venerdì 21 marzo 2014

Quartett (Le Relazioni Pericolose), di Heiner Müller

Testo straordinariamente denso, questo Quartett di Heiner Müller (Teatro Metastasio, 13-16 marzo 2014, regia di Valter Malosti), che concentra in una settantina di minuti di spettacolo il celebre romanzo epistolare settecentesco Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos. Se il titolo allude a un quartetto, i personaggi sono in realtà due (e sulle spalle dei due bravi interpreti, Laura Marinoni e Valter Malosti grava interamente l'onere dello spettacolo): la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont, che tuttavia collidendo si sdoppiano in altrettanti personaggi, ovvero Madame de Tourvel e la giovane Cécile de Volanges. Dal confronto, condotto da Müller con impareggiabile maestria, sprizzano scintille. Autenticamente paragonabile ad una arena gladiatoria, il sangue vi scorre a fiotti. Complici e avversari, nemici e amanti, i due s'incaricano di dispiegare per noi le oscure volute del fumo infernale che nasce dal fuoco d'una passione amorosa dove il grande assente è per l'appunto l'amore. Vera protagonista è la morte. Amore e morte, tema quanto mai classico, mai finito d'indagare. Qui il binomio significa non solo che la morte appone la parola fine alla sete di vita confusamente espressa nella pulsione amorosa, ma anche che quest'ultima, nel tentativo di succhiare linfa vitale, finisce per vampirizzare l'altro, consumando la sua carne e divenendo esiziale, non solo alla vittima ma pure al carnefice. Nella vicenda dei due personaggi paralleli è raccontata una duplice possibile evoluzione. Madame de Tourvel rappresenta il confronto tra il principio del piacere e il principio etico (per di più sostenuto da motivazioni religiose): uno dei due deve soccombere. Il libertino non può accettare che una motivazione ideale sia più forte dell'istinto del possesso autoaffermativo e pretenda di imporgli un limite. Servendosi diabolicamente dello stesso armamentario concettuale dell'avversario riesce a prevalere, ma in questo modo lo porta al suicidio. Non c'è posto per tutti e due, nessuna possibilità di composizione. Con la giovane Cécile de Volanges siamo invece di fronte alla volontà di possedere la bellezza, di "occupare" la giovinezza. Ma possedere la bellezza significa ancora una volta ucciderla. L'estremo tentativo di possessione è volontà di manomettere, dopo aver violato il corpo, l'anima, sopprimendo la ragazza. Ancora morte: un caso? La marchesa appare per tutto il dramma attaccata a una fleboclisi, trovata drammaturgica quanto mai azzeccata che a colpo d'occhio rende la vera natura della lussuria (ché di questo, in buoni vecchi termini cristiani, si tratta): il tentativo perdente e disperato di chi, braccato dalla morte, cerca di succhiare vita dal corpo (e dall'anima) altrui. Vera e propria meditazione quaresimale, il dramma svolge egregiamente il compito d'illustrare la decomposizione rappresentata una volta per tutte dalla pittura medievale nei corpi dei dannati, gonfi, emaciati, dilaniati e ricomposti in mille forme mostruose, riflesso esteriore d'interiore tormento. È fin troppo chiaro: il paradiso sta da un'altra parte.

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