lunedì 26 aprile 2010

2 maggio 2010 - V Domenica di pasqua

Apocalisse 21,1-5

Vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c'era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

1 Καὶ εἶδον οὐρανὸν καινὸν καὶ γῆν καινήν: ὁ γὰρ πρῶτος οὐρανὸς καὶ ἡ πρώτη γῆ ἀπῆλθαν, καὶ ἡ θάλασσα οὐκ ἔστιν ἔτι. 2 καὶ τὴν πόλιν τὴν ἁγίαν Ἰερουσαλὴμ καινὴν εἶδον καταβαίνουσαν ἐκ τοῦ οὐρανοῦ ἀπὸ τοῦ θεοῦ, ἡτοιμασμένην ὡς νύμφην κεκοσμημένην τῷ ἀνδρὶ αὐτῆς. 3 καὶ ἤκουσα φωνῆς μεγάλης ἐκ τοῦ θρόνου λεγούσης, Ἰδοὺ ἡ σκηνὴ τοῦ θεοῦ μετὰ τῶν ἀνθρώπων, καὶ σκηνώσει μετ' αὐτῶν, καὶ αὐτοὶ λαοὶ αὐτοῦ ἔσονται, καὶ αὐτὸς ὁ θεὸς μετ' αὐτῶν ἔσται, [αὐτῶν θεός,] 4 καὶ ἐξαλείψει πᾶν δάκρυον ἐκ τῶν ὀφθαλμῶν αὐτῶν, καὶ ὁ θάνατος οὐκ ἔσται ἔτι, οὔτε πένθος οὔτε κραυγὴ οὔτε πόνος οὐκ ἔσται ἔτι: [ὅτι] τὰ πρῶτα ἀπῆλθαν. 5 Καὶ εἶπεν ὁ καθήμενος ἐπὶ τῷ θρόνῳ, Ἰδοὺ καινὰ ποιῶ πάντα. καὶ λέγει, Γράψον, ὅτι οὗτοι οἱ λόγοι πιστοὶ καὶ ἀληθινοί εἰσιν.

La profezia di Giovanni insiste molto sulla novità di quanto il veggente contempla: sono nuovi il cielo e la terra, Gerusalemme, e finalmente tutto (v. 5). Ciò che c'era prima è passato (vv. 1 e 4). Come potrebbe non trattarsi di qualcosa di radicalmente nuovo, se davvero il male (simboleggiato dal mare) non c'è più, e la sofferenza nemmeno? Non conosciamo niente del genere, e a fatica possiamo rappresentarcelo. La novità è opera diretta di Dio: «Ecco, io faccio tutto nuovo». Ascoltiamo bene questa affermazione. Essa potrebbe esprimere una volontà di azzerare tutto e ripartire, analogamente a quanto leggiamo prima del diluvio, oppure in Es 32,10: adesso basta, rifacciamo tutto. E' evidente che l'espressione non va presa in questo senso. Allora che questa nuova creazione non soppianta la precedente. Dio non è stufo di essa, non la getta dopo averla usata come teatro delle battaglie della storia. Al contrario la rinnova, portando al suo compimento il progetto. Questa è una Buona Notizia, un Vangelo, perché diversamente noi, nati e vissuti in questa creazione, non potremmo trovarci nella nuova che come estranei. Allora tra noi e il mondo attuale ci sarebbe un legame del tutto estrinseco e superficiale. Allora la proposta cristiana sul compimento risulterebbe profondamente mutata: il nostro vero mondo non sarebbe affatto questo, ma "qualcos'altro", di cui non potremmo avere la minima idea, magari proprio qualcosa di totalmente "spirituale". Allora, forse, non potremmo nemmeno vivere, come uomini, in un simile mondo, e dovremmo subire una "trasformazione" che, come quella del mondo circostante, sarebbe un rifacimento totale. Allora la salvezza non riguarderebbe me, ma qualcun altro. Invece è proprio il contrario: il cielo e la terra esistono ancora, esiste un "ambiente" per l'uomo, che mantiene una certa continuità con quello attuale. Certo, rimane per noi impossibile rappresentarci una simile situazione e dettagliarne l'immagine. Non potrebbe essere diversamente, giacché Dio si riserva di sorprendere tutti. Tuttavia è importante averlo chiaro: questo mondo è destinato non alla semplice distruzione ma alla trasformazione, «affinché il mondo stesso, restaurato nel suo stato primitivo, sia - senza più alcun ostacolo - al servizio dei giusti» (Ireneo di Lione, Adversus haereses V,32,1).

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