martedì 31 gennaio 2012

5 febbraio 2012 - V domenica del tempo ordinario


1Corinzi 9,22
Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
ἐγενόμην τοῖς ἀσθενέσιν ὡς ἀσθενής, ἵνα τοὺς ἀσθενεῖς κερδήσω· τοῖς πᾶσι γέγονα τὰ πάντα, ἵνα πάντως τινὰς σώσω.
Factus sum infirmis infirmus, ut infirmos lucrifacerem. Omnibus omnia factus sum, ut omnes facerem salvos.

S. Paolo non fa altro che quanto ha fatto Gesù: non si è tenuto separato, non ha temuto di accostarsi ai peccatori, ai "deboli" nella fede, per portare a tutti la buona notizia dell'amore di Dio. Non sarebbe stato meglio che Gesù, il Figlio di Dio, conducesse vita austera e ascetica, come e più di Giovanni il Battista? Si veda A.
Ma effettivamente non esiste il dovere di non frequentare cattive compagnie? Nel commento a Matteo 9,11 ("Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?", B.), S. Tommaso nota che talvolta esse si evitano per superbia (come i farisei), talaltra per far vergognare il peccatore (come Paolo), talaltra per evitare di esserne contagiati e spinti al male ("chi va al mulino s'infarina"). All'opposto, talvolta si frequentano i peccatori per mettere alla prova la propria bontà, talaltra per convertirli. Ma quest'ultima cosa si deve fare solo nel caso che 1. ce ne sia speranza 2. si sia solidamente nel bene.

A. Summa Theologiae III, quaestio 40, articulus 2

Videtur quod Christum decuerit austeram vitam ducere in hoc mundo.
1. Christus enim multo magis praedicavit perfectionem vitae quam Ioannes. Sed Ioannes austeram vitam duxit, ut suo exemplo homines ad perfectionem vitae provocaret, dicitur enim, Matth. III, quod ipse Ioannes habebat vestimentum de pilis camelorum, et zonam pelliceam circa lumbos suos, esca autem eius erant locustae et mel sylvestre; quod exponens Chrysostomus dicit, erat mirabile in humano corpore tantam patientiam videre, quod et Iudaeos magis attrahebat. Ergo videtur quod multo magis Christum decuerit austeritas vitae.
SEMBRA che Cristo in questo mondo avrebbe dovuto condurre una vita austera. Infatti:
1. Cristo ha predicato la perfezione della vita più di Giovanni. Ma questi condusse una vita austera, per spingere gli uomini alla perfezione col suo esempio; infatti nel Vangelo si legge: "Giovanni aveva una veste di peli di cammello e una cintura di cuoio ai fianchi, e si nutriva di locuste e di miele selvatico"; e il Crisostomo commenta: "Era straordinario vedere tanta resistenza in un corpo umano; e questo soprattutto attirava i giudei". Sembra quindi che Cristo avrebbe dovuto condurre una vita anche più austera.

2. Praeterea, abstinentia ad continentiam ordinatur, dicitur enim Osee IV, comedentes non saturabuntur, fornicati sunt, et non cessaverunt. Sed Christus continentiam et in se servavit, et aliis servandam proposuit, cum dixit, Matth. XIX, sunt eunuchi qui se castraverunt propter regnum caelorum, qui potest capere, capiat. Ergo videtur quod Christus in se, et in suis discipulis, austeritatem vitae servare debuerit.
L'astinenza è ordinata alla continenza; in Osea infatti si legge: "Mangeranno senza mai saziarsi; e quindi fornicheranno senza interruzione". Ma Cristo conservò la continenza e la inculcò agli altri, secondo le parole evangeliche: "Ci sono degli eunuchi che si sono fatti tali da sé in vista del regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda". Quindi sembra che Cristo, nella sua persona e nei suoi discepoli, avrebbe dovuto vivere una vita austera.

3. Praeterea, ridiculum videtur ut aliquis districtiorem vitam incipiat, et ab ea in laxiorem revertatur, potest enim dici contra eum quod habetur Luc. XIV, hic homo coepit aedificare, et non potuit consummare. Christus autem districtissimam vitam incoepit post Baptismum, manens in deserto et ieiunans quadraginta diebus et quadraginta noctibus. Ergo videtur non fuisse congruum quod post tantam vitae districtionem ad communem vitam rediret.
È ridicolo che uno cominci una vita di sacrificio e poi se ne allontani; poiché gli si potrebbe applicare il motto evangelico: "Costui ha cominciato a fabbricare, ma non ha potuto finire". Ora, Cristo, dopo il battesimo prese a vivere una vita austerissima, ritrovandosi a digiunare nel deserto "per quaranta giorni e quaranta notti". Perciò non era ragionevole che dopo tanto rigore tornasse alla vita comune.

Sed contra est quod dicitur Matth. XI, venit filius hominis manducans et bibens.
IN CONTRARIO: Sta scritto: "È venuto il Figlio dell'Uomo, che mangia e beve".

Respondeo dicendum quod sicut dictum est, congruum erat incarnationis fini ut Christus non ageret solitariam vitam, sed cum hominibus conversaretur. Qui autem cum aliquibus conversatur, convenientissimum est ut se eis in conversatione conformet, secundum illud apostoli, I Cor. IX, omnibus omnia factus sum. Et ideo convenientissimum fuit ut Christus in cibo et potu communiter se sicut alii haberet. Unde Augustinus dicit, contra Faustum, quod Ioannes dictus est non manducans neque bibens, quia illo victu quo Iudaei utebantur, non utebatur. Hoc ergo dominus nisi uteretur, non in eius comparatione manducans bibensque diceretur.
RISPONDO: Era conforme allo scopo dell'incarnazione che Cristo non conducesse vita solitaria, ma che vivesse con gli uomini. Ora, per chi vive insieme ad altri la cosa più opportuna è che si conformi a loro nel modo di vivere, secondo le parole di S. Paolo: "Mi son fatto tutto a tutti". Perciò era convenientissimo che Cristo nel mangiare e nel bere si regolasse come gli altri. Ecco perché S. Agostino contro Fausto ha potuto scrivere: "Di Giovanni si diceva che non mangiava né beveva, perché non usava il cibo dei giudei. Ma se il Signore avesse fatto lo stesso, confrontandolo con Giovanni non avrebbero detto che mangiava e beveva".

ad 1. Ad primum ergo dicendum quod dominus in sua conversatione exemplum perfectionis dedit in omnibus quae per se pertinent ad salutem. Ipsa autem abstinentia cibi et potus non per se pertinet ad salutem, secundum illud Rom. XIV, non est regnum Dei esca et potus. Et Augustinus dicit, in libro de quaestionibus Evang., exponens illud Matth. XI, iustificata est sapientia a filiis suis, quia scilicet sancti apostoli intellexerunt regnum Dei non esse in esca et potu, sed in aequanimitate tolerandi, quos nec copia sublevat nec deprimit egestas. Et in III de Doct. Christ., dicit quod in omnibus talibus non usus rerum, sed libido utentis in culpa est. Utraque autem vita est licita et laudabilis, ut scilicet aliquis a communi consortio hominum segregatus abstinentiam servet; et ut in societate aliorum positus communi vita utatur. Et ideo dominus voluit utriusque vitae exemplum dare hominibus. Ioannes autem, sicut Chrysostomus dicit, super Matth., nihil plus ostendit praeter vitam et iustitiam. Christus autem et a miraculis testimonium habebat. Dimittens ergo Ioannem ieiunio fulgere, ipse contrariam incessit viam, ad mensam intrans publicanorum, et manducans et bibens.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 
Il Signore durante la sua vita diede esempi di perfezione in tutte le cose che riguardano la salvezza. Ora, l'astinenza dal mangiare e dal bere non riguarda direttamente la salvezza, poiché come dice S. Paolo: "Il regno di Dio non sta nel mangiare e nel bere". E S. Agostino, spiegando le parole evangeliche "la sapienza è stata glorificata dai suoi figli", scrive che i santi Apostoli "capirono che il regno di Dio non consisteva nel mangiare e nel bere, ma nel sopportare con serenità", in modo da non esaltarsi per l'abbondanza, e da non avvilirsi per l'indigenza. E altrove spiega che "in queste cose non è colpevole l'uso, ma la passione con cui uno se ne serve". Ora, sia l'uno che l'altro genere di vita è lodevole: vivere cioè lontano dal consorzio umano, osservando l'astinenza; e vivere tra gli uomini, seguendo il tenore di vita ad essi comune. Perciò il Signore volle dare agli uomini l'esempio dell'uno e dell'altro genere di vita.
Giovanni del resto, come nota il Crisostomo, "non aveva da mostrare che la sua vita e la sua santità. Cristo al contrario aveva in suo favore anche i miracoli. Lasciando quindi che Giovanni si distinguesse col digiuno, Cristo seguì la via opposta, sedendo a mensa con i pubblicani e mangiando e bevendo con essi".

ad 2. Ad secundum dicendum quod, sicut alii homines per abstinentiam consequuntur virtutem continendi, ita etiam Christus, in se et suis per virtutem suae divinitatis carnem comprimebat. Unde, sicut legitur Matth. IX, Pharisaei et discipuli Ioannis ieiunabant, non autem discipuli Christi. Quod exponens Beda dicit quod Ioannes vinum et sciamar non bibit, quia illi abstinentia meritum auget cui potentia nulla inerat naturae. Dominus autem, cui naturaliter suppetebat delicta donare, cur eos declinaret quos abstinentibus poterat reddere puriores?
Come gli altri uomini acquistano la virtù della continenza mediante l'astinenza, così Cristo con la virtù della sua divinità reprimeva la carne in sé e nei suoi. Di qui le parole evangeliche: "I Farisei e i discepoli di Giovanni digiunavano, ma non i discepoli di Cristo". E S. Beda così spiega: "Giovanni non beveva né vino né liquori, perché in colui che non possedeva nessun potere naturale l'astinenza aumentava il merito. Il Signore invece, che di sua natura aveva il potere di perdonare i peccati, perché avrebbe dovuto fuggire coloro che egli poteva rendere più puri di chi praticava l'astinenza?".

ad 3. Ad tertium dicendum quod, sicut Chrysostomus dicit, super Matth., ut discas quam magnum bonum est ieiunium, et qualiter scutum est adversus Diabolum, et quoniam post Baptismum non lasciviae, sed ieiunio intendere oportet, ipse ieiunavit, non eo indigens, sed nos instruens. Non autem ultra processit ieiunando quam Moyses et Elias, ne incredibilis videretur carnis assumptio. Secundum mysterium autem, ut Gregorius dicit, quadragenarius numerus exemplo Christi in ieiunio custoditur, quia virtus Decalogi per libros quatuor sancti Evangelii impletur, denarius enim quater ductus in quadragenarium surgit. Vel, quia in hoc mortali corpore ex quatuor elementis subsistimus, per cuius voluntatem praeceptis dominicis contraimus, quae per Decalogum sunt accepta. Vel, secundum Augustinum, in libro octogintatrium quaest., omnis sapientiae disciplina est creatorem creaturamque cognoscere. Creator est Trinitas, pater et filius et spiritus sanctus. Creatura vero partim est invisibilis, sicut anima, cui ternarius numerus tribuitur, diligere enim Deum tripliciter iubemur, ex toto corde, ex tota anima, ex tota mente, partim visibilis, sicut corpus, cui quaternarius debetur propter calidum, humidum, frigidum et siccum. Denarius ergo numerus, qui totam insinuat disciplinam, quater ductus, idest numero qui corpori tribuitur multiplicatus, quia per corpus administratio geritur, quadragenarium conficit numerum. Et ideo tempus quo ingemiscimus et dolemus, quadragenario numero celebratur. Nec tamen incongruum fuit ut Christus post ieiunium et desertum ad communem vitam rediret. Hoc enim convenit vitae secundum quam aliquis contemplata aliis tradit, quam Christum dicimus assumpsisse, ut primo contemplationi vacet, et postea ad publicum actionis descendat aliis convivendo. Unde et Beda dicit, super Marc., ieiunavit Christus, ne praeceptum declinares, manducavit cum peccatoribus, ut, gratiam cernens, agnosceres potestatem.
Come dice il Crisostomo, "egli digiunò, non perché ne avesse bisogno, ma per far comprendere a noi quale gran bene sia il digiuno, quale difesa costituisca contro il demonio, e come, una volta ricevuto il battesimo, non ci si debba abbandonare più alla lascivia, ma sia necessario digiunare. Nel suo digiuno però non andò più in là di Mosè e di Elia, affinché il corpo assunto non sembrasse irreale".
S. Gregorio dice che nel digiuno di quaranta giorni, da noi osservato sull'esempio di Cristo, è racchiuso un secondo mistero, cioè, "la virtù del decalogo si adempie nei quattro Vangeli: dieci per quattro infatti fa quaranta. - Oppure può significare che il nostro corpo mortale è composto di quattro elementi, e seguendo la sua inclinazione contraddiciamo ai precetti del Signore, il quale ce li ha dati nel decalogo". - Oppure, secondo S. Agostino, "tutta la sapienza consiste nel conoscere il Creatore e le creature. Il Creatore è la Trinità: Padre, Figlio, e Spirito Santo. Le creature invece, alcune sono invisibili, come l'anima, alla quale viene attribuito il numero tre, infatti ci viene prescritto di amare Dio in tre modi, "con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente". Altre sono visibili, come il corpo, cui viene attribuito il numero quattro a causa del caldo, dell'umido, del freddo e del secco. Il numero dieci, dunque, il quale indica tutto l'insegnamento, moltiplicato per quattro, numero attribuito al corpo, dovendosi trasmettere mediante il corpo, ci dà il numero quaranta". Ecco perché "il tempo consacrato al pianto e al dolore è di quaranta giorni".
Che Cristo, dopo il digiuno nel deserto, sia ritornato alla vita normale, non è senza motivo. È quanto conviene alla vita di chi s'impegna a comunicare agli altri il frutto della sua contemplazione, impegno che come abbiamo detto, Cristo si era assunto: cioè dedicarsi prima all'orazione e poi discendere sul piano dell'azione vivendo in mezzo agli altri. Ecco perché S. Beda afferma: "Cristo digiunò, perché tu non ti sottraessi al precetto; mangiò con i peccatori, affinché tu, contemplando la sua grazia, ne riconoscessi il potere".

B. Super Mt., cap. 9 l. 2
Sed videtur quod isti recte arguebant, quia sunt vitanda peccatorum consortia.
Sed notandum, quod aliquando sunt vitanda peccatorum consortia propter superbiam et contemptum, ut isti sicut habetur Is. LXV, 5: non appropinques mihi, quia immundus es.
Alii vero vitant consortia propter peccatorum utilitatem, ut erubescant, et sic convertantur; et sic ut dicit Paulus I ad Cor. VI, 5: ad verecundiam vestram dico, sic non est inter vos sapiens quisquam.
Item aliquis vitat propter cautelam sui timens ne pervertatur; Eccli. XIII, v. 1: qui tangit picem, coinquinabitur ab ea. Et in Ps. XVII, 27: cum perverso perverteris.
E contrario similiter aliqui commorantur cum peccatoribus ad sui probationem: unde tentatio est sui probatio, ut habetur Eccli. XXVII, 6: et II Petri II, 8: aspectu enim et auditu iustus erat habitans apud eos. Et Cant. II, 2: sicut lilium inter spinas, sic amica mea inter filias. Et ibi dicit Glossa: non fuit bonus, qui malos tolerare non potuit.
Item aliqui inter malos commorantur propter conversionem, ut Paulus dicit I Cor. IX, 19: omnibus omnia factus sum, ut omnes lucrifacerem.
Sed differentia est, quia peccatoribus perseverantibus et poenitere nolentibus non oportet communicare; de illis vero, de quibus speratur, distinguendum est ex parte illius qui habitat, quia aut est firmus, aut infirmus: si infirmus, habitare cum eis non debet; si firmus, competens est ut cum eis habitet, ut eos ad Deum convertat. Item Iesus medicus erat certus; ideo cum esset cum eis, periculum non timebat; ideo et cetera.

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