venerdì 11 novembre 2016

16 novembre, Santa Geltrude (Gertrude) la Grande, vergine (memoria facoltativa) - ufficio delle letture

La Liturgia delle Ore ci presenta una passo del Legatus Divinae Pietatis, "L'Araldo del Divino Amore", noto anche come "Rivelazioni di S. Gertrude", testo in cinque libri dei quali solo il secondo, dal quale è tratta la lettura, redatto nel 1289, è di mano di Gertrude. Il c. XXIII è un ringraziamento che presenta una sintesi dei favori da lei ricevuti.

XXIII. Gratiarum actio, cum expositione diversorum beneficiorum, quam cum orationibus tam praecedentibus quam subsequentibus statutis temporibus prout potuit devotius legere consuevit.

1. Benedicat tibi anima mea, Domine Deus, Creator meus; benedicat tibi anima mea et ex medullis intimarum mearum confiteantur tibi miserationes tuae, quibus incontinentissima pietas tua tam indebite circumvenit me, [o dulcissime amator meus]. Gratias ago, ut undecumque possum, immensae misericordiae tuae, cum qua laudans glorifico longanimem patientiam tuam, qua dissimulasti, cum annos omnes infantiae et pueritiae, adulescentiae et iuventutis meae, usque pene ad finem vicesimi quinti anni tam caecata dementia pertransirem, ut cogitationibus, verbis et factis perficerem absque remorsione conscientiae, ut mihi nunc videtur, omne quod libebat, ubicumque licebat, non te praecavente, sive per naturaliter mihi insitam mali detestationem et boni delectationem, sive per exteriorem proximorum redargutionem, ac si pagana inter paganos vixissem, et numquam intellexissem quod tu, Deus meus, vel bonum remunerares, vel malum punires; cum tamen ab infantia, a quinto scilicet anno, me inter devotissimos amicos tuos in triclinio sanctae religionis tibi elegeris habilitari.

3. Unde [in eadem commotione] pro emendatione offero tibi, Pater amantissime, omnem passionem tui dilectissimi Filii, ab illa hora quae in praesepio super foenum reclinatus vagitum dedit, et deinceps pertulit per infantiles necessitates, pueriles defectos, adulescentiles adversitates et iuveniles passiones, usque post horam illam qua, inclinato capite, in cruce cum clamore valido spiritum emisit. Item in suppletionem omnium negligentiarum mearum, offero tibi, Pater amantissime, omnem cogitationem illam sanctissimam, quae in omnibus cogitationibus, verbis et factis perfectissima ab hora qua missus ab arce throni introivit [per aurem virginis] in regionem nostram tuus Unigenitus, usque post illam horam qua tuis paternis vultibus praesentavit gloriam carnis victricis.

5. Item pro gratiarum actione, in profundissimam abyssum humilitatis me demergens, cum superexcellenti misericordia tua simul collaudo et adoro illam dulcissimam benignitatem, qua, me sic deperdite vivente, tu Pater misericordiarum, cogitasti super me cogitationes pacis et non afflictionis, quomodo scilicet me sic multitudine et magnitudine beneficiorum tuorum exaltares.

8. Addidisti etiam inter haec mihi inaestimabilem amicitiae familiaritatem impendere, diversis modis illam nobilissimam arcam divinitatis, scilicet deificatum Cor tuum praebendo in copiam omnium delectationum mearum.

10. Insuper tam fidelibus promissionibus allexisti animam meam, qualiter mihi in morte et post mortem velles benefacere; quod iure etiam si nullum aliud donum haberem, pro hoc solo iugiter viva spe anhelaret ad te cor meum.

Ecco la traduzione LO, con qualche annotazione:

1. L'anima mia ti benedica, o Signore Dio, mio creatore: l'anima mia ti benedica e dall'intimo del mio cuore ti lodi la tua stessa misericordia, di cui il tuo amore infinito [1] mi ha circondato senza mio merito [2]. Ringrazio, come meglio sono capace, la tua immensa bontà e rendo gloria alla tua longanimità, alla tua pazienza e alla tua indulgenza [3]. Ho trascorso tutti gli anni della mia infanzia, della mia fanciullezza, della mia adolescenza e della mia gioventù fino all'età di venticinque anni come una cieca e una pazza. Parlavo e agivo secondo i miei capricci [4] e non sentivo alcun rimorso di questa mia condotta. Ne prendo coscienza solo ora. Non ti prestavo alcuna attenzione quando mi mettevi in guardia sui pericoli del mio comportamento o mediante una certa naturale avversione che sentivo verso il male, o attraverso le attrattive al bene che mi sollecitavano, o anche per mezzo dei rimproveri e delle riprensioni dei miei familiari. Vivevo come una pagana, che dimora fra i pagani, come una che mai avesse sentito dire che tu, mio Dio, ricompensi il bene e punisci il male. Ti ringrazio ancora che già dall'infanzia, esattamente fin dal quinto anno di età, mi hai scelta per farmi vivere fra i tuoi santi amici nell'ambito della santa religione.

3. Perciò per la conversione [5] ti offro, o Padre amatissimo, tutta la passione del tuo dilettissimo Figlio a cominciare dal momento che, posato sopra la paglia nel presepio, emise il primo vagito e poi sopportò le necessità dell'infanzia, le privazioni dell'adolescenza [6], le sofferenze della gioventù fino a quando, chinata la testa, spirò sulla croce con un forte grido. Così pure, per supplire alle mie negligenze, ti offro, o Padre amatissimo, tutto lo svolgersi [7] della vita santissima che il tuo Unigenito condusse in modo perfettissimo nei suoi pensieri, nella parole e azioni dal momento in cui fu mandato dall'altezza del tuo trono sulla nostra terra [8], fino a quando presentò al tuo sguardo paterno la gloria della sua carne vittoriosa.

5. In rendimento di grazie, mi immergo nel profondissimo abisso dell'umiltà e, assieme alla tua impagabile misericordia, lodo e adoro la tua dolcissima bontà. Tu, Padre della misericordia, mentre io sciupavo così la mia vita, hai nutrito a mio riguardo pensieri di pace e non di sventura, e hai deciso di sollevarmi così con la moltitudine e la grandezza dei tuoi benefici.

8. Hai voluto anche, tra l'altro, concedermi l'inestimabile familiarità della tua amicizia con l'aprirmi i diversi modi quel nobilissimo scrigno della divinità, che é il tuo cuore divino e offrirmi in esso, in grande abbondanza, ogni tesoro di gioia.

10. Hai attratto l'anima mia con la promessa sicura dei benefici che mi darai in morte e dopo la morte. Per cui anche se non avessi altro dono, per questo solo il mio cuore avrebbe ogni diritto di anelare a te con viva speranza.

[1] Incontinentissima pietas tua: una misericordia "incontinente", che non è capace di trattenersi e trabocca.
[2] Fa sorridere l'omissione in LO di o dulcissime amator meus: evidentemente è un po' troppo audace dire a Gesù: "mio dolcissimo amante"!
[3] Longanimem patientiam tuam, qua dissimulasti: la paziente longanimità con la quale mi hai tollerato. Dissimulo è usato in senso assoluto: Dio ha fatto le viste di non sapere, di non vedere il peccato.
[4] Secondo i miei capricci: la traduzione pare assai debole. Il latino è più forte e preciso: ut cogitationibus, verbis et factis perficerem absque remorsione conscientiae, ut mihi nunc videtur, omne quod libebat, ubicumque licebat, e cioè: in pensieri, parole e opere facevo senza rimorso di coscienza - lo vedo ora - tutto quello che mi piaceva, laddove era possibile.
[5] Pro emendatione: più che per conversione, direi che si tratta di una offerta fatta per rimediare, per riparare e fare ammenda.
[6] Qui il latino recita: per infantiles necessitates, pueriles defectos, adulescentiles adversitates et iuveniles passiones, ossia: le necessità dei neonati, i bisogni dei bambini, le difficoltà dei ragazzi, gli impeti dei giovani. Gertrude passa in rassegna tutte le fasi dello sviluppo. Intenderei le passiones giovanili (LO: sofferenze) come gli slanci propri di quell'età. A meno che si tratti dei problemi e delle fatiche della gioventù.
[7] Più che di svolgimento, il latino parla di pensiero: omnem cogitationem illam sanctissimam, tutto quel santissimo pensiero. L'accento è posto sull'interiorità.
[8] Qui LO omette per aurem virginis: il Verbo scende in terra attraverso l'orecchio della Vergine. Il tema è assai diffuso nella letteratura medievale: la fecondazione sarebbe avvenuta per insufflazione dello Spirito mediante le parole dell'arcangelo. Nella tradizione figurativa la si rappresenta come un cartiglio con le parole del saluto, che entra nell'orecchio di Maria (vedi p. es. la bellissima Annunciazione di Simone Martini e Lippo Memmi agli Uffizi, 1333).

giovedì 15 settembre 2016

Esaltazione della S. Croce, ufficio delle letture

Nel discorso I per la festa dell'Esaltazione della S. Croce di S. Andrea di Creta, si legge un passo che non risulta immediatamente perspicuo (PG 97, 1020D):
Διὰ τοῦτο μέγα τι χρῆμα καὶ τίμιον ὁ σταυρός. Μέγα μὲν, ὅτι πολλὰ δι'αὐτὸν τῶν ἀγαθῶν κατωρθώθη, καὶ τοσούτῳ πολλὰ, ὅσῳ καὶ τὰ Χριστοῦ θαύματα καὶ παθήματα κατὰ παντὸς ἔχει λόγου τὰ νικητήρια.
Il problema è come intendere κατὰ παντὸς ἔχει λόγου τὰ νικητήρια.

Gretser-Combefis: Magna igitur et pretiosa res crux est. Magna quidem, quia multa per ipsam bona effecta sunt; et tanto plura quanto magis Christi miraculis et cruciatibus potiores partes tribuendae sunt.
LO: È dunque la croce una risorsa veramente stupenda e impareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne è il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo.

Qui LO sembra dipendere dalla traduzione latina di PG (come probabilmente avviene spesso), ovviamente confondendo ulteriormente le idee rispetto a una traduzione giù fumosa. Io tradurrei così:

Perciò la croce è un bene grande e prezioso. Grande, perché per suo mezzo abbiamo ricevuto doni tanto più immensi, quanto più anche i miracoli e le sofferenze di Cristo la vincono su ogni possibile discorso.

Ciò che avviene sulla croce, la sofferenza e la morte del Logos incarnato, è un prodigio indicibile, che ἔχει τὰ νικητήρια - riporta vittoria, vince - κατὰ παντὸς λόγου - contro ogni discorso -. Per un modo di esprimersi simile si veda Gregorio di Nissa, Encomium in XL martyres II, PG 46, 776A.

mercoledì 7 settembre 2016

Natività della B. V. Maria, ufficio delle letture

Di Andrea di Creta (per una breve nota biografica si veda qui) ci restano quattro omelie per la festa della Natività di Maria, che apre l'anno liturgico bizantino. LO ci propone alcuni passi della I (PG 97, 806-810): in quanto primo evento connesso direttamente con l'incarnazione, la nascita di Maria rappresenta una pietra di confine tra Antica e Nuova Alleanza, prefigurazione e realizzazione, legge e grazia, lettera e spirito.

[…] Τέλος γὰρ νόμου, Χριστός· οὐ μᾶλλον ἡμᾶς ἀπάγων τοῦ γράμματος, ὅσον ἐπανάγων ἐπὶ τὸ πνεῦμα. Τοῦτο γὰρ ἠ τελείωσις, κατὰ αὐτὸς ὁ τοῦ νόμου δοτὴρ ἅπαντα συμπεράνας, ἐπὶ τὸ πνεῦμα τὸ γράμμα μετήνεγκεν, ἀνακεφαλαιώσας εἰς ἑαυτὸν τὰ πάντα, καὶ διαιτήσας νόμῳ τῇ χαριτι. Καὶ τὸν μὲν ὑποζεύξας, τὴν δὲ συνάψας ἐναρμονίως· οὐ φύρας τὰ θατέρου πρὸς θάτερον ἴδια, μετοχετεύσας δὲ καὶ λίαν θεοπρεπῶς, ἐπὶ τὸ κοῦφόν τε καὶ ἐλευθέριον ὅσον δυσαχθές τε καὶ δοῦλον, καὶ ὑποχείριον· ἵνα μηκέτι ὦμεν ὑπὸ τὰ στοιχεῖα τοῦ κόσμου δεδουλωμένοι, καθώς φησιν ὁ Ἀπόστολος, μηδὲ ζυγῷ δουλείας τοῦ νομικοῦ γράμματος ἐνεχώμεθα.
Τοῦτο γὰρ τῶν περὶ ἡμᾶς εὐεργετημάτων Χριστοῦ τὸ κεφάλαιον. Τοῦτο ἡ τοῦ μυστηρίου φανέρωσις· τοῦτο ἠ κενωθεῖσα φύσις, Θεὸς καὶ ἄνθρωπος, καὶ ἡ τοῦ προσλήμματος θέωσις. Ἀλλὰ τῆς οὕτω λαμπρᾶς τε καὶ περιφανεστάτης Θεοῦ πρὸς ἀνθρώπους ἐπιδημίας, ἔδει τι πάντως εἶναι καὶ χαρᾶς ἐπεισόδιον, δι'οὗ τὸ μέγα τῆς σωτηρίας εἰς ἡμᾶς πρόεισι δῶρον. Τὸ δέ ἐστιν ἡ παροῦσα πανήγυρις, προοίμιον ἔχουσα τῆς Θεοτόκου τῆν γέννησιν· συμπέρασμα δὲ, τῆς τοῦ Λόγου πρὸς σάρκα συμπήξεως τὴν ἀπόταξιν.
[…]
Παρθένος γὰρ ἄρτι γεννᾶται καὶ τιθηνεῖται καὶ πλάττεται, καὶ τῷ Θεῷ τῷ παμβασιλεῖ τῶν αἰώνων ἑτοιμάζεται μήτηρ.
[…]
Ἐπεὶ καὶ διπλοῦν ἐντεῦθεν ἡμῖν προσέσται ποιουμένοις τὸ κέρδος· τὸ μέν τι πρὸς τὴν ἀλήθειαν ἡμᾶς ἐπανάγον, τὸ δέ τι τῆς νομικῆς ἐν γράμματι δουλείας καὶ πολιτείας ἀπάγον. Πῶς, καὶ τίνα τρόπον; Ὑποχωρούσης δηλαδὴ τῆς σκιᾶς τῇ τοῦ φωτὸς παρουσίᾳ, καὶ τὴν ἐλευθερίαν τοῦ γράμματος ἀντεισφερούσης τῆς χάριτος· ὧν ἡ παροῦσα πανήγυρις μεθόριος ἵσταται, τὴν ἀλήθειαν τῶν τυπικῶν συμβόλων ἀντιπαραζευγνῦσα, καὶ τὰ νέα τῶν παλαιῶν ἀντεισφέρουσα.
[…]
Πᾶσα τοίνυν ἡ κτίσις ὑμνείτω καὶ χορευέτω, καὶ συνεισφερέτω τι τῶν τῆς ἡμέρας ἐπάξιον. Γενέσθω μία κοινὴ σήμερον οὐρανίων καὶ ἐπιγείων πανήγυρις· καὶ συνεορταζέτω πᾶν ὅσον ἐγκόσμιόν τε καὶ ὑπερκόσμιον σύγκριμα. Σήμερον γὰρ τοῦ Παντοκτίστου τὸ κτιστὸν ᾠκοδόμηται τέμενος· καὶ τὸ κτίσμα, τῷ Κτίστῃ θεῖον ἐναύλισμα καινοπρεπῶς ἑτοιμάζεται.

Ecco la traduzione che ne dà Vittorio Fazzo (Andrea di Creta, Omelie mariane, Città Nuova, Roma 1987, pp. 43-47). Per una migliore comprensione, riporto tra parentesi quadre alcune frasi omesse da LO:

[La celebrazione odierna è per noi l'inizio delle feste: è la prima per quanto riguarda la Legge e l'ombra, ma in realtà è anche l'ingresso per quanto riguarda la grazia e la verità. Inoltre essa è anche centrale e finale, poiché essa contiene l'inizio — e cioè il passaggio della Legge -, la centralità — e cioè il collegamento degli estremi -, e la fine — e cioè la manifestazione della verità.]
"Infatti, il termine della Legge è Cristo" (Rm 10,4), il quale ci allontana di tanto dalla lettera, di quanto ci innalza allo spirito: e questa è la perfezione, così come l'autore stesso della Legge, dopo aver compiuto tutte le cose, trasferì la lettera nello spirito avendo ricapitolato in se stesso tutte le cose ed essendosi posto ad arbitro della Legge con la grazia. Infatti pose la prima sotto il giogo congiungendovi armoniosamente la seconda, senza confondere la parte dell'una con quella dell'altra ma avendo incanalato meravigliosamente verso la leggerezza e la libertà ciò che era intollerabile, servile e assoggettato: affinché noi non fossimo più asserviti dalla schiavitù della lettera della Legge.
Questo e il punto essenziale dei benefici di Cristo verso di noi, questa è la manifestazione dei misteri; questa e la natura spogliata, il Dio e l'uomo, e la divinizzazione di ciò che si era aggiunto. E tuttavia, malgrado ciò, del soggiorno di Dio tra gli uomini — cosi splendido e brillantissimo — era proprio necessario che almeno ci fosse anche un'introduzione di gioia, attraverso la quale il grande dono della salvezza si avanza verso di noi. E questa appunto è la celebrazione odierna, che ha come esordio la nascita della Madre di Dio e come conclusione il decisivo atto dell'unione del Verbo con la carne: quell'atto per il quale la portentosa notizia più meravigliosa tra tutte, invocata da sempre, rimane difficile a comprendere e a dimostrare, essendo manifesta quanto più si nasconde, nascosta quanto più si manifesta.
[In verità, questo giorno gradito a Dio, e il primo delle feste, portando sul capo la luce della verginità e come se raccogliesse una corona di illibati fiori dai pascoli spirituali della Scrittura, annuncia la gioia comune a tutta la creazione, dicendo: "Abbiate fiducia, la celebrazione è per un genetliaco ma è anche per la rigenerazione della stirpe umana.] Ora una vergine è generata, nutrita e plasmata, ed è preparata come Madre di Dio, universale re dei secoli".
[...]
Perciò ogni creatura elevi inni e intrecci danze, e apporti qualcosa di degno per questo giorno! Ci sia oggi una sola e comune celebrazione degli esseri celesti e di quelli terreni, e tutto quanto il concerto mondano e sopramondano festeggi insieme unito. Oggi è stato edificato il creato santuario del creatore di tutte le cose, e in modo straordinario la creatura è preparata al creatore come sua divina dimora.
[La natura che prima era stata ridotta in terra oggi riceve l'inizio della divinizzazione, e la polvere si affretta a correre in alto verso la gloria suprema. Oggi Adamo, che presenta per noi a Dio la primizia proveniente da noi, gli offre Maria; e per mezzo di lei la primizia, che fra tutto l'impasto non ne era stata intrisa, diventa pane per la rigenerazione della stirpe.]

Dal punto di vista testuale, fa difficoltà la frase iniziale: οὐ μᾶλλον ἡμᾶς ἀπάγων τοῦ γράμματος, ὅσον ἐπανάγων ἐπὶ τὸ πνεῦμα. Essa alla lettera suona: (Cristo) "non di più ci distoglie dalla lettera, di quanto ci riconduce allo spirito" o anche "non piuttosto ci distoglie dalla lettera, quanto ci riconduce allo spirito". La difficoltà è testimoniata dalle traduzioni:
* Combefis (PG): qui non minus abducat a lege, quam ad spiritum provehat
* Fazzo: il quale ci allontana di tanto dalla lettera, di quanto ci innalza allo spirito
* LO: Si degni egli di innalzarci verso lo spirito ancora più di quanto ci libera dalla lettera della legge (soliti voli di fantasia).
Tralasciando la terza, troppo libera, le prime due traduzioni presuppongono l'eliminazione della negazione - o che οὐ sia espunto, o che sia corretto in οὗ (pronome relativo), e allora si riferirebbe alla legge, dalla cui lettera il Cristo distoglie, così: "(tanto) più ci distoglie dalla sua (=della legge) lettera, quanto ci riconduce allo spirito" -. In entrambi i casi il senso sarebbe: quanto più Cristo ci avvicina allo Spirito, tanto più ci distoglie dalla legge.
A mio avviso, in attesa di una edizione critica, si può mantenere il testo attuale, traducendo però: "... il quale (Cristo) non ci distoglie tanto dalla lettera, quanto ci riconduce allo spirito". Il senso è che la lettera non viene abolita, ma trasfigurata nello spirito. In effetti, Andrea s'impegna subito dopo a mostrare il rapporto tra questi due poli: la legge rimane, sottomessa però alla grazia e da essa regolata. Perciò questo distoglimento non è abolizione, ma liberazione da ogni servile pesantezza. Di tale liberazione è primo bagliore la nascita della Vergine.

domenica 31 luglio 2016

Diciottesima Domenica del Tempo Ordinario, ufficio delle letture

In effetti la Lettera di Barnaba è uno scritto non facile, denso, anche oscuro. Pertanto la traduzione LO si preoccupa giustamente di chiarirlo... in modo che davvero non si capisca più nulla! Così si legge sul breviario:

"Tre sono le grandi realtà rivelate dal Signore: la speranza della vita, inizio e fine della nostra fede; la salvezza, inizio e fine del piano di Dio; il suo desiderio di farci felici, pegno e promessa di tutti i suoi interventi salvifici." (1,6)

Sfido chiunque a capirci qualcosa. Il greco dice:

Τρία οὖν δόγματά ἐστιν κυρίου· ζωῆς ἐλπίς, ἀρχὴ καὶ τέλος πίστεως ἡμῶν, καὶ δικαιοσύνη, κρίσεως ἀρχὴ καὶ τέλος, ἀγάπη, εὐφροσύνης καὶ ἀγαλλιάσεως ἔργων ἐν δικαιοσύνῃ μαρτυρία.

Così traduce Omero Soffritti (La Lettera di Barnaba, EP 1974, p. 68):

"Ordunque, tre sono i principi del Signore: speranza di vita [è] inizio e fine della nostra fede; giustizia, inizio e fine di giudizio; amore di gioia e d'allegrezza (=amore gioioso), testimonianza di opere di giustizia."

Lo stesso commentatore, morto proprio nel febbraio di quest'anno in età avanzata, illustra il passo così:

"I tre «precetti del Signore» possono essere così spiegati: la «speranza di vita» è perfezione (= «principio e fine») di fede; la «giustizia» è perfezione di giudizio, cioè perfezione comprovata da giudizio; l'«amore gioioso e gaudioso» è testimonianza di opere di giustizia. Giustizia è concetto giudaico significante santità al cospetto di Dio; «opere di giustizia» sono opere giuste, in cui si dimostra e si comprova la giustizia. Wengst, pp. 11s., interpreta così: «Fondamento e scopo della fede è la speranza nella vita eterna; ciò che decide sulla partecipazione a questa vita e il giudizio, il cui criterio sarà la giustizia; testimone della giustizia che si manifesta nelle opere giuste e sulla quale avviene il giudizio, è l'amore... Ne risulta che fondamento della speranza è la giustizia... Essa è quindi per Barnaba il comportamento teologico fondamentale»" (ibidem, p. 69).

martedì 26 luglio 2016

9 agosto, festa di Santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, vergine e martire, compatrona d'Europa (1891-1942), ufficio delle letture

Nel novembre del 1940 la Priora del Carmelo affida a sr. Teresa Benedetta della Croce il compito di fare uno studio su S. Giovanni della Croce, per la ricorrenza del 400.mo della nascita del dottore carmelitano (1542). La Stein ci lavorò fino al momento del suo arresto, il 2 agosto del 1942. Per tale motivo, lo scritto - Kreuzeswissenschaft. Studie über Joannes a Cruce, in italiano conosciuto come Scientia Crucis - non ebbe una revisione complessiva e può considerarsi relativamente incompiuto. Lo studio su S. Giovanni della Croce è per lei occasione per continuare ad approfondire la sua filosofia della persona, su ciò che significa "io, libertà, persona". Al centro del libro sta il simbolo della croce, che occupa un posto centrale nello stesso percorso esistenziale della Stein. Non per caso il suo nome in religione era "della Croce": ella avrebbe accettato la sofferenza e la morte come partecipazione alle sofferenze del Cristo.
La traduzione LO, tanto per cambiare, mi piace poco - anzi punto. Ad esempio: "Cristo s'era addossato lui stesso il giogo della legge, osservandola e adempiendola perfettamente, tanto da morire per la Legge e vittima della Legge. Nello stesso tempo, tuttavia, Egli ha esonerati dalla Legge tutti quelli che avrebbero accettata la vita da Lui". Qui si deve osservare che 1. "esonerare" è una grave banalizzazione: Cristo ha liberato dalla Legge, non solo esonerato da determinati precetti 2. tra la sottomissione di Cristo alla Legge e la sua opera di liberazione non c'è opposizione ("tuttavia") ma coincidenza ("proprio facendo così ha liberato…") 3. il testo non stabilisce una successione temporale ("coloro che avrebbero accettato") ma una contemporaneità, che è più forte e che non si vede per qual motivo eliminare.
Pertanto offro una mia traduzione, insieme al testo originale, premettendo un paragrafo che non c'è, che mi sembra meglio introdurre il discorso. Due sole annotazioni: 1. i "giorni in cui era notte intorno a lui, ma nella sua anima c'era luce", sono i momenti seguenti alla conversione di Paolo, durante i quali egli rimase cieco (cf. At 9,9) 2. quando scrive di una "guerra inesorabile contro la propria natura", si deve aggiungere (mentalmente) "decaduta", come mostra il seguito: "per far morire in essi la vita del peccato e fare spazio alla vita dello Spirito"; altrimenti ne risulta che la natura come tale è da combattere (il che è erroneo).

Dall'opera Scientia Crucis di santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, vergine e martire.

["In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me" (Gal 2,19-20). In quei giorni in cui era notte intorno a lui, ma nella sua anima c'era luce, lo zelatore della Legge ha riconosciuto che la Legge era soltanto pedagogo nel cammino verso Cristo: poteva preparare a ricevere la vita, non dare essa stessa la vita.]
Cristo ha preso su di sé il giogo della Legge, portandola a pieno compimento e morendo per - e in virtù di - essa. Proprio con questo ha liberato dalla Legge coloro che vogliono ricevere la vita da lui. Essi però possono riceverla soltanto in quanto abbandonano la propria vita. Perché "quanti sono battezzati in Cristo, sono battezzati nella sua morte" (Rm 6,3). Essi s'immergono nella sua vita per divenire membra del suo corpo, e come tali con lui soffrire e con lui morire, ma anche con lui risuscitare alla vita eterna, divina. Per noi questa vita arriverà nella sua pienezza solo nel giorno della gloria. Però già ora - "nella carne" - ne partecipiamo, nella misura in cui crediamo: crediamo che Cristo è morto per noi, per darci la vita. È questa fede che ci fa uno con lui, come le membra e il capo, e ci apre alla corrente della sua vita. Così, la fede nel Crocifisso - la fede viva, accompagnata dal dono di sé nell'amore - costituisce per noi l'accesso alla vita, e l'inizio della gloria futura. Perciò la croce è il nostro unico titolo di gloria: "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (Gal 6,14). Chi ha deciso per Cristo è morto per il mondo, e il mondo per lui. Egli porta le stigmate del Signore nel suo corpo (Gal 6,17); è debole e disprezzato di fronte agli uomini, ma proprio per questo forte, perché la potenza di Dio è forte nella debolezza (2Cor 12,9). Consapevole di questo, il discepolo di Gesù non soltanto accoglie la croce posta sulle sue spalle, ma si crocifigge egli stesso: "Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri" (Gal 5,24). Essi hanno condotto una guerra inesorabile contro la loro natura, per far morire in essi la vita del peccato e fare spazio alla vita dello Spirito. Quest'ultima è quello che conta. La croce non è fine a se stessa. Essa si erge e indica l'alto. Ebbene, non è solo segno: è la forte arma di Cristo, il bastone del pastore col quale il divino Davide affronta l'infernale Golia; col quale batte potentemente alle porte del cielo e le spalanca. Allora sgorgano le correnti della luce divina, e avvolgono tutti quelli che sono al seguito del Crocifisso.

[„Durch das Gesetz bin ich ... dem Gesetz abgestorben, damit ich Gott lebe; ich bin mit Christus an das Kreuz geheftet. Ich lebe aber, doch nicht mehr ich lebe, sondern Christus lebt in mir. Sofern ich aber jetzt im Fleisch lebe, lebe ich im Glauben an den Sohn Gottes, der mich geliebt und sich selbst für mich dahingegeben hat“ (Gal 2,19-20). In jenen Tagen, als es Nacht war um ihn, aber licht wurde in seiner Seele, hat der Eiferer für das Gesetz erkannt, daß das Gesetz nur Lehrmeister war auf dem Wege zu Christus. Es konnte vorbereiten auf den Empfang des Lebens, aber selbst kein Leben geben.]
Christus hat das Joch des Gesetzes auf sich genommen, indem Er es vollkommen erfüllte und für und durch das Gesetz starb. Eben damit hat Er die vom Gesetz befreit, die von Ihm das Leben empfangen wollen. Aber sie können es nur empfangen, wenn sie ihr eigenes Leben preisgeben. Denn die auf Christus getauft sind, sind auf Seinen Tod getauft (Rm 6,3-ss.). Sie tauchen unter in Sein Leben, um Glieder Seines Leibes zu werden, als solche mit Ihm zu leiden und mit Ihm zu sterben, aber auch mit Ihm aufzuerstehen zum ewigen, göttlichen Leben. Dieses Leben wird in seiner Fülle für uns erst kommen am Tage der Herrlichkeit. Wir haben aber jetzt schon – „im Fleisch“ – Anteil daran, sofern wir glauben: glauben, daß Christus für uns gestorben ist, um uns das Leben zu geben. Dieser Glaube ist es, der uns mit Ihm eins werden läßt wie die Glieder mit dem Haupt und uns öffnet für das Zuströmen Seines Lebens. So ist der Glaube an den Gekreuzigten – der lebendige Glaube, der mit liebender Hingabe gepaart ist – für uns der Zugang zum Leben und der Anfang der künftigen Herrlichkeit; darum das Kreuz unser einziger Ruhmestitel: „Ferne sei es von mir, mich zu rühmen; außer im Kreuz unseres Herrn Jesu Christus, durch den mir die Welt gekreuzigt ist und ich der Welt“ (Gal 6,14). Wer sich für Christus entschieden hat, der ist für die Welt tot, und sie für ihn. Er trägt die Wundmale des Herrn an seinem Leibe (Gal 6,17), ist schwach und verachtet vor den Menschen, aber gerade darum stark, weil in den Schwachen Gottes Kraft mächtig ist (2Cor 12,9). In dieser Erkenntnis nimmt der Jünger Jesu nicht nur das Kreuz an, das auf ihn gelegt ist, sondern kreuzigt sich selbst: Die Christus angehören, haben ihr Fleisch gekreuzigt mit seinen Lastern und Begierden (Gal 5,24). Sie haben einen unerbittlichen Kampf geführt gegen ihre Natur, damit das Leben der Sünde in ihnen ersterbe und Raum werde für das Leben des Geistes. Auf das Letzte kommt es an. Das Kreuz ist nicht Selbstzweck. Es ragt empor und weist nach oben. Doch es ist nicht nur Zeichen - es ist die starke Waffe Christi; der Hirtenstab, mit dem der göttliche David gegen den höllischen Goliath auszieht; womit er machtvoll an das Himmelstor pocht und es aufstößt. Dann fluten die Ströme des göttlichen Lichtes heraus und umfangen alle, die im Gefolge des Gekreuzigten sind. 

giovedì 12 maggio 2016

SS. Trinità, ufficio delle letture

Le quattro epistole scritte durante il terzo esilio (356-362) da Atanasio a Serapione, vescovo di Thmuis (delta del Nilo), riguardano la dottrina dello Spirito Santo. Atanasio vi combatte l'idea (eretica) secondo la quale lo Spirito Santo è creatura, una sorta di primo Angelo. L'epistola I ha questa struttura:

A prologo
B1 confutazione dell'esegesi ereticale di alcuni passi della Scrittura
B2 confutazione teologica delle posizioni ereticali
C1 insegnamento della Scrittura sullo Spirito Santo
C2 insegnamento della tradizione sullo Spirito Santo
D epilogo.

La lettura LO è tratta dalla sezione C2 (nn. 28-32), esposizione della dottrina teologica sullo Spirito Santo. Atanasio illustra la dottrina trinitaria, ove si tratta di tenere in equilibrio da un lato l'unità, per la quale tutto è ugualmente divino, unica l'operazione: la Trinità è "identica in se stessa e indivisibile nella natura, unica nella sua operazione" (ὁμοία δὲ ἑαυτῇ καὶ ἀδιαίρετός ἐστι τῇ φύσει καὶ μία ταύτης ἡ ἐνέργεια); dall'altro la distinzione, per la quale "il Padre opera ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo" (ὁ γὰρ πατὴρ διὰ τοῦ λόγου ἐν πνεύματι ἁγίῳ τὰ πάντα ποιεῖ). Se il Padre è la luce (φῶς), il Figlio è lo splendore (ἀπαύγασμα), lo Spirito l'illuminazione (ἐνέργεια καὶ αὐγοειδὴς χάρις, operazione e grazia luminosa).
Nota che il testo greco (Epistulae quattuor ad Serapionem, K. Savvidis, Athanasius, Werke, Band I. Die dogmatischen Schriften, Erster Teil, 4. Lieferung, Berlin - New York, De Gruyter 2010, pp. 593-601) e quello italiano (trad. E. Cattaneo, Lettere a Serapione, Roma, Città Nuova 1986, pp. 94-99, basata sul testo PG) non hanno la stessa numerazione dei paragrafi interni ai capitoli.

Dalle Lettere di sant'Atanasio, vescovo (Lett. 1 a Serapione, 28-30)

28.1. Vediamo tuttavia oltre a ciò anche la stessa tradizione, dottrina e fede che la Chiesa cattolica ha avuto fin dall'inizio, quella che il Signore ha consegnato, che gli Apostoli hanno predicato e che i Padri (*) hanno custodito. Su di essa infatti la Chiesa è stata fondata, e chi ne esce fuori non potrebbe più né essere né dirsi cristiano.
2. Pertanto la Trinità è santa e perfetta, riconosciuta Dio nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Essa non è mescolata con nulla di estraneo o estrinseco; non consta di Creatore e realtà prodotta, ma tutta intera crea e produce. È identica in se stessa, indivisibile nella natura, unica nella sua operazione. Il Padre infatti opera ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo, e cosi è mantenuta l'unità della Santa Trinità. Pertanto nella Chiesa si predica un solo Dio che è sopra tutti, attraverso tutti e in tutti. È sopra tutti come Padre, principio e fonte; attraverso tutti per mezzo del Verbo; in tutti nello Spirito Santo.
(...)
30.4. [Se invece, secondo la trovata di voi «sconnessi» (**) non è cosi, ma vi siete sognati di dire che lo Spirito Santo è creatura, allora la vostra fede non è più «una», e il vostro battesimo non è «uno», ma due: uno nel Padre e nel Figlio, l'altro in un angelo che è creatura, per cui tra voi nulla più è sicuro e vero.
5. Quale comunanza vi è infatti tra la creatura e il Creatore? Quale unità tra le cose create di quaggiù e il Verbo che le ha fatte?] Il beato Paolo, che sapeva bene ciò, non separa la Trinità, come voi fate; volendo invece insegnare l'unità di essa, ha scritto ai Corinzi sui doni spirituali, e ricapitola ogni cosa riconducendola all'unico Dio e Padre dicendo: "Vi sono diversità di carismi, ma lo Spirito è lo stesso; vi sono diversità di ministeri, ma il Signore è lo stesso; vi sono diversità di operazioni, ma Dio è lo stesso che opera tutto in tutti" (1Cor 12,6).
6. Ciò infatti che lo Spirito distribuisce a ciascuno in dono, proviene dal Padre mediante il Verbo. Poiché tutto ciò che è del Padre, appartiene al Figlio, per cui i carismi elargiti dal Figlio nello Spirito sono del Padre.
7. Inoltre, se lo Spirito è in noi, anche il Verbo, datore di esso, è in noi, e nel Verbo vi è il Padre; e cosi si verifica il passo: "Io e il Padre verremo e faremo dimora presso di lui" (Gv 14,23), come è stato detto. Dove infatti c'è la luce, lì vi è pure lo splendore; e dove vi è splendore, lì vi è anche la sua operazione e la sua grazia luminosa.
8. Insegnando ancora ciò, Paolo scriveva di nuovo ai Corinzi nella Seconda Lettera: "La grazia del Signore nostro Gesù Cristo e l'amore di Dio e la partecipazione dello Spirito Santo (sia) con tutti voi" (2Cor 13,13). Infatti la grazia data e il dono sono dati nella Trinità, dal Padre mediante il Figlio nello Spirito Santo. Come infatti la grazia data ha origine dal Padre e passa per il Figlio, cosi non ci potrebbe essere partecipazione di questo dono in noi se non nello Spirito Santo. Poiché solo partecipando di lui abbiamo l'amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunicazione dello stesso Spirito.
31.1. [Anche da ciò dunque appare che l'operazione della Trinità è unica. Infatti l'Apostolo non vuol dire che ciascuno (dei Tre) dà doni diversi e separati, ma che i doni vengono dati nella Trinità e che tutto ha origine dall'unico Dio.]

28. (1) Ἴδωμεν δὲ ὅμως καὶ πρὸς τούτοις καὶ αὐτὴν τὴν ἐξ ἀρχῆς παράδοσιν καὶ διδασκαλίαν καὶ πίστιν τῆς καθολικῆς ἐκκλησίας, ἣν ὁ μὲν κύριος ἔδωκεν, οἱ δὲ ἀπόστολοι ἐκήρυξαν καὶ οἱ πατέρες ἐφύλαξαν. ἐν ταύτῃ γὰρ ἡ ἐκκλησία τεθεμελίωται καὶ ὁ ταύτης ἐκπίπτων οὔτ’ ἂν εἴη οὔτ’ ἂν ἔτι λέγοιτο Χριστιανός. (2) τριὰς τοίνυν ἁγία καὶ τελεία ἐστίν, ἐν πατρὶ καὶ υἱῷ καὶ ἁγίῳ πνεύματι θεολογουμένη, οὐδὲν ἀλλότριον ἢ ἔξωθεν ἐπιμιγνύμενον ἔχουσα οὐδὲ ἐκ δημιουργοῦ καὶ γενητοῦ συνισταμένη, ἀλλ’ὅλη τοῦ κτίζειν καὶ δημιουργεῖν οὖσα. ὁμοία δὲ ἑαυτῇ καὶ ἀδιαίρετός ἐστι τῇ φύσει καὶ μία ταύτης ἡ ἐνέργεια. (3) ὁ γὰρ πατὴρ διὰ τοῦ λόγου ἐν πνεύματι ἁγίῳ τὰ πάντα ποιεῖ, καὶ οὕτως ἡ ἑνότης τῆς ἁγίας τριάδος σώζεται, καὶ οὕτως εἷς θεὸς ἐν τῇ ἐκκλησίᾳ κηρύττεται· «ὁ ἐπὶ πάντων καὶ διὰ πάντων καὶ ἐν πᾶσιν». «ἐπὶ πάντων» μὲν ὡς πατήρ, ὡς ἀρχὴ καὶ πηγή, «διὰ πάντων» δὲ διὰ τοῦ λόγου, «ἐν πᾶσι» δὲ ἐν τῷ πνεύματι τῷ ἁγίῳ.
(...)
30. (3) [εἰ δὲ κατὰ τὴν ὑμῶν τῶν Τροπικῶν ἐπεξεύρεσιν οὐχ οὕτως ἐστίν, ἀλλ’ ἐνυπνιάσθητε κτίσμα λέγειν τὸ πνεῦμα τὸ ἅγιον, οὐκέτι μία πίστις ἐστὶν ὑμῶν οὐδὲ ἓν βάπτισμα, ἀλλὰ δύο· ἓν μὲν εἰς πατέρα καὶ υἱόν, ἕτερον δὲ εἰς ἄγγελον κτίσμα ὄντα. καὶ οὐδὲν λοιπὸν ὑμῶν ἀσφαλὲς οὐδὲ ἀληθές. ποία γὰρ κοινωνία γενητῷ καὶ δημιουργῷ; ἢ ποία ἑνότης τοῖς κάτω κτίσμασι καὶ τῷ ταῦτα δημιουργήσαντι λόγῳ;] (4) τοῦτο εἰδὼς ὁ μακάριος Παῦλος οὐ διαιρεῖ τὴν τριάδα ὥσπερ ὑμεῖς, ἀλλὰ τὴν ἑνότητα ταύτης διδάσκων ἔγραφε Κορινθίοις περὶ τῶν πνευματικῶν καὶ τὰ πάντα εἰς ἕνα θεὸν τὸν πατέρα ἀνακεφαλαιοῖ λέγων· «διαιρέσεις δὲ χαρισμάτων εἰσί, τὸ δὲ αὐτὸ πνεῦμα· καὶ διαιρέσεις διακονιῶν εἰσίν, ὁ δὲ αὐτὸς κύριος· καὶ διαιρέσεις ἐνεργημάτων εἰσίν, ὁ δὲ αὐτὸς θεὸς ὁ ἐνεργῶν τὰ πάντα ἐν πᾶσιν». ἃ γὰρ τὸ πνεῦμα ἑκάστῳ διαιρεῖ, ταῦτα παρὰ τοῦ πατρὸς διὰ τοῦ λόγου χορηγεῖται. πάντα γὰρ τὰ τοῦ πατρὸς τοῦ υἱοῦ ἐστι. διὸ καὶ τὰ παρὰ τοῦ υἱοῦ ἐν πνεύματι διδόμενα τοῦ πατρός ἐστι χαρίσματα. (5) καὶ τοῦ πνεύματος δὲ ὄντος ἐν ἡμῖν καὶ ὁ λόγος ὁ τοῦτο διδούς ἐστιν ἐν ἡμῖν καὶ ἐν τῷ λόγῳ ἐστὶν ὁ πατήρ, καὶ οὕτως ἐστὶ τὸ «ἐλευσόμεθα ἐγὼ καὶ ὁ πατὴρ καὶ μονὴν παρ’ αὐτῷ ποιήσομεν» καθάπερ εἴρηται. ἔνθα γὰρ τὸ φῶς, ἐκεῖ καὶ τὸ ἀπαύγασμα. καὶ ἔνθα τὸ ἀπαύγασμα, ἐκεῖ καὶ ἡ τούτου ἐνέργεια καὶ αὐγοειδὴς χάρις. (6) καὶ τοῦτο πάλιν διδάσκων ὁ Παῦλος ἔγραφεν αὖθις Κορινθίοις καὶ ἐν τῇ δευτέρᾳ ἐπιστολῇ λέγων· «ἡ χάρις τοῦ κυρίου Ἰησοῦ Χριστοῦ καὶ ἡ ἀγάπη τοῦ θεοῦ καὶ ἡ κοινωνία τοῦ ἁγίου πνεύματος μετὰ πάντων ὑμῶν». ἡ γὰρ διδομένη χάρις καὶ δωρεὰ ἐν τριάδι δίδοται παρὰ τοῦ πατρὸς δι’ υἱοῦ ἐν πνεύματι ἁγίῳ. (7) ὥσπερ γὰρ ἐκ τοῦ πατρός ἐστι δι’ υἱοῦ ἡ διδομένη χάρις, οὕτως οὐκ ἂν γένοιτο κοινωνία τῆς δόσεως ἐν ἡμῖν εἰ μὴ ἐν τῷ πνεύματι τῷ ἁγίῳ. τούτου γὰρ μετέχοντες ἔχομεν τοῦ πατρὸς τὴν ἀγάπην καὶ τοῦ υἱοῦ τὴν χάριν καὶ αὐτοῦ τοῦ πνεύματος τὴν κοινωνίαν.
[31. (1) Μία ἄρα καὶ ἐκ τούτων ἡ τῆς τριάδος ἐνέργεια δείκνυται. οὐ γὰρ ὡς παρ’ ἑκάστου διάφορα καὶ διῃρημένα τὰ διδόμενα σημαίνει ὁ ἀπόστολος, ἀλλ’ ὅτι τὰ διδόμενα ἐν τριάδι δίδοται καὶ τὰ πάντα ἐξ ἑνὸς θεοῦ ἐστι.]

(*) Si tratta dei padri conciliari di Nicea.
(**) Atanasio chiama i suoi avversari, con espressione non chiara, τροπικόι (tropikoi). Tenendo conto dei significati di τρόπος / τροπή (tropos / trope), essa potrebbe significare che questa gente 1. è volubile 2. si esprime in modo stilisticamente elaborato 3. si esprime con metafore 4. segue procedimenti logici. Cattaneo opta per l'ultima opzione: Atanasio si riferirebbe in modo ironico ai suoi avversari, che pretendono di essere logici ma sono in realtà squinternati. Aggiungo che, in tal caso, Atanasio userebbe a sua volta un tropo, cioè una figura retorica, l'ironia, nella quale si dice il contrario di quel che si vuole in realtà affermare (ma il traduttore l'ha a sua volta posta in chiaro).

domenica 8 maggio 2016

Pentecoste, ufficio delle letture

A partire dal c. 16 del libro III del suo ponderoso tomo antignostico «Contro le eresie», scritto in greco ma arrivato a noi per la maggior parte in traduzione latina, Ireneo espone la sua cristologia. Per gli gnostici, il Cristo non va identificato con Gesù: egli è un essere (eone) celeste rivelatore che, disceso su Gesù, ha abitato temporaneamente in lui. Si tratta di un'idea ripresa anche da correnti esoteriche e neognostiche moderne. Una citazione per tutte, dal maestro spirituale di origine macedone Omraam Mikhaël Aïvanhov (1900-1986): «Il Cristo, che è il secondo aspetto di Dio stesso, non ha mai preso sembianze fisiche. Egli entra semplicemente nelle anime e negli spiriti che sono pronti a riceverlo e a fondersi in Lui. Gesù, dunque, come tutti gli altri grandi maestri dell'umanità e i fondatori di religioni, dovette percorrere un lungo cammino prima che quello spirito discendesse in lui. Se è stato chiamato "Gesù Cristo", non è perché egli "era il Cristo", bensì perché "ha ricevuto il Cristo". Si può dire che Gesù era Dio, ma in questo senso, che anche voi, io, gli animali, gli alberi, le pietre, le stelle, siamo Dio. Essendo tutto ciò che esiste scaturito dalla sostanza divina, in questo senso tutto è Dio. L'unica differenza sta nella coscienza, e Gesù aveva la più elevata coscienza della presenza di Dio in sé. È dunque questa consapevolezza che noi dobbiamo sviluppare, fino a fonderci nella Divinità per poter dire un giorno come Gesù: "il Padre e io siamo una cosa sola"». Ireneo afferma invece che è lo Spirito Santo ad essere sceso su Gesù, onde poi essere da lui effuso sull'umanità. Come si vede, le due prospettive sono molto diverse.

Dal trattato Contro le eresie di sant'Ireneo, vescovo (III,17,1-3; SC 34,302-306)

17.1. (...) Ancora, conferendo ai discepoli il potere della rigenerazione a Dio, il Signore diceva loro: "Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Questo Spirito aveva promesso di effondere negli ultimi tempi sui suoi servi e le sue serve, perché fossero profeti (cf. Gl 3,1-2; At 2,17-18). Perciò discese anche sul Figlio di Dio fatto Figlio dell'uomo: si abituava a dimorare nell'umanità, a riposare negli uomini e ad abitare nella creatura di Dio, operando la volontà del Padre in essi e rinnovandoli dalla vetustà alla novità di Cristo.
2. [Questo Spirito chiedeva Davide per l'umanità, quando diceva: "rafforzami con lo Spirito reggitore" (Sal 51,14; CEI: "sostienimi con uno spirito generoso").] Luca dice che dopo l'assunzione del Signore lo Spirito è disceso sui discepoli a Pentecoste, con il potere di introdurre tutti i popoli nella vita e aprir loro la nuova alleanza. Perciò in tutte le lingue e in piena unità inneggiavano a Dio, mentre lo Spirito riconduceva al'unità le tribù disperse e offriva al Padre le primizie di tutti i popoli. Perciò anche il Signore promise che avrebbe mandato il Paraclito, che ci doveva mettere in armonia con Dio. Come infatti dalla farina asciutta non può farsi senza acqua un solo impasto e un solo pane, neppure noi, molti, potevamo potevamo divenire uno in Cristo Gesù senza l'acqua dall'alto. E come la terra arida se non riceve umidità non fruttifica, così anche noi, già legno secco (cf. Lc 23,31), mai avremmo portato frutto di vita senza il dono di quella pioggia (cf. Sal 68,10). Il nostro corpo ha ricevuto l'unione all'incorruttibilità mediante il lavacro, l'anima mediante lo Spirito. (...la Samaritana e l'acqua)
3. (...Gedeone e la rugiada sul vello) ...che è lo Spirito di Dio disceso sul Signore, "Spirito di sapienza e intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà, Spirito di timore di Dio" (Is 11,2-3 LXX), a sua volta da lui donato alla Chiesa, mandato dal cielo il Paraclito su tutta la terra dove, dice il Signore, anche il diavolo è stato gettato come una folgore (cf. Lc 10,18). Pertanto anche a noi è necessaria la rugiada divina, per non essere bruciati né infecondi, e perché dove abbiamo un accusatore, lì abbiamo anche un Paraclito. Il Signore ha affidato allo Spirito Santo la sua creatura umana incappata nei briganti, della quale ha avuto compassione e fasciato le ferite, sborsando poi due denari regali (cf. Lc 10,30-35), cosicché, ricevendo mediante lo Spirito l'immagine e l'iscrizione del Padre e del Figlio, facessimo fruttificare il denaro affidatoci e lo riconsegnassimo al Signore moltiplicato.

17.1. (...) Et iterum potestatem regenerationis in Deum dans discipulis dicebat eis: Euntes docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris et Filii et Spiritus sancti. Hunc enim promisit per prophetas effundere se in novissimis temporibus super servos et ancillas ut prophetent; unde et in Filium Dei Filium hominis factum descendit, cum ipso adsuescens habitare in genere humano et requiescere in hominibus et habitare in plasmate Dei, voluntatem Patris operans in ipsis et renovans eos a vetustate in novitatem Christi.
2. Hunc Spiritum [petiit David humano generi dicens: Et Spiritu principali confirma me. Quem et] descendisse Lucas ait post ascensum Domini super discipulos in Pentecoste, habentem potestatem omnium gentium ad introitum vitae et adapertionem novi Testamenti; unde et omnibus linguis conspirantes hymnum dicebant Deo, Spiritu ad unitatem redigente distantes tribus et primitias omnium gentium offerente Patri. Unde et Dominus pollicitus est mittere se Paraclitum, qui nos aptaret Deo. Sicut enim de arido tritico massa una fieri non potest sine humore neque unus panis, ita nec nos multi unum fieri in Christo Iesu poteramus sine aqua quae de caelo est. Et sicut arida terra, si non percipiat humorem, non fructificat, sic et nos, lignum aridum exsistentes primum, numquam fructificaremus vitam sine superna voluntaria pluvia. Corpora enim nostra per lavacrum illam quae est ad incorruptionem unitatem acceperunt, animae autem per Spiritum. [Unde et utraque necessaria, cum utraque proficiunt in vitam Dei, miserante Domino nostro Samaritanae illi praevaricatrici, quae in uno viro non mansit, sed fornicata est in
multis nuptiis, et ostendente ei et pollicente aquam vivam, ut ulterius non sitiret neque occuparetur ad humectationem aquae laboriosae, habens in se potum saliens in vitam aeternam, quod Dominus accipiens munus a Patre ipse quoque his donavit qui ex ipso participantur, in universam terram mittens Spiritum sanctum.
3. Hanc muneris gratiam praevidens Gedeon ille Israelita, quem elegit Deus ut salvaret populum Israel de potentatu alienigenarum, demutavit petitionem, et super
vellus lanae in quod tantum primum ros fuerat, quod erat typus populi, ariditatem futuram prophetans, hoc est non iam habituros eos a Deo Spiritum sanctum, sicut Esaias ait: Et nubibus mandabo ne pluant super eam in omni autem terra fieri ros, quod est] Spiritus Dei, qui descendit in Dominum, Spiritus sapientiae et intellectus, Spiritus consilii et virtutis, Spiritus scientiae et pietatis, Spiritus timoris Dei, quem ipsum iterum dedit Ecclesiae, in omnem terram mittens de caelis Paraclitum, ubi et diabolum tamquam fulgur proiectum ait Dominus. Quapropter necessarius nobis est ros Dei ut non comburamur neque infructuosi efficiamur, et ubi accusatorem habemus illic habeamus et Paraclitum, commendante Domino Spiritui sancto suum hominem qui inciderat in latrones, cui ipse misertus est et ligavit vulnera eius, dans duo denaria regalia ut, per Spiritum imaginem et inscriptionem Patris et Filii accipientes, fructificemus creditum nobis denarium, multiplicatum Domino adnumerantes.

* Al n. 2 Ireneo fa riferimento alla pluvia voluntaria (LXX: βροχὴν ἑκούσιον) di Sal 68 (67),10 - trad. CEI 2008 «pioggia abbondante», NR 2006 «pioggia benefica» -. LO traduce giustamente «pioggia mandata liberamente dall'alto», come puro dono. Subito dopo Ireneo aggiunge: «Il nostro corpo ha ricevuto l'unione all'incorruttibilità mediante il lavacro, l'anima mediante lo Spirito». L'espressione, a quanto pare, è risultata difficile o ambigua, e LO parafrasa: «Il lavacro battesimale con l'azione dello Spirito Santo ci ha unificati tutti nell'anima e nel corpo in quell'unità che preserva dalla morte». Ma è chiaro che Ireneo non intende separare acqua sacramentale e Spirito, corpo e anima, bensì sottolineare il parallelismo acqua/corpo - anima/Spirito: il sacramento è necessario per la salvezza dell'intero essere umano. Dalla parafrasi LO risulta l'idea, assente nel testo, che il sacramento «unifica» anima e corpo.
* Al n. 3 la traduzione LO lascia molto a desiderare: «...mandando dal cielo il Paraclito su tutta la terra, da dove, come disse egli stesso, il diavolo fu cacciato come folgore cadente». Sembra che il diavolo sia stato cacciato dalla terra, mentre Ireneo afferma che è stato cacciato dal cielo e gettato sulla terra (cf. Ap 12,9-12), dove viene per l'appunto inviato lo Spirito Santo perché laddove c'è l'accusatore ci sia anche il difensore.

sabato 30 aprile 2016

Ascensione del Signore, ufficio delle letture

Per l'Ascensione LO propone i nn. 1 (completo) e 2 (parziale) di un sermone di Agostino (263/A). Riporto la conclusione del n. 2, omessa da LO, che completa l'argomentazione (traduzione NBA). Il n. 3 vuole poi rispondere a una obiezione dei Manichei, tesa a mostrare come Gesù non poteva essere asceso con il corpo. Il n. 4 è una digressione sul significato del numero 40.

Dai Discorsi di sant'Agostino, vescovo (sull'Ascensione del Signore, ed. A. Mai 98,1-2; PLS 2,494-495)

Ascensione del Signore (Discorso 263/A).
1. Oggi il Signore nostro Gesù Cristo è asceso al cielo: salga con lui anche il nostro cuore. Ascoltiamo le parole dell'Apostolo: "Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose del cielo, dov'è Cristo, assiso alla destra di Dio: aspirate alle cose di lassù e non a quelle della terra" (Col 3,1-2). Come infatti egli è asceso al cielo ma non si è allontanato da noi, così anche noi siamo già lassù con lui, benché ancora non si sia realizzato nel nostro corpo quanto ci è stato promesso. Egli è stato già esaltato sopra i cieli; tuttavia sulla terra soffre ogni pena a cui noi, sue membra, siamo soggetti. Di ciò ha dato la prova quando gridò dall'alto: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" (At 9,4); "Ebbi fame e mi avete dato da mangiare" (Mt 25,35). Perché anche noi, qui in terra, non ci adoperiamo a far sì che, per mezzo della fede, della speranza e della carità che ci uniscono a lui, già riposiamo con lui nei cieli? Cristo, pur essendo nei cieli, è anche con noi; e noi, pur stando qui in terra, siamo anche con lui. Egli lo può fare per la divinità, la potenza e l'amore che ha; noi, anche se non possiamo farlo per la divinità come lui, tuttavia lo possiamo con l'amore, però in lui. Egli non abbandonò il cielo quando ne discese per venire a noi né si è allontanato da noi quando salì di nuovo al cielo. Che egli fosse in cielo mentre era anche qui sulla terra lo afferma lui stesso: "Nessuno - disse - è asceso al cielo se non chi è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo che è in cielo" (Gv 3,13). [Non disse: "Il Figlio dell'uomo che sarà in cielo", ma: "Il Figlio dell'uomo che è in cielo".
2. Che Cristo rimanga con noi anche quando è in cielo, ce lo ha promesso prima di salirvi, dicendo: "Ecco, io sono con voi sino alla fine dei secoli" (Mt 28,20). I nostri nomi sono lassù, perché egli ha detto: "Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti in cielo" (Lc 10,20); anche se ancora con i nostri corpi e le nostre fatiche pestiamo la terra e siamo pestati dalla terra. Ci radunerà di qui integralmente colui che possiede le primizie del nostro spirito (cf. Rm 8,23). Ma quando, dopo la risurrezione del nostro corpo, avremo cominciato a vivere nella gloria di Cristo, il nostro corpo non dimorerà più in mezzo a queste realtà mortali né su queste si riverserà il nostro affetto. Non dobbiamo pensare che per noi sia preclusa la perfetta dimora celeste degli angeli, per il fatto che Cristo ha detto: "Nessuno è asceso al cielo se non chi è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo che è in cielo" (Gv 3,13). Dicendo così sembra che solo a se stesso attribuisca questa possibilità, e che nessuno di noi la possa avere.] Ma ha parlato così a motivo dell'unità [che c'è tra noi e lui], perché egli è nostro capo e noi sue membra. Certo, nessuno se non lui [ascenderà in cielo], perché anche noi siamo lui, nel senso che egli è Figlio dell'uomo per noi e noi siamo figli di Dio per lui. Così dice infatti l'Apostolo: "Come il corpo è uno solo ed ha molte membra, ma tutte le sue membra, pur essendo molte, non sono che un corpo solo, così anche Cristo" (1Cor 12,12). Non ha detto: "Così Cristo", ma: "così anche Cristo". Cristo dunque è formato da varie membra, pur essendo un corpo solo. Discese dunque dal cielo per misericordia e vi ascese lui solo; noi siamo ascesi in lui per grazia. Per questo soltanto Cristo è disceso e soltanto Cristo è asceso; non nel senso che la dignità del capo si diluisca nel corpo, ma che l'unità del corpo non viene separata dal capo. [Non dice: "alle discendenze [di Abramo]", come se si trattasse di molte, ma come di una sola: "e alla tua discendenza" che è Cristo (Gal 3,16). Chiama Cristo discendenza di Abramo; e tuttavia lo stesso Apostolo disse: "Voi siete discendenza di Abramo" (Gal 3,29). Se dunque si parla non delle discendenze [di Abramo] come se si trattasse di molte, ma come di una sola; se questa discendenza di Abramo è Cristo; se anche noi siamo discendenza di Abramo: quando Cristo ascende in cielo, noi non veniamo separati da lui. Colui che è disceso dal cielo non ci rifiuta il cielo, ma in un certo qual senso grida: Siate mie membra se volete salire in cielo. Nel frattempo dunque rafforziamoci in questa fede, bramiamo questo con ogni desiderio. Pensiamo, ora qui in terra, che siamo già contati in cielo. Allora deporremo la carne mortale, ora deponiamo la vecchiezza del cuore. Facilmente il corpo sarà elevato nell'alto dei cieli se il peso dei peccati non opprime lo spirito.]

De Ascensione Domini.
1. Hodie Dominus noster Iesus Christus ascendit in caelum; ascendat cum illo cor nostrum. Audiamus Apostolum dicentem: Si consurrexistis cum Christo, quae sursum sunt sapite, ubi Christus est in dextera Dei sedens; quae sursum sunt quaerite, non quae super terram (Col 3,1-2). Sicut enim ille ascendit, nec recessit a nobis, sic et nos cum illo ibi iam sumus, quamvis nondum in corpore nostro factum sit quod promittitur nobis. Ille iam exaltatus est super caelos; patitur tamen in terris quicquid laborum nos tamquam eius membra sentimus. Cui rei testimonium perhibuit desuper clamans: Saule, Saule, quid me persequeris? (Act 9,4) Et: Esurivi, et dedistis mihi manducare (Mt 25,35). Cur non etiam nos ita laboramus in terris, ut per fidem, spem, caritatem, qua illi connectimur, iam cum illo requiescamus in caelis? Ille cum ibi est, etiam nobiscum est; et nos cum hic sumus, etiam cum illo sumus. Illud ipse et divinitate et potestate et dilectione; hoc autem nos, etsi divinitate non possumus sicut ipse, dilectione tamen possumus, sed in ipsum. Ille de caelo non recessit, cum ad nos inde descendit; nec a nobis recessit, cum in caelum rursus ascendit. Nam quia ibi erat cum hic esset, ita ipse testatur: Nemo, inquit, ascendit in caelum, nisi qui de caelo descendit, Filius hominis qui est in caelo (Io 3,13). [Non dixit: Filius hominis qui erit in caelo, sed: Filius hominis qui est in caelo.
2. Quod vero nobiscum est etiam cum ibi est, ante quam ascenderet hoc promisit dicens: Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem saeculi (Mt 28,20). Nos autem nominibus ibi sumus, quoniam ipse dixit: Gaudete, quia nomina vestra scripta sunt in caelo (Lc 10,20); quamvis a corporibus et laboribus conteramus terram, et conteramur a terra. Sed cum post resurrectionem corporis esse in eius gloria coeperimus, nec ista mortalia nostrum incolet corpus, nec in ista inclinabitur noster affectus; totus hinc colligit, qui primitias nostri spiritus tenet (cf. Rm 8,23). Neque enim propterea nobis desperanda est perfecta et angelica caelestis habitatio, quia dixit: Nemo ascendit in caelum, nisi qui de caelo descendit, Filius hominis qui est in caelo (Io 3,13); de solo enim se ipso videtur dixisse, quasi hoc nemo nostrum possit accipere;] sed dictum est propter unitatem, quia caput nostrum est, et nos corpus eius. Hoc ergo nemo nisi ipse, quia et nos ipse secundum id quod ipse filius hominis propter nos, et nos Dei filii propter ipsum. Ita quippe Apostolus dicit: Sicut enim corpus unum est, et membra habet multa; omnia autem corporis membra cum sint multa, unum est corpus, ita et Christus (1Cor 12,12). Non ait: ita Christus; sed ait: ita et Christus. Christus ergo membra multa, unum corpus. Descendit itaque de caelo per misericordiam, nec ascendit nisi ipse, cum et nos in ipso per gratiam. Ac per hoc non nisi Christus descendit, nec nisi Christus ascendit; non quod capitis dignitas confundatur in corpore, sed quod corporis unitas non separetur a capite. [Non enim dicit ex seminibus tamquam in multis, sed tamquam in uno, in semine tuo quod est Christus (Gal 3,16). Proinde Christum dicit semen Abrahae; et tamen idem ipse Apostolus: Vos ergo, inquit, Abrahae semen estis (Gal 3,29). Si ergo non in seminibus tamquam in multis, sed tamquam in uno: et hoc semen Abrahae, quod est Christus: et hoc semen Abrahae, quod sumus nos; cum ascendit in caelum, nos ab illo non separamur. Qui descendit de caelo, non nobis invidet caelum, sed quodammodo clamat: Mea membra estote, si ascendere vultis in caelum. Et hoc ipso interim roboremur, in hoc votis omnibus aestuemus; hoc meditemur in terris, quod computamur in caelis. Tunc exuturi carnem mortalitatis, nunc exuamus animi vetustatem: facile corpus levabitur in alta caelorum, si non premant spiritum sarcinae peccatorum.]

Il Cristo totale (Christus totus), capo e membra, trionfa in cielo e lotta in terra (cf. In Io. ev. tr. 21,8; En. in ps. 3,1,9; 55,3; Ep. 187,40; si veda anche la lettura agostiniana per la I domenica di quaresima qui). Se la nostra fatica terrena è vissuta in unione con Cristo mediante fede, speranza e carità, in essa è già possibile fare una certa anticipata esperienza del riposo ultimo. In virtù dell'unione con lui, la nostra vita sulla terra consente già una qualche esperienza del cielo, che pertanto viene a orientare e motivare il cammino terreno.

venerdì 22 aprile 2016

VI domenica di pasqua, ufficio delle letture

Il commento di Cirillo Alessandrino alla 2Cor è andato perso, come altre sue opere esegetiche. Ce ne sono arrivati soltanto alcuni frammenti attraverso le "catene", ovvero quei testi nei quali per ogni passo di un dato libro biblico si riportavano commenti di diversi autori. Per la VI domenica del tempo pasquale ci è proposto uno di questi frammenti, dove Cirillo commenta 2Cor 5,16-18:
«Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.» 
«Alla maniera umana»: così la versione CEI traduce κατὰ σάρκα, letteralmente «secondo la carne», in maniera carnale. Gran parte del discorso ruota attorno a questo, e Cirillo spiega come per «carne» intenda la debolezza e la corruzione della condizione umana. «Corruzione» in quanto la vita umana è sottoposta al potere della morte. Probabilmente egli ha presente Gal 6,8, dove Paolo lega carne e corruzione: «chi semina per la (o: nella) sua carne, mieterà corruzione dalla carne; ma chi semina per lo (o: nello) Spirito mieterà dallo Spirito vita eterna». LO cerca di spiegare a suo modo il concetto di carne, introducendo di sana pianta espressioni assenti nel testo:
LO: ... può dire con ragione di non conoscere alcuno secondo la carne, di sentirsi, cioè, fin d'ora partecipe della condizione del Cristo glorioso. ... Quando diciamo che nessuno è più nella carne intendiamo riferirci a quella condizione connaturale alla creatura umana che comprende, fra l'altro, la particolare caducità propria dei corpi.
Non sembrano espressioni felici: per i Padri la caducità non è inerente alla natura umana come tale, ma solo alla natura decaduta, ferita dal peccato.
Comunque sia, è interessante l'applicazione del discorso di Paolo (e Cirillo) alla questione del Gesù storico. Una volta che, per ipotesi, si fosse ricostruito con esattezza tutto il Gesù storico, fatti e detti, per filo e per segno, saremmo ancora a una conoscenza secondo la carne, salvificamente irrilevante: solo nella fede brilla a noi la luce trasformante del Logos e il potere della morte viene calpestato.

Dal Commento sulla Seconda Lettera ai Corinzi di san Cirillo di Alessandria, vescovo (5,5-6; PG 74,942-943)

{v. 5,15a} Coloro che hanno la caparra dello Spirito (cf. 2Cor 5,5) e sono ricchi della speranza della risurrezione, già afferrano le realtà attese come presenti e dicono: «sicché noi da ora non conosciamo più nessuno secondo la carne» (2Cor 5,16a); tutti siamo infatti spirituali e non nella corruzione della carne. [Penso che in queste espressioni chiami «carne» la corruzione della carne.] Poiché su noi è brillato l'Unigenito, veniamo trasformati a immagine del Logos onnivivificante. Come infatti sotto il regno del peccato eravamo incatenati nella morte, subentrata la giustizia in Cristo abbiamo scosso via la corruzione. Pertanto nessuno è nella carne, cioè nella debolezza della carne. Sulla base di altre espressioni, si può giustamente pensare alla corruzione.
{v. 5,16b} [Dopo aver affermato di non aver conosciuto nessuno secondo la carne, con un occhio ai pensieri fuori luogo di alcuni, aggiunge:] «e se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16b). Avrebbe ugualmente potuto dire: «il Verbo si è fatto carne e ha dimorato tra noi» (Gv 1,14), secondo la carne ha subito la morte per la vita di tutti, e così lo abbiamo conosciuto. Tuttavia, ora non lo conosciamo più così. Certo, è ancora nella carne - dopo tre giorni è tornato in vita - ma si trova presso il Padre nei cieli e dunque lo pensiamo al di sopra della carne. Morto una volta «non muore più, la morte non lo signoreggia oltre. In quanto è morto, è morto al peccato una volta per tutte; in quanto vive, vive per Dio» (Rm 6,8-9).
{v. 5,17} Se dunque egli con ciò è stato il principe della nostra vita (cf. At 3,15), dobbiamo necessariamente pensare che anche noi, che abbiamo seguito le sue orme, non siamo più nella carne, ma al di sopra della carne. Molto giustamente il beato Paolo aggiunge quindi: «Sicché se uno è in Cristo è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17). [E' vecchio il detto «terra sei e terra tornerai» (Gn 3,19); e anche quell'altro che si legge nel libro di Mosé: «Fin dalla giovinezza la mente dell'uomo è ben dedita al male» (Gn 8,21). E' vecchio inoltre quanto sta nella legge: dichiara tutto quanto sorpassato.] Siamo infatti giustificati dalla fede in Cristo ed è cessato l'effetto della maledizione. Riprese vita per noi colui che ha calpestato la forza della morte, e abbiamo conosciuto colui che veramente e per natura è Dio, al quale prestiamo culto in ispirito e verità (cf. Gv 4,23-24), per la mediazione del Figlio, che dal Padre nell'alto riversa le benedizioni sul mondo.
{v. 5,18} Perciò il beato Paolo aggiunge assai sapientemente: «Tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati a sé mediante Cristo» (2Cor 5,18a). E davvero non senza la volontà del Padre si realizzò il mistero dell'economia con la carne e il conseguente rinnovamento. [A ciò il mistagogo aggiunge che lo stesso Padre ci ha riconciliati a sé mediante Cristo, resi nemici i greci dall'errore politeista e i giudei dalla volontà di rimanere fermi alle ombre veterotestamentarie, senza accedere alla via del vero culto.] Mediante lui, infatti, abbiamo l'accesso, e «nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6), secondo quanto egli stesso afferma. Dunque «tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati a sé mediante Cristo, e ci ha conferito il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18).

Οἱ τὸν ἀῤῥαβῶνα τοῦ Πνεύματος ἔχοντες, καὶ τὴν τῆς ἀναστάσεως ἐλπίδα πεπλουτηκότες, τῶν ἔσεσθαι προσδοκωμένων ὡς ἐνεστηκότων ἤδη ἐπιδραττόμενοί φασιν Ὥστε ἡμεῖς ἀπὸ τοῦ νῦν οὐδένα οἴδαμεν κατὰ σάρκα, πάντες γάρ ἐσμεν πνευματικοὶ καὶ οὐκ ἐν φθορᾷ σαρκικῇ· [σάρκα γὰρ ἐν τούτοις, καθάπερ ἐγῷμαι, τὴν τῆς σαρκὸς ὀνομάζει φθοράν·] ἐπιλάμψαντος γὰρ ἡμῖν τοῦ Μονογενοῦς, μετεστοιχειώμεθα πρὸς τὸν τὰ πάντα ζωοποιοῦντα Λόγον. ὥσπερ γὰρ τοῖς τοῦ θανάτου δεσμοῖς ὑπεκείμεθα βασιλευούσης τῆς ἁμαρτίας, οὕτω τῆς ἐν Χριστῷ δικαιοσύνης εἰσκεκριμένης, ἀπεσεισάμεθα τὴν φθοράν· οὐδεὶς οὖν ἄρα ἐστὶν ἐν σαρκὶ, τουτέστιν ἐν ἀσθενείᾳ σαρκικῇ. καὶ πρός γε τῶν ἄλλων ἡ φθορὰ νοοῖτ’ ἂν εἰκότως·
[ἐπειδὴ δὲ ἔφη οὐδένα ἐγνωκέναι κατὰ σάρκα, προσεπάγει τὰς τινῶν ὑφορώμενος ἐκτόπους ἐννοίας]
Εἰ γὰρ καὶ ἐγνώκαμεν κατὰ σάρκα Χριστὸν ἀλλὰ νῦν οὐκ ἔτι γινώσκομεν. ὅμοιον ὡς εἴπερ ἕλοιτο λέγειν, γέγονε “σὰρξ ὁ Λόγος καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν”, καὶ τὸν ὑπὲρ τῆς ἁπάντων ζωῆς ὑπέστη θάνατον κατὰ σάρκα, καὶ οὕτως αὐτὸν ἐγνώκαμεν· πλὴν ἀπὸ τοῦ νῦν οὐκ ἔτι γινώσκομεν· εἰ γὰρ καὶ ἔστιν ἐν σαρκὶ, τριήμερος γὰρ ἀνεβίω καὶ ἔστι πρὸς τὸν ἐν τοῖς οὐρανοῖς Πατέρα, ἀλλ’ οὖν ὑπὲρ σάρκα νοεῖται· ἅπαξ γὰρ ἀποθανὼν “οὐκ ἔτι ἀποθνήσκει, θάνατος αὐτοῦ οὐκ ἔτι κυριεύει· ὃ γὰρ ἀπέθανεν, τῇ ἁμαρτίᾳ ἀπέθανεν ἐφάπαξ· ὃ δὲ ζῇ, ζῇ τῷ Θεῷ”. οὐκοῦν εἰ γέγονεν ἐν τούτοις ὁ τῆς ζωῆς ἡμῶν ἀρχηγὸς, πᾶσά πως ἀνάγκη καὶ ἡμᾶς αὐτοὺς τοῖς ἴχνεσιν αὐτοῦ κατακολουθήσαντας, οὐκ ἐν σαρκὶ μᾶλλον, ἀλλ’ ὑπὲρ σάρκα νοεῖσθαι. ὀρθῶς οὖν λίαν ὁ θεσπέσιος Παῦλος Ὥστε εἴ τις ἐν Χριστῷ καινὴ κτίσις φησὶ τὰ ἀρχαῖα παρῆλθεν, ἰδοὺ, γέγονε καινά·
[ἀρχαῖον μὲν γὰρ τό “Γῆ εἶ καὶ εἰς γῆν ἀπελεύσῃ·” καὶ μὴν καὶ ἐκεῖνο τὸ ἐν βίβλῳ Μωσέως “Ἐπιμελῶς γὰρ ἔγκειται ἡ διάνοια τοῦ ἀνθρώπου ἐπὶ τὰ πονηρὰ ἐκ νεότητος·” ἀρχαῖα δὲ πρὸς τούτοις καὶ τὰ ἐν νόμῳ· ταυτὶ δὴ πάντα παρελάσαι φησίν·]
δεδικαιώμεθα γὰρ διὰ πίστεως τῆς ἐν Χριστῷ, καὶ πέπαυται τῆς ἀρᾶς ἡ δύναμις· ἀνεβίω γὰρ ὑπὲρ ἡμῶν ὁ τοῦ θανάτου πατήσας τὸ κράτος, καὶ τὸν φύσει τε καὶ ἀληθῶς ὄντα Θεὸν ἐγνώκαμεν, τὴν ἐν πνεύματί τε καὶ ἀληθείᾳ πληροῦντες λατρείαν, μεσιτεύοντος τοῦ Υἱοῦ καὶ τὰς ἄνωθεν καὶ παρὰ Πατρὸς εὐλογίας τῷ κόσμῳ διδόντος· ὅθεν τοι καὶ μάλα σοφῶς ὁ θεσπέσιος Παῦλος Τὰ δὲ πάντα φησὶν ἐκ τοῦ Θεοῦ τοῦ καταλλάξαντος ἡμᾶς ἑαυτῷ διὰ Χριστοῦ. καὶ γάρ ἐστιν ἀληθῶς οὐκ ἀβούλητον τῷ Πατρὶ τῆς μετὰ σαρκὸς οἰκονομίας τὸ μυστήριον καὶ ἡ δι’ αὐτοῦ καινουργία.
[προσεπάγει δὲ τούτοις ὁ μυσταγωγὸς ὅτι αὐτὸς ὁ Πατὴρ ἡμᾶς ἑαυτῷ κατήλλαξεν διὰ Χριστοῦ, ἐκπεπολεμωμένους αὐτῷ διὰ τῆς εἰς πολύθεον πλάνης ἕλληνας, καὶ ἰουδαίους διά γε τοῦ βούλεσθαι ταῖς κατὰ νόμον προσπεπῆχθαι σκιαῖς, καὶ τὸν τῆς ἀληθοῦς λατρείας οὐ προσίεσθαι λόγον·]
δι’ αὐτοῦ γὰρ τὴν προσαγωγὴν ἐσχήκαμεν, καί “Οὐδεὶς ἔρχεται πρὸς τὸν Πατέρα, καθά φησιν αὐτὸς, εἰ μὴ δι’” αὐτοῦ. οὐκοῦν τὰ πάντα ἐκ τοῦ Θεοῦ τοῦ καταλλάξαντος ἡμᾶς διὰ Χριστοῦ καὶ δόντος ἡμῖν τὴν διακονίαν τῆς καταλλαγῆς.

giovedì 21 aprile 2016

Enrico IV

"Pazzia", parola vecchia, generica e maltrattata: tutto quanto esce dalle proprie visuali non è stato - ed è tuttora - etichettato come tale? Gesù stesso, e gli apostoli, non sono stati ritenuti pazzi? Più modernamente e tecnicamente diciamo: "malattia mentale". Rimane il fatto che pone da sempre grandi sfide. Non soltanto quelle legate alla possibilità di una terapia (questioni già ardue e spesso insolute - il personaggio del dottore "alienista" non fa qui gran figura), ma anche quelle che riguardano non soltanto i pazzi e chi li voglia curare, ma gli uomini tutti indistintamente. Se ogni anomalia reca implicita la domanda sulla regola, la pazzia pone la questione della normalità, la quale implica a sua volta almeno tre problemi enormi: la questione della mente (quando funziona bene?); la questione della realtà e della sua percezione (qual è la realtà?); la questione dell'identità (chi sono io? chi sei tu?). Sono le questioni intorno alle quali ruota questo dramma di grande fascino che è Enrico IV di Pirandello, andato in scena a Prato al Teatro Metastasio dal 14 al 17 aprile, per la regia e l'interpretazione di Franco Branciaroli. Classica l'opera, classica la rappresentazione e l'interpretazione, nel chiaro e riuscito intento di dar voce al fine dialettico Luigi Pirandello, che riesce a costruire una sottile trama, nella quale alla fine l'incauto spettatore si trova inestricabilmente impigliato. E così chi al principio si sentiva forte di sé e del proprio senso della realtà, si fa - almeno per un attimo - pensoso e addirittura incerto: tali solide certezze - prima fra tutte l'immagine mentale che ciascuno di noi ha di sé - davvero son fondate? O forse nel punto di vista del pazzo non si aprono scenari degni di considerazione, se non addirittura prossimi al sovraumano, al divino? Non dimentichiamo la "divina mania", l'invasamento nel quale in tante culture la divinità parla(va). Se poi non è così chiaro quale sia la realtà e la vita, non si potrebbe preferire, come il nostro Enrico, la follia? Almeno il pazzo ha - può avere -, come lui, qualche lucidità (forse l'unica possibile?), che lo porta ad identificare la propria pazzia come tale, e quindi a non calarsi completamente in essa. Non è ancor più pazzo chi invece prende se stesso e la propria vita con quella infinita serietà e drammaticità che affoga e affonda interamente in essa, precludendo così ogni possibilità di metter fuori la testa? Questioni non oziose, che hanno lasciato grandi impronte in filosofie e religioni. La meditazione buddista non ha l'obiettivo di decostruire l'ego, questa impalcatura illusoria che rinchiude nella infernale dialettica del desiderio e del dolore? E la stessa rivelazione cristiana non ci parla di Trinità, ossia di tre persone che sono uno? Misteri, sui quali l'arte vera, strappandoci alla balda superficialità dell'ego gestore e manipolatore (rappresentata dal Barone Tito Belcredi, che infine muore), fa bene a renderci pensosi. E un po' pazzi.

lunedì 18 aprile 2016

V domenica di pasqua, ufficio delle letture

Il sermone 53 di Massimo di Torino (così numerato in CCL, mentre in PL 57 è il n. 57) è centrato sul v. 24 del salmo 118 (117 nella Vulgata, e nella liturgia), salmo pasquale per eccellenza: Haec dies, quam fecit Dominus: exsultemus et laetemur in ea («questo è il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso»). Il giorno fatto dal Signore è la domenica della risurrezione. LO omette interamente il n. 3, che parla del sole, e questo non disturba. Al n. 2 è tagliata l'obiezione che dà origine a un lungo sviluppo: questo 'giorno' è terreno e pertanto non può riguardare gli inferi né il cielo. Con tre citazioni (Gv 1,9; Is 9,2; Sal 89,30) Massimo mostra invece come tutte e tre le dimensioni - cielo, terra, sotterra - siano illuminate da questa luce senza tramonto, e si sofferma in particolare a sviluppare l'idea di Cristo come «giorno del cielo». LO taglia le tre citazioni, nonché la successiva, di Sal 19,3 («il giorno al giorno nel trasmette la parola»), il che rende poco intelligibile il discorso sul Figlio che riceve luce dal Padre. LO conserva invece la citazione di Siracide 24,6a, che nella Vulgata (mantenuta nella Nova Vulgata) suona: Ego feci in caelis, ut oriretur lumen indeficiens (="Io [la sapienza] feci sorgere in cielo una luce indefettibile"). Il testo non si trova nel testo greco del Siracide, e Massimo lo cita in forma leggermente diversa, senza che cambi il senso: Ego feci, ut oriretur in coelo lumen indeficiens; con implicita identificazione tra la Sapienza e Cristo.

Dai Discorsi di san Massimo di Torino, vescovo (53,1-2.4; CCL 23,214-216)

1. [Non senza ragione, fratelli, oggi si legge questo salmo, nel quale il profeta dice che dobbiamo esultare e rallegrarci: il santo Davide invita tutte le creature a partecipare alla festa di questo giorno (cf. Sal 118,24). Oggi infatti la risurrezione di Cristo apre il Tartaro, grazie ai neofiti della Chiesa si rinnova la terra, per l'opera dello Spirito Santo il cielo si dischiude, il Tartaro, aperto, rende i morti, la terra, rinnovata, germina risorti, il cielo aperto accoglie quanti vi salgono. Per questo il buon malfattore sale in paradiso (cf. Lc 23,43), i corpi dei santi entrano nella città santa (cf. Mt 27,51-53), i morti tornano tra i vivi. Insomma tutto, per impulso della risurrezione del Cristo, si muove verso l'alto. Il Tartaro rende ai viventi quanti deteneva, la terra manda in cielo i sepolti, il cielo presenta al Signore quelli che accoglie. Con una medesima azione la passione del Salvatore trae dal profondo, innalza dalla terra e colloca nelle altezze. La risurrezione di Cristo è infatti vita per i morti, perdono per i peccatori, gloria per i santi. Tutte le creature dunque sono invitate dal santo Davide alla festa della risurrezione di Cristo, quando dice che bisogna esultare, ed allietarsi in questo giorno fatto dal Signore (cf. Sal 118,24).
2. (...) La luce di Cristo è giorno senza notte, giorno senza fine. Ovunque risplende, ovunque irradia, da nessuna parte si oscura. Che questo giorno sia Cristo stesso, lo dice l'Apostolo: «La notte è inoltrata, il giorno è vicino» (Rm 13,12). «La notte - dice - è inoltrata», non «viene in seguito», perché tu intenda che, al sopraggiungere della luce di Cristo, le tenebre del diavolo son messe in fuga e non segue il buio del peccato: da splendore perenne sono vinte le vecchie oscurità, e chiuso è il varco a ulteriori colpe.[La Scrittura attesta che questo giorno, Cristo, illumina cielo, terra e inferi. Che rifulga sulla terra, lo dice Giovanni: «Era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene nel mondo» (Gv 1,9). Che rifulga negli inferi, lo dice il profeta: «Per coloro che giacevano nella regione dell'ombra di morte è sorta una luce» (Is 9,2). Che codesto giorno permanga nei cieli, lo attesta David, dicendo: "Stabilirò per sempre il suo seme, e il suo trono come il giorno del cielo" (Sal 89,30). Chi è il giorno del cielo se non il Cristo Signore, del quale si dice per mezzo del Salmo: «Il giorno al giorno ne trasmette la parola» (Sal 19,3)?] Egli è il giorno-Figlio, al quale il giorno-Padre comunica il segreto della sua divinità. Egli è il giorno che per bocca di Salomone dice: «io feci sorgere in cielo un giorno indefettibile» (Sir 24,6). Come la notte non segue assolutamente il giorno del cielo, così alla giustizia donata da Cristo non segue tenebra di peccato. Sempre infatti il giorno del cielo splende, brilla e rifulge, senza che nessuna oscurità possa soffocarlo; cosí anche la luce di Cristo risplende, irradia e sfolgora, senza che nessun peccato la possa sopraffare, per cui l'evangelista Giovanni dice: «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,5).
(...)
4. Dunque, o fratelli, in questo santo giorno tutti dobbiamo esultare. Nessuno si sottragga alla comune letizia per la consapevolezza dei propri peccati, nessuno si distolga dalla preghiera comune per il peso delle colpe. Per quanto peccatore, non deve disperare in questo giorno, c'è infatti un precedente importante: se un malfattore ha meritato il paradiso, un cristiano non meriterebbe il perdono? [Se a quello il Signore perdonò sulla croce, molto piú perdonerà a questo risorgendo; se l'umiliazione della passione tanto perdonò a chi si riconosceva peccatore, quanto concederà la gloria della risurrezione a chi supplica? Lo sapete bene: si è meglio disposti a concedere favori nella gioia della vittoria che nella prigionia della servitù.]

1. [Non immerito, fratres, hodierna die psalmus hic legitur , in quo propheta exsultandum praecipit et laetandum; omnes enim creaturas ad huius diei festivitatem David sanctus invitat; nam in hac die] per resurrectionem Christi aperitur tartarum, per neophytos ecclesiae innovatur terra, coelum per sanctum Spiritum reseratur; apertum enim tartarum reddit mortuos, innovata terra germinat resurgentes, coelum reseratum suscipit ascendentes. Denique ascendit latro in paradisum, sanctorum corpora ingrediuntur in sanctam civitatem, ad vivos mortui revertuntur; et profectu quodam in resurrectione Christi ad altiora cuncta elementa se tollunt. Tartarum quos habet reddit ad superos, terra quos sepelit mittit ad coelum, coelum quos suscipit repraesentat ad Dominum; et una eademque operatione Salvatoris passio elevat de imis, suscitat de terrenis, collocat in excelsis. Resurrectio enim Christi defunctis est vita, peccatoribus venia, sanctis est gloria. Omnem ergo creaturam ad festivitatem resurrectionis Christi David sanctus invitat: ait enim exsultandum in hac die quam fecit Dominus et laetandum (cf. Ps 118,24).
2. [Sed dicit aliquis: «Si in die gratulandum est, his utique gratulandum est quos dies ipsa complectitur; caelum autem et tartarus extra huius mundi diem sunt constituta. Quomodo igitur possunt ea elementa ad festivitatem huius diei vocari, cuius diei ambitu non tenentur?» Sed hic dies quem fecit Dominus penetrat omnia, universa continet, caelum, terram tartarumque conplectitur. Lux enim Christi non parietibus obstruitur, non elementis dividitur, non tenebris obscuratur.]
Lux, inquam, Christi dies est sine nocte, dies sine fine; ubique splendet, ubique radiat, ubique non deficit. Quod autem iste dies Christus sit, Apostolus dicit: Nox praecessit, dies autem appropinquavit (Rm 13,12). Praecessit, inquit, nox, non sequitur: ut intelligas, superveniente Christi lumine, diaboli tenebras effugari, et peccatorum obscura non subsequi; et iugi splendore praeteritas caligines depelli, subrepentia delicta prohiberi.
[Nam quia hic dies Christus caelum, terram, tartarumque collustret Scriptura testatur. Quod enim super terram fulgeat, dicit Ioannes: Erat lux vera quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum (Io 1,9). Quod in inferno luceat, ait propheta: Qui sedebant in regione umbrae mortis, lux orta est illis (Is 9,2). Quod in caelis dies iste permaneat, refert David dicens: Ponam in saeculum saeculi semen eius, et sedem eius sicut dies coeli (Ps 89,30). Quis autem est dies coeli nisi Christus Dominus, de quo dicitur per prophetam: Dies diei eructat Verbum (Ps 19,3)?]
Ipse est enim dies Filius, cui Pater dies divinitatis suae eructat arcanum. Ipse, inquam, est dies qui ait per Salomonem: Ego feci, ut oriretur in coelo lumen indeficiens (Sir 24,6). Sicut ergo diem caeli nox omnino non sequitur, ita et Christi iustitiam peccatorum tenebrae non sequuntur. Semper enim dies caeli splendet, lucet et fulget, neque aliqua potest obscuritate concludi; ita et lumen Christi semper micat, radiat, coruscat, nec aliqua potest delictorum caligine comprehendi, unde ait evangelista Ioannes: Et lux in tenebris lucet, et tenebrae eam non comprehenderunt (Io 1,5).
(...)
4. Igitur, fratres, omnes in hac die sancta exsultare debemus. Nullus se a communi laetitia peccatorum conscientia subtrahat, nullus a publicis votis delictorum sarcina revocetur. Quamvis enim peccator, in hac die de indulgentia non debet desperare; est enim praerogativa non parva. Si enim latro paradisum meruit, cur non mereatur veniam christianus? [Et si illi Dominus cum crucifigitur miseretur, multo magis huic miserebitur, cum resurgit; et si passionis humilitas tantum praestitit confitenti, resurrectionis gloria quantum tribuet deprecanti? Largior enim ad praestandum solet esse, sicut ipsi scitis, laeta victoria quam addicta captivitas.]

Per riferirsi agli inferi, Massimo parla di «Tartaro»: nella mitologia greco-latina si trattava originariamente di una regione particolare del mondo infero, molto bassa, nella quale erano relegati non uomini ma esseri mitici come i Titani o i Ciclopi. Col tempo, questo nome è passato a indicare semplicemente il mondo dei morti (Ade), l’aldilà sotterraneo. La traduzione LO parla di inferno, il che non è molto felice, in quanto rischia di indurre una confusione tra il semplice mondo dei morti e il luogo proprio dei dannati. Inoltre LO traduce in modo a mio vedere erroneo, laddove dice: «L'inferno restituisce al paradiso quanti teneva prigionieri». In latino: Tartarum quos habet reddit ad superos. Superi significa quelli che stanno sulla terra, i viventi, contrapposto a inferi, quelli che stanno sotterra, i morti, come si vede bene dal triplice movimento che Massimo evidenzia: da sotto terra si sale sulla terra, dalla terra al cielo, dal cielo a Dio. E così, prosegue LO, «in virtù dell'unica ed identica passione del Signore l'anima risale dagli abissi, viene liberata dalla terra e collocata nei cieli». Il traduttore introduce l'anima, che non c'è nel testo, intendendo, a quanto pare, il tutto come un processo riguardante il singolo, il che non è certo ne pensiero di Massimo, che sta invece dipingendo un quadro cosmico. Non mi piace nemmeno la moralizzazione che LO opera qui: «Dice: 'avanzata'; non dice che debba ancora venire, per farti comprendere che quando Cristo ti illumina con la sua luce, devi allontanare da te le tenebre del diavolo, troncare l'oscura catena del peccato, dissipare con questa luce le caligini di un tempo e soffocare in te gli stimoli delittuosi». Dove, se si va a vedere il testo latino (o la traduzione), si trova che Massimo sta parlando all'indicativo (esprime una realtà) e non all'imperativo (dice quello che si deve fare). Infine, ingenua la traduzione di latro con «ladro» («se il ladro ha ottenuto il paradiso...»); meglio allora «ladrone», come LO all'inizio, che è quasi termine tecnico..., altrimenti: malfattore, delinquente.

venerdì 15 aprile 2016

Medea

Medea, di Seneca, regia di Paolo Magelli, Fabbricone, Prato, 5-10 aprile 2016.

Bello spettacolo, questa Medea di Magelli, e di grandissima attualità per questo tempo segnato da disgregazione familiare e troppo frequenti cronache di (ex) coniugi e figli uccisi, tempo di figli voluti ad ogni costo e figli rifiutati; di rapporti difficili tra maschile e femminile, tra popoli diversi, vicini e lontani, di mare che a un tempo unisce e separa, dà morte e dà vita. Mito inquietante e poliedrico, che ci trascina nelle molte facce dell'animo umano, di noi stessi; come tutti i miti che la mitologia classica ci ha consegnato, ma forse più di altri, come mostra la quantità di confronti, commenti e riletture che ha avuto. A dire il vero, la rilettura di Seneca risulta in ombra, o anche francamente sbeffeggiata. Non c'era da aspettarsi, da questo punto di vista, molto di diverso. Seneca è fondamentalmente un filosofo, e particolarmente un filosofo morale, ovvero uno che si pone la domanda sul bene e il male. Oggi si è portati quasi fatalmente a vedere la morale come elemento sovrastrutturale, fittizio, inautentico, magari creato dal potere a propria legittimazione. Di Seneca rimane l'impianto narrativo, certo suggestivo, esaltato dalla felice scenografia e dalla forza della musica. Altre letture vengono sovrapposte - o proposte, il mito è inesauribile - mediante tocchi di autori quali W. Reich e H. Müller, onde far emergere Medea dalla polvere dei libri e delle valutazioni morali. Suggestiva la scena conclusiva, dove il coro ricopre la protagonista con le ceneri del giudizio moralistico (a proposito di coro, i cui componenti nell'elenco dei personaggi sono detti "corifei": ma il corifeo non è il capo del coro? E i componenti non sono i "coreuti"?). Lo spettacolo, retto su una magistrale interpretazione di Valentina Banci, si vuole epifania di altre letture: una lettura politica (Medea ribelle al potere), suggerita anche dalla scelta di alcuni costumi primonovecenteschi (il periodo, caro a Magelli, dell'incubazione dei poteri totalitari) e soprattutto una lettura psicologica. La cosa non fa meraviglia, se è vero che la psicologia ha sostituito la riflessione morale e si presenta sempre di più - sotto mentite spoglie - con i caratteri della (nuova) religione: non si dimentichi che il mito nasce in connessione con la dimensione religiosa. Elemento importante appare il rapporto irrisolto tra Helios e Ecate, ovvero Sole (dalla cui stirpe Medea discende) e Luna (con la quale come maga ha un legame particolare), tra dimensione diurna e notturna. Qui sta il conflitto che infine esplode nella paradossale ma irrecusabile contiguità tra amore e odio. L'amore che produce morte è il più sconvolgente esempio di eterogenesi dei fini e l'amore che si tramuta in odio pone il più arduo dei problemi (morali). Viene in mente un'altra storia nella quale amore e morte sono legati, ma in tutt'altro rapporto: quella del Cristo crocifisso e risorto, che libera l'amore umano da ogni veleno di morte e asservimento alla pulsione distruttiva. E meno male che Gesù c'è.

venerdì 8 aprile 2016

IV domenica di pasqua, ufficio delle letture

Per questa domenica LO ci propone il commento di Gregorio Magno a Gv 10,11-16 (Homiliae in Evangelia 14). La prima parte dell'omelia, omessa, parla dei pastori e dei mercenari, mentre la seconda, con tagli segnalati dalle parentesi quadre, delle pecore. La traduzione italiana è di Ovidio Lari, EP 1968, che proprio in quell'anno fu nominato vescovo di Aosta.

Dalle Omelie sui Vangeli di san Gregorio Magno, papa (Om. 14,3-6; PL 76,1129-1130)

3. (...) [Ma il Signore, dopo aver denunciato le colpe del falso pastore, ci presenta ancora il modello, quasi lo stampo nel quale noi dobbiamo formarci; dice infatti:] «Io sono il buon Pastore». Poi aggiunge: «Io conosco - cioè amo - le mie pecore, e le mie pecore conoscono me». E' come se dicesse: le anime che mi amano, mi obbediscono, perché chi non ama la verità non la conosce ancora.

4. Ora che avete udito, fratelli carissimi, il pericolo in cui siamo noi pastori d'anime, pensate a scoprire nelle parole del Signore anche i pericoli che correte voi. Domandatevi se siete le sue pecore, domandatevi se lo conoscete, domandatevi se possedete la luce della verità. Dico possedere la luce della verità, non solo per fede, ma anche per amore; non solo credendo, ma anche operando. Infatti, lo stesso Giovanni evangelista, che ci ha lasciato la pagina del Vangelo odierno, ci assicura che «colui il quale dice di conoscere Dio, e poi non osserva i suoi comandamenti, è un bugiardo» (1Gv 2,4). Per questo, nel Vangelo, il Signore aggiunge: «Come il Padre conosce me, così io conosco il Padre, e per le mie pecore do la mia vita».
E' come se dicesse: da questo si dimostra chiaramente che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre: dal fatto che offro la mia vita per le mie pecore. In altre parole: dall'amore con cui mi offro alla morte per le mie pecore, si può arguire quanto sia grande il mio amore per il Padre.
[Ma siccome il Signore era venuto per redimere tutti, non solo gli Ebrei, ma anche i gentili, il Vangelo prosegue: «Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche quelle bisogna che io guidi; e daranno ascolto alla mia voce, sicché si avrà un solo gregge e un solo pastore».
Quando il Signore diceva di voler guidare e chiamare anche altre pecore, prevedeva la nostra redenzione: noi, infatti, proveniamo dal paganesimo. Questo, fratelli miei, vedete che si avvera ogni giorno; questo vedete già avverato dopo che i pagani sono riconciliati con Dio.
Dio ha fatto di due greggi un gregge solo quando ha riunito nella sua fede il popolo ebreo e quello pagano. Ascoltiamo come lo afferma san Paolo: «Egli è la nostra pace, colui che ha uniti i due in un sol popolo» (Ef 2,14).
Quando Dio chiama da ogni nazione i semplici alla, vita eterna, conduce le pecore al suo gregge.]

5. Sempre parlando delle sue pecore il Redentore divino dice: «Le mie pecore ascoltano la mia voce ; e io le conosco, ed esse mi seguono. Anzi, io dò loro la vita eterna» (Gv 10,27).
Sempre sullo stesso tema poco avanti aveva detto: «Io sono la porta. Chi per me passerà, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascoli» (Gv 10,9). Entrerà alla fede; uscirà, cioè passerà dalla fede oscura alla visione chiara; troverà i pascoli nel convito eterno.
Le sue pecore troveranno i pascoli perché chiunque segue Gesù con cuore semplice, è nutrito con il cibo dei campi eterni. E quali sono i pascoli di queste pecore, se non le gioie spirituali del paradiso nel quale la primavera è eterna? Pascolo degli eletti è il volto sempre presente di Dio che, contemplato senza intermissione, sazia l'anima con un cibo che non viene mai meno.
[Nei pascoli celesti godono di eterna sazietà tutti coloro che sono sfuggiti ai lacci dei piaceri mondani. Là i cori degli angeli cantano inni, là è l'accolta dei cittadini celesti, là si celebra la dolce solennità di coloro che tornano dalla triste fatica di questo pellegrinaggio terrestre, là i cori dei profeti che videro lontano, là lo stuolo degli apostoli assisi a giudicare, là un esercito innumerevole di martiri vittoriosi. E questo stuolo tanto più sarà lieto quanto più nella presente vita fu afflitto.
Là sarà premiata la costanza dei confessori che si vedranno così consolati; là gli uomini fedeli che non si lasciarono ritrarre dalla loro fortezza virile per le blandizie del mondo presente; là quelle sante donne che insieme con il mondo vinsero pure la loro naturale debolezza; là i fanciulli che sulla terra vissero in modo assai superiore alla loro età; là i vecchi che quantunque indeboliti dagli anni non tralasciarono di agire fortemente.]

6. Cerchiamo, dunque, fratelli carissimi, questi pascoli nei quali ci sarà dato di godere in compagnia di tanti concittadini nostri. La stessa gioia di quei beati ci sia di invito.
[Se da qualche parte si facesse un mercato; se il popolo accorresse perché è stata data notizia della dedicazione di una chiesa, sono certo che ci affretteremmo per ritrovarci insieme e ciascuno si studierebbe di essere presente e si riterrebbe colpito da grave disgrazia se non potesse partecipare alla gioia comune.
Ecco, tra i cittadini del cielo si fa festa. Tutti si trovano insieme e ognuno gode della gioia dell'altro. Noi, tuttavia, tiepidi amanti della gioia eterna, non ci accendiamo di desiderio, non cerchiamo di essere presenti a una festa così bella. Siamo senza gioia e stiamo contenti!]
Accendiamo, dunque, gli animi nostri, fratelli carissimi; si riaccenda la fede in quel che abbiamo creduto, arda il nostro desiderio per le cose celesti. Amare così il cielo, è già andarci.
Nessuna avversità ci distolga dalla gioia della nostra festa spirituale. Quando uno desidera andare in un luogo che si è scelto, non c'è asprezza di cammino che gli faccia mutare proposito. Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perché è un viaggiatore sciocco quello che dimentica la meta a cui tende per aver trovato lungo il cammino un prato fiorito.
[L'anima nostra aspiri con tutte le sue forze alla patria celeste, niente cerchi in questo mondo che - lo sappiamo bene - dovremo lasciare ben presto. Se saremo veramente pecore del Pastore celeste, non ci fermeremo a strappare qualche gioia che offre la via, e saremo alla fine saziati nei pascoli eterni.]

Habita ad populum in basilica beati Petri apostoli, Dominica secunda post Pascha.

3. (...) [Sed quia Redemptor noster culpas ficti pastoris innotuit iterum formam cui debeamus imprimi ostendit, dicens:] Ego sum Pastor bonus. Atque subiungit: Et cognosco oves meas, hoc est diligo, et cognoscunt me meae. Ac si patenter dicat: Diligentes obsequuntur. Qui enim veritatem non diligit, adhuc minime cognovit.

4. Quia ergo audistis, fratres charissimi, periculum nostrum, pensate in verbis dominicis etiam periculum vestrum. Videte si oves eius estis, videte si eum cognoscitis, videte si lumen veritatis scitis. Scitis autem dico, non per fidem, sed per amorem. Scitis dico, non ex credulitate, sed ex operatione. Nam idem ipse qui hoc loquitur Ioannes evangelista testatur, dicens: Qui dicit se nosse Deum, et mandata eius non custodit, mendax est (1Io 2,4). Unde et in hoc loco Dominus protinus subdit: Sicut novit me Pater, et ego agnosco Patrem, et animam meam pono pro ovibus meis. Ac si aperte dicat: In hoc constat quia et ego agnosco Patrem, et cognoscor a Patre, quia animam meam pono pro ovibus meis; id est, ea charitate qua pro ovibus morior quantum Patrem diligam ostendo.
[Quia vero non solum Iudaeam, sed etiam gentilitatem redimere venerat, adiungit: Et alias oves habeo quae non sunt ex hoc ovili, et illas oportet me adducere, et vocem meam audient, et fiet unum ovile et unus pastor. Redemptionem nostram, qui ex gentili populo venimus, Dominus aspexerat cum se adducere et alias oves dicebat. Hoc quotidie fieri, fratres, aspicitis, hoc reconciliatis gentibus factum hodie videtis. Quasi enim ex duobus gregibus unum ovile efficit, quia Iudaicum et gentilem populum in sua fide coniungit, Paulo attestante, qui ait: Ipse est pax nostra, qui fecit utraque unum (Eph 2,14). Dum enim ad aeternam vitam ex utraque natione simplices eligit, ad ovile proprium oves deducit.]

5. De quibus profecto ovibus rursum dicit: Oves meae vocem meam audiunt, et ego cognosco eas, et sequuntur me, et ego vitam aeternam do eis (Io 10,27). De quibus et paulo superius dicit: Per me si quis introierit, salvabitur, et ingredietur, et egredietur, et pascua inveniet (Io 10,9). Ingredietur quippe ad fidem, egredietur vero a fide ad speciem, a credulitate ad contemplationem, pascua autem inveniet in aeterna refectione. Oves ergo eius pascua inveniunt, quia quisquis illum corde simplici sequitur, aeternae viriditatis pabulo nutritur. Quae autem sunt istarum ovium pascua, nisi interna gaudia semper virentis paradisi? Pascua namque electorum sunt vultus praesens Dei, qui dum sine defectu conspicitur, sine fine mens vitae cibo satiatur.
[In istis pascuis de aeternitatis satietate laetati sunt qui iam laqueos voluptuosae temporalitatis evaserunt. Ibi hymnidici angelorum chori, ibi societas supernorum civium. Ibi dulcis solemnitas a peregrinationis huius tristi labore redeuntium. Ibi providi prophetarum chori, ibi iudex apostolorum numerus, ibi innumerabilium martyrum victor exercitus, tanto illic laetior, quanto hic durius afflictus; ibi confessorum constantia, praemii sui perceptione consolata; ibi fideles viri quos a virilitatis suae robore voluptas saeculi emollire non potuit; ibi sanctae mulieres quae cum saeculo et sexum vicerunt; ibi pueri qui hic annos suos moribus transcenderunt; ibi senes quos hic et aetas debiles reddidit, et virtus operis non reliquit.]

6. Quaeramus ergo, fratres charissimi, haec pascua, in quibus cum tantorum civium solemnitate gaudeamus. Ipsa nos laetantium festivitas invitet.
[Certe sicubi populus nundinas celebraret, si ad alicuius Ecclesiae dedicationem denuntiata solemnitate concurreret, festinaremus omnes simul inveniri, et interesse unusquisque satageret, gravi se damno afflictum crederet si solemnitatem communis laetitiae non videret. Ecce in coelestibus electorum civium laetitia agitur, vicissim de se omnes in suo conventu gratulantur, et tamen nos, ab amore aeternitatis tepidi, nullo desiderio ardemus, interesse tantae solemnitati non quaerimus, privamur gaudiis, et laeti sumus.]
Accendamus ergo animum, fratres, recalescat fides in id quod credidit, inardescant ad superna nostra desideria, et sic amare iam ire est. Ab internae solemnitatis gaudio nulla nos adversitas revocet, quia et si quis ad locum propositum ire desiderat, eius desiderium quaelibet viae asperitas non immutat. Nulla nos prosperitas blandiens seducat, quia stultus viator est, qui in itinere amoena prata conspiciens, obliviscitur ire quo tendebat.
[Toto ergo desiderio ad supernam patriam animus anhelet, nil in hoc mundo appetat, quod constat quia citius relinquat, ut si coelestis Pastoris veraciter oves sumus, quia in viae delectatione non figimur aeternis pascuis in perventione satiemur.]

Mi duole osservare che la traduzione LO, spesso molto libera, non raramente più parafrasi che traduzione, è in un punto cruciale francamente sbagliata o per lo meno fuorviante. Scrive Gregorio: Et cognosco oves meas, hoc est diligo, et cognoscunt me meae. Ac si patenter dicat: Diligentes obsequuntur. Qui enim veritatem non diligit, adhuc minime cognovit. Così traduce Lari: '«Io conosco - cioè amo - le mie pecore, e le mie pecore conoscono me». E' come se dicesse: le anime che mi amano, mi obbediscono, perché chi non ama la verità non la conosce ancora'. Così LO: '«conosco le mie pecore», cioè le amo, «e le mie pecore conoscono me». Come a dire apertamente: corrispondono all'amore di chi le ama. La conoscenza precede sempre l'amore della verità'. Il lettore del breviario è indotto a pensare che Gregorio intenda insistere sul (primato del)la conoscenza, che appunto 'precede sempre l'amore'. Mentre qui il papa, è l'idea centrale, insiste sul fatto che la conoscenza (la fede) non basta, occorre l'amore. Si obbedisce al pastore, si ascolta la sua voce e la si riconosce, lo si segue effettivamente soltanto se si è nell'amore. Si conosce la verità soltanto amandola. Il fatto che la conoscenza preceda l'amore è cosa che qui non interessa minimamente.
Anche questo "corrispondono all'amore di chi le ama" lo trovo più che altro buono a confondere le idee, nel probabile tentativo di chiarire un pensiero già di per sé chiarissimo, che è: le pecore mi seguono (effettivamente) amandomi. Una semplice traduzione sarebbe stata sicuramente preferibile a questi tentativi di "miglioramento" del testo.

giovedì 31 marzo 2016

III domenica di pasqua, ufficio delle letture

Celebre questo testo di Giustino, fonte molto importante per la storia della liturgia eucaristica. Siamo intorno all'anno 150. LO omette l'inciso di 66,4, dove Giustino parla del Mitraismo, che considera (come altri elementi della religione pagana) una maligna contraffazione del Cristianesimo. Come ebbe a insegnare Benedetto XVI:
"Nel complesso la figura e l’opera di Giustino segnano la decisa opzione della Chiesa antica per la filosofia, per la ragione, piuttosto che per la religione dei pagani. Con la religione pagana, infatti, i primi cristiani rifiutarono strenuamente ogni compromesso. La ritenevano idolatria, a costo di essere tacciati per questo di «empietà» e di «ateismo». In particolare Giustino, specialmente nella sua prima Apologia, condusse una critica implacabile nei confronti della religione pagana e dei suoi miti, considerati da lui come diabolici «depistaggi» nel cammino della verità. La filosofia rappresentò invece l’area privilegiata dell’incontro tra paganesimo, giudaismo e cristianesimo proprio sul piano della critica alla religione pagana e ai suoi falsi miti." (Udienza generale del 21.3.2007).

Dalla Prima Apologia a favore dei cristiani di san Giustino, martire (nn. 66-67; PG 6,427-431)

66.1. Questo cibo è chiamato da noi "Eucaristia", e a nessuno è lecito parteciparne, se non a chi crede che i nostri insegnamenti sono veri, si è purificato con il lavacro per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e vive come Cristo ha insegnato. 2. Noi non li prendiamo come pane e bevanda comuni, ma come Gesù Cristo, il nostro Salvatore incarnato per la parola di Dio, prese carne e sangue per la nostra salvezza, così abbiamo appreso che anche quel nutrimento, sul quale si è reso grazie con le sue stesse parole di ringraziamento, e di cui si nutrono il nostro sangue e la nostra carne onde esserne trasformati, è carne e sangue di Gesù incarnato. 3. Infatti gli Apostoli, nelle memorie chiamate "Vangeli", tramandarono che fu loro lasciato questo comando da Gesù stesso, il quale prese il pane e rese grazie dicendo: "Fate questo in memoria di me, questo è il mio corpo". E analogamente prese il calice e rese grazie, dicendo: "Questo è il mio sangue"; e ne distribuì soltanto a loro.
[4. Per imitare questo, i malvagi demoni insegnarono che ciò avviene anche nei misteri di Mitra. Infatti - già lo sapete o potete apprenderlo - nei riti d'iniziazione figurano un pane e una coppa d'acqua, mentre si pronunciano alcune formule.]
67.1. Da allora ricordiamo tra noi questi fatti. Quelli che possiedono beni, aiutano i bisognosi tutti, e siamo sempre uniti gli uni con gli altri. 2. Per tutti i beni che riceviamo ringraziamo il Creatore dell'universo per mezzo del suo Figlio e dello Spirito Santo. 3. Nel giorno chiamato "del Sole" ci raduniamo tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne, e si leggono le memorie degli Apostoli e gli scritti dei Profeti, finché il tempo lo consente. 4. Quando il lettore ha terminato, chi presiede ci ammonisce con un discorso ed esorta ad imitare questi buoni esempi. 5. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere e, come detto, terminata la preghiera, vengono portati pane, vino e acqua. Il presidente nello stesso modo, secondo le sue capacità, innalza preghiere e ringraziamenti, e il popolo acclama: "Amen". Segue la distribuzione degli alimenti consacrati a ciascuno e la comunione, e attraverso i diaconi se ne manda agli assenti. 6. I benestanti e quelli che lo desiderano, danno liberamente ciascuno quel che vuole, e ciò che si raccoglie viene depositato presso il presidente. Questi soccorre gli orfani, le vedove, e chi è indigente per malattia o altra causa, i carcerati e gli stranieri che si trovano presso di noi: insomma, si prende cura di chiunque sia nel bisogno. 7. Ci raccogliamo tutti nel giorno del Sole, poiché questo è il primo giorno, nel quale Dio, mutata la tenebra e la materia, creò il mondo; e sempre in questo giorno Gesù Cristo, nostro Salvatore, risuscitò dai morti. Lo crocifissero infatti la vigilia del giorno di Saturno, ed il giorno dopo quello di Saturno, che è il giorno del Sole, apparso ai suoi apostoli e discepoli, insegnò proprio queste dottrine che abbiamo presentato anche a voi perché le esaminiate.

66. (1) Καὶ ἡ τροφὴ αὕτη καλεῖται παρ’ ἡμῖν εὐχαριστία, ἧς οὐδενὶ ἄλλῳ μετασχεῖν ἐξόν ἐστιν ἢ τῷ πιστεύοντι ἀληθῆ εἶναι τὰ δεδιδαγμένα ὑφ’ ἡμῶν, καὶ λουσαμένῳ τὸ ὑπὲρ ἀφέσεως ἁμαρτιῶν καὶ εἰς ἀναγέννησιν λουτρόν, καὶ οὕτως βιοῦντι ὡς ὁ Χριστὸς παρέδωκεν. (2) οὐ γὰρ ὡς κοινὸν ἄρτον οὐδὲ κοινὸν πόμα ταῦτα λαμβάνομεν· ἀλλ’ ὃν τρόπον διὰ λόγου θεοῦ σαρκοποιηθεὶς Ἰησοῦς Χριστὸς ὁ σωτὴρ ἡμῶν καὶ σάρκα καὶ αἷμα ὑπὲρ σωτηρίας ἡμῶν ἔσχεν, οὕτως καὶ τὴν δι’ εὐχῆς λόγου τοῦ παρ’ αὐτοῦ εὐχαριστηθεῖσαν τροφήν, ἐξ ἧς αἷμα καὶ σάρκες κατὰ μεταβολὴν τρέφονται ἡμῶν, ἐκείνου τοῦ σαρκοποιηθέντος Ἰησοῦ καὶ σάρκα καὶ αἷμα ἐδιδάχθημεν εἶναι. (3) οἱ γὰρ ἀπόστολοι ἐν τοῖς γενομένοις ὑπ’ αὐτῶν ἀπομνημονεύμασιν, ἃ καλεῖται εὐαγγέλια, οὕτως παρέδωκαν ἐντετάλθαι αὐτοῖς· τὸν Ἰησοῦν λαβόντα ἄρτον εὐχαριστήσαντα εἰπεῖν· Τοῦτο ποιεῖτε εἰς τὴν ἀνάμνησίν μου, τοῦτ’ ἐστι τὸ σῶμά μου· καὶ τὸ ποτήριον ὁμοίως λαβόντα καὶ εὐχαριστήσαντα εἰπεῖν· Τοῦτό ἐστι τὸ αἷμά μου· καὶ μόνοις αὐτοῖς μεταδοῦναι. [(4) ὅπερ καὶ ἐν τοῖς τοῦ Μίθρα μυστηρίοις παρέδωκαν γίνεσθαι μιμησάμενοι οἱ πονηροὶ δαίμονες· ὅτι γὰρ ἄρτος καὶ ποτήριον ὕδατος τίθεται ἐν ταῖς τοῦ μυουμένου τελεταῖς μετ’ ἐπιλόγων τινῶν, ἢ ἐπίστασθε ἢ μαθεῖν δύνασθε.]
67. (1) Ἡμεῖς δὲ μετὰ ταῦτα λοιπὸν ἀεὶ τούτων ἀλλήλους ἀναμιμνήσκομεν· καὶ οἱ ἔχοντες τοῖς λειπομένοις πᾶσιν ἐπικουροῦμεν, καὶ σύνεσμεν ἀλλήλοις ἀεί. (2) ἐπὶ πᾶσί τε οἷς προσφερόμεθα εὐλογοῦμεν τὸν ποιητὴν τῶν πάντων διὰ τοῦ υἱοῦ αὐτοῦ Ἰησοῦ Χριστοῦ καὶ διὰ πνεύματος τοῦ ἁγίου. (3) καὶ τῇ τοῦ ἡλίου λεγομένῃ ἡμέρᾳ πάντων κατὰ πόλεις ἢ ἀγροὺς μενόντων ἐπὶ τὸ αὐτὸ συνέλευσις γίνεται, καὶ τὰ ἀπομνημονεύματα τῶν ἀποστόλων ἢ τὰ συγγράμματα τῶν προφητῶν
ἀναγινώσκεται, μέχρις ἐγχωρεῖ. (4) εἶτα παυσαμένου τοῦ ἀναγινώσκοντος ὁ προεστὼς διὰ λόγου τὴν νουθεσίαν καὶ πρόκλησιν τῆς τῶν καλῶν τούτων μιμήσεως ποιεῖται. (5) ἔπειτα ἀνιστάμεθα κοινῇ πάντες καὶ εὐχὰς πέμπομεν· καί, ὡς προέφημεν, παυσαμένων ἡμῶν τῆς εὐχῆς ἄρτος προσφέρεται καὶ οἶνος καὶ ὕδωρ, καὶ ὁ προεστὼς εὐχὰς ὁμοίως καὶ εὐχαριστίας, ὅση δύναμις αὐτῷ, ἀναπέμπει, καὶ ὁ λαὸς ἐπευφημεῖ λέγων τὸ Ἀμήν, καὶ ἡ διάδοσις καὶ ἡ μετάληψις ἀπὸ τῶν εὐχαριστηθέντων ἑκάστῳ γίνεται, καὶ τοῖς οὐ παροῦσι διὰ τῶν διακόνων πέμπεται. (6) οἱ εὐποροῦντες δὲ καὶ βουλόμενοι κατὰ προαίρεσιν ἕκαστος τὴν ἑαυτοῦ ὃ βούλεται δίδωσι, καὶ τὸ συλλεγόμενον παρὰ τῷ προεστῶτι ἀποτίθεται, καὶ αὐτὸς ἐπικουρεῖ ὀρφανοῖς τε καὶ χήραις, καὶ τοῖς διὰ νόσον ἢ δι’ ἄλλην αἰτίαν λειπομένοις, καὶ τοῖς ἐν δεσμοῖς οὖσι, καὶ τοῖς παρεπιδήμοις οὖσι ξένοις, καὶ ἁπλῶς πᾶσι τοῖς ἐν χρείᾳ οὖσι κηδεμὼν γίνεται. (7) τὴν δὲ τοῦ ἡλίου ἡμέραν κοινῇ πάντες τὴν συνέλευσιν ποιούμεθα, ἐπειδὴ πρώτη ἐστὶν ἡμέρα, ἐν ᾗ ὁ θεὸς τὸ σκότος καὶ τὴν ὕλην τρέψας κόσμον ἐποίησε, καὶ Ἰησοῦς Χριστὸς ὁ ἡμέτερος σωτὴρ τῇ αὐτῇ ἡμέρᾳ ἐκ νεκρῶν ἀνέστη· τῇ γὰρ πρὸ τῆς κρονικῆς ἐσταύρωσαν αὐτόν, καὶ τῇ μετὰ τὴν κρονικήν, ἥτις ἐστὶν ἡλίου ἡμέρα, φανεὶς τοῖς ἀποστόλοις αὐτοῦ καὶ μαθηταῖς ἐδίδαξε ταῦτα, ἅπερ εἰς ἐπίσκεψιν καὶ ὑμῖν ἀνεδώκαμεν.