giovedì 27 dicembre 2012

Maria SS. Madre di Dio - anno C: Salmo 67,2


Salmo 67,2
Dio abbia pietà di noi e ci benedica
Deus misereatur nostri et benedicat nobis

Galati 4,4-6 Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!

Questo salmo annuncia la manifestazione del Verbo di Dio tra gli uomini. Il profeta (il salmista) prega per affrettare l’incarnazione, che porterà tutte le benedizioni messianiche e specialmente la conoscenza di Dio (Atanasio).

Nel dono dello Spirito, che ci fa figli per adozione, si realizza ogni misericordiosa benedizione divina.


martedì 25 dicembre 2012

Santa Famiglia - anno C: Salmo 84,5


Salmo 84,5
Beato chi abita nella tua casa: senza fine canta le tue lodi.
TILC felice chi sta nella tua casa: potrà lodarti senza fine.
Beati, qui habitant in domo tua: in perpetuum laudabunt te.

1Gv 3,2: Noi saremo simili a Dio, perché lo vedremo così come egli è.
"La felicità è abitare nella casa del Signore perché loderemo Dio nei secoli dei secoli" (Eusebio).

Se la famiglia è quasi una "Chiesa domestica",  la casa dove si vive la vita familiare è come un sacramento della casa di Dio, nella quale vediamo Dio divenendo come lui, fatti canto di lode alla sua gloria.




mercoledì 19 dicembre 2012

Natale del Signore, messa del giorno, anno C: Salmo 96,1


Salmo 96,1
CEI: Cantate al Signore un canto nuovo
NV: Cantate Domino canticum novum

Ebrei 1,3: Il Figlio è irradiazione della gloria di Dio (Padre)
La Scrittura ci ricorda costantemente la necessità di cantare Dio.
Il canto di lode non è estetismo, poesia fine a se stessa.
Se lo spettacolo dell’amore di Dio (la sua gloria) non suscita mai canto e apprezzamento entusiastico, vuol dire che non è percepito.

Giovanni 1,14: Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità
Il canto è res amoris, questione di amore, scrive S. Agostino. Il canto è il mio destino eterno (cf. Ap 15,3). Cantare Dio è il senso della vita. Essa non serve ad altri scopi, a realizzare qualcos’altro, chissà cosa, magari il Regno di Dio! Ma il Regno di Dio è proprio questo: il Regno è canto, e si edifica cantando.


martedì 18 dicembre 2012

IV domenica di avvento - anno C: Salmo 80,19


Facci rivivere (Signore,) e invocheremo il tuo Nome.
Vivificabis nos, et nomen tuum invocabimus.
TILC ridonaci la vita e invocheremo il tuo nome.

Luca 1,41-42 Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!».
Origene: «Colui che ci fa vivere è colui che ha detto: "Io sono la Vita" (Gv 14,6).
Il frutto benedetto del grembo di Maria è la Vita vera che rigenera la nostra vita morta.

Ebrei 10,5-7 Cristo dice: «Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà».
"Allorché il Salvatore apparirà, noi abbandoneremo gli idoli e non ci allontaneremo più da te" (Eusebio).
La ferma determinazione di cercare vita solo presso Dio - di invocare solo lui - esprime e realizza la liberazione da ogni schiavitù di morte.


domenica 9 dicembre 2012

III domenica di avvento - anno C: Is 12,2 (cf. Es 15,2 e Sal 118,14)


Is 12,2 (cf. Es 15,2 e Sal 118,14)
Mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza.
TILC Mi dai forza: canterò in tuo onore,
Signore, mio Salvatore.
NV fortitudo mea et laus mea Dominus,
et factus est mihi in salutem

Fil 4,4 Siate sempre lieti nel Signore
Lc 3,16 Giovanni rispose a tutti dicendo: "Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me".

Quando scopro che che la (mia) storia è in mano a Dio e non a potenze estranee, e che sto saldamente nella vita, allora sono nella gioia. Allora canto al Signore. In questo canto, espressione della certezza che “il Signore regna” (Es 15,18), sta l'unica vera possibile forza di salvezza: “mia forza e mio canto è il Signore!” (Es 15,2). Il canto è forza e la forza è canto.
Senza canto, la forza è violenza, cieca autoaffermazione, imposizione. Forza vera è il cantico nuovo dello stupore felice che sgorga dal cuore di fronte alla gloria di Dio.
Senza forza, il canto è allegria inconsistente o semplice estetismo; vuoto stordimento o sensuale degustazione di una bellezza che non libera, ma imprigiona ulteriormente nell'orizzonte mondano.


domenica 2 dicembre 2012

II domenica di avvento, anno C: Salmo 126,5


Salmo 126,5 chi semina nel pianto, raccoglie nella gioia - CEI Chi semina nel pianto mieterà nella gioia! - TILC Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia. - NV Qui seminant in lacrimis, in exsultatione metent.
Lc 3,3 Giovanni il Battista percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
S. Ilario: È necessario per noi seminare confessando i peccati. Ci rattristeremo della nostra debolezza, ci lamenteremo e soffriremo nella nostra coscienza, perché non saremo mai in grado di osservare degnamente i precetti di Dio secondo il proposito della volontà. Allora, ciò che avremo seminato nelle lacrime, mieteremo nella gioia. Nell'andare, piangiamo; nel tornare, esulteremo nella letizia, ripieni dei frutti delle nostre opere e carichi dei covoni della messe da noi coltivata, consolati da Cristo, benedetto nei secoli.
Fil 1,9 ... la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento
Ispirandoci ancora a S. Ilario, possiamo dire: c'è semina e semina; una nella carne e una nello spirito (vedi Galati 6,8).
C'è pianto e pianto, il pianto fecondo e quello sterile, uno che produce vita e uno che produce morte. Uno che mi isola e mi ripiega su me stesso, uno che mi apre a Dio e agli altri. C'è una fatica che è schiavitù del mondo e degli idoli, una che porta frutto per il Regno di Dio.
Sto seminando semi di vita o di morte?
Mentre scorre la giornata, mastichiamo la Parola!



martedì 27 novembre 2012

1 domenica di avvento - anno C: Salmo 25,1


Traduzione CEI 2008 e TILC: A te, Signore, innalzo l'anima mia.
traduzione latina ufficiale (Nova Vulgata): Ad te, Domine, levavi animam meam
Una frase del Nuovo Testamento (dalla medesima liturgia): Lc 21,25-36 Vi saranno segni... alzate il capo, la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi: i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e ansie della vita. Vegliate, per avere la forza di presentarvi al Figlio dell'uomo.
I Padri hanno descritto la preghiera come una elevazione dell'anima a Dio.
Raccogliamo la nostra interiorità dispersa su una miriade di oggetti esteriori e la volgiamo a Dio.
Ci innalziamo fino a lui.
Ci protendiamo verso lui.
Ci mettiamo alla sua presenza.
Chi si innalza fino a Dio:
non si dissipa,
non si ubriaca,
non affoga nell'ansia,
alza il capo al di sopra del semplice orizzonte mondano,
è in grado di cogliere i segni della liberazione.


giovedì 22 novembre 2012

Nuovo ciclio triennale


E così siamo arrivati alla fine di un (altro) ciclo, il commento alla seconda lettura festiva, condotto più che altro a partire dall'opera di S. Tommaso d'Aquino.
Con l'avvento 2012 prende il via il progetto "Ruminar Salmi", una proposta di meditazione su una frase tratta dal salmo responsoriale della liturgia domenicale.
Si tratta di un video settimanale pubblicato su Youtube della durata di 3 minuti circa, che riporta due o tre traduzioni della frase in questione, una o due frasi del Nuovo Testamento dalle letture della stessa liturgia, per collegare l'Antico al Nuovo, un pensiero di commento (spesso ispirato ai Padri della Chiesa) e infine un suggerimento per la ruminazione.
La ruminazione è la ripetizione di una breve preghiera o frase biblica, con esclusione di ogni altro pensiero.
Settimanalmente posterò il link e il sommario del contenuto. Per tre anni. O almeno così speriamo.

martedì 20 novembre 2012

25 novembre 2012 - XXXIV domenica del tempo ordinario (Cristo Re)


Apocalisse 1,8
Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!
Ἐγώ εἰμι τὸ Ἄλφα καὶ τὸ Ὦ, λέγει κύριος ὁ θεός, ὁ ὢν καὶ ὁ ἦν καὶ ὁ ἐρχόμενος, ὁ παντοκράτωρ.
Ego sum alpha et omega, principium et finis, dicit Dominus Deus; qui est, et qui erat, et qui venturus est, omnipotens.

L'espressione, che ricorre tre volte nell'Apocalisse (1,8; 21,6; 22,13), richiama Dio come principio (alfa) e fine (omega) dell'uomo e della creazione: tutto viene da Dio come principio e tende verso di lui come fine (A.). Il fine ultimo non può essere che il bene massimo, al quale tutto è ordinato, e che mette in movimento tutto, venendo in tal modo ad essere anche causa prima (B.).

A. Super Sent., lib. 1, distinctio 2, quaestio 1, prooemium

Postquam inquisivit ea de quibus agendum est in hoc opere, hic prosequitur suam intentionem, et dividitur in duas partes. Cum enim, ut supra dictum est, in prooem., sacrae doctrinae intentio sit circa divina; divinum autem sumitur secundum relationem ad Deum, vel ut principium, vel ut finem, secundum quod Apoc. 22, 13, dicitur: ego sum alpha, et omega; consideratio hujus doctrinae erit de rebus, secundum quod exeunt a Deo ut a principio, et secundum quod referuntur in ipsum ut in finem. Unde in prima parte determinat de rebus divinis secundum exitum a principio; in secunda secundum reditum in finem, et hoc in principio tertii.

B. Summa Contra Gentiles, lib. 3 cap. 17: Quod omnia ordinantur in unum finem, qui est Deus

1. Ex hoc autem apparet quod omnia ordinantur in unum bonum sicut in ultimum finem.
2. Si enim nihil tendit in aliquid sicut in finem nisi inquantum ipsum est bonum, ergo oportet quod bonum inquantum bonum sit finis. Quod igitur est summum bonum, est maxime omnium finis. Sed summum bonum est unum tantum, quod est Deus: ut in primo libro probatum est. Omnia igitur ordinantur sicut in finem in unum bonum quod est Deus.
3. Item. Quod est maximum in unoquoque genere, est causa omnium illorum quae sunt illius generis; sicut ignis, qui est calidissimus, est causa caliditatis in aliis corporibus. Summum igitur bonum, quod est Deus, est causa bonitatis in omnibus bonis. Ergo et est causa cuiuslibet finis quod sit finis: cum quicquid est finis, sit huiusmodi inquantum est bonum. Propter quod autem est unumquodque, et illud magis. Deus igitur maxime est omnium rerum finis.
4. Adhuc. In quolibet genere causarum causa prima est magis causa quam causa secunda: nam causa secunda non est causa nisi per causam primam. Illud igitur quod est causa prima in ordine causarum finalium, oportet quod sit magis causa finalis cuiuslibet quam causa finalis proxima. Sed Deus est prima causa in ordine causarum finalium: cum sit summum in ordine bonorum. Est igitur magis finis uniuscuiusque rei quam aliquis finis proximus.
5. Amplius. In omnibus finibus ordinatis oportet quod ultimus finis sit finis omnium praecedentium finium: sicut, si potio conficitur ut detur aegroto, datur autem ut purgetur, purgatur autem ut extenuetur, extenuatur autem ut sanetur; oportet quod sanitas sit finis et extenuationis et purgationis et aliorum praecedentium. Sed omnia inveniuntur in diversis gradibus bonitatis ordinata sub uno summo bono, quod est causa omnis bonitatis: ac per hoc, cum bonum habeat rationem finis, omnia ordinantur sub Deo sicut fines praecedentes sub fine ultimo. Oportet igitur quod omnium finis sit Deus.
6. Praeterea. Bonum particulare ordinatur in bonum commune sicut in finem: esse enim partis est propter esse totius; unde et bonum gentis est divinius quam bonum unius hominis. Bonum autem summum, quod est Deus, est bonum commune, cum ex eo universorum bonum dependeat: bonum autem quo quaelibet res bona est, est bonum particulare ipsius et aliorum quae ab ipso dependent. Omnes igitur res ordinantur sicut in finem in unum bonum, quod est Deus.
7. Ad ordinem agentium sequitur ordo in finibus: nam sicut supremum agens movet omnia secunda agentia, ita ad finem supremi agentis oportet quod ordinentur omnes fines secundorum agentium: quidquid enim agit supremum agens, agit propter finem suum. Agit autem supremum actiones omnium inferiorum agentium, movendo omnes ad suas actiones, et per consequens ad suos fines. Unde sequitur quod omnes fines secundorum agentium ordinentur a primo agente in finem suum proprium. Agens autem primum rerum omnium est Deus, ut in secundo probatum est. Voluntatis autem ipsius nihil aliud finis est quam sua bonitas, quae est ipsemet, ut in primo probatum est. Omnia igitur quaecumque sunt facta vel ab ipso immediate, vel mediantibus causis secundis, in Deum ordinantur sicut in finem. Omnia autem entia sunt huiusmodi: nam, sicut in secundo probatur, nihil esse potest quod ab ipso non habeat esse. Omnia igitur ordinantur in Deum sicut in finem.
8. Adhuc. Finis ultimus cuiuslibet facientis, inquantum est faciens, est ipsemet: utimur enim factis a nobis propter nos; et si aliquid aliquando propter aliud homo faciat, hoc refertur in bonum suum vel utile vel delectabile vel honestum. Deus autem est causa factiva rerum omnium, quorundam quidem immediate, quorundam autem mediantibus aliis causis, ut ex praemissis est manifestum. Est igitur ipsemet finis rerum omnium.
9. Praeterea. Finis inter alias causas primatum obtinet, et ab ipso omnes aliae causae habent quod sint causae in actu: agens enim non agit nisi propter finem, ut ostensum est. Ex agente autem materia in actum formae reducitur: unde materia fit actu huius rei materia, et similiter forma huius rei forma, per actionem agentis, et per consequens per finem. Finis etiam posterior est causa quod praecedens finis intendatur ut finis: non enim movetur aliquid in finem proximum nisi propter finem postremum. Est igitur finis ultimus prima omnium causa. Esse autem primam omnium causam necesse est primo enti convenire, quod Deus est, ut supra ostensum est. Deus igitur est ultimus omnium finis.
10. Hinc est quod dicitur Proverb. 16-4: universa propter semetipsum operatus est Deus. Et Apoc. ult.: ego sum alpha et omega, primus et novissimus.

martedì 13 novembre 2012

18 novembre 2012 - XXXIII domenica del tempo ordinario


Ebrei 10,12-14
Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.
οὗτος δὲ μίαν ὑπὲρ ἁμαρτιῶν προσενέγκας θυσίαν εἰς τὸ διηνεκὲς ἐκάθισεν ἐν δεξιᾷ τοῦ θεοῦ, τὸ λοιπὸν ἐκδεχόμενος ἕως τεθῶσιν οἱ ἐχθροὶ αὐτοῦ ὑποπόδιον τῶν ποδῶν αὐτοῦ: μιᾷ γὰρ προσφορᾷ τετελείωκεν εἰς τὸ διηνεκὲς τοὺς ἁγιαζομένους.
hic autem unam pro peccatis offerens hostiam, in sempiternum sedet in dextera Dei, de cetero exspectans donec ponantur inimici eius scabellum pedum eius. 14 Una enim oblatione, consummavit in sempiternum sanctificatos.

A. Summa theologiae IIIª q. 83 a. 1

Videtur quod in celebratione huius sacramenti Christus non immoletur.
SEMBRA che nella celebrazione di questo sacramento Cristo non venga immolato. Infatti:
1. Dicitur enim Hebr. X, quod Christus una oblatione consummavit in sempiternum sanctificatos. Sed illa oblatio fuit eius immolatio. Ergo Christus non immolatur in celebratione huius sacramenti.
1. L'Apostolo afferma che "Cristo con una sola oblazione ha reso perfetti per sempre coloro che vengono santificati". Ora, quell'oblazione fu la sua immolazione. Dunque Cristo non s'immola nella celebrazione di questo sacramento.
...
Sed contra est quod Augustinus dicit, in libro sententiarum prosperi, semel immolatus est in semetipso Christus, et tamen quotidie immolatur in sacramento.
IN CONTRARIO: S. Agostino scrive: "Una volta per sempre Cristo immolò se stesso direttamente e tuttavia egli s'immola ogni giorno nel sacramento".
Respondeo dicendum quod duplici ratione celebratio huius sacramenti dicitur Christi immolatio.
* Primo quidem quia, sicut Augustinus dicit, ad Simplicianum, solent imagines earum rerum nominibus appellari quarum imagines sunt, sicut cum, intuentes tabulam aut parietem pictum, dicimus, ille Cicero est, ille Sallustius. Celebratio autem huius sacramenti, sicut supra dictum est, imago est quaedam repraesentativa passionis Christi, quae est vera immolatio. Unde Ambrosius dicit, super epistolam ad Heb., in Christo semel oblata est hostia ad salutem sempiternam potens. Quid ergo nos? Nonne per singulos dies offerimus ad recordationem mortis eius?
* Alio modo, quantum ad effectum passionis, quia scilicet per hoc sacramentum participes efficimur fructus dominicae passionis. Unde et in quadam dominicali oratione secreta dicitur, quoties huius hostiae commemoratio celebratur, opus nostrae redemptionis exercetur. Quantum igitur ad primum modum, poterat Christus dici immolari etiam in figuris veteris testamenti, unde et in Apoc. XIII dicitur, quorum nomina non sunt scripta in libro vitae agni, qui occisus est ab origine mundi. Sed quantum ad modum secundum, proprium est huic sacramento quod in eius celebratione Christus immoletur.
RISPONDO: La celebrazione di questo sacramento può essere considerata un'immolazione di Cristo per due motivi. 
* Primo, perché, come osserva S. Agostino, "le immagini delle cose si è soliti chiamarle con il nome delle cose stesse: guardando, p. es., un quadro o una parete dipinta diciamo: Quello è Cicerone, quello è Sallustio". Ora, la celebrazione di questo sacramento, come si disse sopra, è un'immagine rappresentativa della passione di Cristo che è una vera immolazione. Di qui le parole di S. Ambrogio: "In Cristo la vittima si offrì una volta sola, valida per l'eterna salvezza. Noi dunque che cosa facciamo? Non offriamo forse il sacrificio ogni giorno, quale commemorazione della sua morte?".
* Secondo, per i suoi legami con gli effetti della passione; cioè in quanto mediante questo sacramento diveniamo partecipi del frutto della passione del Signore. In tal senso così si esprime un'orazione segreta domenicale: "Ogni volta che si celebra la commemorazione di questa vittima, si compie l'opera della nostra redenzione".
Perciò in base al primo motivo si può dire che Cristo s'immolava anche nelle figure dell'Antico Testamento; e in tal senso nell'Apocalisse si legge: "I nomi dei quali sono scritti nel libro di vita dell'Agnello, il quale è stato ucciso fin dall'origine del mondo". Per il secondo motivo invece l'immolazione di Cristo è propria della celebrazione di questo sacramento.
1. Ad primum ergo dicendum quod, sicut Ambrosius ibidem dicit, una est hostia, quam scilicet Christus obtulit et nos offerimus, et non multae, quia semel oblatus est Christus, hoc autem sacrificium exemplum est illius. Sicut enim quod ubique offertur unum est corpus et non multa corpora, ita et unum sacrificium.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice S. Ambrogio, "unica è la vittima", offerta da Cristo e da noi, "e non molte, essendosi il Cristo immolato un'unica volta; ma il sacrificio attuale è l'immagine del suo sacrificio. Come infatti è un solo corpo quello che si offre dovunque e non molti corpi, così unico è anche il sacrificio".
...

B. Super Io., cap. 19 l. 5 (Commento al Vangelo di Giovanni)

"E' compiuto", dice Cristo crocifisso prima di spirare (Gv 19,30). Questo compimento può essere inteso come la sua morte, la santificazione che da essa scaturisce (ecco il passo di Ebrei 10), il compimento delle Scritture.

Finalis consummatio ponitur cum dicit cum ergo accepisset Iesus acetum, dixit: "consummatum est", quod potest referri
* vel ad consummationem mortis, Hebr. c. II, 10: decebat in gloriam auctorem salutis eorum per passionem consummari,
* item ad consummationem sanctificationis quae est per passionem et crucem eius, Hebr. X, 14: una enim oblatione consummavit in sempiternum sanctificatos,
* vel ad consummationem Scripturarum, Lc. XVIII, 31: consummabuntur omnia quae scripta sunt per prophetas de filio hominis.

lunedì 5 novembre 2012

11 novembre 2012 - XXXII domenica del tempo ordinario


Ebrei 9,27-28
Come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
καὶ καθ' ὅσον ἀπόκειται τοῖς ἀνθρώποις ἅπαξ ἀποθανεῖν, μετὰ δὲ τοῦτο κρίσις, οὕτως καὶ ὁ Χριστός, ἅπαξ προσενεχθεὶς εἰς τὸ πολλῶν ἀνενεγκεῖν ἁμαρτίας, ἐκ δευτέρου χωρὶς ἁμαρτίας ὀφθήσεται τοῖς αὐτὸν ἀπεκδεχομένοις εἰς σωτηρίαν.
Et quemadmodum statutum est hominibus semel mori, post hoc autem iudicium, sic et Christus semel oblatus est ad multorum exhaurienda peccata, secundo sine peccato apparebit exspectantibus se, in salutem.

Cristo doveva liberarci dal peccato e dalla morte, dalla radice velenosa e dai suoi effetti letali, per questo ha voluto morire (prima liberazione) e risuscitare (seconda liberazione). La sua morte è per noi liberazione dal peccato (ecco il testo di Ebrei), e i sacramenti ne sono veicoli, traendo la loro forza dalla morte di Cristo.

Contra Gentiles, lib. 4 cap. 79: Quod per Christum resurrectio corporum sit futura (Attraverso Cristo avverrà la risurrezione dei corpi)

1. Quia vero supra ostensum est quod per Christum liberati sumus ab his quae per peccatum primi hominis incurrimus; peccante autem primo homine, non solum in nos peccatum derivatum est, sed etiam mors, quae est poena peccati, secundum illud apostoli, ad Rom. 5-12: per unum hominem peccatum in hunc mundum intravit, et per peccatum mors: necessarium est quod per Christum ab utroque liberemur, et a culpa scilicet et a morte. Unde ibidem dicit apostolus: si in unius delicto mors regnavit per unum, multo magis accipientes abundantiam donationis et iustitiae, in vitam regnabunt per unum Iesum Christum.
2. Ut igitur utrumque nobis in seipso demonstraret, et mori et resurgere voluit: mori quidem voluit ut nos a peccato purgaret, unde apostolus dicit, Hebr. 9-27: quemadmodum statutum est hominibus semel mori, sic et Christus semel oblatus est ad multorum exhaurienda peccata; resurgere autem voluit ut nos a morte liberaret unde apostolus, I Cor. 15-20 Christus resurrexit a mortuis, primitiae dormientium. Quoniam quidem per hominem mors, et per hominem resurrectio mortuorum.
3. Effectum igitur mortis Christi in sacramentis consequimur quantum ad remissionem culpae: dictum est enim supra quod sacramenta in virtute passionis Christi operantur.
4. Effectum autem resurrectionis Christi quantum ad liberationem a morte in fine saeculi consequemur, quando omnes per Christi virtutem resurgemus. Unde dicit apostolus, I Cor. 15-12 si Christus praedicatur quod resurrexit a mortuis, quomodo quidam dicunt in vobis quoniam resurrectio mortuorum non est? Si autem resurrectio mortuorum non est, neque Christus resurrexit, si autem Christus non resurrexit, inanis est praedicatio nostra, inanis est et fides nostra. Est igitur de necessitate fidei credere resurrectionem mortuorum futuram.

giovedì 1 novembre 2012

4 novembre 2012 - XXXI domenica del tempo ordinario


Ebrei 7,23-25
[Nella prima alleanza] in gran numero sono diventati sacerdoti, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore.
καὶ οἱ μὲν πλείονές εἰσιν γεγονότες ἱερεῖς διὰ τὸ θανάτῳ κωλύεσθαι παραμένειν: ὁ δὲ διὰ τὸ μένειν αὐτὸν εἰς τὸν αἰῶνα ἀπαράβατον ἔχει τὴν ἱερωσύνην: ὅθεν καὶ σῴζειν εἰς τὸ παντελὲς δύναται τοὺς προσερχομένους δι' αὐτοῦ τῷ θεῷ, πάντοτε ζῶν εἰς τὸ ἐντυγχάνειν ὑπὲρ αὐτῶν.
Et alii quidem plures facti sunt sacerdotes, idcirco quod morte prohiberentur permanere; hic autem eo quod maneat in aeternum, sempiternum habet sacerdotium. Unde et salvare in perpetuum potest accedentes per semetipsum ad Deum, semper vivens ad interpellandum pro nobis.

A. Commento al Simbolo degli Apostoli, art. 6: "è salito al cielo e siede alla destra di Dio Padre onnipotente", vedi qui.

B. Summa Theologiae IIIª q. 22 a. 4: Cristo mediatore non abbisogna di altri mediatori.

Videtur quod effectus sacerdotii Christi non solum pertinuerit ad alios, sed etiam ad ipsum.
SEMBRA che gli effetti del sacerdozio di Cristo non riguardino soltanto gli altri, ma anche lui stesso.
...
Respondeo dicendum quod, sicut dictum est, sacerdos constituitur medius inter Deum et populum. Ille autem indiget medio ad Deum qui per seipsum accedere ad Deum non potest, et talis sacerdotio subiicitur, effectum sacerdotii participans. Hoc autem Christo non competit, dicit enim apostolus, Heb. VII, accedens per seipsum ad Deum, semper vivens, ad interpellandum pro nobis. Et ideo Christo non competit effectum sacerdotii in se suscipere, sed potius ipsum aliis communicare. Primum enim agens in quolibet genere ita est influens quod non est recipiens in genere illo, sicut sol illuminat sed non illuminatur, et ignis calefacit sed non calefit. Christus autem est fons totius sacerdotii, nam sacerdos legalis erat figura ipsius; sacerdos autem novae legis in persona ipsius operatur, secundum illud II Cor. II, nam et ego, quod donavi, si quid donavi, propter vos, in persona Christi. Et ideo non competit Christo effectum sacerdotii suscipere.
RISPONDO: Come si è detto, il sacerdote è l'intermediario tra Dio e il popolo. Ora, ha bisogno di un intermediario presso Dio, chi non può accostarsi a lui da se stesso: costui sottostà all'efficacia del sacerdozio e ne riceve gli effetti. Ma questo non è il caso di Cristo: dice infatti l'Apostolo che "egli si avvicina a Dio da se stesso, sempre vivo a intercedere per noi". Perciò Cristo non può ricevere in sé gli effetti del sacerdozio, ma piuttosto egli li comunica agli altri. Infatti in ogni ordine di cose il primo agente influisce senza nulla ricevere in quell'ordine: il sole, p. es., illumina e non viene illuminato, il fuoco scalda e non viene scaldato. Ebbene, Cristo è la fonte di ogni sacerdozio; perché quello dell'antica legge ne era la figura, e quello della nuova legge agisce in suo nome, secondo l'affermazione di S. Paolo: "Anch'io, se ho perdonato qualcosa, l'ho fatto per riguardo a voi, in persona di Cristo". A Cristo dunque non spetta ricevere gli effetti del sacerdozio.
...

sabato 27 ottobre 2012

1 novembre - Tutti i Santi

Su 1Gv 3,1-3 (in rapporto alle beatitudini) vedi qui.

mercoledì 24 ottobre 2012

29 ottobre 2012 - XXX domenica del tempo ordinario


Ebrei 5,1-4
Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.
Πᾶς γὰρ ἀρχιερεὺς ἐξ ἀνθρώπων λαμβανόμενος ὑπὲρ ἀνθρώπων καθίσταται τὰ πρὸς τὸν θεόν, ἵνα προσφέρῃ δῶρά τε καὶ θυσίας ὑπὲρ ἁμαρτιῶν, μετριοπαθεῖν δυνάμενος τοῖς ἀγνοοῦσιν καὶ πλανωμένοις, ἐπεὶ καὶ αὐτὸς περίκειται ἀσθένειαν, καὶ δι'αὐτὴν ὀφείλει καθὼς περὶ τοῦ λαοῦ οὕτως καὶ περὶ αὐτοῦ προσφέρειν περὶ ἁμαρτιῶν. καὶ οὐχ ἑαυτῷ τις λαμβάνει τὴν τιμήν, ἀλλὰ καλούμενος ὑπὸ τοῦ θεοῦ, καθώσπερ καὶ Ἀαρών.
Omnis namque pontifex ex hominibus assumptus, pro hominibus constituitur in iis quae sunt ad Deum, ut offerat dona, et sacrificia pro peccatis, qui condolere possit iis qui ignorant et errant, quoniam et ipse circumdatus est infirmitate; et propterea debet, quemadmodum pro populo, ita etiam et pro semetipso offerre pro peccatis. Nec quisquam sumit sibi honorem, sed qui vocatur a Deo, tamquam Aaron.

E' bene o male desiderare la funzione di guida connessa all'ordine sacro? Si tenga presente anche che al tempo di S. Tommaso all'episcopato era legato anche un potere civile: la riflessione vale anche per il potere civile. Desiderare direttamente, per sé, il governo è atto di ingiustizia o di superbia: o si vuole un maggiore onore senza averne il merito corrispondente (ingiustizia), oppure ci si attribuisce da soli l'eccellenza sugli altri (superbia). Nessuno deve arrivare all'ordine sacro per proprio desiderio e iniziativa - per desiderio del potere e dell'onore in sé -, ma solo per chiamata di Dio, come Aronne. Si può però desiderare di essere degni dell'onore del governo e/o di compiere le opere della buona guida, che meritano onore.

Quodlibet II, q. 6 a. 1: Utrum peccatum sit appetere praelationem

Videtur quod peccatum sit appetere praelationem.
1. Non enim videtur quod possit appeti sine peccato id quod non fuit in statu naturae integrae, sed solum in statu naturae corruptae. Sed praelatio non fuit in statu naturae integrae, sed incepit esse post peccatum, quando dictum est mulieri, Gen., III, 16: sub viri potestate eris. Ergo peccatum est praelationem appetere.
2. Praeterea, appetitus videtur esse de his quae pertinent ad statum futurae gloriae. Sed in futuro cessabit omnis praelatio, ut dicit quaedam Glossa, I Cor., cap. XV. Ergo peccatum est appetere praelationem.
- Sed contra, est quod dicitur I ad Timoth., cap. V, 17: qui bene praesunt presbyteri, duplici honore digni habeantur. Sed non est peccatum appetere illud cui debetur honor, qui non debetur nisi virtuti. Ergo non est peccatum appetere praelationem.
* Respondeo. Dicendum, quod hanc quaestionem solvit Augustinus, XIX de Civit. Dei, ubi dicit, quod locus superior sine quo populus regi non potest, etsi administretur ut decet, tamen indecenter appetitur: cuius ratio est, quia qui appetit praelationem, aut est superbus, aut iniustus. Iniustitia enim est quod aliquis velit sibi plus de honore accipere, aut de potestate, aut de aliis bonis, nisi sit maioribus dignus, ut dicitur in V Ethic., cap. III. Quod autem aliquis aestimet se esse magis dignum praelatione omnibus illis super quos praelationem accipit, superbiae et praesumptionis est. Unde patet quod quicumque praelationem appetit, aut est iniustus aut superbus. Et ideo nullus suo appetitu debet ad praelationem pervenire, sed solum Dei iudicio, secundum illud apostoli ad Hebr., V, 4: nemo sibi assumit honorem sed qui vocatur a Deo tamquam Aaron. Potest tamen aliquis licite appetere se esse dignum praelatione, vel opera boni praelati, pro quibus debetur honor.
Unde patet responsio ad ultimum.
Primae vero duae rationes non recte concludunt; quia etiam ea quae non fuerunt in statu innocentiae nec erunt in statu gloriae, possunt licite appeti, sicut subiici, poenitere, et alia huiusmodi; quamvis praelatio quantum ad aliquid fuisset in statu innocentiae, et futura sit in statu gloriae: scilicet quantum ad superioritatem gradus, et quantum ad gubernationem vel regimen, non autem quantum ad coactam servitutem.

domenica 14 ottobre 2012

21 ottobre 2012 - XXIX domenica del tempo ordinario


Ebrei 4,15-16
Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
οὐ γὰρ ἔχομεν ἀρχιερέα μὴ δυνάμενον συμπαθῆσαι ταῖς ἀσθενείαις ἡμῶν, πεπειρασμένον δὲ κατὰ πάντα καθ' ὁμοιότητα χωρὶς ἁμαρτίας. 16προσερχώμεθα οὖν μετὰ παρρησίας τῷ θρόνῳ τῆς χάριτος, ἵνα λάβωμεν ἔλεος καὶ χάριν εὕρωμεν εἰς εὔκαιρον βοήθειαν.
Non enim habemus pontificem qui non possit compati infirmitatibus nostris, tentatum autem per omnia pro similitudine absque peccato. Adeamus ergo cum fiducia ad thronum gratiae, ut misericordiam consequamur, et gratiam inveniamus in auxilio opportuno.

Summa Theologiae IIIª q. 59 a. 2

Ad secundum sic proceditur. Videtur quod iudiciaria potestas non conveniat Christo secundum quod est homo.
SEMBRA che il potere giudiziario non spetti a Cristo in quanto uomo.
...
Respondeo dicendum quod Chrysostomus, super Ioan., sentire videtur quod iudiciaria potestas non conveniat Christo secundum quod est homo, sed solum secundum quod est Deus. Unde auctoritatem Ioannis inductam sic exponit, potestatem dedit ei iudicium facere. Quia filius hominis est, nolite mirari hoc. Non enim propterea suscepit iudicium quoniam homo est, sed quia ineffabilis Dei filius est, propterea iudex est. Quia vero ea quae dicebantur erant maiora quam secundum hominem, ideo, hanc opinionem solvens, dixit, ne miremini quia filius hominis est, etenim ipse est etiam filius Dei. Quod quidem probat per resurrectionis effectum, unde subdit, quia venit hora in qua omnes qui in monumentis sunt, audient vocem filii Dei. Sciendum tamen quod, quamvis apud Deum remaneat primaeva auctoritas iudicandi, hominibus tamen committitur a Deo iudiciaria potestas respectu eorum qui eorum iurisdictioni subiiciuntur. Unde dicitur Deut. I, quod iustum est iudicate, et postea subditur, quia Dei est iudicium, cuius scilicet auctoritate vos iudicatis. Dictum est autem supra quod Christus, etiam in natura humana, est caput totius Ecclesiae, et quod sub pedibus eius Deus omnia subiecit. Unde et ad eum pertinet, etiam secundum naturam humanam, habere iudiciariam potestatem. Propter quod videtur auctoritatem praedictam Evangelii sic esse intelligendam, potestatem dedit ei iudicium facere quia filius hominis est, non quidem propter conditionem naturae, quia sic omnes homines huiusmodi potestatem haberent, ut Chrysostomus obiicit, sed hoc pertinet ad gratiam capitis, quam Christus in humana natura accepit. Competit autem Christo hoc modo secundum humanam naturam iudiciaria potestas, propter tria.
Primo quidem, propter convenientiam et affinitatem ipsius ad homines. Sicut enim Deus per causas medias, tanquam propinquiores effectibus, operatur; ita iudicat per hominem Christum homines, ut sit suavius iudicium hominibus. Unde apostolus dicit, Heb. IV, non habemus pontificem qui non possit compati infirmitatibus nostris, tentatum per omnia per similitudinem, absque peccato. Adeamus ergo cum fiducia ad thronum gratiae eius.
Secundo, quia in finali iudicio, ut Augustinus dicit, super Ioan., erit resurrectio corporum mortuorum, quae suscitat Deus per filium hominis, sicut per eundem Christum suscitat animas inquantum est filius Dei.
Tertio quia, ut Augustinus dicit, in libro de verbis domini, rectum erat ut iudicandi viderent iudicem. Iudicandi autem erant boni et mali. Restabat ut in iudicio forma servi et bonis et malis ostenderetur, forma Dei solis bonis servaretur.
RISPONDO: Il Crisostomo sembra persuaso che il potere giudiziario non spetti a Cristo in quanto uomo, ma solo in quanto Dio. Così infatti egli legge il passo evangelico riferito sopra: "Gli ha dato il potere di giudicare. E non vi meravigliate per il fatto che è Figlio dell'Uomo". E commenta: "Egli infatti giudica non perché uomo; ma perché Figlio dell'ineffabile Iddio. Essendo perciò le facoltà enunciate superiori all'uomo, per chiarire la cosa disse: "Non vi meravigliate per il fatto che è Figlio dell'Uomo: poiché è anche il Figlio di Dio"". E per darne la prova si appella alla resurrezione finale: "Viene l'ora infatti in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio".
Si deve però notare che pur restando in Dio l'autorità primaria di giudicare, tuttavia Dio comunica agli uomini il potere giudiziario rispetto alle cose sottoposte alla loro giurisdizione. Di qui il comando del Deuteronomio: "Giudicate con giustizia", cui seguono le parole: "perché è il giudizio di Dio", per la cui autorità voi giudicate. Ora, sopra abbiamo detto che Cristo, anche per la sua natura umana, è capo di tutta la Chiesa, e che "Dio ha posto tutti gli esseri sotto i suoi piedi". Perciò a lui spetta, anche secondo la natura umana, il potere giudiziario. Quindi il suddetto brano evangelico va letto con questa punteggiatura: "Gli ha dato il potere di giudicare perché è il Figlio dell'Uomo", non già per la condizione della natura umana; ché allora tutti gli uomini avrebbero un simile potere, come obietta appunto il Crisostomo; ma per la grazia capitale, che Cristo ha ricevuto nella sua natura umana.
Ora, il suddetto potere giudiziario spetta a Cristo nella sua natura umana, per tre motivi. 
Primo, per la sua conformità e affinità con gli uomini. Dio infatti come opera mediante le cause seconde, perché sono più vicine agli effetti, così giudica gli uomini mediante l'umanità di Cristo, affinché il giudizio sia per gli uomini più benevolo. Di qui le parole dell'Apostolo: "Non abbiamo un gran sacerdote che non sia in grado di compatire le nostre miserie, essendo egli in tutto simile a noi tranne che nel peccato. Avviciniamoci dunque con fiducia al trono della sua grazia".
Secondo, perché "nel giudizio finale", nota S. Agostino, "ci sarà la resurrezione dei morti, e i loro corpi Dio li risuscita per mezzo del Figlio dell'Uomo", come del resto "per il medesimo Cristo risuscita le anime", in quanto questi è "Figlio di Dio".
Terzo, perché, come spiega S. Agostino, "era giusto che i giudicandi vedessero il giudice. Ma costoro saranno sia i buoni che i cattivi. Bisognava dunque che nel giudizio la forma di servo apparisse sia ai buoni che ai cattivi, riservando ai soli buoni la forma di Dio".

lunedì 8 ottobre 2012

14 ottobre 2012 - XXVIII domenica del tempo ordinario


Ebrei 4,12

La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Ζῶν γὰρ ὁ λόγος τοῦ θεοῦ καὶ ἐνεργὴς καὶ τομώτερος ὑπὲρ πᾶσαν μάχαιραν δίστομον καὶ διϊκνούμενος ἄχρι μερισμοῦ ψυχῆς καὶ πνεύματος, ἁρμῶν τε καὶ μυελῶν, καὶ κριτικὸς ἐνθυμήσεων καὶ ἐννοιῶν καρδίας:
Vivus est enim sermo Dei, et efficax et penetrabilior omni gladio ancipiti : et pertingens usque ad divisionem animæ ac spiritus : compagum quoque ac medullarum, et discretor cogitationum et intentionum cordis.


Sulla distinzione tra anima e spirito si vedano queste note su 1Tessalonicesi 5,23.

domenica 30 settembre 2012

7 ottobre 2012 - XXVII domenica del tempo ordinario


Ebrei 2,11
Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli.
ὁ τε γὰρ ἁγιάζων καὶ οἱ ἁγιαζόμενοι ἐξ ἑνὸς πάντες: δι'ἣν αἰτίαν οὐκ ἐπαισχύνεται ἀδελφοὺς αὐτοὺς καλεῖν...
Qui enim sanctificat, et qui sanctificantur, ex uno omnes. Propter quam causam non confunditur fratres eos vocare...

L'umanità di Cristo è santificata (dall'unione con il Verbo) e santificante (gli altri uomini) (A.). Santificare appartiene propriamente a Dio solo, il che dimostra che Cristo non è un semplice uomo "adottato" da Dio, come alcuni eretici hanno sostenuto (B.).

A. Summa Theologiae IIIª q. 34 a. 1

Videtur quod Christus non fuerit sanctificatus in primo instanti suae conceptionis.
SEMBRA che Cristo non sia stato santificato nel primo istante del suo concepimento. 
...
3. Praeterea, sicut per verbum Dei omnia facta sunt, ita per verbum incarnatum sunt omnes homines sanctificati qui sanctificantur, Heb. II, qui sanctificat et qui sanctificantur ex uno omnes. Sed verbum Dei, per quod facta sunt omnia, non est factum, ut Augustinus dicit, in I de Trin. Ergo Christus, per quem sanctificantur omnes, non est sanctificatus.
Come "tutte le cose sono state fatte" per mezzo del Verbo di Dio, così per mezzo del Verbo incarnato tutti gli uomini vengono santificati, secondo le parole di S. Paolo: "Chi santifica e i santificati provengono tutti da uno". Ma "il Verbo di Dio, per mezzo del quale furono create tutte le cose, non è stato fatto", dice S. Agostino. Quindi Cristo, per mezzo del quale tutti vengono santificati, non è stato santificato.
...
Respondeo dicendum quod, sicut supra dictum est, abundantia gratiae sanctificantis animam Christi derivatur ex ipsa verbi unione, secundum illud Ioan. I, vidimus gloriam eius quasi unigeniti a patre, plenum gratiae et veritatis. Ostensum est autem supra quod in primo instanti conceptionis corpus Christi animatum fuit et a verbo Dei assumptum. Unde consequens est quod in primo instanti conceptionis Christus habuit plenitudinem gratiae sanctificantis animam et corpus eius.
RISPONDO: L'abbondanza della grazia, che santifica l'anima di Cristo, deriva, come abbiamo detto, dalla sua unione col Verbo, secondo le parole di S. Giovanni: "Noi ne abbiamo visto la gloria, gloria eguale a quella dell'Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità". Ora, abbiamo dimostrato sopra che il corpo di Cristo ricevette l'infusione dell'anima e fu assunto dal Verbo di Dio nel primo istante del suo concepimento. Ne segue quindi che da quel primo istante Cristo ebbe la pienezza della grazia che ne santifica l'anima e il corpo.
...
3. Ad tertium dicendum quod aliter operatur pater creationem rerum per filium, aliter tota Trinitas sanctificationem hominum per hominem Christum. Nam verbum Dei est eiusdem virtutis et operationis cum Deo patre, unde pater non operatur per filium sicut per instrumentum, quod movet motum. Humanitas autem Christi est sicut instrumentum divinitatis, sicut supra dictum est. Et ideo humanitas Christi est sanctificans et sanctificata.
Il Padre non opera per mezzo del Figlio nella creazione delle cose allo stesso modo che tutta la Trinità opera la santificazione degli uomini per mezzo del Cristo-uomo. Infatti il Verbo di Dio ha lo stesso potere e lo stesso operare di Dio Padre: ecco perché il Padre non si serve del Figlio come di uno strumento, il quale muove perché è mosso. L'umanità di Cristo invece, e l'abbiamo già notato, è come "uno strumento della divinità". Perciò l'umanità di Cristo santifica ed è santificata.

B. Contra Gentiles, lib. 4 cap. 4 (Quid opinatus sit Photinus de filio Dei, et eius improbatio - Che cosa abbia pensato Fotino del figlio di Dio, e sua confutazione)

15. Quaedam opera in Scripturis sacris ita Deo proprie attribuuntur quod alteri convenire non possunt, sicut sanctificatio animarum, et remissio peccatorum: dicitur enim Levit. 20-8: ego dominus, qui sanctifico vos; et Isaiae 43-25: ego sum qui deleo iniquitates vestras propter me. Utrumque autem horum Christo Scriptura attribuit. Dicitur enim ad Hebr. 2-11: qui sanctificat et qui sanctificantur, ex uno omnes; et ad Hebr. ult.: Iesus, ut sanctificaret per suum sanguinem populum, extra portam passus est.
Ipse etiam dominus de se protestatus est quod haberet potestatem remittendi peccata, et miraculo confirmavit, ut habetur Matth. 9-6. Hoc etiam Angelus de ipso praenuntiavit, ipse, inquiens, salvum faciet populum suum a peccatis eorum. Non igitur Christus, et sanctificans et peccata remittens, sic dicitur Deus sicut dicuntur dii hi qui sanctificantur, et quorum peccata remittuntur: sed sicut virtutem et naturam divinitatis habens.

lunedì 24 settembre 2012

30 settembre 2012 - XXVI domenica del tempo ordinario


Giacomo 5,1-2
Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme.
Ἄγε νῦν οἱ πλούσιοι, κλαύσατε ὀλολύζοντες ἐπὶ ταῖς ταλαιπωρίαις ὑμῶν ταῖς ἐπερχομέναις. ὁ πλοῦτος ὑμῶν σέσηπεν καὶ τὰ ἱμάτια ὑμῶν σητόβρωτα γέγονεν.
Agite nunc divites, plorate ululantes in miseriis vestris, quae advenient vobis. Divitiae vestrae putrefactae sunt, et vestimenta vestra a tineis comesta sunt.

Nel suo Commento a Geremia, Tommaso fa qualche rapida annotazione su Ger 9,22 (23) (Non glorietur sapiens in sapientia sua, et non glorietur fortis in fortitudine sua, et non glorietur dives in divitiis suis - Non si vanti il sapiente della sua sapienza, non si vanti il forte della sua forza, non si vanti il ricco della sua ricchezza).
La fiducia che si ripone nella sapienza, nella forza e nella ricchezza è mal riposta in quanto:
* la sapienza passa, è imperfetta, inorgoglisce, accresce il dolore
* la forza è fragile, inutile, sgradita a Dio, occasione di peccato
* la ricchezza marcisce (ecco Giacomo), non può salvare, ostacola l'accoglienza della Parola di Dio, spesso nuoce.

In Jeremiam, cap. 9 l. 6

Hic excludit evasionis falsam fiduciam: non glorietur; quasi per hoc credens se liberari, in sapientia, quae praecipua est inter humana bona animae, fortitudine, praecipua inter humana bona corporis, divitiis, quae praecipua sunt in bonis exterioribus.
1 Reg. 2: nolite multiplicare loqui sublimia, gloriantes.
...
Nota, quod homo non debet gloriari in sapientia,
quia transitoria.
Isa. 29: peribit sapientia a sapientibus ejus, et intellectus prudentium ejus abscondetur.
Quia imperfecta.
Eccl. 8: intellexi, quod omnium operum Dei nullam possit homo invenire rationem eorum quae fiunt sub sole.
Quia nociva.
1 Cor. 8: scientia inflat, caritas vero aedificat.
Quia laboriosa. Eccl. 1: in multa sapientia multa indignatio; et qui addit scientiam, addit et laborem.

Item non debet gloriari in fortitudine,
quia fragilis.
Job 6: nec fortitudo lapidum, fortitudo mea, nec caro mea aenea est.
Quia frequenter inutilis.
Eccl. 9: vidi sub sole, nec velocium esse cursum, nec fortium bellum, nec sapientium panem, nec doctorum divitias, nec artificum gratiam; secundum tempus, casumque in omnibus.
Quia non domino acceptabilis.
Psalm. 146: non in fortitudine equi voluntatem habebit, neque in tibiis viri beneplacitum erit ei.
Quia peccati occasio.
Sap. 2: sit autem fortitudo nostra lex justitiae: quod enim infirmum est, inutile invenitur.

Item non debet gloriari in divitiis,
quia transitoriae.
Jac. 5: divitiae vestrae putrefactae sunt, et vestimenta vestra a tineis comesta sunt.
Quia insufficientes.
Prov. 17: quid prodest stulto habere divitias, cum sapientiam emere non possit?
Quia verbum Dei impedientes.
Matth. 13: fallacia divitiarum suffocat verbum, et sine fructu efficitur.
Quia nocivae. Eccl. 5: divitiae congregatae in malum domini sui.

lunedì 17 settembre 2012

23 settembre 2012 - XXV domenica del tempo ordinario


Giacomo 3,17-18
La sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.
ἡ δὲ ἄνωθεν σοφία πρῶτον μὲν ἁγνή ἐστιν, ἔπειτα εἰρηνική, ἐπιεικής, εὐπειθής, μεστὴ ἐλέους καὶ καρπῶν ἀγαθῶν, ἀδιάκριτος, ἀνυπόκριτος: καρπὸς δὲ δικαιοσύνης ἐν εἰρήνῃ σπείρεται τοῖς ποιοῦσιν εἰρήνην.
Quæ autem desursum est sapientia, primum quidem pudica est, deinde pacifica, modesta, suadibilis, bonus consentiens, plena misericordia et fructibus bonis, non judicans, sine simulatione. Fructus autem iustitiae, in pace seminatur, facientibus pacem.

Occupandosi del dono di sapienza in rapporto alle beatitudini, Tommaso fa una esegesi di questo passo.

Summa Theologiae IIª-IIae q. 45 a. 6

Videtur quod septima beatitudo non respondeat dono sapientiae.
SEMBRA che al dono della sapienza non corrisponda la settima beatitudine.
...
3. Praeterea, Iac. III dicitur, quae desursum est sapientia primo quidem pudica est, deinde autem pacifica, modesta, suadibilis, bonis consentiens, plena misericordia et fructibus bonis, iudicans sine simulatione. Beatitudo ergo correspondens sapientiae non magis debuit accipi secundum pacem quam secundum alios effectus caelestis sapientiae.
3. S. Giacomo afferma: "La sapienza che viene dall'alto prima di tutto è pura, poi pacifica, modesta, arrendevole, condiscendente ai buoni, piena di misericordia e di buoni frutti, aliena dal criticare con ipocrisia". Quindi la beatitudine corrispondente alla sapienza non va determinata partendo dalla pace a preferenza degli altri effetti della sapienza celeste.
Respondeo dicendum quod septima beatitudo congrue adaptatur dono sapientiae et quantum ad meritum et quantum ad praemium. Ad meritum quidem pertinet quod dicitur, beati pacifici. Pacifici autem dicuntur quasi pacem facientes vel in seipsis vel etiam in aliis. Quorum utrumque contingit per hoc quod ea in quibus pax constituitur ad debitum ordinem rediguntur, nam pax est tranquillitas ordinis, ut Augustinus dicit, XIX de Civ. Dei. Ordinare autem pertinet ad sapientiam; ut patet per philosophum, in principio Metaphys. Et ideo esse pacificum convenienter attribuitur sapientiae. Ad praemium autem pertinet quod dicitur, filii Dei vocabuntur. Dicuntur autem aliqui filii Dei inquantum participant similitudinem filii unigeniti et naturalis, secundum illud Rom. VIII, quos praescivit conformes fieri imaginis filii sui, qui quidem est sapientia genita. Et ideo percipiendo donum sapientiae, ad Dei filiationem homo pertingit.
RISPONDO: La settima beatitudine corrisponde bene al dono della sapienza, sia rispetto al merito, sia rispetto al premio. Al merito infatti si riferiscono quelle parole: "Beati i pacifici". Ora, sono chiamati pacifici coloro che attuano la pace, o in se stessi, o negli altri. E queste due cose avvengono per il fatto che gli esseri in cui si attua la pace vengono ricondotti al debito ordine: infatti la pace è "la tranquillità dell'ordine", come insegna S. Agostino. D'altra parte ordinare, come nota il Filosofo, spetta alla sapienza. Dunque l'essere pacifici va attribuito giustamente alla sapienza.
Al premio poi si riferiscono le parole: "Saranno chiamati figli di Dio". Ora, certuni sono chiamati figli di Dio in quanto partecipano la somiglianza del Figlio unigenito e naturale di Dio, secondo le parole di S. Paolo: "Quelli che egli ha preconosciuti ad essere conformi all'immagine di suo Figlio", il quale appunto è la sapienza (increata e) generata. Dunque ricevendo il dono della sapienza, l'uomo raggiunge la filiazione divina.
...
Ad tertium dicendum quod, sicut iam dictum est, ad sapientiam, secundum quod est donum, pertinet non solum contemplari divina, sed etiam regulare humanos actus. In qua quidem directione primo occurrit remotio a malis quae contrariantur sapientiae, unde et timor dicitur esse initium sapientiae, inquantum facit recedere a malis. Ultimum autem est, sicut finis, quod omnia ad debitum ordinem redigantur, quod pertinet ad rationem pacis. Et ideo convenienter Iacobus dicit quod sapientia quae desursum est, quae est donum spiritus sancti, primum est pudica, quasi vitans corruptelas peccati; deinde autem pacifica, quod est finalis effectus sapientiae, propter quod ponitur beatitudo. Iam vero omnia quae sequuntur manifestant ea per quae sapientia ad pacem perducit, et ordine congruo. Nam homini per pudicitiam a corruptelis recedenti primo occurrit quod quantum ex se potest, modum in omnibus teneat, et quantum ad hoc dicitur, modesta. Secundo, ut in his in quibus ipse sibi non sufficit, aliorum monitis acquiescat, et quantum ad hoc subdit, suadibilis. Et haec duo pertinent ad hoc quod homo consequatur pacem in seipso. Sed ulterius, ad hoc quod homo sit pacificus etiam aliis, primo requiritur ut bonis eorum non repugnet, et hoc est quod dicit, bonis consentiens. Secundo, quod defectibus proximi et compatiatur in affectu et subveniat in effectu, et hoc est quod dicitur, plena misericordia et fructibus bonis. Tertio requiritur ut caritative emendare peccata satagat, et hoc est quod dicit, iudicans sine simulatione, ne scilicet, correctionem praetendens, odium intendat explere.
3. Come già abbiamo detto, al dono della sapienza non spetta soltanto contemplare le cose divine, ma anche guidare gli atti umani. E in tale guida la prima cosa richiesta è l'eliminazione del male che si oppone alla sapienza: ecco perché si dice che il timore è "l'inizio della sapienza", proprio perché fa allontanare dal male. Invece l'ultima cosa, richiesta come fine, è che tutto sia ricondotto al debito ordine: e questo costituisce la pace. Giustamente perciò S. Giacomo afferma, che "la sapienza che viene dall'alto", e che è un dono dello Spirito Santo, "prima di tutto è pura", nel senso che evita le sozzure del peccato; "di poi pacifica", per indicare l'effetto finale della sapienza, che giustifica la beatitudine.
Invece le espressioni seguenti stanno a indicare per ordine i mezzi con i quali la sapienza porta alla pace. Infatti il primo dovere di un uomo che lascia la colpa è di contenersi, per quanto può nei limiti prescritti (modum tenere): ed ecco perché si parla di "modestia". Il secondo è di accettare gli ammonimenti degli altri nelle cose in cui non può fare da solo: ecco spiegato l'aggettivo "arrendevole". E queste due cose si riferiscono al conseguimento della pace in se stessi. - Ma perché poi uno diventi pacifico con gli altri si richiede: primo, che non ostacoli il bene altrui; ecco il perché di quell'espressione: "condiscendente ai buoni". Secondo, che di fronte alle miserie del prossimo compatisca con l'affetto e soccorra con le opere: perciò si dice, "piena di misericordia e di buoni frutti". Terzo, si richiede che uno cerchi con carità di correggere i peccati; ecco perché si dice: "aliena dal criticare con ipocrisia", cioè perché non si cerchi di sfogare l'odio col pretesto della correzione.

domenica 9 settembre 2012

16 settembre 2012 - XXIV domenica del tempo ordinario


Giacomo 2,18
Al contrario uno potrebbe dire: «Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede».
Ἀλλ' ἐρεῖ τις, Σὺ πίστιν ἔχεις κἀγὼ ἔργα ἔχω. δεῖξόν μοι τὴν πίστιν σου χωρὶς τῶν ἔργων, κἀγώ σοι δείξω ἐκ τῶν ἔργων μου τὴν πίστιν.
Sed dicet quis: Tu fidem habes, et ego opera habeo; ostende mihi fidem tuam sine operibus, et ego ostendam tibi ex operibus fidem meam.

S. Tommaso associa la famosa espressione di Giacomo alla figura di S. Giovanni il Battista: uno che faceva i fatti, come appare sia in A. (il martirio) che in B. (commento a Mt 3,5: Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutto il paese d’intorno al Giordano presero ad accorrere a lui).

A. Summa Theologiae IIª-IIae, q. 124 a. 5

Videtur quod sola fides sit causa martyrii.
SEMBRA che la fede soltanto possa esser causa del martirio. 
...
Respondeo dicendum quod, sicut dictum est, martyres dicuntur quasi testes, quia scilicet corporalibus suis passionibus usque ad mortem testimonium perhibent veritati, non cuicumque, sed veritati quae secundum pietatem est, quae per Christum nobis innotuit; unde et martyres Christi dicuntur, quasi testes ipsius. Huiusmodi autem est veritas fidei. Et ideo cuiuslibet martyrii causa est fidei veritas. Sed ad fidei veritatem non solum pertinet ipsa credulitas cordis, sed etiam exterior protestatio. Quae quidem fit non solum per verba quibus aliquis confitetur fidem, sed etiam per facta quibus aliquis fidem se habere ostendit, secundum illud Iac. II, ego ostendam tibi ex operibus fidem meam. Unde et de quibusdam dicitur Tit. I, confitentur se nosse Deum, factis autem negant. Et ideo omnium virtutum opera, secundum quod referuntur in Deum, sunt quaedam protestationes fidei, per quam nobis innotescit quod Deus huiusmodi opera a nobis requirit, et nos pro eis remunerat. Et secundum hoc possunt esse martyrii causa. Unde et beati Ioannis Baptistae martyrium in Ecclesia celebratur, qui non pro neganda fide, sed pro reprehensione adulterii mortem sustinuit.
RISPONDO: I martiri, come abbiamo detto, sono dei testimoni; poiché con le loro sofferenze fisiche fino alla morte rendono testimonianza alla verità, ma non a una verità qualsiasi, bensì alla verità rivelata da Cristo, "la quale è secondo la pietà"; essi infatti sono martiri di Cristo, ossia suoi testimoni. Ma tale verità è la verità della fede. Dunque causa del martirio è la verità della fede. - Ora, la verità della fede non implica soltanto l'atto interno del credere, ma anche l'esterna professione di essa. E questo non si fa solo con le parole, ma anche mediante i fatti con i quali uno mostra di aver la fede, secondo l'espressione di S. Giacomo: "Io ti farò vedere con le opere la mia fede". Ecco perché di alcuni S. Paolo diceva: "Professano a parole di conoscere Dio, ma con le opere lo rinnegano". Perciò tutte le azioni virtuose, in quanto si riferiscono a Dio, sono altrettante proteste di fede; di quella fede la quale ci fa conoscere che Dio vuole da noi quelle opere buone, e che ci ricompenserà per esse. In tal senso queste possono esser causa del martirio. Infatti nella Chiesa si celebra il martirio di S. Giovanni Battista, il quale subì la morte non per non rinnegare la fede, ma per aver condannato l'adulterio.
...

B. Super Mt., cap. 3 l. 1

Consequenter agitur de Baptismo: unde dicitur "tunc exibant": et tangit tria. Primo quomodo visitabatur a turbis; secundo quomodo turbae baptizabantur; et tertio quomodo confitebantur peccata sua.
Et quantum ad primum sciendum, quod tria sunt quae invitabant homines ad exeundum ad Ioannem:
Primo nova praedicatio. Numquam audiverant fieri mentionem de regno caelorum, et ideo mirabantur; Iob c. XXXVIII, 33: numquid nosti ordinem caeli, et pones rationem eius in terra? Ioannes primo docuit quod ratio regni caelorum non esset ponenda in terra.
Secundo propter vitam. Unde dicit tunc exibant, videntes scilicet vitam ipsius; Iac. II, 18: ostende mihi fidem tuam sine operibus, et ego ostendam tibi ex operibus fidem meam et cetera.
Tertio, quia Iudaea privata erat instructione prophetarum. Ps. LXXIII, 9: signa nostra non vidimus, iam non est propheta. Et ideo exibant a Iudaea ad videndum; et hoc est tunc exibant (...) et baptizabantur ab eo in Iordane.

martedì 4 settembre 2012

9 settembre 2012 - XXIII domenica del tempo ordinario


Giacomo 2,5
Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?
Ἀκούσατε, ἀδελφοί μου ἀγαπητοί. οὐχ ὁ θεὸς ἐξελέξατο τοὺς πτωχοὺς τῷ κόσμῳ πλουσίους ἐν πίστει καὶ κληρονόμους τῆς βασιλείας ἧς ἐπηγγείλατο τοῖς ἀγαπῶσιν αὐτόν;
Audite, fratres mei dilectissimi: nonne Deus elegit pauperes in hoc mundo, divites in fide, et haeredes regni, quod repromisit Deus diligentibus se?

I giusti sono sempre ricchi? Al contrario! La mentalità anticotestamentaria promette beni materiali al giusto, per attirarlo ai beni spirituali (B.).
I giusti/poveri non cadono in oblio di fronte a Dio e i loro oppressori saranno puniti (A.).
Povertà:
- di beni materiali
- dell'umiltà
- dell'afflizione
- della conoscenza
- dell'imperfezione (C.).
Esiste una povertà "abituale" e una "attuale": la prima è il distacco dalla ricchezza che pure si possiede, la seconda è l'effettivo abbandono dei beni materiali. Gli oppositori degli ordini mendicanti, contro i quali è rivolto il Contra impugnantes Dei cultum et religionem (vedi qui) ammettevano soltanto la prima, la seconda solo se si rinunziava ai beni per entrare in una comunitò che ne possedeva in comune o per lavorare manualmente. Per dimostrare il contrario, Tommaso cita, insieme a Mt 17,26; 19,21.23.27-28; Mc 10,23; Lc 8,14; 9,58; 14,33 anche il passo dell'epistola di Giacomo (oltre a passi di Girolamo, Agostino, Ambrogio, Crisostomo, Bernardo) (D.).

A. Super Psalmo 9 n. 12: Quoniam non in finem oblivio erit pauperis (Sal 9,19, CEI Perché il misero non sarà mai dimenticato).

Res viles habentur despectui, sermo traditur oblivioni; sed non sic traduntur oblivioni justi apud Deum:
Jac. 2: Deus elegit pauperes divites in fide, heredes regni quod repromisit Deus diligentibus se. 
Matth. 5: beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum caelorum.
Ergo licet hic videantur oblivioni traditi, hoc tamen non est in finem, scilicet finaliter:
Isa. 54: punctum in modico dereliqui te, et in miserationibus magnis congregabo te. Et sequitur: et in misericordia sempiterna misertus sum tui.
Quando enim recordabitur, tunc puniet opprimentes:
Ps. 76: non obliviscetur misereri Deus, neque continebit in ira sua misericordias suas.

B. Super Psalmo 36 n. 16: Mutuabitur peccator, et non solvet; iustus autem miseretur et tribuet (Sal 36,21; CEI 37,21: Il malvagio prende in prestito e non restituisce, ma il giusto ha compassione e dà in dono).

Sed quid est hoc quod dicit? Numquid iusti semper abundant terrenis, et mali non? Immo videtur contrarium; Jac. 2: nonne Deus elegit pauperes in hoc mundo? Sed Deus secundum istam expositionem loquitur secundum statum veteris testamenti, in quo servantibus legem promittuntur temporalia bona, transgredientibus vero mala, ut saltem per temporalia traherentur ad spiritualia.

C. In Jeremiam, cap. 5 l. 8 (dove si fa riferimento ai poveri oppressi).

Notandum, quod est multiplex paupertas; scilicet
terrenae possessionis. Jacobi 2: nonne Deus elegit pauperes in hoc mundo, divites in fide, et heredes regni quod repromisit Deus diligentibus se? 
Humilitatis. Matth. 5: beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum caelorum.
Afflictionis. Psal. 68: ego sum pauper et dolens: salus tua, domine, suscepit me.
Cognitionis. Apoc. 3: nescis quia tu es pauper.
Imperfectionis. Thren. 3: ego vir videns paupertatem meam in virga indignationis ejus.

D. Contra impugnantes, pars 2 cap. 5

Huius Ioviniani error in Vigilantio surrexit, ut Hieronymus dicit in epistola contra Vigilantium, qui veritatem fidei impugnabat, ut ibidem dicitur, pudicitiam odio habens, et in convivio saecularium, contra ieiunia sanctorum declamans, ut Hieronymus in eadem epistola dicit. Nec solum contentus fuit Iovinianum imitari, consilium de virginitate evacuans; sed superaddere ausus est, ut etiam consilium de paupertate servanda omnino destrueret: unde Hieronymus de eo dicit: quod autem asserit, eos melius facere qui utuntur rebus suis, et paulatim fructus possessionum pauperibus dividunt, quam illos qui possessionibus venumdatis simul omnia largiuntur; non a me ei sed a Deo respondebitur: si vis esse perfectus, vade, et vende omnia quae habes, et da pauperibus, et veni sequere me: Matth. XIX, 21.
Hic autem error per successiones errantium usque ad hodierna tempora pervenit; et in haereticis quibusdam qui Cathari nominantur, permansit, et adhuc permanet, sicut patet in quodam tractatu cuiusdam Desiderii haeresiarchae Lombardi nostri temporis, quem edidit contra Catholicam veritatem: in quo inter cetera condemnat statum eorum qui relictis omnibus egere volunt cum Christo.
Nuper autem, quod est horribilius, antiquus error renovatus est ab his qui fidem defendere videbantur; et more errantium in peius procedentes, non sunt contenti divitias paupertati aequare, ut Iovinianus; vel divitias paupertati praeferre, ut Vigilantius; sed paupertatem totaliter condemnare; dicentes non esse licitum sua omnia pro Christo relinquere, nisi talem religionem intret quae possessiones habeat, vel nisi talis de labore manuum vivere intendat. Asserunt etiam paupertatem laudari in Scripturis non actualem, qua aliquis rebus temporalibus se expoliat, sed habitualem, qua aliquis rem temporalem contemnit corde, etsi re possideat.
Ad destructionem ergo huius erroris hoc modo procedemus. Primo ostendemus, ad perfectionem evangelicam pertinere non solum paupertatem habitualem, sed etiam actualem, quae fit per abiectionem rerum temporalium.
Secundo ostendemus, quod haec perfectio manet, etiamsi possessiones in communi non habeantur.
Tertio, quod haec perfectio etiam in his qui possessionibus carent, non semper requirit manuum laborem.
Quarto solvemus ad ea quae pro se inducunt.
Ad ostendendum autem paupertatem actualem ad evangelicam perfectionem pertinere, assumatur primo illud quod dicitur Matth. XIX,21: si vis perfectus esse, vade, et vende omnia quae habes, et da pauperibus. Sed ille qui sua vendit et pauperibus tribuit, non solum habitualem paupertatem eligit, sed etiam actualem. Ergo actualis paupertas ad evangelicam perfectionem pertinet.
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Iac. 2,5: "nonne Deus elegit pauperes in hoc mundo?". Glossa: "inopes rerum temporalium". Hoc autem non est nisi per actualem paupertatem. Ergo actualiter pauperes sunt electi a Deo.

martedì 28 agosto 2012

2 settembre 2012 - XXII domenica del tempo ordinario


Giacomo 1,22
Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi.
Γίνεσθε δὲ ποιηταὶ λόγου καὶ μὴ μόνον ἀκροαταὶ παραλογιζόμενοι ἑαυτούς.
Estote autem factores verbi, et non auditores tantum, fallentes vosmetipsos.

La teologia è una scienza speculativa o pratica? Tutte e due (A. e B.).
Ogni cristiano deve essere in rapporto vivo e costante con la Parola di Dio, il che significa: 1. ascoltarla 2. crederla 3. meditarla 4. praticarla 5. annunziarla. In tutto ciò è esemplare la Vergine Maria (C.).

A. Summa Iª q. 1 a. 4
Videtur quod sacra doctrina sit scientia practica.
Finis enim practicae est operatio, secundum philosophum in II Metaphys. Sacra autem doctrina ad operationem ordinatur, secundum illud Iac. I, estote factores verbi, et non auditores tantum. Ergo sacra doctrina est practica scientia.
SEMBRA che la sacra dottrina sia una scienza pratica. E infatti:
1. Secondo Aristotele "fine della scienza pratica è l'operazione". Ora, la sacra dottrina è ordinata precisamente all'operazione, secondo il detto di S. Giacomo: "Siate esecutori e non soltanto uditori della parola". Dunque la sacra dottrina è una scienza pratica.
...
Respondeo dicendum quod sacra doctrina, ut dictum est, una existens, se extendit ad ea quae pertinent ad diversas scientias philosophicas, propter rationem formalem quam in diversis attendit, scilicet prout sunt divino lumine cognoscibilia. Unde licet in scientiis philosophicis alia sit speculativa et alia practica, sacra tamen doctrina comprehendit sub se utramque; sicut et Deus eadem scientia se cognoscit, et ea quae facit. Magis tamen est speculativa quam practica, quia principalius agit de rebus divinis quam de actibus humanis; de quibus agit secundum quod per eos ordinatur homo ad perfectam Dei cognitionem, in qua aeterna beatitudo consistit.
RISPONDO: Abbiamo già detto che la teologia, pur essendo una, si estende agli oggetti delle varie scienze filosofiche a motivo della ragione formale, o aspetto speciale sotto cui li riguarda, cioè in quanto conoscibili mediante il lume divino. Per questo, sebbene tra le scienze filosofiche alcune siano speculative ed altre pratiche, pure la sacra dottrina comprende sotto di sé i due aspetti; come anche Dio con la medesima scienza conosce se stesso e le sue opere.
Tuttavia è più speculativa che pratica, perché si occupa più delle cose divine che degli atti umani, dei quali tratta solo in quanto per essi l'uomo è ordinato alla perfetta conoscenza di Dio, nella quale consiste la beatitudine eterna.

B. Lectura Romana in primum Sententiarum Petri Lombardi, prologus, q. 3 a. 1

Hic quaeritur utrum haec scientia sit practica.
Et videtur quod sit practica. Iacobi enim primo dicitur: Estote factores verbi, etc. Romanorum II: Non auditores legis sed factores, etc. Ergo haec scientia determinatur ad facere; hoc autem est practicae scientiae. Est igitur haec scientia practica.
...
Responsio. Dicendum quod haec scientia utrumque complectitur. Habet enim in se id quod est speculativae et id quod est practicae. Cuius ratio est quia ultima perfectio hominis est in cognitione Dei. Cognitio autem Dei habetur dupliciter: et in praesenti, et expectatur in futuro perfectius habenda. Si autem haberetur solum in praesenti, tunc haec scientia per quam devenimur in cognitione Dei esset tantum speculativa. Unde cum cognitio Dei et habeatur in praesenti et expectetur in futuro, oportet quod haec scientia manifestet nobis qualiter sit possibile Deum cognosci in praesenti, et sic est speculativa, et doceat qualiter perveniamus ad eum per bonas operationes, et sic est practica. Principalius tamen est speculativa, nam ultimus finis noster est in speculatione. Operamur autem ut beati simus; beatitudo autem in cognitione Dei consistit.
Ad primum ergo dicendum quod verba apostolorum intelliguntur quantum ad partem illam huius scientiae in qua agitur de praeceptis, quorum factores et non auditores tantum iustificabuntur.
...

C. In Symbolum Apostolorum, a. 2: Et in Iesum Christum, filium eius unicum, dominum nostrum

Si ergo verbum Dei est filius Dei, et omnia Dei verba sunt similitudo quaedam istius verbi; debemus
* primo libenter audire verba Dei: hoc est enim signum quod diligamus Deum, si verba illius libenter audimus.
* Secundo debemus credere verbis Dei, quia ex hoc verbum Dei habitat in nobis, idest Christus, qui est verbum Dei, apostolus, Ephes. III, 17: habitare Christum per fidem in cordibus vestris. Ioan. V, 38: verbum Dei non habetis in vobis manens.
* Tertio oportet quod verbum Dei in nobis manens continue meditemur; quia non solum oportet credere, sed meditari; aliter non prodesset; et huiusmodi meditatio valet multum contra peccatum. Psal. CXVIII, 11: in corde meo abscondi eloquia tua, ut non peccem tibi; et iterum de viro iusto dicitur Psal. I, 2: in lege eius meditabitur die ac nocte. Unde de beata virgine dicitur Luc. II, 51, quod conservabat omnia verba haec conferens in corde suo.
* Quarto oportet quod homo verbum Dei communicet aliis, commonendo, praedicando, et inflammando. Apostolus, Ephes. IV, 29: omnis sermo malus ex ore vestro non procedat, sed si quis bonus ad aedificationem. Idem, Colos. III, 16: verbum Christi habitet in vobis abundanter, in omni sapientia, docentes et commonentes vosmetipsos. Idem, I Tim. IV, 2: praedica verbum, insta opportune, importune, argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina.
* Ultimo verbum Dei debet executioni mandari. Iac. I, 22: estote factores verbi, et non auditores tantum, fallentes vosmetipsos.
Ista quinque servavit per ordinem beata Maria in generatione verbi Dei ex se.
Primo enim audivit: spiritus sanctus superveniet in te, Luc. II, 35,
secundo consensit per fidem: ecce ancilla domini, ibid. 38,
tertio tenuit et portavit in utero,
quarto protulit et peperit eum,
quinto nutrivit et lactavit eum; unde Ecclesia cantat: ipsum regem Angelorum sola virgo lactabat ubere de caelo pleno.

lunedì 20 agosto 2012

26 agosto 2012 - XXI domenica del tempo ordinario


Efesini 5,31-32
Per questo l’uomo lascerà (il) padre e (la) madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne.
Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
ἀντὶ τούτου καταλείψει ἄνθρωπος [τὸν] πατέρα καὶ [τὴν] μητέρα καὶ προσκολληθήσεται πρὸς τὴν γυναῖκα αὐτοῦ, καὶ ἔσονται οἱ δύο εἰς σάρκα μίαν. τὸ μυστήριον τοῦτο μέγα ἐστίν, ἐγὼ δὲ λέγω εἰς Χριστὸν καὶ εἰς τὴν ἐκκλησίαν.
Propter hoc relinquet homo patrem et matrem suam, et adhaerebit uxori suae, et erunt duo in carne una. Sacramentum hoc magnum est, ego autem dico in Christo et in Ecclesia.

Proles, fides, sacramentum, ossia i figli, la fedeltà e il legame sacramentale (indissolubile): questi i valori del matrimonio secondo S. Agostino, che S. Tommaso riprende in Summa Contra Gentiles, lib. 4 cap. 78, dove si parla del sacramento del matrimonio. Come negli altri sacramenti i gesti materiali rappresentano realtà spirituali, così nel matrimonio: l'unione dell'uomo e della donna rappresenta l'unione di Cristo con la Chiesa (secondo il detto di Efesini 5,32), unione "di uno a una per sempre", fedele e indivisibile.

De sacramento matrimonii 

1. Quamvis autem homines per sacramenta restaurentur ad gratiam, non tamen mox restaurantur ad immortalitatem: cuius rationem supra, ostendimus. Quaecumque autem corruptibilia sunt, perpetuari non possunt nisi per generationem. Quia igitur populum fidelium perpetuari oportebat usque ad mundi finem, necessarium fuit hoc per generationem fieri, per quam etiam humana species perpetuatur.
2. Considerandum est autem quod, quando aliquid ad diversos fines ordinatur, indiget habere diversa dirigentia in finem: quia finis est proportionatus agenti. Generatio autem humana ordinatur ad multa: scilicet ad perpetuitatem speciei; et ad perpetuitatem alicuius boni politici, puta ad perpetuitatem populi in aliqua civitate; ordinatur etiam ad perpetuitatem Ecclesiae, quae in fidelium collectione consistit. Unde oportet quod huiusmodi generatio a diversis dirigatur. Inquantum igitur ordinatur ad bonum naturae, quod est perpetuitas speciei, dirigitur in finem a natura inclinante in hunc finem: et sic dicitur esse naturae officium. Inquantum vero ordinatur ad bonum politicum, subiacet ordinationi civilis legis. Inquantum igitur ordinatur ad bonum Ecclesiae, oportet quod subiaceat regimini ecclesiastico. Ea autem quae populo per ministros Ecclesiae dispensantur, sacramenta dicuntur. Matrimonium igitur secundum quod consistit in coniunctione maris et feminae intendentium prolem ad cultum Dei generare et educare est Ecclesiae sacramentum: unde et quaedam benedictio nubentibus per ministros Ecclesiae adhibetur.
3. Et sicut in aliis sacramentis per ea quae exterius aguntur, spirituale aliquid figuratur; sic et in hoc sacramento per coniunctionem maris et feminae coniunctio Christi et Ecclesiae figuratur: secundum illud apostoli, ad Ephes. 5,32: sacramentum hoc magnum est: ego autem dico in Christo et Ecclesia.
4. Et quia sacramenta efficiunt quod figurant, credendum est quod nubentibus per hoc sacramentum gratia conferatur, per quam ad unionem Christi et Ecclesiae pertineant: quod eis maxime necessarium est, ut sic carnalibus et terrenis intendant quod a Christo et Ecclesia non disiungantur.
5. Quia igitur per coniunctionem maris et feminae Christi et Ecclesiae coniunctio designatur, oportet quod figura significato respondeat. Coniunctio autem Christi et Ecclesiae est unius ad unam perpetuo habendam: est enim una Ecclesia, secundum illud Cant. 6,8: una est columba mea, perfecta mea; nec unquam Christus a sua Ecclesia separabitur, dicit enim ipse Matth. ult.: ecce, ego vobiscum sum usque ad consummationem saeculi; et ulterius: semper cum domino erimus, ut dicitur I ad Thess. 4,17. Necesse est igitur quod matrimonium, secundum quod est Ecclesiae sacramentum, sit unius ad unam indivisibiliter habendam. Et hoc pertinet ad fidem, qua sibi invicem vir et uxor obligantur.
6. Sic igitur tria sunt bona matrimonii, secundum quod est Ecclesiae sacramentum: scilicet proles, ad cultum Dei suscipienda et educanda; fides, prout unus vir uni uxori obligatur; et sacramentum, secundum quod indivisibilitatem habet matrimonialis coniunctio, inquantum est coniunctionis Christi et Ecclesiae sacramentum.
7. Cetera autem quae in matrimonio consideranda sunt, supra in tertio libro pertractavimus.

lunedì 13 agosto 2012

19 agosto 2012 - XX domenica del tempo ordinario


Efesini 5,15
Fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi.
Βλέπετε οὖν ἀκριβῶς πῶς περιπατεῖτε, μὴ ὡς ἄσοφοι ἀλλ' ὡς σοφοί.
Videte itaque, fratres, quomodo caute ambuletis, non quasi insipientes, sed ut sapientes.

Alla prudenza è necessaria la cautela? La domanda sembra incomprensibile oggi, perché le due cose, per una distorsione che ora non ci mettiamo a illustrare, sono diventate sinonime. Non così per Tommaso, per il quale prudenza è la capacità di fare le scelte pratiche che sono realmente virtuose, buone. Alla nostra questione Tommaso risponde sì: l'uomo prudente deve essere cauto; non per guardarsi dagli atti di virtù: ma per cautelarsi da ciò che potrebbe impedire codesti atti (cautio non est necessaria in moralibus actibus ut aliquis sibi caveat ab actibus virtutum, sed ut sibi caveat ab eis per quae actus virtutum impediri possunt, ad 1). Ossia, l'uomo prudente NON è cauto nel fare il bene (facciamo il bene ma non troppo, non si sa mai...) ma esattamente in senso contrario: sta attento per fare il massimo bene possibile...

IIª-IIae q. 49 a. 8
Videtur quod cautio non debeat poni pars prudentiae.
SEMBRA che la cautela non sia da considerarsi come parte della prudenza.
...
Sed contra est quod apostolus dicit, ad Ephes. V, videte quomodo caute ambuletis.
IN CONTRARIO: L'Apostolo scrive agli Efesini: "State attenti a camminare con cautela".

Respondeo dicendum quod ea circa quae est prudentia sunt contingentia operabilia, in quibus, sicut verum potest admisceri falso, ita et malum bono, propter multiformitatem huiusmodi operabilium, in quibus bona plerumque impediuntur a malis, et mala habent speciem boni. Et ideo necessaria est cautio ad prudentiam, ut sic accipiantur bona quod vitentur mala.
RISPONDO: Le cose di cui si occupa la prudenza sono le azioni contingenti eseguibili, nelle quali può esserci mescolanza di bene e di male come di vero e di falso, per la varietà di codeste operazioni, in cui spesso il bene è impedito dal male, e il male può avere l'aspetto di bene. Perciò la prudenza deve armarsi di cautela, in modo da cogliere il bene, evitando il male.
...

martedì 7 agosto 2012

12 agosto 2012 - XIX domenica del tempo ordinario


Efesini 5,1

Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi...
γίνεσθε οὖν μιμηταὶ τοῦ θεοῦ, ὡς τέκνα ἀγαπητά...
Estote ergo imitatores Dei, sicut filii carissimi...

A. Spiegazione del Padre Nostro:

Come nostro Padre, dobbiamo a Dio: 1. onore 2. imitazione 3. obbedienza 4. docilità. Sviluppando il punto 2.: l'imitazione si realizza 1. nell'amore (ecco la citazione di Efesini) 2. nella misericordia 3. nella perfezione.

B. Compendio di teologia a frate Rainaldo:

Quando si prega si deve dire "Padre nostro" e non "Padre mio". Il figlio di Dio, colui che ha Dio per Padre, si riconosce principalmente dalla carità (ecco la citazione). E se la carità di Dio si riversa su tutti, chi prega lo fa per tutti.

C. Summa: 

Se dobbiamo imitare Dio, e Dio non ha passioni, allora qualunque passione è cattiva?

A. Expositio in orationem dominicam, prooemium:

Secundo debemus ei imitationem, quia pater est. Ier. III, 19: patrem vocabis me, et post me ingredi non cessabis: quae perficitur in tribus.
- In dilectione. Ephes. V, 1: estote imitatores Dei, sicut filii carissimi, et ambulate in dilectione: et hoc oportet esse in corde.
- In miseratione. Dilectio enim debet esse cum miseratione. Luc. VI, 36: estote ergo misericordes: et hoc debet esse in opere.
- In perfectione. Quia dilectio et miseratio debet esse perfecta. Matth. V, 48: estote perfecti, sicut et pater vester caelestis perfectus est.

B. Compendium theologiae ad fratrem Raynaldum, lib. 2 cap. 5 - Quod Deus, a quo orando sperata petimus, debet vocari ab orante pater noster, et non meus.

Inter alia vero praecipue qui se Dei filium recognoscit, debet in caritate dominum imitari, secundum illud Ephes. V, 1: estote imitatores Dei, sicut filii carissimi et ambulate in dilectione. Dei autem dilectio non privata est, sed communis ad omnes: diligit enim omnia quae sunt, ut dicitur Sap. XI, 25; et specialiter homines, secundum illud Deut. XXXIII, 3: dilexit populos. Et ideo, ut Cyprianus dicit, publica est nobis et communis oratio; et quando oramus, non pro uno tantum, sed pro populo toto oramus, quia totus populus unum sumus. Pro se igitur orare, ut Chrysostomus dicit, necessitas cogit, pro altero autem caritas fraternitatis hortatur. Et ideo non dicimus, pater meus, sed pater noster.
Simul etiam considerandum est, quod si spes nostra principaliter divino auxilio innitatur, ad invicem tamen iuvamur ut facilius obtineamus quod petimus, unde dicitur II Cor. I, 10-11: eripiet nos adiuvantibus et vobis in oratione pro nobis; unde et Iac. V, 16, dicitur: orate pro invicem ut salvemini. Ut enim dicit Ambrosius, multi minimi, dum congregantur et unanimes fiunt, fiunt magni, et multorum preces impossibile est ut non impetrent, secundum illud Matth. XVIII, 19: si duo ex vobis consenserint super terram de omni re quamcumque petierint, fiet illis a patre meo qui in caelis est. Et ideo non singulariter orationem porrigimus, sed quasi ex unanimi consensu dicimus, pater noster.
Considerandum est etiam, quod spes nostra est ad Deum per Christum, secundum illud Rom. V, 1: iustificati ex fide pacem habeamus ad Deum per dominum nostrum Iesum Christum, per quem habemus accessum per fidem in gratiam istam, in qua stamus, et gloriamur in spe gloriae filiorum Dei. Per ipsum enim qui est unigenitus Dei filius naturalis, efficimur filii adoptivi, quia, ut dicitur Gal. IV, 4, misit Deus filium suum (...), ut adoptionem filiorum reciperemus. Tali igitur tenore Deum patrem profiteri debemus, ut privilegio unigeniti non derogetur, unde Augustinus dicit: noli tibi aliquid specialiter vindicare. Solius Christi specialiter est pater, nobis omnibus in communi pater est, quia illum solum genuit, nos creavit. Et ideo dicitur, pater noster.

C. Summa theologiae, Iª-IIae q. 24 a. 3 

Videtur quod passio quaecumque semper diminuat de bonitate actus moralis.
SEMBRA che una qualsiasi passione diminuisca sempre la bontà dell'atto morale. Infatti:
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2. Praeterea, actus hominis, quanto est Deo similior, tanto est melior, unde dicit apostolus, Ephes. V, estote imitatores Dei, sicut filii carissimi. Sed Deus et sancti Angeli sine ira puniunt, sine miseriae compassione subveniunt ut Augustinus dicit, in IX de Civ. Dei. Ergo est melius huiusmodi opera bona agere sine passione animae, quam cum passione.
2. Più l'atto umano somiglia a Dio, più vale; infatti l'Apostolo scrive: "Fatevi imitatori di Dio, come figli bene amati". Ma, come si esprime S. Agostino: "Dio e gli angeli santi puniscono senza odio, e soccorrono senza provar compassione per la miseria". Quindi è meglio compiere codeste opere impassibilmente, che mossi dalla passione.
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Respondeo dicendum quod Stoici, sicut ponebant omnem passionem animae esse malam, ita ponebant consequenter omnem passionem animae diminuere actus bonitatem, omne enim bonum ex permixtione mali vel totaliter tollitur, vel fit minus bonum. Et hoc quidem verum est, si dicamus passiones animae solum inordinatos motus sensitivi appetitus, prout sunt perturbationes seu aegritudines. Sed si passiones simpliciter nominemus omnes motus appetitus sensitivi, sic ad perfectionem humani boni pertinet quod etiam ipsae passiones sint moderatae per rationem. Cum enim bonum hominis consistat in ratione sicut in radice, tanto istud bonum erit perfectius, quanto ad plura quae homini conveniunt, derivari potest. Unde nullus dubitat quin ad perfectionem moralis boni pertineat quod actus exteriorum membrorum per rationis regulam dirigantur. Unde, cum appetitus sensitivus possit obedire rationi, ut supra dictum est, ad perfectionem moralis sive humani boni pertinet quod etiam ipsae passiones animae sint regulatae per rationem. Sicut igitur melius est quod homo et velit bonum, et faciat exteriori actu; ita etiam ad perfectionem boni moralis pertinet quod homo ad bonum moveatur non solum secundum voluntatem, sed etiam secundum appetitum sensitivum; secundum illud quod in Psalmo LXXXIII, dicitur, cor meum et caro mea exultaverunt in Deum vivum, ut cor accipiamus pro appetitu intellectivo, carnem autem pro appetitu sensitivo.
RISPONDO: Gli Stoici, come sostenevano che tutte le passioni sono cattive, così ne deducevano che qualsiasi passione diminuisce la bontà dell'atto; infatti ogni bene mescolandosi col male, o viene totalmente distrutto, oppure viene diminuito. E questo è vero, se denominiamo passioni soltanto i moti disordinati dell'appetito sensitivo, perché perturbazioni o malattie dell'anima. Ma se denominiamo passioni semplicemente tutti i moti dell'appetito sensitivo, allora [vediamo che] anche le passioni moderate dalla ragione contribuiscono alla perfezione del bene umano. Infatti il bene umano consiste radicalmente nella ragione: quindi codesto bene sarà tanto più perfetto, quanto più essa si estende a un numero maggiore di cose riguardanti l'uomo. Nessuno dubita, p. es., che interessi la perfezione del bene morale moderare gli atti delle membra esterne secondo la regola della ragione. Perciò essendo l'appetito sensitivo capace di essere sottoposto alla ragione, come abbiamo spiegato, conferisce alla perfezione del bene morale, o umano, che le passioni stesse siano regolate dalla ragione. Come, dunque, è cosa migliore che l'uomo, oltre a volere il bene, lo compia anche esternamente; così conferisce alla perfezione del bene morale il muoversi non soltanto con la volontà, ma anche con l'appetito sensitivo. Così come si esprime il Salmo: "Il mio cuore e la mia carne esultano verso il Dio vivente"; prendendo cuore per l'appetito intellettivo, e carne per quello sensitivo.
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SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
2. Ad secundum dicendum quod in Deo et in Angelis non est appetitus sensitivus, neque etiam membra corporea, et ideo bonum in eis non attenditur secundum ordinationem passionum aut corporeorum actuum, sicut in nobis.
2. In Dio e negli angeli non esiste né appetito sensitivo, né membra corporee: perciò in essi non può aver luogo, come in noi, il bene che consiste nell'ordine delle passioni e degli atti corporei.

giovedì 2 agosto 2012

5 agosto 2012 - XVIII domenica del tempo ordinario


Efesini 4,20-24
Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità.
ὑμεῖς δὲ οὐχ οὕτως ἐμάθετε τὸν Χριστόν, εἴ γε αὐτὸν ἠκούσατε καὶ ἐν αὐτῷ ἐδιδάχθητε, καθώς ἐστιν ἀλήθεια ἐν τῷ Ἰησοῦ, ἀποθέσθαι ὑμᾶς κατὰ τὴν προτέραν ἀναστροφὴν τὸν παλαιὸν ἄνθρωπον τὸν φθειρόμενον κατὰ τὰς ἐπιθυμίας τῆς ἀπάτης, ἀνανεοῦσθαι δὲ τῷ πνεύματι τοῦ νοὸς ὑμῶν, καὶ ἐνδύσασθαι τὸν καινὸν ἄνθρωπον τὸν κατὰ θεὸν κτισθέντα ἐν δικαιοσύνῃ καὶ ὁσιότητι τῆς ἀληθείας.
Vos autem non ita didicistis Christum, si tamen illum audistis, et in ipso edocti estis, sicut est veritas in Jesu, deponere vos secundum pristinam conversationem veterem hominem, qui corrumpitur secundum desideria erroris. Renovamini autem spiritu mentis vestrae, et induite novum hominem, qui secundum Deum creatus est in justitia, et sanctitate veritatis.

In Summa Theologiae Iª q. 93 a. 6, S. Tommaso affianca a questo testo:

Colossesi 3,9-10
Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato.
μὴ ψεύδεσθε εἰς ἀλλήλους, ἀπεκδυσάμενοι τὸν παλαιὸν ἄνθρωπον σὺν ταῖς πράξεσιν αὐτοῦ, καὶ ἐνδυσάμενοι τὸν νέον τὸν ἀνακαινούμενον εἰς ἐπίγνωσιν κατ' εἰκόνα τοῦ κτίσαντος αὐτόν...
Nolite mentiri invicem, expoliantes vos veterem hominem cum actibus suis, et induentes novum eum, qui renovatur in agnitionem secundum imaginem eius qui creavit illum.

Videtur quod imago Dei non sit in homine solum secundum mentem.
NON SEMBRA che nell'uomo si trovi l'immagine di Dio soltanto in rapporto all'anima intellettiva. 
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Sed contra est quod apostolus dicit, ad Eph. IV, renovamini spiritu mentis vestrae, et induite novum hominem, ex quo datur intelligi quod renovatio nostra, quae fit secundum novi hominis indumentum, ad mentem pertinet. Sed ad Col. III, dicit, induentes novum hominem, qui renovatur in agnitionem Dei, secundum imaginem eius qui creavit eum, ubi renovationem quae est secundum novi hominis indumentum, attribuit imagini Dei. Esse ergo ad imaginem Dei pertinet solum ad mentem.
IN CONTRARIO: Scrive l'Apostolo: "Rinnovatevi nello spirito della vostra mente e rivestitevi dell'uomo nuovo"; da ciò si rileva che la nostra rinnovazione, che si attua col rivestire l'uomo nuovo, appartiene alla mente. Altrove poi così si esprime: "....rivestendo l'uomo nuovo che si rinnova nella conoscenza di Dio secondo l'immagine del suo creatore"; attribuisce quindi all'immagine di Dio quel rinnovamento, che si fa col rivestirsi dell'uomo nuovo. Dunque l'essere a immagine di Dio riguarda soltanto la mente.
Respondeo dicendum quod, cum in omnibus creaturis sit aliqualis Dei similitudo, in sola creatura rationali invenitur similitudo Dei per modum imaginis, ut supra dictum est, in aliis autem creaturis per modum vestigii. Id autem in quo creatura rationalis excedit alias creaturas, est intellectus sive mens. Unde relinquitur quod nec in ipsa rationali creatura invenitur Dei imago, nisi secundum mentem. In aliis vero partibus, si quas habet rationalis creatura, invenitur similitudo vestigii; sicut et in ceteris rebus quibus secundum partes huiusmodi assimilatur. Cuius ratio manifeste cognosci potest, si attendatur modus quo repraesentat vestigium, et quo repraesentat imago. Imago enim repraesentat secundum similitudinem speciei, ut dictum est. Vestigium autem repraesentat per modum effectus qui sic repraesentat suam causam, quod tamen ad speciei similitudinem non pertingit, impressiones enim quae ex motu animalium relinquuntur, dicuntur vestigia; et similiter cinis dicitur vestigium ignis; et desolatio terrae, vestigium hostilis exercitus. Potest ergo huiusmodi differentia attendi inter creaturas rationales et alias creaturas, et quantum ad hoc quod in creaturis repraesentatur similitudo divinae naturae, et quantum ad hoc quod in eis repraesentatur similitudo Trinitatis increatae.
* Nam quantum ad similitudinem divinae naturae pertinet, creaturae rationales videntur quodammodo ad repraesentationem speciei pertingere, inquantum imitantur Deum non solum in hoc quod est et vivit, sed etiam in hoc quod intelligit, ut supra dictum est. Aliae vero creaturae non intelligunt; sed apparet in eis quoddam vestigium intellectus producentis, si earum dispositio consideretur.
* Similiter, cum increata Trinitas distinguatur secundum processionem verbi a dicente, et amoris ab utroque, ut supra habitum est; in creatura rationali, in qua invenitur processio verbi secundum intellectum, et processio amoris secundum voluntatem, potest dici imago Trinitatis increatae per quandam repraesentationem speciei. In aliis autem creaturis non invenitur principium verbi, et verbum, et amor; sed apparet in eis quoddam vestigium quod haec inveniantur in causa producente. Nam hoc ipsum quod creatura habet substantiam modificatam et finitam, demonstrat quod sit a quodam principio; species vero eius demonstrat verbum facientis, sicut forma domus demonstrat conceptionem artificis; ordo vero demonstrat amorem producentis, quo effectus ordinatur ad bonum, sicut usus aedificii demonstrat artificis voluntatem. Sic igitur in homine invenitur Dei similitudo per modum imaginis secundum mentem; sed secundum alias partes eius, per modum vestigii.
RISPONDO: Si è già visto che in ogni creatura si trova una qualche somiglianza con Dio, ma soltanto nella creatura ragionevole essa si trova come immagine, mentre nelle altre vi si trova come vestigio. Ora, la creatura ragionevole supera le altre creature per l'intelletto o mente. Quindi è chiaro che nella stessa creatura ragionevole si trova l'immagine di Dio, soltanto in rapporto alla mente.
In rapporto invece alle altre sue parti, vi sarà soltanto la somiglianza di vestigio, come avviene per tutti gli altri esseri ai quali somiglia con le parti suddette.
È facile comprendere la ragione di questo fatto, se consideriamo il diverso modo di rappresentare del vestigio e dell'immagine. Infatti l'immagine rappresenta una cosa con una somiglianza di aspetto, come si è visto. Invece il vestigio rappresenta come può rappresentare un effetto; il quale non può rappresentare la sua causa in modo da raggiungere la somiglianza di specie con essa. Infatti si chiamano vestigia le impronte lasciate sul terreno dagli animali; così pure si dice che la cenere è un vestigio del fuoco, e la desolazione di un territorio un vestigio dell'esercito nemico.
Ora, tra le creature ragionevoli e le altre creature possiamo stabilire tale differenza, sia in rapporto alla somiglianza delle creature con la natura divina, sia in rapporto alla loro somiglianza con la Trinità increata. 
* Per quanto riguarda la somiglianza con la natura divina, le creature ragionevoli arrivano in qualche modo a una imitazione secondo la specie, in quanto imitano Dio non solo nell'essere e nel vivere, ma anche nell'intendere, come abbiamo visto. Invece le altre creature non intendono, sebbene trasparisca in esse un vestigio dell'intelletto creatore, se consideriamo il loro ordinamento.
* Parimenti, siccome la Trinità increata fonda le sue interne distinzioni sulla processione del Verbo dal Padre che lo esprime, e sulla processione dell'Amore da ambedue, come dicemmo, si può affermare che nella creatura ragionevole esiste un'immagine della Trinità increata per una somiglianza specifica; poiché in tale creatura si trova una emanazione del verbo mentale da parte dell'intelletto, ed una emanazione dell'amore da parte della volontà. Nelle altre creature, invece non si riscontra né il principio del verbo mentale, né il verbo, né l'amore: vi si trova soltanto un vestigio, il quale indica la loro esistenza nella causa che le ha prodotte. Poiché il fatto stesso che la creatura ha una sostanza misurata e finita prova la sua derivazione da un principio; la sua specie poi indica il verbo o l'idea di chi l’ha fatta, come la forma della casa sta a indicare il concetto dell'artefice; l'ordine infine, che dirige la creatura al bene, palesa l'amore di chi l’ha prodotta, come la funzione di un edificio rivela la volontà dell'artefice.
Perciò nell'uomo, in rapporto alla mente, c’è una somiglianza di immagine con Dio; c’è invece una somiglianza di vestigio, in rapporto alle altre sue parti.