρις οὗ ἔλθῃ.

Al centro - della lettura e della vita della Chiesa - sta la consegna di Gesù alla morte, e il fatto che, in questa consegna, il suo corpo diviene "per noi" (v. 24) e il suo sangue suggella la nuova alleanza. Tutto questo (consegna, pane/corpo, vino/sangue) nella Chiesa è oggetto della tradizione (passiva e attiva: si riceve e si trasmette) e della continua memoria attualizzante (memoriale, anàmnesi) nella liturgia. Nella Messa esprimiamo solennemente, professiamo, la fede che la salvezza scaturisce per noi da quella consegna; e che il Consegnato è anche colui che in mezzo a noi deve tornare. Passato, presente e futuro sono definitivamente segnati dal gesto d'amore del Cristo, e ad ogni Eucaristia sempre più profondamente ad esso consegnati, affidàti alle mani trafitte del Crocifisso Risorto.

"Altro indicatore significativo [della presenza dell'ansia] è il rapporto con quella essenziale categoria mondana che è il tempo. Se ogni idolatria genera ansia, uno dei principali fattori ansiogeni (ossia idoli) è infatti senz'altro il tempo. Come passato, mi richiama l'inesorabile trascorrere di tutto, il costante passaggio di tutto il mio mondo, e di me stesso, nella morte. Come futuro, suscita la paura dell'ignoto: il futuro è per definizione incontrollabile e imprevedibile. Come presente, mi stringe nella morsa del tempo mancante, che fugge e inspiegabilmente si dilegua in mille rivoli, senza che mai si possa abitare in pienezza il presente. L'angoscia di fronte a quanto richiama l'invecchiamento, la pianificazione del futuro o, all'opposto, la sua rimozione nel disperato tentativo di agguantare l'attimo fuggente riempiendolo il più possibile di "esperienze", non sono che variazioni su un’unico tema: l'ansia di fronte al tempo." (La via del cuore, p. 24).

Perciò - detto tra noi - far prevalere sulle ragioni della partecipazione alla Messa festiva quelle del tempo mancante, significa fare una professione di fede alla rovescia, proclamando che si vive ancora nel "vecchio eone", in un tempo non redento.

lunedì 15 marzo 2010

28 marzo 2010 - Domenica delle Palme

Lc 23,34:
Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno.
Πάτερ, ἄφες αὐτοῖς, οὐ γὰρ οἴδασιν τί ποιοῦσιν.
Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt.

A meditare la frase di Gesù e la sua croce, ecco un passo dei Moralia in Iob (Commento al libro di Giobbe, libro XIII, cc. 21-23) di S. Gregorio Magno. Il passo si legge nell'ufficio delle letture del venerdi della III settimana di quaresima (la traduzione è riveduta). Il papa sta commentando il capitolo 16 ai vv. 16-18:

[versione CEI 2008]
16 La mia faccia è rossa per il pianto e un'ombra mortale mi vela le palpebre,
17 benché non ci sia violenza nelle mie mani e sia pura la mia preghiera.
18 O terra, non coprire il mio sangue né un luogo segreto trattenga il mio grido!

[Nova Vulgata]
16 Facies mea rubuit a fletu, et palpebrae meae caligaverunt;
17 attamen absque iniquitate manus meae, cum haberem mundas preces.
18 Terra, ne operias sanguinem meum, neque inveniat in te locum latendi clamor meus.

Per capire il v. 18 si tenga presente che il sangue versato e non coperto reclamava l'intervento di Dio (cfr. Gn 4,10; 37,26; Is 26,21; Ez 24,7).

XXI

... Il beato Giobbe, figura della santa Chiesa, a volte parla con la voce del corpo (=la chiesa), a volte invece del capo (=Cristo). E mentre parla delle membra di lei, si eleva improvvisamente alle parole del capo. Perciò anche qui si soggiunge:

XXII
"Questo soffro, eppure non c'è violenza nelle mie mani e pura è stata la mia preghiera" (Gb 16, 17).
Sollevò le sue mani senza colpa colui che "non commise peccato, né si trovò inganno sulla sua bocca" (1Pt 2,22), e tuttavia sopportò la sofferenza della croce per la nostra redenzione. Egli solo fra tutti levò pura la sua preghiera a Dio, perché anche nello stesso dolore della passione pregò per i persecutori, dicendo: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Che cosa si può dire, che cosa immaginare di più puro nella preghiera, del fatto che si doni la propria intercessione misericordiosa proprio a quelli dai quali viene inflitta la sofferenza? Avvenne perciò che il sangue del nostro Redentore, versato con crudeltà dai suoi persecutori, fu poi da essi bevuto con fede, e annunziarono Cristo quale Figlio di Dio. Di questo sangue ben a proposito si soggiunge:

XXIII
«O terra, non coprire il mio sangue, e il mio grido non rimanga nascosto in te» (Gb 16,18).
All'uomo, dopo che aveva peccato, fu detto: "Sei terra e in terra ritornerai" (Gn 3,19). E la terra non ha tenuto nascosto il sangue del nostro Redentore, perché ciascun peccatore, bevendo il riscatto della sua redenzione, lo fa oggetto della sua fede e della sua lode, e per quanto può lo annunzia ad altri. La terra non coprì il suo sangue, anche perché la santa Chiesa ha predicato ormai il mistero della sua redenzione in tutte le parti del mondo.
E' da notare, poi, quanto si soggiunge: «E il mio grido non rimanga nascosto in te». Il grido del nostro Redentore è lo stesso sangue della redenzione che viene bevuto. Perciò anche Paolo parla del «sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Eb 12,24). E del sangue di Abele era stato detto: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo» (Gn 4,10). Ma il sangue di Gesù parla meglio di quello di Abele, perché il sangue di Abele domandava la morte del fratricida, mentre il sangue del Signore ottenne la vita ai persecutori.
Perché il mistero della passione del Signore non sia vanificato in noi, dobbiamo dunque imitare ciò che beviamo e annunziare agli altri ciò che veneriamo. Il suo grido rimane nascosto in noi se la lingua tace quanto il cuore crede. Ma perché il suo grido non resti nascosto in noi, è necessario che ciascuno, secondo le sue possibilità, dia testimonianza ai fratelli del mistero della sua nuova vita.

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CAPUT XXI
V. 16b: "et palpebrae meae caligaverunt."
Palpebrae enim recte appellati sunt qui ad praevidenda pedum itinera vigilant. Sed cum occulta Dei iudicia nec praepositi vigilantes intelligunt, palpebrae sanctae Ecclesiae caligant. Sed ut saepe iam me dixisse memini, beatus Iob sanctae Ecclesiae typum tenens, modo voce corporis, modo autem voce capitis utitur; et dum de membris eius loquitur, repente ad verba capitis levatur. Unde hic quoque subiungitur:

CAPUT XXII
V. 17: "Haec passus sum absque iniquitate manus meae, cum haberem mundas ad Deum preces."
Absque iniquitate enim manus suae pertulit, qui "peccatum non fecit, nec inventus est dolus in ore eius" (1Pt 2,22), et tamen dolorem crucis pro nostra redemptione toleravit. Qui solus prae omnibus mundas ad Deum preces habuit, quia et in ipso dolore passionis pro persecutoribus oravit, dicens: "Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt" (Lc 23,34). Quid enim dici, quid cogitari in prece mundius potest quam cum et illis misericordia intercessionis tribuitur a quibus toleratur dolor? Unde factum est ut Redemptoris nostri sanguinem, quem persecutores saevientes fuderant, postmodum credentes biberent, eumque esse Dei Filium praedicarent. De quo videlicet sanguine apte subiungitur:

CAPUT XXIII
V. 18: "Terra, ne operias sanguinem meum, neque inveniat in te latendi locum clamor meus."
Peccanti homini dictum est: "Terra es, et in terram ibis" (Gn 3,19). Quae scilicet terra Redemptoris nostri sanguinem non abscondit, quia unusquisque peccator redemptionis suae pretium sumens, confitetur ac laudat, et quibus valet proximis innotescit. Terra etiam sanguinem eius non operuit, quia sancta Ecclesia redemptionis suae mysterium in cunctis iam mundi partibus praedicavit. Notandum quod subditur: "Neque inveniat in te latendi locum clamor meus". Ipse enim sanguis redemptionis qui sumitur clamor nostri Redemptoris est. Unde etiam Paulus dicit: "Et sanguinis aspersionem melius loquentem quam Abel" (Hb 12,24). De sanguine Abel dictum fuerat: "Vox sanguinis fratris tui clamat ad me de terra" (Gn 4,10). Sed sanguis Iesu melius loquitur quam Abel, quia sanguis Abel mortem fratricidae fratris petiit, sanguis autem Domini vitam persecutoribus impetravit. Ut ergo in nobis sacramentum dominicae passionis non sit otiosum, debemus imitari quod sumimus, et praedicare caeteris quod veneramur. Locum enim latendi clamor eius in nobis invenit, si hoc quod mens credidit lingua tacet. Sed ne in nobis clamor eius lateat, restat ut unusquisque iuxta modulum suum vivificationis suae mysterium proximis innotescat. Libet mentis oculos ad dominicae passionis horam reducere, cum Iudaei persequentes saevirent, discipuli timentes fugerent. Qui enim carne mori videbatur nequaquam Deus esse credebatur.

mercoledì 10 marzo 2010

21 marzo 2010 - V domenica di quaresima

Filippesi 3,8-11

Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero sterco, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.

8 ἀλλὰ μενοῦνγε καὶ ἡγοῦμαι πάντα ζημίαν εἶναι διὰ τὸ ὑπερέχον τῆς γνώσεως Χριστοῦ Ἰησοῦ τοῦ κυρίου μου, δι'ὃν τὰ πάντα ἐζημιώθην, καὶ ἡγοῦμαι σκύβαλα ἵνα Χριστὸν κερδήσω 9 καὶ εὑρεθῶ ἐν αὐτῷ, μὴ ἔχων ἐμὴν δικαιοσύνην τὴν ἐκ νόμου ἀλλὰ τὴν διὰ πίστεως Χριστοῦ, τὴν ἐκ θεοῦ δικαιοσύνην ἐπὶ τῇ πίστει, 10 τοῦ γνῶναι αὐτὸν καὶ τὴν δύναμιν τῆς ἀναστάσεως αὐτοῦ καὶ [τὴν] κοινωνίαν [τῶν] παθημάτων αὐτοῦ, συμμορφιζόμενος τῷ θανάτῳ αὐτοῦ, 11 εἴ πως καταντήσω εἰς τὴν ἐξανάστασιν τὴν ἐκ νεκρῶν.

Il seguente passo di S. Basilio mi pare un ottimo commento al testo paolino (che vi è citato). Il brano è proposto nell'ufficio delle letture del lunedi della III settimana di quaresima. Ho rivisto la traduzione che, secondo me, lascia come al solito non poco a desiderare.

Il sapiente non si glori della sua sapienza, né il forte della sua forza, né il ricco delle sue ricchezze (cf. Ger 9,22-23). Ma allora qual è la vera gloria, e in che cosa è grande l'uomo? Dice la Scrittura: in questo si glori colui che si gloria: se conosce e capisce che io sono il Signore (Ger 9,24; cf. Sap 15,3).
L'altezza dell'uomo, la sua gloria e la sua grandezza consistono nel conoscere ciò che è veramente grande, nell'attaccarsi ad esso e nel cercare gloria dal Signore della gloria. Dice infatti l'Apostolo: «Chi si vanta si vanti nel Signore», affermando che Cristo è stato costituito da Dio «per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, perché come sta scritto: 'Chi si vanta si vanti nel Signore'» (1 Cor 1,31). Il perfetto e pieno vanto in Dio si ha quando uno non si esalta per la sua giustizia, ma sa di essere privo della vera giustizia e comprende di essere stato giustificato per la sola fede in Cristo. E Paolo si fa vanto di disprezzare la propria giustizia, e cerca "quella che viene da Dio per mezzo di Gesù Cristo cioè la giustizia nella fede; perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti" (Fil 3,9-11).
Qui cade ogni altera superbia: niente ti è rimasto di cui poter andar superbo, o uomo! La tua gloria e la tua speranza sono oramai nel mettere a morte quello che è tuo, e cercare la vita futura in Cristo. Ne abbiamo già le primizie e ci troviamo in essa, vivendo ormai del tutto nella gratuita grazia di Dio.
E' Dio "che suscita in noi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni" (Fil 2,13).
E' ancora Dio che, per mezzo del suo Spirito, ci rivela la sua sapienza, predestinata alla nostra gloria.
E' Dio che ci dà forza e vigore nelle fatiche. «Ho faticato più di tutti loro» dice Paolo: «non io però, ma la grazia di Dio che è con me» (1 Cor 15,10).
E' Dio che scampa dai pericoli al di là di ogni speranza umana: «Abbiamo ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora» (2 Cor 1,10).
(S. Basilio, Omelia 20, Sull'umiltà, c. 3)

Μὴ καυχάσθω ὁ σοφὸς ἐν τῇ σοφίᾳ αὐτοῦ, καὶ μὴ καυχάσθω ὁ ἰσχυρὸς ἐν τῇ ἰσχύϊ αὐτοῦ, καὶ μὴ καυχάσθω ὁ πλούσιος ἐν τῷ πλούτῳ αὐτοῦ.
[3.] Ἀλλὰ τί τὸ καύχημα τὸ ἀληθές; καὶ ἐν τίνι μέγας ὁ ἄνθρωπος; Ἐν τούτῳ, φησὶ, καυχάσθω ὁ καυχώμενος, ἐν τῷ συνιεῖν καὶ γινώσκειν, ὅτι ἐγὼ Κύριος. Τοῦτο ὕψος ἀνθρώπου, τοῦτο δόξα καὶ μεγαλειότης, ἀληθῶς γνῶναι τὸ μέγα, καὶ τούτῳ προσφύεσθαι, καὶ δόξαν τὴν παρὰ τοῦ Κυρίου τῆς δόξης ἐπιζητεῖν. Λέγει δὲ ὁ Ἀπόστολος· Ὁ καυχώμενος, ἐν Κυρίῳ καυχάσθω, λέγων ὅτι Χριστὸς ἡμῖν ἐγενήθη σοφία ἀπὸ Θεοῦ, δικαιοσύνη τε καὶ ἁγιασμὸς καὶ ἀπολύτρωσις· ἵνα καθὼς γέγραπται, Ὁ καυχώμενος, ἐν Κυρίῳ καυχάσθω. Αὕτη γὰρ δὴ ἡ τελεία καὶ ὁλόκληρος καύχησις ἐν Θεῷ, ὅτε μήτε ἐπὶ δικαιοσύνῃ τις ἐπαίρεται τῇ ἑαυτοῦ, ἀλλ´ ἔγνω μὲν ἐνδεῆ ὄντα ἑαυτὸν δικαιοσύνης ἀληθοῦς, πίστει δὲ μόνῃ τῇ εἰς Χριστὸν δεδικαιωμένον. Καὶ καυχᾶται Παῦλος ἐπὶ τῷ καταφρονῆσαι τῆς ἑαυτοῦ δικαιοσύνης, ζητεῖν δὲ τὴν διὰ Χριστοῦ, τὴν ἐκ Θεοῦ δικαιοσύνην ἐπὶ τῇ πίστει, τοῦ γνῶναι αὐτὸν καὶ τὴν δύναμιν τῆς ἀναστάσεως αὐτοῦ, καὶ τὴν κοινωνίαν τῶν παθημάτων αὐτοῦ, συμμορφιζόμενος τῷ θανάτῳ αὐτοῦ, εἴ πως καταντήσει εἰς τὴν ἐξανάστασιν τὴν ἐκ νεκρῶν. Ἐνταῦθα πέπτωκε πᾶν ὕψος ὑπερηφανίας. Οὐδὲν ὑπολέλειπταί σοι πρὸς ἀλαζονείαν, ὦ ἄνθρωπε, ᾧ τὸ καύχημα καὶ ἡ ἐλπὶς ἐν τῷ νεκρῶσαι μὲν πάντα τὰ σεαυτοῦ, ζητῆσαι δὲ τὴν ἐν Χριστῷ ζωὴν τὴν μέλλουσαν· ἧς ἀπαρχὰς ἔχοντες, ἤδη ἐν τούτοις ἐσμὲν, τὸ ὅλον ἐν χάριτι ζῶντες καὶ δωρεᾷ Θεοῦ. Καὶ Θεὸς μέν ἐστιν, Ὁ ἐνεργῶν ἐν ἡμῖν καὶ τὸ θέλειν καὶ τὸ ἐνεργεῖν ὑπὲρ τῆς εὐδοκίας· Θεὸς δὲ τὴν ἑαυτοῦ σοφίαν τὴν προωρισμένην εἰς δόξαν ἡμῶν ἀποκαλύπτει διὰ τοῦ ἰδίου Πνεύματος. Θεὸς δὲ τὴν ἐν πόνοις δίδωσι δύναμιν. Περισσότερον πάντων ἐκοπίασα, φησὶ Παῦλος· οὐκ ἐγὼ δὲ, ἀλλ´ ἡ χάρις τοῦ Θεοῦ ἡ σὺν ἐμοί. Θεὸς δὲ ἐξαιρεῖται κινδύνων παρὰ πᾶσαν ἀνθρωπίνην ἐλπίδα. Αὐτοὶ, φησὶν, ἐν ἑαυτοῖς τὸ ἀπόκριμα τοῦ θανάτου ἐσχήκαμεν, ἵνα μὴ πεποιθότες ὦμεν ἐφ´ ἑαυτοῖς, ἀλλ´ ἐπὶ τῷ Θεῷ τῷ ἐγείροντι τοὺς νεκρούς· ὃς ἐκ τηλικούτου θανάτου ἐῤῥύσατο ἡμᾶς, καὶ ῥύεται, εἰς ὃν ἠλπίκαμεν, ὅτι καὶ ἔτι ῥύσεται.

martedì 9 marzo 2010

14 marzo 2010 - IV domenica di quaresima (Laetare)

2Cor 5,17-18

Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.

17 ὥστε εἴ τις ἐν Χριστῷ, καινὴ κτίσις: τὰ ἀρχαῖα παρῆλθεν, ἰδοὺ γέγονεν καινά. 18 τὰ δὲ πάντα ἐκ τοῦ θεοῦ τοῦ καταλλάξαντος ἡμᾶς ἑαυτῷ διὰ Χριστοῦ καὶ δόντος ἡμῖν τὴν διακονίαν τῆς καταλλαγῆς.

"Mentre l'amore psichico risponde in modo prevedibile, scontato e ripetitivo, in quanto obbedisce ad automatismi, l'amore nello Spirito, epifania di Dio nel mondo, segna l'irruzione della novità e della sorpresa" (La via del cuore, 68). Solo il Cristo sa vedermi bello anche mentre sono rivestito di bruttezze. L'amore psichico (nel senso paolino: mondano) reagisce al visibile, l'amore del Cristo vede l'invisibile e, guardandomi proprio così, mi ricrea. Ciò significa prima di tutto: mi perdona e mi riconcilia a sé. Posso divenire nuovo solo se il perdono di Dio mi rigenera: allora torno alla sorgente, torno vergine. L'apostolo è a servizio di questa riconciliazione davvero sorprendente. Talmente sorprendente che, per crederci, occorre un miracolo: la fede.